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Il Caso.it, Sez. Articoli e Saggi - Data pubblicazione 11/02/2026 Scarica PDF
La “carriera universitaria” e le “scuole accademiche” nelle parole di un maestro del diritto commerciale *
Stefano Ambrosini, Professore ordinario di Diritto Commerciale nell'Università del Piemonte OrientaleSommario: 1. “Che cosa è e che cosa fa il professore universitario?”. – 2. Una scelta di vita: dedizione alla ricerca e impegno didattico. – 3. Il lavoro del giovane studioso: duro e aleatorio. – 4. Il privilegio di essere libero e agire come maestro. – 5. Il concetto di “scuola” e la “lezione” torinese.
1. “Che cosa è e che cosa fa il professore universitario?”
“È sempre difficile, e anche lievemente imbarazzante, parlare del proprio mestiere, presentandolo a chi in un certo senso "sta dall'altra parte", non tanto nella consueta chiave didattica (il professore buono, cattivo, preparato, confusionario, pigro e così via) quanto nei suoi profili contenutistici e per le prospettive che esso offre a chi intenda, dopo la laurea, avviarsi a quella che, un po' pomposamente e non senza qualche eccesso ottimistico, viene detta carriera universitaria”.
Con queste parole esordiva il contributo di Gastone Cottino “Docente universitario”, facente parte di un volumetto intitolato Professione giurista. Guida alle professioni del laureato in Giurisprudenza, che ebbi a curare nel 1993, a neppure un anno da quando mi ero laureato (proprio con Cottino) ed avevo iniziato a collaborare alla cattedra del maestro (egli usava l’iniziale minuscola anche quando si riferiva – come vedremo – a Paolo Greco), oltre che a quella di diritto fallimentare tenuta da Alberto Jorio.
Ed ecco l’interrogativo che si poneva Cottino e la spumeggiante risposta che vi dava: “Che cosa è e che cosa fa, di là dalle impressioni non sempre favorevoli suscitate all'esterno, il professore universitario? Se si sta a un recente gustoso divertissement di John Kenneth Galbraith dedicato al professore di Harvard, cioè alla figura forse più prestigiosa in senso assoluto della vita accademica, quella cui tutti i giovani rampanti statunitensi, e non solo statunitensi, guardano con invidia e con cui vorrebbero identificarsi, l'immagine che si ricava non è precisamente quella di un titano della cultura e della ricerca. Certo il professore studia e insegna; ma spesso anche chiacchiera, esercita professioni e fa affari di varia natura, come il fantasioso professor Marvin del libro, e soprattutto coltiva una intensa vita sociale nei campus e nei clubs. La sua giornata è tanto piena che, secondo il maligno, in tempi passati, almeno così si diceva, "i docenti del dipartimento di economia tenevano regolarmente i consigli di Facoltà sul Federal Express in servizio tra la South Station e Washington". Quanto alla vita sociale, a Harvard come nella altrettanto sofisticata Cambridge, essa è così importante da presentarsi quale un dovere più che un piacere, diventando un rituale “da sopportare nell’interesse della propria reputazione accademica”. Forse, qui a Torino, dobbiamo al fatto di fruire del peggiore degli edifici universitari immaginabili – scriveva Cottino molti anni prima della costruzione del Campus Luigi Einaudi – ed alla quotidiana necessità di sopravvivere come docenti e come discenti se la nostra vita di relazione non si è ridotta ad un puro piacevole cicaleccio. E comunque, fuor di scherzo, quello costruito da Galbraith è volutamente uno specchio deformante, che mentre giustamente mette alla berlina gli aspetti deteriori ed esteriori, quando non folcloristici, dell'attività dei professori universitari, e ne denunzia i limiti, dà tuttavia per scontata che essa possa, e forse debba essere, anche un'altra cosa, cioè una cosa seria ed apprezzabile. È, come accade spesso a molti di noi allorché ci ribelliamo ad episodi di malcostume e di degrado, un atto contemporaneamente di critica e di amore verso il nostro lavoro, che vorremmo fosse diverso da quello che talora sembra essere ma nella cui validità crediamo: opponendoci a quella sorta di fatale accettazione del declino dell'Università che costituisce il naturale rifugio – oltre che dei pessimisti ad oltranza- dei rinunciatari e dei poltroni”.
2. Una scelta di vita: dedizione alla ricerca e impegno didattico
Gastone Cottino credeva fortemente all’insegnamento universitario come scelta di vita e a questa idea è rimasto incrollabilmente fedele e coerente. Egli scriveva infatti: “Il professore universitario non è, non è più – probabilmente non è mai stato – l'asettico sacerdote di una più o meno esoterica religione della scienza. La sua è ad ogni modo, se reale e sincera, una scelta di vita, che, con tutti i suoi compromessi e le sue contraddizioni, si esprime nella dedizione allo studio ed alla ricerca da un lato, nell'impegno didattico, con i giovani e per i giovani, dall'altro: due requisiti entrambi essenziali che, se non postulano la rinuncia ad altre attività (vedi professione), richiedono sempre di essere soddisfatti prioritariamente da chi ha imboccato questa strada. Credo che stia qui, molto schematicamente, il nucleo forte del nostro mestiere, il vero motivo per cui esso può costituire tuttora, anche in una società orientata verso altri valori, un elemento di attrazione”.
3. Il lavoro del giovane studioso: duro e aleatorio
Come si prospetta la vita del giovane che si accosta alla carriera universitaria? Affido la risposta, anche qui, alle parole del maestro.
“Si tratta, è risaputo ma va ribadito, almeno all'inizio, di una scelta dura ed aleatoria. Dura, perché occorre lavorare molto, faticare nel senso proprio della parola (sembra strano ma è così). Studiare non è sempre divertente; scrivere, con chiarezza, rigore e lucidità, è il frutto di sforzi, rifacimenti, crisi e slanci creativi ad un tempo, insomma un vero tormento di Sisifo. Aleatoria, non solo perché la concorrenza è forte e spesso spietata; perché occorre trovare una guida sia valida scientificamente che abile ed autorevole sul piano esterno; perché bisogna avere una buona dose di fortuna nei concorsi, nei sorteggi delle commissioni, nella formazione, talora casuale, delle maggioranze. L'imbuto è largo all'origine ma, come tutti gli imbuti, assai stretto all'uscita. Ma aleatoria non soltanto per queste ragioni. C'è un elemento di rischio che giuoca, direi, imponderabilmente e di cui è difficile valutare a priori l'entità. Esso sta nel fatto che, tranne rare eccezioni, nessuno di noi, allorché si avvia alla "carriera", è sicuro, se onesto verso se stesso, di aver reali attitudini alla ricerca, di potercela fare in altri termini. È solo studiando e tentando di tradurre lo studio in elaborazioni scritte che via via si verificano la nostra capacità ed il nostro interesse per la materia; che il cammino si fa concreto e con prospettive reali di successo”.
E qui Cottino ricorre a una similitudine, tratta – come in molti altri casi – dalla vastità e profondità dei suoi interessi culturali: “Il giovane studioso assomiglia al mozartiano personaggio di Tamino che procede, in compagnia di Papageno, alla conquista dell'amore e della perfezione nel regno di Sarastro. Deve non lasciarsi distogliere dalle lusinghe e dalle minacce della Regina della Notte. Deve saper superare gli ostacoli posti sul suo cammino: il suo flauto magico non è soltanto il "maestro" che lo sorregge nei primi passi; sono la sua forza di volontà, la sua perseveranza, la sua fantasia, i suoi slanci intuitivi. Con questo non intendo disegnare un quadro scoraggiante; che avrebbe oltre tutto il grave difetto di far intravvedere una sorta di Olimpo universitario popolato di supermen sopravvissuti ad una selezione darwiniana di cervelli di qualità superiore, costruiti in provetta secondo i gelidi schemi ipotizzati da Aldus Huxley in Brave New World.
4. Il privilegio di essere libero e agire come maestro
Gastone Cottino conclude questo suo bellissimo contributo “con la sottolineatura di un grande privilegio di cui gode, anche se spesso non se ne accorge, il professore universitario. È il privilegio di essere libero, libero di pensare, di insegnare, di agire. La communis opinio vuole che egli non sia altro che un barone, affiliato a massonerie ed a mafie di ogni genere. Diciamo più semplicemente che il professore universitario, specie se di ruolo, ha nelle sue mani una notevole dose di potere, forse esagerata dalle amplificazioni polemiche ma comunque da non sottovalutare, un potere che spesso egli deve esercitare poiché vive e muove in una realtà difficile e complessa di rapporti con altri professori od università, con istituti e dipartimenti, con le amministrazioni locali, universitarie e non, e di cui deve fare sagace uso anche nell'appoggio ai propri allievi. È sin troppo facile aggiungere che questo potere può degenerare; ma lasciatemi pensare a quell'aspetto di esso che non consiste e non si esaurisce nell'ottenere solo vantaggi o successi professionali, ma si esprime appunto e precisamente nella possibilità, per il professore "arrivato", di agire come "uomo" e quale cittadino, e diciamo pure senza mezzi termini come maestro, senza condizionamenti e senza paure. Non gli si chiede certamente di compiere atti eroici o stravaganti, o di far parte di quella compagnia della morte di cui parlava, in un periodo drammatico della nostra storia, Piero Gobetti in polemica con Giuseppe Prezzolini. Ci si può attendere da lui, sempre tornando a quella polemica, che egli non si limiti ad essere, come suggeriva Prezzolini di fronte al fascismo, un àpote, uno che non la beve e che, non bevendola mai, racchiude la sua vita di ricercatore entro gli argini protettivi della supposta neutralità del sapere scientifico. Anche nel bere, e nella selezione dei vini, la personalità dello studioso può esprimersi in maniere assai diverse tra di loro. La sua posizione glielo consente; e non è prerogativa di piccolo conto”.
5. Il concetto di “scuola” e la “lezione” torinese
Sarebbe impensabile – per chi conosceva bene Gastone Cottino – che un suo discorso sull’Università non includesse anche una digressione sul concetto di “scuola”, di cui egli è sempre stato fiero assertore e instancabile propulsore: scuola che nel 1997, all’indomani del suo collocamento a riposo, lo onorò con i due volumi degli Studi in onore di Gastone Cottino, cui parteciparono tutti gli allievi a quell’epoca in attività, dai primi, Renzo Costi e Francesco Cavazzutti, ai più giovani (e non ancora professori), Niccolò Abriani ed io.
Una definizione di scuola accademica si trova nella “Presentazione” del volume La Riforma delle società. Profili della nuova disciplina, da me curato nel 2003, a pochi mesi dal varo della novella del diritto societario, ove si trovano raccolti i saggi di molti suoi allievi, a cominciare da quelli di Alberto Jorio, Oreste Cagnasso e Paolo Montalenti.
In aperta polemica con altro professore (di cui resta celato il nome) Cottino osservava: “Le scuole non esistono – ebbe a dire un giorno allo scrivente un autorevole collega. E invece esistono, e come: naturalmente se si dia alla parola un suo significato non retorico né formalistico, ma bensì di «luogo» ideale di impegno e fatiche condivise, un «luogo» che dal suo capostipite si allunga nel tempo, scava nel passato, opera nel presente, si proietta verso il futuro; che interagisce tra vecchi e nuovi maestri, tra vecchi e nuovi allievi ed in cui quindi tutti sono in un certo senso allievi e maestri; che si articola per ulteriori filiazioni e collocazioni geografiche e che offre a chi ne è parte una permanente lezione di serietà, dedizione e spirito critico (…). Le scuole sono, dovrebbero essere, almeno quelle degne di questo nome, stimolanti fucine di spirito critico. Piace constatare che lo spirito critico aleggia sempre, ora più contenuto ora più vivacemente espresso (una vivacità che il presentatore è portato per sua tendenza e natura a condividere), nelle pagine di questo volume, (…): segno comunque di quella indipendenza di giudizio che è stata, come si diceva, il collante di un lungo fecondo percorso comune e di una cultura che non si arrende di fronte alle insidie dell'impoverimento e, al limite, della desertificazione”.
La chiusa è dedicata – come sovente accadeva a Cottino quando trattava questi temi – al suo maestro Paolo Greco: “Di questa lezione la scuola torinese, se così allora possiamo definirla, è debitrice al suo iniziatore ed autentico, e unico, maestro di tutti, all'insegnamento di Paolo Greco, al suo esempio di studioso, lucido e rigoroso, al suo impegno civile e democratico, alla sua capacità di formare giovani dotati di autonomia di pensiero”.
Mi colpisce ancor’oggi la modernità della concezione che aveva Cottino del rapporto tra allievo e maestro, lontana da quella “verticalità” propria, direi per antonomasia letteraria, della relazione tra Dante e Virgilio, ma anche di quella (un po’ meno nota) tra quest’ultimo e Stazio, cui Dante nel ventiduesimo canto del Purgatorio, con riferimento all’Eneide e al suo autore, fa dire: “Che porta il lume retro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte”.
Il maestro, in realtà, è colui che non solo illumina il cammino dei suoi discepoli, ma sa anche raccoglierne gli stimoli dialettici e all’occorrenza le critiche. E quando l’allievo acquista maturità scientifica il rapporto diventa, fisiologicamente, di mutuo accrescimento e reciproca “implicanza”.
Ecco perché una relazione esclusivamente “verticale” – come osserva acutamente Gustavo Zagrebelsky nel suo bel volumetto Mai più senza maestri (il cui titolo capovolge lo slogan sessantottino “Mai più maestri”) – non dice abbastanza; in particolare non dice che “chi in un primo momento segue non possa sopravanzare il maestro affaticato afferrandogli il lume e fare egli stesso da battistrada. Nemmeno dice che il discepolo non possa prendere un’altra, autonoma strada, quando cieca gli appaia quella tracciata dalle orme che stava seguendo, così che colui che prima era maestro non debba poi, a sua volta, correggere la rotta, trasformandosi in discepolo del suo discepolo”.
E il fine costituzionalista, che con Cottino aveva un rapporto di grande stima reciproca, così prosegue a proposito del magistero accademico: “l’autentica autorità del maestro deriva dagli allievi. Sono loro che gliela conferiscono. Non è l’istituzione. Non esistono maestri senza allievi. Sarebbe una contraddizione in termini”.
Ma non va creduto, pena una visione sterilmente idilliaca del contesto accademico, che sia tutt’oro quel che riluce, tant’è che Zagrebelsky stesso soggiunge: “D’altra parte, il rapporto personale maestro- allievo e allievo-maestro è fragile, esposto a vicissitudini con esiti talora catastrofici. Quando finisce, si usano parole come “rottura” o “tradimento”, parole che esprimono quanto è sottinteso: il rapporto di fedeltà che implica la pretesa del maestro che l’allievo resti sempre solo allievo, rimanga sotto la soglia e non voglia a sua volta diventare maestro”.
Ecco, nessuno avrebbe mai potuto rimproverare nulla di ciò a Cottino, che con le sue costanti (e “ferme”…) esortazioni a “crescere” rivolte a ciascuno di noi era veramente l’esatto contrario di chi tiene l’allievo “sotto il tallone”. E anche in ciò sta la ragione della nostra sincera e profonda gratitudine.
* Il contributo rappresenta lo sviluppo dell’intervento svolto in occasione del “Convegno per Gastone Cottino. 100 anni dalla nascita”, tenutosi a Torino l’11 e il 12 aprile del 2025, i cui atti sono destinati a confluire in un volume curato da Paolo Montalenti, Mia Callegari ed Eva Desana, di prossima pubblicazione per i tipi della Zanichelli.
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