Massimario Ragionato Fallimentare

a cura di Franco Benassi
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Articolo 15 ∙ (Procedimento per la dichiarazione di fallimento)


Tutte le MassimeCassazione
Procedimento
Natura della domanda
Iniziativa ufficiosaIniziativa del pubblico ministeroSegnalazione di insolvenza al pubblico ministero

Procedimento
Delega al giudice delegatoLegittimazione del liquidatoreAstensione e ricusazione del giudiceRinvio d'ufficio dell'udienzaForma della richiesta di fallimentoPresentazione di successive richieste di fallimentoTermine di comparizioneAbbreviazione dei terminiSospensione feriale dei terminiErrata indicazione della data della udienzaInvito a depositare bilanci e situazione patrimoniale

Legittimazione
Litisconsorzio necessarioConvocazione dei soci illimitatamente responsabiliConnessione tra procedimentiDiritto di difesa e audizione del debitoreUdienza pubblicaAssistenza del difensore

Riassunzione del procedimento
Rinuncia alla richiesta di fallimentoPermanenza della richiesta di fallimentoDesistenza dalla richiesta di fallimentoQuestioni di competenzaRegolamento di competenza

Notificazioni e comunicazioni
Comunicazione del ricorso e del decreto di convocazione del debitore
Notifica e sanatoriaNotifica a mezzo PECNotifica mediante deposito presso la casa comunaleNotifica mediante polizia giudiziariaIrregolarità della notificaComunicazione del rinvio dell'udienzaNotifica a società cessata e cancellata dal registro impreseNotifica a società occultaNotifica al socio illimitatamete responsabileNotifica alla società incorporanteNotifica al liquidatore presso il domicilio eletto per la caricaNotifica e variazioni della rappresentanza o della sedeNotifica a a società con amministratore in custodia cautelareQuestioni di costitutzionalità

Istruttoria e oneri probatori
Onere della prova
Poteri istruttori del tribunalePrincipio di non contestazioneNomina di CTUPresunzione di veridicità dei bilanci depositati dal debitore

Oggetto del giudizio
Entità minima dei debiti risultanti dagli atti di istruttoria
Accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimentoAccertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento, gruppo di societàAccertamento del credito e legittimazione del ricorrenteAccertamento di altri debiti verso terziAccertamento dell'ammontare minimo dei debiti scaduti e non pagatiAccertamento dello stato di insolvenzaEccezioni di nullità relativaEccezione di inadempimentoEstensione del fallimentoPronuncia sulle speseResponsabilità processuale aggravataCondanna alle spese del legale reppresentanteRiproposizione della istanza di fallimento e ne bis in idemNuova dichiarazione di fallimento

Provvedimenti cautelari
In genere
ProcedimentoLegittimazionePresuppostiEfficaciaRevoca degli amministratoriNomina custode giudiziarioCompenso amministratore giudiziarioNomina amministratore giudiziarioAmministrazione straordinariaAffitto di aziendaEsercizio provvisorio anticipatoConcordato preventivoProcedure di espropriazione pendentiImpugnazioneRicorso per cassazioneSequestro di prevenzione

Concordato preventivo e accordo di ristrutturazione
Rapporti con il concordato preventivo
Rapporti con accordo di ristrutturazione dei debitiRinuncia alla domanda di concordato preventivoRevoca del concordato preventivoRisoluzione del concordato preventivo

Altri casi
Fusione per incorporazione
Dichiarazione di insolvenza di società cooperativaSocietà in liquidazioneUsura



Accordo di ristrutturazione dei debiti - Domanda di fallimento del creditore rimasto estraneo - Ammissibilità
Nulla osta alla procedibilità di una domanda di fallimento presentata, dopo l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, da un creditore che ad esso sia rimasto estraneo. Diversamente opinando, si finirebbe infatti per privare quest’ultimo - che a quell’accordo ha legittimamente scelto di non aderire - di una fondamentale forma di tutela del proprio credito, da coordinare con gli interessi degli altri creditori aderenti all’accordo, in funzione della garanzia patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c. e del correlato principio della par conditio creditorum di cui all’art. 2741 c.c.. Inoltre, si consentirebbe una compressione dei suoi diritti tanto più inammissibile in quanto l’istituto degli accordi L. Fall., ex art. 182 bis fa perno proprio sul presupposto della loro idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei (fatte salve la dilazione di cui al comma 1 della norma citata e la possibilità della deroga agli artt. 1372 e 1411 c.c. prevista dalla L. Fall., art. 182-septies, cui fanno eco i più ampi "Accordi di ristrutturazione ad efficacia estesa" introdotti dall’art. 61 CCI), i quali perciò si pongono, rispetto all’accordo, in posizione analoga ai creditori non vincolati dagli effetti obbligatori del concordato omologato L. Fall., ex art. 184. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Maggio 2019, n. 13850.


Fallimento - Sequestro preventivo - Impugnazione - Legittimazione del curatore
Rimessa alle Sezioni Unite Civili della Cassazione la questione  concernente la legittimazione del curatore fallimentare ad impugnare i provvedimenti in tema di sequestro preventivo, quando questo sia stato disposto prima della dichiarazione di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 16 Aprile 2019, n. 22602.


Società di capitali in liquidazione - Liquidatore - Legittimazione a proporre istanza di autofallimento - Sussiste - Ragioni
La legittimazione a proporre istanza di fallimento in proprio, ex art. 6 l.fall., nel caso di società di capitali posta in liquidazione spetta direttamente al suo liquidatore, il quale è investito, ai sensi dell'art. 2489, comma 1, c.c., del potere di compiere ogni atto utile per la liquidazione della società, senza che detta legittimazione possa essere avocata dall'assemblea o dai singoli soci. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Aprile 2019, n. 10523.


Fallimento – Dichiarazione – Soglie di fallibilità – Prova – Bilancio d’esercizio – Unicità dello strumento per la verifica della concreta sussistenza dei requisiti di fallibilità – Esclusione

Fallimento – Dichiarazione – Esenzione ex art. 1 l.f. – Prova – Provenienza dei documenti dall’impresa interessata – Valutazione dell’attendibilità ex art. 116 c.p.c. del materiale disponibile – Necessità – Poteri di indagine officiosa del giudice – Caratteristiche – Limiti

Tutti gli imprenditori, indipendentemente dalla semplificazione o esenzione dall’imposizione fiscale, sono soggetti all’obbligo civilistico della tenuta delle scritture contabili, tra le quali è ricompreso, ai sensi dell’art. 2217 c.c., il bilancio d’esercizio, il quale deve dimostrare con evidenza e verità gli utili conseguiti o le perdite subite.

Il fatto che tutti gli imprenditori siano obbligati alla tenuta del bilancio non significa né comporta che il bilancio d’esercizio sia un veicolo necessario per la dimostrazione del possesso dei requisiti di non fallibilità di cui all’art. 1, comma 2, legge fall. o che sia comunque l’unico strumento possibile per la verifica della concreta sussistenza dei medesimi, potendo l’esenzione dal fallimento essere ricavata da altri elementi che in concreto risultino altrettanto significativi.

La verifica della sussistenza dei requisiti di «non fallibilità» di cui all'art. 1, comma 2, legge fall. offre all’interprete un campo di indagine particolarmente aperto e disponibile, che ha come suo termine naturale di riferimento - di sicuro non esclusivo - quello delle scritture contabili dell'impresa, in cui leggere e da cui poter ricavare appunto la presenza/assenza dei requisiti in questione: con piena utilizzabilità dell'intero corredo contabile di questa, nel quale rientrano il libro giornale, le denunce dei redditi (Cass., n. 13643/2013), nonché, secondo l'ampia nozione di scritture contabili che risulta assunta dal sistema vigente, la “corrispondenza di impresa” (sintomatici, al riguardo, appaiono i riferimenti di cui agli artt. 2220 e 2214 comma 2, seconda parte, cod. civ.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nella valutazione della documentazione offerta al fine di provare la sussistenza dei requisiti di cui all’art. 1, comma 2, legge fall. per l’esenzione dal fallimento, non rileva la provenienza dei documenti dall’impresa interessata, quanto piuttosto la rappresentazione storica dei fatti e dati economici e patrimoniali dell’impresa medesima, così che rilievo cruciale assume il punto rappresentato dalla valutazione dell’attendibilità ex art. 116 c.p.c. del materiale disponibile, del grado di fedeltà del dato rappresentatovi con l’effettiva realtà dell’impresa che viene considerata.

Nel procedimento per dichiarazione di fallimento di cui all’art. 15 legge fall., i poteri di indagine officiosa del giudice, sono poteri di supplenza, non regolati in modo vincolante, che richiedono una valutazione di merito sulla incompletezza del materiale probatorio acquisito, dalla individuazione di quello astrattamente utile per la corretta definizione del procedimento, alla concreta acquisibilità di dati idonei a colmare le deficienze riscontrate e alla rilevanza dei dati della decisione; in ogni caso, l’oggetto dell’indagine finalizzata a colmare le lacune probatorie ritenute sussistenti dovrà essere limitato ai fatti dedotti quali allegazioni difensive. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2019, n. 6991.


Revoca di sentenza dichiarativa di fallimento per ritenuta inesistenza della notifica del ricorso introduttivo - Rimessione al giudice di primo grado in applicazione analogica dell’art. 354 c.p.c. - Configurabilità
Il giudice del reclamo proposto avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, ove ravvisi l'inesistenza della notificazione del ricorso introduttivo depositato regolarmente in cancelleria, deve revocare il provvedimento impugnato e, in applicazione analogica dell'art. 354 c.p.c., rimettere la causa al primo giudice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2019, n. 3861.


Dichiarazione di fallimento - Iniziativa del Pubblico Ministero - Mancata partecipazione del PM all’udienza prefallimentare - Irrilevanza
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, quando l’iniziativa sia stata assunta dal Pubblico Ministero, affinché il giudice possa pronunciarsi nel merito è sufficiente che il ricorso sia stato ritualmente notificato all’imprenditore, sicché è irrilevante la mancata partecipazione della parte pubblica all’udienza prefallimentare, non potendosi trarre da una simile condotta alcuna volontà, anche solo implicita, di rinunciare o desistere all’istanza presentata; ciò in coerenza con il generale principio secondo cui, ove la parte non si presenti all’udienza conclusiva del procedimento al fine di rappresentare al giudice le proprie istanze finali, vale la presunzione che la stessa abbia voluto tenere ferme le conclusioni precedentemente formulate. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2019, n. 643.


Dichiarazione di fallimento - Iniziativa del Pubblico Ministero - Mancata partecipazione del PM all’udienza prefallimentare – Irrilevanza
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, quando l’iniziativa sia stata assunta dal Pubblico Ministero, affinché il giudice possa pronunciarsi nel merito è sufficiente che il ricorso sia stato ritualmente notificato all’imprenditore, sicché è irrilevante la mancata partecipazione della parte pubblica all’udienza prefallimentare, non potendosi trarre da una simile condotta alcuna volontà, anche solo implicita, di rinunciare o desistere all’istanza presentata; ciò in coerenza con il generale principio secondo cui, ove la parte non si presenti all’udienza conclusiva del procedimento al fine di rappresentare al giudice le proprie istanze finali, vale la presunzione che la stessa abbia voluto tenere ferme le conclusioni precedentemente formulate. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2019, n. 643.


Fallimento - Requisiti per la (non) fallibilità di cui all’art. 1 l.fall. - Onere della prova della non fallibilità in capo all’imprenditore - Sussistenza - Valutazione dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi - Caratteristiche - Approvazione e deposito nel registro delle imprese - Assenza di tali caratteristiche - Conseguenze - Possibilità per il giudice di non tener conto dei bilanci
In tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi che l'imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell'art. 15, comma 4, l.fall., sono quelli già approvati e depositati nel registro delle imprese, ex art. 2435 c.c., sicchè, ove difettino tali requisiti o essi non siano ritualmente osservati, il giudice può motivatamente non tenere conto dei bilanci prodotti, rimanendo l'imprenditore onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità. (Nel caso di specie la S.C. ha confermato la decisione della corte d'appello che aveva ritenuto inattendibili i bilanci prodotti dall'imprenditore al fine di dimostrare la propria non fallibilità senza la prova del loro deposito presso il registro delle imprese). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 20 Dicembre 2018, n. 33091.


Fallimento – Dichiarazione – Requisiti dimensionali dell’impresa – Produzione dei bilanci – Impresa non tenuta alla redazione del bilancio – Strumento di prova privilegiato ma non esclusivo
Ai fine della dimostrazione del requisito dimensionale dell’impresa di cui all’art. 1, comma 2, legge fall., i bilanci d'esercizio dei tre anni anteriori rappresentano uno strumento di prova privilegiato, ma danno vita, ad alcuna forma di onere probatorio esclusivo (cfr. Cass., 2 ottobre 2018, n. 23948, Cass., 18 giugno 2018, n. 16067, che peraltro si pongono in linea di dichiarata continuità, di sintonia, con l'orientamento sviluppato sin dall'entrata in vigore dell'attuale comma 2 dell'art. 1 legge fall., per l'appunto sostanzialmente orientato nel senso di ammettere pure prove diverse dai bilanci).

Che il bilancio di esercizio costituisca, infatti, canale privilegiato - o anche «naturale», si potrebbe pure dire - per la valutazione prevista dall'art. 1, comma 2, citato è cosa che non viene certamente a stupire o a sorprendere nessuno, posto che la funzione specifica e propria di tale documento contabile è, per l'appunto, quella di rappresentare la «situazione patrimoniale e finanziaria» dell'impresa (così la norma dell'art. 2423, comma 2, cod. civ.).

Ma questa constatazione non è destinata ad andare oltre il piano - che le è proprio - dell'utilità operativa: della peculiare idoneità di questo documento, cioè, a chiarire a livello di fattispecie concreta i punti che sono evocati dalla disciplina dei presupposti di non fallibilità.

In realtà, la norma dell'art. 1, comma 2, legge fall. indica in modo espresso che la sussistenza del presupposto dei ricavi lordi (lett. b. del comma 2) può risultare «in qualunque modo» e non v'è ragione per non riferire tale evenienza pure agli altri due presupposti (uno spunto nel senso della valorizzazione del richiamato inciso normativo si trova nella pronuncia della Corte Costituzionale, 1 luglio 2009, n. 198).

La logica che presiede alla scelta di sottrarre gli imprenditori in possesso dei tre requisiti indicati dal comma 2 dell'art. 1 legge fall. si fissa propriamente in un'«ottica deflattiva al fine di esentare dal concorso le crisi di impresa di modeste dimensioni oggettive» (così Cass., 25 giugno 2018, n. 16683); rimane perciò del tutto estranea alla logica della norma in discorso una funzione «sanzionatoria» dell'imprenditore che non ha redatto e depositato presso il registro delle imprese il bilancio di esercizio ovvero una funzione (anche solo tendenzialmente) premiale dell'imprenditore che invece ciò ha fatto.

Sul piano sistematico, poi, l'imposizione di un «pregiudiziale» deposito dei bilanci di esercizio ai fini della verifica dei presupposti di sottrazione al fallimento si mostrerebbe all'evidenza distonica, non coerente, con una normativa che oggi si disinteressa (a differenza del passato) del requisito della regolare tenuta della contabilità da parte dell'imprenditore che chiede di essere ammesso al benefico del concordato preventivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 26 Novembre 2018, n. 30541.


Rapporti tra procedimento prefallimentare e domanda di concordato preventivo - Impossibilità di dichiarare il fallimento indipendentemente dall'esito negativo del concordato - Domanda di concordato volta a procrastinare la dichiarazione di fallimento - Inammissibilità - Fondamento - Fattispecie
Il rapporto tra concordato preventivo e fallimento si atteggia in termini non di pregiudizialità tecnica tra i due procedimenti, bensì di mero coordinamento, nel senso che, pendente il primo, la dichiarazione di fallimento consegue eventualmente all'esito negativo della pronuncia sul concordato, non potendo ammettersi l'autonomo corso del procedimento di dichiarazione del fallimento che si concluda indipendentemente dal verificarsi di uno degli eventi previsti dagli artt. 162, 173, 179 e 180 l.fall.; tuttavia, è inammissibile la domanda di concordato preventivo presentata dal debitore non per regolare la crisi dell'impresa, ma per procrastinare la dichiarazione di fallimento, integrando in tal caso la domanda gli estremi dell'abuso del processo, che ricorre quando, con violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede e dei principi di lealtà processuale e del giusto processo, si utilizzano strumenti processuali per perseguire finalità deviate o eccedenti rispetto a quelle per le quali l'ordinamento li ha predisposti. (Nella specie, la debitrice, nonostante la possibilità concessale di integrare e modificare la proposta concordataria iniziale, aveva depositato una seconda domanda di concordato dopo la deliberazione della sentenza dichiarativa di fallimento, ma prima della sua pubblicazione, come tale ritenuta inidonea, in applicazione del suesposto principio, ad impedire la pronuncia del fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Novembre 2018, n. 30539.


Fallimento – Sequestro preventivo penale ex art. 321 c.p.p. – Incidenza preclusiva – Esclusione – Custode giudiziario nominato in sede penale – Qualità di contraddittore necessario nel procedimento prefallimentare – Insussistenza – Fondamento
Non è di ostacolo alla dichiarazione di fallimento, che ha quale proprio presupposto l'accertamento dello stato di insolvenza, l'assoggettamento a sequestro penale preventivo dei beni della società. Il soggetto nominato custode giudiziario dei beni in sede penale, cui siano assegnati anche compiti di amministratore, inoltre, non è un contraddittore necessario nel procedimento prefallimentare, di cui è piuttosto parte necessaria l'amministratore della società, perché, in conseguenza dell'apertura della procedura, gli organi sociali non vengono meno, e non rimangono esautorati dalle proprie funzioni gestorie per gli aspetti che non concernono il patrimonio della società, conservando la titolarità dei poteri di rappresentanza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Novembre 2018, n. 30505.


Fallimento – Requisiti di non fallibilità ex art. 1, comma 2, l.fall. – Onere probatorio a carico del debitore – Bilanci degli ultimi tre esercizi – Valore probatorio – Prudente apprezzamento ex art. 116 c.p.c. – Motivata inattendibilità – Conseguenze
In tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi che l'imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell'art. 15, comma 4, l.fall., costituiscono strumento di prova privilegiato dell'allegazione della non fallibilità, in quanto idonei a chiarire la situazione patrimoniale e finanziaria dell'impresa, senza assurgere però a prova legale, essendo soggetti alla valutazione, da parte del giudice, dell'attendibilità dei dati contabili in essi contenuti secondo il suo prudente apprezzamento ex art. 116 c.p.c., sicché, se reputati motivatamente inattendibili, l'imprenditore rimane onerato della prova della sussistenza dei requisiti della non fallibilità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Novembre 2018, n. 30516.


Fallimento – Requisiti dimensionali – Onere della prova a carico del debitore – Società di persone tenuta al deposito dei bilanci
Il debitore è onerato della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità, e, non essendo la società di persone tenuta al deposito dei bilanci, lo stesso può assolvere a detto onere con documentazione sostanzialmente equivalente, idonea a fornire una chiara, trasparente, completa ed intellegibile rappresentazione della situazione economica, finanziaria e contabile dell'impresa, e quindi con la produzione del Modello unico relativo ai redditi o di altra documentazione che deve essere vagliata dal giudice del merito.

A tal fine, è irrilevante che, alla data della sentenza di fallimento, non sia scaduto il termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi, visto che, come detto, il debitore può fornire la prova del possesso congiunto dei requisiti di cui all’art. 1 legge fall. con la produzione della dichiarazione dei redditi relativa ad anni precedenti o di altra documentazione comunque idonea a provare i detti requisiti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 23 Novembre 2018, n. 30518.


Concordato preventivo – Modifica della proposta – Limite temporale – Rinuncia alla proposta

Concordato preventivo – Rinuncia alla proposta – Nuova proposta – Ammissibilità – Rapporto con le istanze di fallimento – Oggetto della valutazione del tribunale – Valutazione del carattere eventualmente dilatorio

La rinuncia alla proposta di concordato non soffre del limite temporale imposto alla sua modifica (prima del 2015 "l'inizio delle operazioni di voto" ex art. 175 legge fall., ora "quindici giorni prima dell'adunanza dei creditori" ex art. 172, comma 2, legge fall.) in quanto destinata all'arresto dell'iter concordatario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Per ragioni di economia processuale l'eventuale "nuova proposta" depositata contestualmente alla rinunzia della precedente può essere esaminata dal tribunale nel corso della stessa procedura concordataria, ove non pendano istanze di fallimento ovvero esse vengano desistite.

Nella persistenza di istanze di fallimento il tribunale è tenuto a valutare la sussistenza dei presupposti soggettivi ed oggettivi di cui agli artt. 1 e 5 legge fall. per l'apertura del fallimento, sia pure tenendo conto della nuova proposta del debitore, ove in ipotesi idonea a scongiurare o superare lo stato di insolvenza.

Il tribunale è comunque tenuto a valutare il carattere eventualmente dilatorio, e come tale abusivo, della nuova proposta; che in simile contesto è invece inammissibile una "nuova domanda" di concordato cd. con riserva, ex art. 161, comma 6, legge fall., potendo al più il debitore confidare sulla concessione del termine ex art. 162, comma 1, legge fall. per eventuali integrazioni della nuova proposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 25 Ottobre 2018, n. 27120.


Procedimenti ex art. 15 l. fall. - Introdotti successivamente alle novelle di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 ed al d.lgs. n. 169 del 2007 - Rinvio dell'udienza di comparizione - Omessa notifica all'imprenditore - Nullità dell'intero procedimento - Sussiste - Fondamento
Nei procedimenti di cui all'art. 15 l. fall., introdotti successivamente alle novelle di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 ed al d.lgs. n. 169 del 2007, qualora il Tribunale abbia disposto la convocazione dell'imprenditore innanzi al giudice designato per procedere all'istruttoria prefallimentare, e la fissata udienza sia stata rinviata d'ufficio senza che risulti annotato sul ruolo d'udienza alcun provvedimento di rinvio, deve essere data comunicazione della nuova udienza all'imprenditore, a pena di nullità dell'intero procedimento, dovendo ritenersi inapplicabile l'art. 82, disp. att., c.p.c. - in virtù del quale, se il giudice istruttore non celebra udienza nel giorno fissato, essa deve intendersi rinviata d'ufficio alla prima udienza successiva - poiché la disposizione non può trovare applicazione nel procedimento camerale per la dichiarazione di fallimento, in quanto caratterizzato da regole procedurali diverse dal rito ordinario, in considerazione delle esigenze di speditezza che lo connotano e della sua natura inquisitoria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Agosto 2018, n. 20957.


Fallimento - Notificazione del ricorso - Effettuato alla società mediante posta elettronica certificata - Utilizzazione dell’indirizzo comunicato dal destinatario al registro delle imprese - Validità - Indirizzo PEC accessibile, di fatto, solo da diversa società - Irrilevanza
In tema di notifiche telematiche, quella eseguita all'indirizzo PEC dichiarato da una società si perfeziona in virtù dell'attestazione di avvenuta consegna alla formale intestataria, non potendo tale notifica essere ritenuta invalida qualora, pur essendo riconducibile alla destinataria in base alle risultanze del registro delle imprese, l'indirizzo di posta elettronica non sia, di fatto, abilitato all'uso da parte sua, bensì sia reso disponibile a vantaggio di altra società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Giugno 2018, n. 16365.


Concordato "con riserva" riunito al procedimento prefallimentare - Termini per il deposito del piano e della proposta ex art. 161, comma 6, l. fall. - Applicabilità della sospensione feriale - Esclusione
Allorchè il concordato preventivo con riserva sia proposto in pendenza di istanza di fallimento, i termini concessi dal giudice per il deposito della proposta, del piano e della documentazione non sono soggetti alla sospensione feriale, in forza di quanto previsto dall'art. 3 della l. n. 742 del 1960 che, attraverso il richiamo all'art. 92 del r.d. n. 12 del 1941, la esclude per i procedimenti relativi alla dichiarazione e revoca di fallimenti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Giugno 2018, n. 15435.


Concordato preventivo - Legittimazione del P.M. - Richiesta di fallimento depositata dal P.M. dopo l'apertura del procedimento di revoca del concordato - Successiva rinuncia alla domanda di ammissione al concordato - Effetti - Chiusura del procedimento - Esclusione - Conseguenze
La rinuncia alla proposta di concordato preventivo, formulata dal debitore nel corso del procedimento di revoca del concordato medesimo, non determina di per sé, prima di una formale dichiarazione di improcedibilità ad opera del tribunale, la chiusura del procedimento, sicché il P.M., che, a seguito della comunicazione ex art. 173 l.fall., partecipa ordinariamente al procedimento, nel rispetto del contraddittorio e del diritto di difesa delle altre parti, ben può rassegnare le proprie conclusioni che comprendono, oltre alla valutazione negativa della proposta concordataria, anche l'eventuale richiesta di fallimento in ragione della ritenuta insolvenza dell'imprenditore di cui sia venuto a conoscenza a seguito di tale partecipazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Maggio 2018, n. 12010.


Concordato preventivo – Inammissibilità – Istanza di fallimento presentata dal P.M. – Convocazione del debitore con specifico riferimento all'istanza di fallimento del P.M. – Esclusione – Rinvio ad altra udienza l'esame delle istanze di fallimento – Rispetto del termine di quindici giorni previsto dall'art. 15 l. fall. per consentire al debitore di predisporre un'adeguata difesa – Esclusione
All'esito della declaratoria di inammissibilità del concordato non vi è necessità né che il debitore sia convocato in giudizio con specifico riferimento all'istanza di fallimento presentata dal P.M., né che il tribunale, ove ritenga di rinviare ad altra udienza l'esame delle istanze di fallimento, debba rispettare il termine di quindici giorni previsto dall'art. 15 l. fall. per consentire al debitore di predisporre un'adeguata difesa, in quanto il debitore, in mancanza di profili di novità posti a fondamento dell'istanza presentata dal P.M., è tenuto a contrastare fin da subito la richiesta di fallimento avanzata nei suoi confronti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 Maggio 2018, n. 11706.


Notificazione dell'istanza di fallimento al liquidatore - Presso il domicilio eletto per la carica - Validità - Condizioni
In tema di notificazione alle persone giuridiche, qualora la residenza e il domicilio della persona che rappresenta l'ente si trovino nello stesso comune, non opera il criterio preferenziale secondo l'ordine tassativo dei luoghi previsto dall'art. 139, commi 1 e 6, c.p.c., sicché, ricorrendo i presupposti di cui all'art. 145, comma 1, secondo periodo, c.p.c., la notificazione dell'istanza di fallimento al liquidatore di s.r.l. può essere validamente effettuata anche presso il domicilio eletto per la carica all'interno del comune di residenza, essendo il liquidatore tenuto ex art. 2383, comma 4, c.c., quale organo della società in liquidazione, ad indicare il domicilio nel registro delle imprese. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Marzo 2018, n. 7555.


Concordato preventivo - Rinuncia alla domanda - Dichiarazione di improcedibilità - Richiesta di fallimento del P.M. - Art. 7 l.fall. - Inapplicabilità - Conclusioni orali del P.M. all’udienza - Ammissibilità - Fondamento
Alla richiesta di fallimento formulata dal Pubblico Ministero a seguito della dichiarazione di improcedibilità della domanda di concordato preventivo per rinuncia del proponente, non si applica il disposto dell'art. 7 l.fall., in quanto la parte pubblica, una volta informata della proposta di concordato preventivo ai sensi dell'art. 161, comma 5, l.fall., partecipa ordinariamente al procedimento, rassegnando in udienza le proprie conclusioni orali, che possono comprendere anche l'eventuale richiesta di fallimento dell'imprenditore in ragione della sua ritenuta insolvenza, di cui ha avuta conoscenza per effetto di detta partecipazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Marzo 2018, n. 6649.


Fallimento - Domanda di auto-fallimento - Preparazione del concordato preventivo - Compenso all'avvocato per l'assistenza - Prova - Produzione della procura alle liti - Irrilevanza
La produzione in giudizio della procura alle liti non è indispensabile ai fini della prova dello svolgimento dell'attività giudiziale prestata in favore di impresa in vista della proposizione della domanda di auto-fallimento, atteso che il debitore - imprenditore insolvente - che promuove il c.d. procedimento di istruttoria prefallimentare non è tenuto a stare dinanzi al giudice col ministero o l'assistenza di un difensore e che dunque il fatto che il relativo ricorso sia stato presentato da lui personalmente non esclude che si sia rivolto ad un legale per lo studio della pratica e la redazione dell'atto.

Allo stesso modo, la produzione in giudizio della procura alle liti non può essere richiesta quale prova per lo svolgimento di attività stragiudiziale consistita nell'analisi della situazione finanziaria dell'impresa e nella redazione di una bozza di ricorso per l'ammissione della società alla procedura di concordato preventivo, non potendosi escludere, per il solo fatto della mancanza della procura, che tali prestazioni rientrino fra quelle di assistenza nella procedura concorsuale minore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2018, n. 5260.


Concordato preventivo - Procedimento per la revoca dell'ammissione ex art. 173 l. fall. - Decreto di convocazione delle parti - Termine a difesa ex art. 15, comma 3, l. fall. - Necessità - Esclusione - Fondamento
Nell'ambito del procedimento di revoca dell'ammissione al concordato preventivo, il tribunale non è tenuto, con il decreto di convocazione delle parti, a concedere il termine a difesa non inferiore a quindici giorni previsto dall'art. 15, comma 3, l. fall., sia in quanto il rinvio a tale disposizione contenuto nell'art. 173 l. fall. deve intendersi nei limiti della compatibilità, sia in quanto in tale ipotesi il contraddittorio tra creditore istante e debitore si è già instaurato, cosicché quest'ultimo è già a conoscenza della necessità di preparare la propria difesa anche in relazione alla possibile dichiarazione di fallimento, di cui la revoca del concordato costituisce uno dei presupposti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2018, n. 5273.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Notifica d ricorso e edecreto al debitore - Modalità - Pec - irreperibilità del destinatario - Deposito nella casa comunale della sede ove l'impresa è iscritta nel registro imprese
L'art. 15, comma 3, l.f. (nel testo, novellato dalla L. n. 221/012, applicabile ratione temporis) stabilisce che il ricorso per la dichiarazione di fallimento ed il relativo decreto di convocazione devono essere notificati, a cura della cancelleria, all'indirizzo di posta elettronica certificata del debitore (risultante dal R.I. o dall'indice nazionale degli indirizzi pec delle imprese e dei professionisti). Solo quando, per qualsiasi ragione, la notificazione via PEC non risulti possibile o non abbia esito positivo, la notifica andrà eseguita dall'U.G. che, a tal fine, dovrà accedere di persona presso la sede legale del debitore risultante dal R.I., oppure, qualora neppure questa modalità sia attuabile a causa dell'irreperibilità del destinatario, depositerà l'atto nella casa comunale della sede iscritta nel registro. La norma ha dunque introdotto in materia una disciplina speciale, del tutto distinta da quella che, nel codice di rito, regola le notificazioni degli atti del processo: va escluso, pertanto, che residuino ipotesi in cui il ricorso di fallimento e il decreto di convocazione debbano essere notificati, ai sensi dell'art. 138 c.p.c. e segg., o art. 145 c.p.c. (a seconda che l'impresa esercitata dal debitore sia individuale o collettiva), nei diretti confronti del titolare della ditta o del legale rappresentante della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 05 Marzo 2018, n. 5080.


Fallimento - Dichiarazione - Termine per la comparizione del debitore - Abbreviazione ex art. 15, quinto comma, l.fall. - Istanza del creditore - Necessità - Esclusione - Abbreviazione d'ufficio - Ammissibilità - Fondamento
Nell'ambito del procedimento prefallimentare, la valutazione della ricorrenza delle particolari ragioni d'urgenza, che giustificano l'abbreviazione del termine per la comparizione del debitore, può essere compiuta anche d'ufficio dal presidente del tribunale, attesi il tenore letterale dell'attuale art. 15, comma 5, l.fall., che non richiede - a differenza di quanto previsto dall'art. 163 bis, comma 2, c.p.c. per il processo a cognizione ordinaria - la presentazione di un'apposita istanza del creditore, nonché l'interesse pubblicistico all'ordinata gestione dell'insolvenza dell'impresa secondo le regole della concorsualità, tuttora tutelato dalla dichiarazione di fallimento, cui fa riscontro la particolare natura dell'istruttoria prefallimentare, non riducibile ad un processo tra parti contrapposte, in quanto idonea a dar luogo (nel caso di accoglimento della domanda) ad un accertamento costitutivo valevole "erga omnes”. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2018, n. 3083.


Concordato preventivo - Inadempimento ai debiti falcidiati - Istanza di fallimento - Ammissibilità
Non vi sono preclusioni alla dichiarazione di fallimento di società con concordato preventivo omologato ove si faccia questione dell'inadempimento di debiti già sussistenti alla data del ricorso per concordato che con l'omologazione siano stati modificati, dovendosi comunque verificare all'epoca della decisione così sollecitata i presupposti di cui agli artt. 1 e 5 l.fall.

In tal caso, l'azione esperita dal creditore costituisce legittimo esercizio della propria autonoma iniziativa ex art. 6 l.fall., non condizionata dal precetto di cui all'art. 184 l.fall. e dunque a prescindere dalla risoluzione del concordato preventivo, il cui procedimento andrebbe attivato solo se l'istante facesse valere non il credito nella misura ristrutturata (e dunque falcidiata) ma in quella originaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Dicembre 2017.


Concordato preventivo - Inadempimento - Istanza di fallimento - Eccezione opponibile dal debitore
Al creditore che chieda il fallimento del debitore ammesso a concordato concordato preventivo omologato, è possibile opporre la pendenza dell'esecuzione dello stesso e che dunque l'inadempimento di una o più obbligazioni concordatarie si giustifica con la sequenza dei pagamenti previsti nel piano.

Quando tuttavia possa considerarsi cessata la fase esecutiva con esaurimento dell'attivo o sia dimostrata l'inidoneità delle attività al rispetto degli obblighi assunti con il concordato, è possibile provocare il giudizio sulla solvibilità dell'impresa ai sensi degli artt. 6, 7 e 15 l.fall. assumendo, ove necessario, come fatto sopravvenuto ogni circostanza successiva alla omologazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Dicembre 2017.


Concordato preventivo - Inadempimento - Istanza di fallimento - Ammissibilità - Decorso dell'anno di cui all'art. 184 l.f. - Irrilevanza - Istanza proponibile anche dal PM e dai nuovi creditori
Una volta che sia stato omologato il concordato preventivo e sia scaduto il termine per la sua risoluzione (o rigettata la relativa domanda), il debitore continua ad essere obbligato agli obblighi di adempimento, per cui si riapre lo scenario comune delle possibili iniziative dirette a farne accertare l'insolvenza, con possibilità di proporre istanza di fallimento non solo per i creditori già concorsuali nella misura falcidiata, ma anche dal P.M. e dallo stesso debitore, oltre che dai nuovi creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Dicembre 2017.


Fallimento - Imprese soggette - Limite di fallibilità previsto dall'art. 15, comma 9, l.fall. - Credito vantato dalla parte istante - Istruttoria prefallimentare - Prova dell’esposizione debitoria complessiva superiore ad euro trentamila - Rilevanza
Per accertare il superamento della condizione ostativa alla dichiarazione di fallimento prevista dall’art. 15, comma 9, l.fall., non deve aversi riguardo al solo credito vantato dalla parte istante per la dichiarazione di fallimento, ma alla prova, comunque acquisita nel corso dell'istruttoria prefallimentare, dell’esistenza di una esposizione debitoria complessiva superiore ad euro trentamila. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 14 Novembre 2017, n. 26926.


Dichiarazione di fallimento – Procedimento – Società già cancellata dal registro delle imprese – Convocazione e notifica – Modalità
In caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere notificato, ai sensi della L. Fall., art. 15, comma 3, nel testo successivo alle modifiche apportate dal D.L. n. 179 del 2012, art. 17, conv. con modif. nella L. n. 221 del 2012, all'indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata in precedenza comunicato al registro delle imprese, ovvero, nel caso in cui non risulti possibile - per qualsiasi ragione - la notifica a mezzo PEC, direttamente presso la sua sede risultante dal registro delle imprese (Cass. 17946/2016, 26333/2016, 602/2017). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 06 Novembre 2017.


Dichiarazione di fallimento – Procedimento – Presentazione di successivi ricorsi – Notifica al debitore – Esclusione
Anche a seguito delle modifiche apportate dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, nel procedimento per dichiarazione di fallimento al debitore, cui sia stato regolarmente notificato il ricorso nel rispetto delle forme previste dalla legge, non devono essere necessariamente notificati i successivi ricorsi che si inseriscano nel medesimo procedimento, avendo egli l'onere di seguire l'ulteriore sviluppo della procedura e di assumere ogni opportuna iniziativa in ordine ad essa, a tutela dei propri diritti. Pertanto, la circostanza che il fallimento venga dichiarato su istanza di un creditore diverso rispetto a quello da cui proviene la notificazione del ricorso non lede il diritto di difesa, a meno che il debitore non deduca di non essere stato in grado di allegare tempestivamente circostanze idonee a paralizzare l'istanza ulteriore e diversa rispetto a quella che gli era stata tempestivamente notificata (Cass. 24968/2013, 98/2016). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 06 Novembre 2017.


Dichiarazione di fallimento – Procedimento – Delega alla conduzione del procedimento conferita al giudice delegato – Potere di anticipazione dell’udienza e di abbreviazione dei termini – Sussistenza
Nell’ambito del procedimento per dichiarazione di fallimento di cui all’art. 15 l.fall., la delega all’attività di conduzione del procedimento conferita al giudice delegato comprende anche il potere di anticipazione dell’udienza e di abbreviazione dei termini spettanti al presidente del tribunale delegante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 06 Novembre 2017.


Concordato preventivo - Risoluzione - Dichiarazione d’ufficio del fallimento - Questione di costituzionalità - Manifesta infondatezza
E' manifestamente infondata la questione di costituzionalità del combinato disposto degli articoli 137 e 186 l.fall. - sollevata con riferimento agli artt. 3, 35, 38 e 41 della Costituzione - nella parte in cui non prevede che, a seguito della pronuncia di risoluzione del concordato preventivo ad iniziativa di uno o più creditori, il tribunale possa dichiarare d’ufficio il fallimento dell’imprenditore, qualora non vi sia domanda in tal senso da parte dei creditori, del pubblico ministero o dello stesso debitore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 25 Ottobre 2017, n. 222.


Fallimento - Dichiarazione - Deposito della documentazione relativa alla situazione patrimoniale ex art. 15, comma 4, l.fall. - Omissione - Rilevanza probatoria - In danno del fallendo - Ragioni - Fattispecie
In tema di istruttoria prefallimentare, l'omesso deposito da parte dell'imprenditore, nei cui confronti sia proposta istanza di fallimento, della situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata (al pari dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi), in violazione dell'art. 15, comma 4, l.fall. (come sostituito dall'art. 2 del d.lgs. n. 169 del 2007), si risolve in danno dell'imprenditore medesimo, essendo egli onerato della prova del non superamento dei limiti dimensionali, che ne escludono la fallibilità.

(In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che a sua volta aveva rigettato il reclamo avverso la dichiarazione di fallimento, in quanto aveva rilevato che il fallito aveva prodotto come documenti semplici fogli, privi di data e di ogni altra indicazione, e che i ricavi attestati riguardavano i soli ultimi due anni di attività, sebbene la società risultasse costituita molti anni prima della presentazione dell'istanza di fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 24 Ottobre 2017, n. 25188.


Fallimento – Ricorso per la dichiarazione – Società cancellata e in liquidazione – Notifica all'indirizzo di posta elettronica certificata della società
Nel caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere validamente notificato, ai sensi dell’art. 15, comma 3, l.fall., all'indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata in precedenza comunicato al registro delle imprese, ovvero, quando per qualsiasi ragione non risulti possibile la notifica a mezzo PEC, direttamente presso la sua sede risultante sempre dal registro delle imprese e, in caso di ulteriore esito negativo, mediante deposito presso la casa comunale del luogo dove la medesima aveva sede; nè la specialità e completezza di tale disciplina prevista nel procedimento per la dichiarazione di fallimento patiscono una deroga per il caso in cui la società cancellata dal registro delle imprese sia già stata posta in liquidazione, onde va escluso che residuino ipotesi in cui il ricorso di fallimento e il decreto di convocazione debbano essere notificati, ai sensi degli artt. 138 e segg. o 145 c.p.c. (a seconda che l'impresa esercitata dal debitore sia individuale o collettiva), nei diretti confronti del titolare della ditta o del legale rappresentante della società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 10 Ottobre 2017, n. 23728.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Iniziativa per la dichiarazione di “autofallimento” - Difesa tecnica - Necessità - Esclusione - Limiti
Il debitore può assumere l’iniziativa per la dichiarazione del proprio fallimento senza ricorrere al ministero di un difensore, se e fino a quando la sua istanza non confligga con l’intervento avanti al tribunale di altri soggetti, portatori dell’interesse ad escludere la dichiarazione di fallimento, ciò implicando lo svolgimento di un contraddittorio qualificato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Agosto 2017, n. 20187.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Reclamo – Desistenza successiva alla dichiarazione di fallimento – Revoca della sentenza di fallimento – Esclusione
La desistenza o rinuncia dell'unico creditore istante rilasciata in data successiva alla dichiarazione di fallimento non è idonea a determinare l'accoglimento del reclamo e, conseguentemente, la revoca della sentenza di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 07 Agosto 2017, n. 19682.


Notifica del ricorso di fallimento alle società ex art. 15, comma 3, l.fall. - Specialità della disciplina - Conseguenze - Applicabilità delle disciplina codicistica delle notificazioni agli irreperibili - Esclusione
L’art. 15, comma 3, l.fall. (nel testo novellato dall'art. 17 del d.l. n. 179 del 2012, conv., con modif. in l. n. 221 del 2012), nel prevedere che la notificazione del ricorso per la dichiarazione di fallimento alla società può essere eseguita tramite PEC all’indirizzo della stessa e, in caso di esito negativo, presso la sua sede legale come risultante dal registro delle imprese, oppure, qualora neppure questa modalità sia andata a buon fine, mediante deposito dell'atto nella casa comunale della sede iscritta nel registro, introduce una disciplina speciale semplificata che, coniugando la tutela del diritto di difesa del debitore con le esigenze di celerità e speditezza intrinseche al procedimento concorsuale, esclude l’applicabilità della disciplina ordinaria prevista dall’art. 145 c.p.c. per le ipotesi di irreperibilità del destinatario della notifica. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Agosto 2017, n. 19688.


Fallimenti - Dichiarazione - Presupposti - Limite quantitativo dei debiti scaduti e non pagati - Onere della prova - Deduzione dell'esistenza di molte domande d'insinuazione al passivo - Irrilevanza
L'art. 15, u.c., l.fall., stabilisce espressamente che il limite quantitativo di fallibilità riferito ai debiti scaduti e non pagati (euro 30.000), costituendo, una condizione oggettiva di fallibilità, deve risultare dagli atti dell'istruttoria prefallimentare (Cass. 14727 del 2016); ne consegue che il positivo superamento dell'ammontare predeterminato dalla norma, quando sia contestato in sede di reclamo, deve, sulla base degli ordinari criteri d'imputazione dell'onus probandi, essere allegato e provato dal fallimento o dai creditori, con la precisazione che la mera deduzione in ricorso dell'esistenza di molte domande d'insinuazione al passivo è del tutto irrilevante, in quanto si tratta di accertamenti successivi alla fase prefallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 31 Luglio 2017, n. 18997.


Fallimento - Sequestro preventivo per equivalente finalizzato alla confisca - Impugnazione - Oggetto del sequestro - Somme in giacenza sul conto corrente della procedura derivanti dall'attività di gestione degli organi fallimentari - Legittimazione del curatore - Sussistenza
Il curatore è legittimato all'impugnativa del provvedimento di sequestro preventivo per equivalente, finalizzato alla confisca (nella specie per il reato di cui all'art. 10-bis d.lgs. n. 74 del 2000), nel caso in cui oggetto del sequestro siano le somme in giacenza sul conto corrente della procedura concorsuale derivanti dall'attività di gestione degli organi fallimentari, con l'avvertenza tuttavia che il giudice del gravame deve apprezzare nel caso concreto il diritto e l'interesse del curatore fallimentare all'impugnativa delle misure cautelari reali, avuto riguardo alla specialità delle norme fallimentari, da un lato, ed alla specialità delle norme penali dall'altro, formulando di volta in volta un giudizio di bilanciamento dei contrapposti interessi anche tenuto conto del principio della prevenzione.


["Proprio, cogliendo lo spunto incidentale del precedente n. 42469/16 questa Corte ha l'occasione di portare il ragionamento più in là, affermando con certezza la legittimazione all'impugnativa del curatore, in un caso, come quello in esame, in cui oggetto del sequestro sono proprio le somme in giacenza sul conto corrente della procedura concorsuale e derivanti dall'attività di gestione degli organi fallimentari. Peraltro, non basta a superare tale peculiare condizione (per la quale non constano precedenti) ed a fondare il difetto di legittimazione del curatore sulla base della considerazione che l'attivo sia riconducibile comunque ai soggetti indagati del reato tributario, perchè, anche se si superasse il criterio della prevenzione come ha inteso fare la sentenza Focarelli nel caso della confisca obbligatoria, non può non osservarsi che nella specie non è nota la composizione della massa attiva fallimentare, e cioè l'origine della giacenza del conto corrente: le somme acquisite potrebbero, ad esempio, essere il risultato del fruttuoso esperimento di azioni revocatorie fallimentari il cui presupposto è proprio la dichiarazione di fallimento o di azioni di responsabilità esercitate nell'interesse dei creditori sociali, in cui quindi il curatore non ha agito in surroga del fallito, bensì in rappresentanza dell'intera massa dei creditori sociali, casi entrambi nei quali è certamente da escludere il diritto di proprietà della società fallita o dell'indagato.

Peraltro, quanto all'interesse ad impugnare, l'idea secondo la quale l'interessato coincida sempre con l'indagato o con la società fallita è tutta da verificare in concreto, perchè, allorquando sui beni siano apposti plurimi vincoli, è ben possibile che l'indagato non abbia alcun interesse, mentre la curatela ne abbia molteplici, sicchè negarle seccamente la legittimazione, sulla base di una tralaticia applicazione del principio della sentenza Uniland finisce per negare la tutela all'avente diritto. Per contro, generalizzare la legittimazione del curatore all'impugnativa, negandola all'indagato o al legale rappresentante della società fallita pure conduce ad un diniego di tutela quando la curatela abbia dimostrato disinteresse per quell'azione giudiziale.

Ribadito che, nella specie, la curatela ha certamente la legittimazione ad impugnare il sequestro dei propri beni, va affermato il seguente principio di diritto: il giudice deve apprezzare nel caso concreto il diritto e l'interesse del curatore fallimentare all'impugnativa delle misure cautelari reali, avuto riguardo alla specialità delle norme fallimentari, da un lato, ed alle specialità delle norme penali dall'altro e formulando di volta in volta un giudizio di bilanciamento dei contrapposti interessi anche tenuto conto del principio della prevenzione."] (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione penale, 27 Luglio 2017, n. 37439.


Concordato preventivo – Istanza di fallimento – Risoluzione
Il creditore insoddisfatto può presentare istanza di fallimento a prescindere dalla risoluzione del concordato preventivo qualora intenda far valere il credito insoddisfatto nella misura falcidiata dalla proposta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 17 Luglio 2017, n. 17703.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notificazione a persona giuridica – Speciale procedimento di cui all’art. 15 l.f. – Deposito nella casa comunale – Questione di legittimità costituzionale – Infondatezza
La specialità e la complessità degli interessi (comuni ad una pluralità di operatori economici, ed anche di natura pubblica in ragione delle connotazioni soggettive del debitore e della dimensione oggettiva del debito), che il legislatore del 2012 ha inteso tutelare con l’introdotta semplificazione del procedimento notificatorio nell’ambito della procedura fallimentare, segnano l’innegabile diversità tra il suddetto procedimento e quello ordinario di notifica ex art. 145 cod. proc. civ. e, con riferimento all’art. 24 Cost., va detto che il diritto di difesa, nella sua declinazione di conoscibilità, da parte del debitore, dell’attivazione del procedimento fallimentare a suo carico, è adeguatamente garantito dalla norma denunciata, proprio in ragione del predisposto duplice meccanismo di ricerca della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 11 Luglio 2017, n. 162.


Fallimento – Dichiarazione – Segnalazione al P.M. della notitia decoctionis – Contenuto decisorio – Esclusione – Incompatibilità a decidere sul fallimento del giudice che ha trasmesso al P.M. la notizia – Esclusione
Se è condivisibile l'affermazione secondo la quale il legislatore della riforma della legge fallimentare ha inteso escludere, in modo assoluto, qualunque dubbio sulla posizione di terzietà del giudice chiamato a rendere la decisione sulla dichiarazione di fallimento, non altrettanto può dirsi per l'applicazione di tale principio al rapporto tra giudice che effettua la segnalazione al P.M. e quello che decide sull’istanza di fallimento; ed infatti, al riguardo, occorre evidenziare che la trasmissione al P.M. della notitia decoctionis non ha alcun contenuto decisorio, nemmeno come esito di una delibazione sommaria, sicchè, non essendovi alcuna coincidenza fra il contenuto della segnalazione e l'oggetto della successiva istruttoria conseguente all'iniziativa del P.M., non è neppure astrattamente configurabile una violazione dei principi di terzietà e imparzialità del giudice, intesi come sua equidistanza dall'oggetto del giudizio e dalle parti.

Eventuali disfunzioni riconducibili a patologie del sistema, quali quelle di un eccessivo appiattimento del P.M. o del tribunale sulle posizioni assunte dall'altro organo in ragione della intervenuta segnalazione di insolvenza e delle successive iniziative adottate, si sottraggono all'esame del giudizio di legittimità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 19 Giugno 2017, n. 15131.


Fallimento – Dichiarazione – Presupposti – Prova – Bilanci degli ultimi tre esercizi – Approvazione e deposito presso il registro imprese – Necessità
In tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, legge fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi che l'imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell'art. 15, comma 4, legge fall., sono quelli già approvati e depositati nel registro delle imprese, ai sensi dell'art. 2435 c.c.; sicché, ove difettino tali requisiti, o essi non siano ritualmente osservati, il giudice può motivatamente non tenere conto dei bilanci prodotti, rimanendo l'imprenditore onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 31 Maggio 2017, n. 13746.


Fallimento – Dichiarazione – Istanza di fallimento del pubblico ministero – Mancata partecipazione all’udienza – Rinuncia all’istanza – Esclusione
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, quando l'iniziativa sia stata assunta dal pubblico ministero, affinché il giudice possa pronunciarsi nel merito è sufficiente che il ricorso sia stato ritualmente notificato all'imprenditore, sicché è irrilevante la mancata partecipazione della parte pubblica all'udienza prefallimentare, non potendosi trarre da tale condotta alcuna volontà, anche solo implicita, di rinunciare desistere all'istanza presentata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 18 Maggio 2017.


Fallimento – Autorizzazione al curatore a presentare istanza di fallimento nei confronti di società ammessa alla procedura di concordato preventivo – Dichiarazione di fallimento – Obbligo di astensione del giudice – Sussistenza
La concessione al curatore dell’autorizzazione a presentare istanza di fallimento nei confronti di società ammessa alla procedura di concordato preventivo integra un’ipotesi di incompatibilità riconducibile alla previsione di cui all’art. 51, comma 1, n. 4 c.p.c., la quale non priva il giudice della potestas iudicandi in ordine al fallimento del debitore ma dà luogo ad un obbligo di astensione che può esser fatto valere dall’interessato mediante l’istanza di ricusazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 16 Maggio 2017, n. 12066.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notifica al debitore collettivo – Modalità – Illegittimità costituzionale per disparità di trattamento – Esclusione – Ratio
La Corte costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 15, comma 3, (come sostituito dal D.L. n. 179 del 2012), il quale stabilisce che alla notifica del ricorso per la dichiarazione di fallimento dell'imprenditore collettivo e del decreto di fissazione dell'udienza debba procedere la cancelleria all'indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) risultante dal registro delle imprese ovvero dall'indice nazionale degli indirizzi PEC ovvero, qualora ciò risulti impossibile o abbia avuto esito negativo, il creditore istante a mezzo di ufficiale giudiziario, il quale dovrà accedere presso la sede legale con successivo deposito nella casa comunale, ove il destinatario non sia li reperito.

L'asserita irragionevole disparità di trattamento rispetto alle modalità richieste per la notifica ordinaria a persona giuridica dall'art. 145 cod. proc. civ. - che, per l'evenienza del mancato reperimento del destinatario presso la sede legale, impone di dare notizia dei prescritti incombenti e consente, alternativamente, la notifica alla persona fisica del legale rappresentante - è esclusa dalla diversità delle fattispecie a confronto, che ne giustifica, in termini di ragionevolezza, la diversa disciplina.

A differenza dell'evocato art. 145, esclusivamente finalizzato ad assicurare alla persona giuridica l'effettivo esercizio del diritto di difesa in relazione agli atti ad essa indirizzati, la contestata disposizione si propone di coniugare la stessa finalità di tutela del diritto di difesa dell'imprenditore collettivo con le esigenze di celerità e speditezza proprie del procedimento concorsuale, prevedendo che il tribunale sia esonerato dall'adempimento di ulteriori formalità quando la situazione di irreperibilità debba imputarsi all'imprenditore.

La specialità e la complessità degli interessi (comuni ad una pluralità di operatori economici, ed anche di natura pubblica in ragione delle connotazioni soggettive del debitore e della dimensione oggettiva del debito), che il legislatore del 2012 ha inteso tutelare, segnano l'innegabile diversità tra il descritto procedimento speciale e quello ordinario di notifica. Inoltre, la norma denunciata garantisce adeguatamente il diritto di difesa, nella sua declinazione di conoscibilità, da parte del debitore, dell'attivazione del procedimento fallimentare a suo carico, proprio in ragione del predisposto duplice meccanismo di ricerca della società. Questa, infatti, ai fini della sua partecipazione al giudizio, viene notiziata prima presso l'indirizzo PEC, del quale è obbligata a dotarsi e che è tenuta a mantenere attivo durante la vita dell'impresa, in forza di un sistema che presuppone il corretto operare della disciplina delle comunicazioni telematiche dell'ufficio giudiziario e che consente di giungere ad una conoscibilità effettiva dell'atto da notificare equipollente a quella conseguibile con i meccanismi ordinari (ufficiale giudiziario e agente postale). Solo a fronte della non utile attivazione di tale primo meccanismo segue la notificazione presso l'indirizzo della sede legale, da indicare obbligatoriamente nel registro delle imprese, la cui funzione è assicurare un sistema organico di pubblicità legale che renda conoscibili ed opponibili ai terzi i dati concernenti l'impresa e le sue principali vicende. In caso di esito negativo del duplice meccanismo di notifica, il deposito dell'atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale ragionevolmente si pone come conseguenza immediata e diretta della violazione, da parte dell'imprenditore collettivo, di obblighi impostigli per legge (Corte Costituzionale nella sentenza n. 146 depositata il 16 giugno 2016). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 21 Aprile 2017, n. 10132.


Dichiarazione di fallimento – Iniziativa – Legittimazione del pubblico ministero – Ampliamento a tutti i casi nei quali l'organo abbia istituzionalmente appreso la notitia decoctionis
La volontà legislativa che emerge dalla lettura delle ipotesi alternative previste dall’art. 7, comma 1, n. 1, legge fall. una volta venuta meno la possibilità di dichiarare il fallimento d'ufficio, è chiaramente nel senso di ampliare la legittimazione del pubblico ministero alla presentazione della richiesta per dichiarazione di fallimento a tutti i casi nei quali l'organo abbia istituzionalmente appreso la notitia decoctionis; e tale soluzione interpretativa trova conforto sia nella previsione dell’art. 7, comma 1, n. 2, legge fall., che si riferisce al procedimento civile senza limitazioni di sorta, sia nella Relazione allo schema di D.Lgs. di riforma delle procedure concorsuali, che fa riferimento a qualsiasi notitia decoctionis emersa nel corso di un procedimento penale.

Si tratta invero di indirizzo, inaugurato da Cass. 9260/2011, poi ripreso e completato da ulteriori arresti. Così Cass. 17903/2015 ha valorizzato l'atto di responsabilità con cui il pubblico ministero può anche limitarsi a far proprie le segnalazioni del giudice civile remittente, competendo poi al giudice che dichiara l'insolvenza l'autonoma responsabilità di dar conto dei rispettivi presupposti e così nettamente distinguendo l'iniziativa per un verso e la decisione del tribunale, per l'altro. E Cass. 8977/2016 ha ricostruito la notitia decoctionis, come compatibile con una fonte che sia anche solo l'indagine svolta nei confronti di soggetti diversi o collegati all'imprenditore, con atti di approfondimento, sul piano investigativo, successivi alla formulazione delle richieste in sede penale, essendo sufficiente che "quegli approfondimenti non costituiscano una nuova e arbitraria iniziativa d'indagine, ma si caratterizzino come uno sviluppo di essa, collegato strettamente alle sue risultanze, per quanto non complete, già acquisite nel corso dell'indagine penale".

Si tratta dunque di un catalogo che esprime un'univoca direzione ermeneutica in ordine alla nozione di procedimento penale, non coincidente con il processo penale in senso stretto, cioè il mero segmento processuale in cui sia stata già esercitata l'azione penale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 06 Aprile 2017, n. 8903.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notifica al debitore del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza – Attestazione della impossibilità di eseguire la notifica a mezzo PEC – Allegazione del messaggio ritrasmesso dal gestore della posta elettronica certificata attestante l'esito negativo dell'invio – Non necessità – Attestazione del cancelliere
L’art. 15, comma 3, legge fall. nel disporre che "quando, per qualsiasi ragione, la notificazione non risulta possibile o non ha esito positivo, la notifica, a cura del ricorrente, del ricorso e del decreto si esegue esclusivamente di persona a norma del D.P.R. 15 dicembre 1959, n. 1229, art. 107, comma 1, presso la sede risultante dal registro delle imprese", non prevede particolari modalità attestative circa l'impossibilità di eseguire la notifica a mezzo PEC, nè richiede la specifica allegazione del messaggio ritrasmesso dal gestore della posta elettronica certificata attestante l'esito negativo dell'invio, ben potendo l'esito della notifica essere attestato dal cancelliere al quale sia stato affidato il compito di procedere alla notifica in via telematica. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 28 Marzo 2017, n. 8014.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notifica a mezzo PEC nei termini previsti ma conosciuta dalla fallenda solo dopo la data della comparizione – Diritto di difesa
La notifica del ricorso di fallimento e del decreto di fissazione, avvenuta a mezzo PEC nei termini previsti ma conosciuta dalla fallenda solo dopo la data della comparizione (avendo solo tardivamente questa provveduto all'effettiva apertura della casella di posta certificata), non compromette il diritto di difesa della fallenda atteso che sia la notifica al domicilio sia quella telematica si fondano sullo stesso principio di fondo che è quello della conoscibilità dell'atto secondo un criterio di ordinaria diligenza del destinatario (circa il costante controllo degli atti ricevuti presso il domicilio reale o telematico). Il sistema vigente, inoltre, non prevede la necessità di una certificazione di conformità all'originale degli atti da parte del cancelliere. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 22 Marzo 2017, n. 7390.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza – Notifica all’ente ex art. 140 c.p.c. – Nullità
In base al nuovo testo dell'art. 145 c.p.c., la notifica del ricorso per la dichiarazione di fallimento non può essere eseguita ai sensi dell’art. 140 c.p.c. mediante invio a mezzo raccomandata a.r. dell'avviso di deposito presso la Casa Comunale dell'atto da notificare ex art. 48 disp. att. c.p.c. La disposizione prevede, infatti, che la notifica possa essere eseguita alternativamente e senza gradualità presso la sede dell'ente con consegna di copia dell'atto al rappresentante o alla persona incaricata di ricevere le notificazioni o, in via gradata, all'addetto alla sede, o al portiere dello stabile oppure alla persona fisica che rappresenta l'ente. Esclusivamente in tale ipotesi il comma 3, consente la notifica ex artt. 140 e 143 c.p.c., ma non quando la notifica venga eseguita presso la sede dell'ente.

Nella sentenza n. 9237 del 2012 viene affermato espressamente che mentre nel regime previgente le S.U. con la sentenza n. 8091 del 2002 avevano affermato, per supplire alla lacuna della norma processuale che non prevedeva la possibilità di una notifica agli enti ex artt. 140 e 143 c.p.c., che "esaurite le forme di notificazione previste espressamente dall'art. 145 c.p.c., si applicassero gli artt. 140 e 143, precisando, quanto alla notificazione a norma dell'art. 140 c.p.c., che ciò dovesse essere fatto nei confronti del legale rappresentante, se indicato nell'atto e purché avesse un indirizzo diverso da quello della sede dell'ente; oppure, nel caso in cui la persona fisica non fosse indicata nell'atto da notificare, direttamente nei confronti della società"(...).

In base alla nuova disciplina, dunque, il vano esperimento delle forme di notificazione previste nell'art. 145 c.p.c., commi 1 e 2, consente bensì l'utilizzazione delle forme previste dagli artt. 140 e 143 c.p.c., per la notificazione alle persone giuridiche. Ciò, tuttavia, con la doppia precisazione che: 1) la notifica è fatta alla persona fisica che rappresenta l'ente, e non già all'ente in forma impersonale (cfr. Cass. ord. 13 settembre 2011 n. 18762), e 2) le due strade sono alternative, dovendosi seguire quella prevista dall'art. 140, se il recapito della predetta persona fisica è noto, ma sul luogo non si rinvengono persone alle quali consegnare il plico, e quella prevista dall'art. 143, nel caso d'irreperibilità della persona fisica medesima. I medesimi principi erano stati già affermati nella sentenza n. 18762 del 2012 con la quale era stata estesa anche alla notificazione presso la sede dell'ente della notificazione a mezzo posta ma si era ribadito che le forme di notificazione ex artt. 140 e 143 c.p.c., "sono riservate esclusivamente alla notifica al legale rappresentante". (principi omologhi si ritrovano anche nella sentenza n. 22957 del 2012). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 14 Marzo 2017.


Concordato preventivo – Scopo di differire la dichiarazione di fallimento – Abuso del processo – Utilizzo di strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate
La domanda di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, presentata dal debitore non per regolare la crisi dell'impresa attraverso un accordo con i suoi creditori, ma con il palese scopo di differire la dichiarazione di fallimento, è inammissibile in quanto integra gli estremi di un abuso del processo; il quale abuso in generale ricorre quando, con violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede e dei principi di lealtà processuale e del giusto processo, si utilizzano strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle per le quali l'ordinamento li ha predisposti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 07 Marzo 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Principio di non contestazione – Applicabilità
Il principio di non contestazione di cui all’art. 115 c.p.c., sintetizzando una tecnica di semplificazione della prova dei fatti dedotti, ha dignità di regola generale e, come tale, opera a pieno titolo anche nel processo di fallimento; anche se l'operatività in materia fallimentare è stata affermata solo in relazione al procedimento di opposizione allo stato passivo (salvo il potere del giudice delegato di sollevare a sua volta eccezioni in via officiosa: v. tra le altre Cass, sez. I, 16554/2015), niente induce a ritenere che lo stesso non abbia ad applicarsi al procedimento per dichiarazione di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 28 Febbraio 2017, n. 5067.


Fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - Fallimento - Fallimento in estensione - Reclamo - Litisconsorzio necessario con i creditori ricorrenti - Sussistenza - Integrazione del contraddittorio in sede di legittimità - Superfluità - Condizioni

Società e consorzi - Società con soci a responsabilità illimitata - Società di fatto - Fallimento dei soci - Dichiarazione di fallimento in estensione - Decreto di comparizione delle parti - Omessa indicazione nel decreto di convocazione dell'invito a depositare bilanci e situazione patrimoniale della società - Irrilevanza - Ragioni

A seguito delle modifiche alla legge fallimentare introdotte con il d.lgs. n. 169 del 2007, i creditori che hanno proposto il ricorso di fallimento nei confronti di una società di persone o di un imprenditore apparentemente individuale sono litisconsorti necessari nel giudizio di reclamo alla sentenza dichiarativa di fallimento proposto dal socio illimitatamente responsabile, cui il fallimento sia stato successivamente esteso, in ragione dei pregiudizi che la revoca del fallimento potrebbe arrecare alle loro pretese, che, ai sensi dell'art. 148 l.fall., si intendono dichiarate anche nel fallimento dei singoli soci. Ne consegue che, se il giudice di primo grado non ha disposto l'integrazione del contraddittorio e la corte d'appello non ha provveduto a rimettere la causa al primo giudice ex art. 354, comma 1, c.p.c., resta viziato l'intero procedimento e si impone, in sede di legittimità, l'annullamento, anche d'ufficio, delle pronunce emesse ed il rinvio della causa al giudice di prime cure giusta l'art. 383, ultimo comma, c.p.c., salvo che l'impugnazione risulti assolutamente infondata, l'integrazione del contraddittorio (e dunque la rimessione del giudizio alla prima fase), in tal caso, essendo, in forza del principio della ragionevole durata del processo, del tutto ininfluente sull'esito del procedimento. (massima ufficiale)

Nel procedimento per l’estensione di fallimento al socio illimitatamente responsabile, la mancanza, nel decreto di convocazione, dell'invito a depositare i bilanci degli ultimi tre esercizi e la situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata della società è del tutto irrilevante, trattandosi di documentazione già acquisita nell'ambito dell'istruttoria prefallimentare relativa a quest’ultima. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Febbraio 2017, n. 4917.


Concordato preventivo - Domanda di concordato con riserva proposta successivamente ad altra domanda dichiarata inammissibile - Esame dell'eventuale istanza di fallimento - Divieto di azioni esecutive o cautelari di cui all'art. 168 l.fall. - Fatto ostativo - Esclusione - Fondamento
Nel caso in cui, all’esito della declaratoria di inammissibilità della domanda di concordato preventivo, venga presentata una nuova proposta di concordato con riserva, non è di ostacolo all’esame dell’istanza di fallimento eventualmente formulata la previsione dell’art. 168 l.fall., atteso che, da un lato, tale norma si riferisce alle sole azioni esecutive o cautelari, tra le quali non rientra il ricorso per dichiarazione di fallimento, e, dall’altro, perché l'art. 162, comma 2, l.fall., consentendo al tribunale di dichiarare senz'altro il fallimento del debitore, si limita a subordinare la relativa pronuncia ad un'istanza del creditore o alla richiesta del Pubblico Ministero. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Febbraio 2017.


Fallimento – Procedimento – Revoca della dichiarazione di fallimento per difetto di condizione di procedibilità – Autorità di giudicato – Esclusione – Nuova sentenza di fallimento fondata sui medesimi elementi di fatto – Ammissibilità
La statuizione di revoca della dichiarazione di fallimento per difetto di una condizione di procedibilità dell'azione (e non per l'accertamento negativo dello stato di insolvenza), è inidonea ad assumere autorità di giudicato in senso sostanziale, e non osta, pertanto, all'emissione di una nuova sentenza dichiarativa nei confronti dell’impresa, ancorché fondata sui medesimi elementi di fatto che, già nella prima sentenza, erano stati ritenuti indicativi del suo dissesto. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 06 Febbraio 2017, n. 2958.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Notifica al debitore a mezzo PG
E’ valida la notifica del ricorso per fallimento e del decreto di fissazione dell’udienza eseguita tramite polizia giudiziaria a ciò autorizzata dal giudice delegato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 30 Gennaio 2017, n. 2235.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Errata indicazione della data di convocazione - Nullità - Esclusione
Il procedimento per la dichiarazione di fallimento disciplinato dall’art. 15 l.fall. è espressamente assoggettato (dopo l'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006) al principio della domanda, e ad esso, per tutto quanto non specificamente regolato dalla disposizione suddetta, si applicano le norme del codice di rito, secondo l'interpretazione datane dalla giurisprudenza. Pertanto, la notifica dell'istanza di fallimento, e del pedissequo decreto di convocazione, che contenga l'errata indicazione della data dell'udienza fissata per la comparizione del debitore, non dà luogo ad alcuna nullità qualora l'errore sia riconoscibile e la data esatta possa essere individuata con l'uso dell'ordinaria diligenza, occorrendo coniugare il diritto di difesa dell'imprenditore con le esigenze di specialità e di speditezza cui deve essere improntato il procedimento prefallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Gennaio 2017, n. 1338.


Concordato preventivo – Contemporanea pendenza di domanda di fallimento – Coordinamento tra le due procedure
Nessuna valenza preclusiva potrebbe discendere dalla mancata contestazione del decreto con il quale il tribunale, eventualmente utilizzando impropriamente la definizione di improcedibilità, soprassieda alla decisione dell’istanza di fallimento in attesa che si concluda il procedimento concordatario. Si tratta infatti di provvedimento che, assunto quale atto ricognitivo di un temporaneo limite alle decisioni sul fallimento assumibili dal tribunale e attuativo del necessario coordinamento tra le procedure, fa procedere la trattazione della domanda di concordato perché si giunga, il prima possibile, al suo esaurimento. Detto provvedimento non è dunque suscettibile - in questa veste - di alcuna utile impugnabilità, perché non conformativo di un diritto dell'istante e comunque destinato ad essere superato in presenta di uno dei possibili incidenti del procedimento di concordato (Cass. 17764/2016).

Per un verso, infatti, i soggetti autori della relativa iniziativa conservano la pienezza dei poteri di impulso alla prosecuzione del procedimento prefallimentare una volta che sia rimossa la condizione preclusiva ad una pronuncia positiva di fallimento, ma senza che l'arresto della trattazione della domanda fallimentare coincida con il completo esaurimento di un procedimento autonomo. Resta invece quel segmento di interlocuzione tra debitore, creditori o P.M. e tribunale, confinato come detto ad una "fase" del tutto in itinere, come tale suscettibile di ritrovare sviluppo e prosecuzione al verificarsi di un primo evento disciplinante (ancorché in modo non definitivo) la domanda di concordato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 18 Gennaio 2017, n. 1169.


Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Stato d'insolvenza - Istanza di fallimento fondata su fideiussione sottoscritta dal “falsus procurator” - Ratifica implicita in assenza di specifiche contestazioni - Esclusione
Le difese svolte, in sede di procedimento per la dichiarazione di fallimento, dal convenuto che, senza contestare specificamente la legittimazione attiva del ricorrente, si limiti a contrastare nel merito la pretesa del creditore fondata su di un negozio fideiussorio sottoscritto in nome e per conto del debitore, ma da soggetto privo di poteri rappresentativi, non sono idonee a ratificare l’attività del “falsus procurator”, in assenza di una chiara ed univoca volontà del debitore di far proprio tale contratto, incompatibile con la volontà di farne valere l’inefficacia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Gennaio 2017, n. 1158.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notificazione del ricorso di fallimento – Mancato rispetto degli obblighi di dotarsi di indirizzo PEC e di indicare la sede dell’impresa nel registro delle imprese – Conseguenze
Introducendo uno speciale procedimento per la notificazione del ricorso di fallimento - che fa gravare sull'imprenditore le conseguenze negative derivanti dal mancato rispetto degli obblighi di dotarsi di indirizzo PEC e di indicare la sede dell’impresa nel registro delle imprese - il legislatore del 2012 ha inteso codificare, ed anzi rafforzare, il principio (consolidato nella giurisprudenza formatasi nel vigore della legge fallimentare non ancora riformata dal d. Igs. n. 5/06) secondo cui il tribunale, pur essendo tenuto a disporre la previa comparizione in camera di consiglio del debitore fallendo e ad effettuare, a tal fine, ogni ricerca per provvedere alla notificazione dell'avviso di convocazione, è esonerato dal compimento di ulteriori formalità allorché la situazione di irreperibilità di questi debba imputarsi alla sua stessa negligenza e/o ad una condotta non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 12 Gennaio 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notificazione del ricorso di fallimento – Indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata
Anche nel caso di società cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento è validamente notificato, ai sensi dell'art. 15, comma 3, legge fall. (nel testo novellato dal d.l. 18 ottobre 2012 n. 179, convertito, con modificazioni, dalla I. 17 dicembre 2012 n. 221) all'indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata, in precedenza comunicato al predetto registro. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 12 Gennaio 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notifica di ricorso e decreto al debitore – Notifica a mezzo PEC all’indirizzo comunicato dall’imprenditore – Erroneità – Irrilevanza
La notifica telematica del ricorso di fallimento e del decreto ex art. 15, comma 3, legge fall., nel testo successivo alle modifiche apportate dall'art.17 del d.l. 179 del 2012, convertito dalla l. 221/2012, si perfeziona nel momento in cui perviene all'indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario, precedentemente comunicato dal medesimo al momento della sua iscrizione nel registro delle imprese, ai sensi dell'art.16, comma 6, del d.l. 185/2008, convertito dalla l. 2/2009 e dell'art.5, comma 1, del d.l. 179/2012, convertito dalla l. 221/2012, salva la prova che l'indirizzo Pec risultante dal detto registro sia erroneo per fatto non imputabile all'imprenditore che ha effettuato la comunicazione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 03 Gennaio 2017, n. 31.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Notifica telematica del ricorso di fallimento - Perfezionamento - Rispetto della sequenza procedimentale prevista dalla legge - Necessità - Amministratore unico della società resistente in stato di detenzione cautelare – Irrilevanza - Fondamento
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, la notifica telematica del ricorso, prevista dall'art. 15, comma 3, l.fall. - nel testo successivo alle modifiche apportategli dall'art. 17 del d.l. n. 179 del 2012, conv., con modif., dalla l. n. 221 del 2012 - si perfeziona, ove sia rispettata la sequenza procedimentale stabilita dalla legge, anche nell’ipotesi in cui l’amministratore unico della società resistente sia, nel giorno della notifica e fino alla pronuncia della sentenza dichiarativa di fallimento, in stato di detenzione cautelare, atteso che, come ritenuto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 146 del 2016, le esigenze di contemperamento tra il diritto di difesa e gli obiettivi di speditezza e operatività, ai quali deve essere improntato il procedimento concorsuale, giustificano che il tribunale resti esonerato dall'adempimento di ulteriori formalità, ancorché normalmente previste dal codice di rito, allorquando la situazione di irreperibilità dell'imprenditore debba imputarsi alla sua stessa negligenza ed a condotta non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 27 Dicembre 2016, n. 27054.


Fallimento - Dichiarazione - Comparizione del debitore che lamenti il mancato rispetto del termine ex art. 15, comma 3, l.fall. - Fissazione di nuova udienza - Ammissibilità - Fondamento
Nell'ambito del procedimento prefallimentare, deve ritenersi consentita, in applicazione dell'art. 164, comma 3, c.p.c. ed in assenza di una previsione contraria o incompatibile dettata dalla disciplina speciale, la fissazione di una nuova udienza dopo la comparizione del debitore, il quale lamenti il mancato rispetto del termine di comparizione di cui all'art. 15, comma 3, l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Dicembre 2016, n. 26945.


Concordato preventivo – Cessione dei beni – Fattibilità giuridica del piano – Sequestro preventivo di beni ex d.lgs. 231 del 2001 – Cessazione del vincolo cautelare – Competenza del giudice penale
In tema di concordato preventivo con cessione totale dei beni, la fattibilità giuridica del piano costituisce presupposto di ammissibilità della proposta; ne consegue che quando a carico della società proponente sia stato disposto un sequestro preventivo di beni destinato alla confisca secondo il regime di cui al d.lgs. 231 del 2001, è sempre necessario ottenere dal giudice penale la cessazione del vincolo cautelare, in mancanza, restando sottratto al giudice della procedura concorsuale ogni potere di sindacare la legittimità del provvedimento, la proposta va dichiarata senz'altro inammissibile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 Dicembre 2016.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Notificata al debitore - Specialità del procedimento di notifica - Diversità rispetto a quello ordinario - Ratio
La specialità e la complessità degli interessi tutelati dal legislatore del fallimento - comuni a una pluralità di operatori economici, e anche di natura pubblica in ragione delle connotazioni soggettive del debitore e della dimensione oggettiva del debito - giustificano e caratterizzano la diversità tra il procedimento ordinario di notifica e quello speciale con il quale il debitore viene informato della domanda di fallimento e della fissazione della relativa udienza.
 
La norma, contenuta nell’articolo 15 legge fall., garantisce, infatti, adeguatamente il diritto di difesa, nella declinazione di conoscibilità, da parte del debitore, dell'attivazione del procedimento fallimentare a suo carico, proprio in ragione del predisposto duplice meccanismo di ricerca della società, la quale viene notiziata prima presso l'indirizzo PEC, del quale è obbligata a dotarsi e che è tenuta a mantenere attivo durante la vita dell'impresa in forza di un sistema che presuppone il corretto operare della disciplina delle comunicazioni telematiche dell'ufficio giudiziario, tale da raggiungere una conoscibilità effettiva dell'atto da notificare equipollente a quella conseguibile con i meccanismi ordinari; quindi, in caso di inutile attivazione di tale primo meccanismo, mediante notificazione presso l'indirizzo della sede legale, da indicare obbligatoriamente nel registro delle imprese. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 Dicembre 2016, n. 26333.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notifica al debitore – Variazioni della rappresentanza o della sede – Irrilevanza
Ai fini della notificazione dell’istanza di fallimento, non sono opponibili ai terzi - e quindi non rilevano - le variazioni della rappresentanza o della sede della persona giuridica che non siano state iscritte nel registro delle imprese. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 19 Dicembre 2016, n. 26130.


Requisiti di non fallibilità - Prova - Bilanci degli ultimi tre esercizi - Base documentale necessaria - Prova legale - Esclusione - Motivata valutazione di inattendibilità - Conseguenze
Ai fini della prova, da parte dell'imprenditore, della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi costituiscono la base documentale imprescindibile, ma non anche una prova legale, sicché, ove ritenuti motivatamente inattendibili dal giudice, l'imprenditore rimane onerato della prova circa la ricorrenza dei requisiti della non fallibilità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Dicembre 2016, n. 24548.


Concordato preventivo - Inammissibilità - Dichiarazione di fallimento - Previo deposito del decreto di inammissibilità del concordato - Necessità
È nulla la sentenza dichiarativa di fallimento emessa in conseguenza della pronuncia ex art. 162, comma 2, l.fall. sulla domanda di concordato preventivo ed in difetto del previo deposito del decreto di sua inammissibilità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 28 Novembre 2016, n. 24144.


Società cancellata dal registro delle imprese - Termine per la dichiarazione di fallimento - Art. 10 l.fall. - Legittimazione a contraddire nel procedimento e a proporre eventuale reclamo - Spettanza - Al liquidatore sociale - Fondamento
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale, poiché, pur implicando detta cancellazione l'estinzione della società, ai sensi dell'art. 2495 c.c. (novellato dal d.lgs. n. 6 del 2003), nondimeno entro il termine di un anno da tale evento è ancora possibile, ai sensi dell'art. 10 l.fall., che la società sia dichiarata fallita, se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla cancellazione o nell'anno successivo, con procedimento che deve svolgersi in contraddittorio con il liquidatore, il quale, anche dopo la cancellazione, è altresì legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento, tenuto conto che, in generale, tale mezzo di impugnazione è esperibile, ex art. 18 l.fall., da parte di chiunque vi abbia interesse. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 16 Novembre 2016, n. 23393.


Fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - Procedimento introdotto dal curatore per l'estensione del fallimento al socio illimitatamente responsabile - Litisconsorzio necessario con l'originario creditore ricorrente - Esclusione - Sentenza di estensione del fallimento al socio illimitatamente responsabile - Reclamo - Litisconsorzio necessario con l'originario creditore ricorrente - Sussistenza - Fondamento
A seguito delle modifiche alla legge fallimentare introdotte con il d.lgs. n. 169 del 2007, i creditori che hanno proposto il ricorso di fallimento nei confronti di una società di persone o di un imprenditore apparentemente individuale non sono litisconsorti necessari nel procedimento di fallimento in estensione previsto dagli artt. 15 e 147 l.fall. promosso ad istanza del curatore, neppure ai fini della condanna alle spese processuali, che il presunto socio potrebbe reclamare nei confronti dello stesso curatore. I predetti creditori sono, invece, litisconsorti necessari nel giudizio di reclamo alla sentenza dichiarativa di fallimento proposto dal socio illimitatamente responsabile, cui il fallimento sia stato successivamente esteso, in ragione dei pregiudizi che la revoca del fallimento potrebbe arrecare alle loro pretese, che, a norma dell'art. 148 l.fall., si intendono dichiarate anche nel fallimento dei singoli soci. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 24 Ottobre 2016, n. 21430.


Dichiarazione di fallimento - Regolamento di competenza ex art. 45 c.p.c. - Esperibilità - Fondamento - Art. 9 ter l.fall. - Impedimento - Esclusione
In tema di fallimento, il regolamento di competenza di ufficio è esperibile, in applicazione analogica dell'art. 45 cod. proc. civ., in presenza di un conflitto di competenza sia reale positivo che meramente virtuale, attesa l'inderogabilità della previsione dell'art. 9 l.fall. e la conseguente rilevabilità di ufficio ed in ogni tempo della sua violazione, cui non osta l'eventuale avvenuta pronuncia, in uno dei due giudizi, della sentenza di fallimento, anche se divenuta cosa giudicata. Né, in contrario, può invocarsi l'art. 9 ter l.fall., che, nell'enunciare il principio della prevenzione quale criterio per l'individuazione del giudice innanzi al quale deve proseguire la procedura ove il fallimento sia stato dichiarato da più tribunali, postula che questi ultimi siano tutti ugualmente competenti ex art. 9 l.fall., sicché è inutilizzabile se quello pronunciatosi per primo abbia affermato la propria competenza in relazione ad una sede dell'impresa non corrispondente a quella principale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 29 Settembre 2016, n. 19343.


Fallimento - Procedimento per dichiarazione - Società cancellata dal registro delle imprese - Notifica della domanda di fallimento - Impossibilità della notifica a mezzo PEC - Notifica presso la sede -  Impossibilità - Deposito presso la casa comunale
Anche nel caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere validamente notificato, ai sensi dell’articolo 15, comma 3, legge fall. - nel testo novellato dal Dl 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221 -, all’indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata in precedenza comunicato registro delle imprese, ovvero quando, per qualsiasi ragione, non risulta impossibile la notifica a mezzo PEC, direttamente presso la sua sede risultante sempre dal registro delle imprese e, in caso di ulteriore esito negativo, mediante deposito presso la casa comunale del luogo ove la medesima aveva sede. Cassazione civile, sez. I, 13 Settembre 2016, n. 17946.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Notifica al debitore - Irreperibilità del destinatario - Meccanismo previsto dall’articolo 15 l.f. - Cessazione dell’attività - Disattivazione della casella PEC nell’anno successivo
In caso di esito negativo del duplice meccanismo di notifica previsto dall’art. 15 legge fall., il deposito dell'atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale ragionevolmente si pone come conseguenza immediata e diretta della violazione, da parte dell'imprenditore, degli obblighi impostigli dalla legge.

Tale meccanismo è, inoltre, compatibile con i parametri costituzionali, ivi incluso anche quello di cui all'art. 111 Cost. e ciò anche in ragione delle esigenze di compatibilità tra il diritto di difesa e gli obiettivi di speditezza e operatività, ai quali deve essere improntato il procedimento concorsuale.

Alla luce di ciò, appare giustificato che il tribunale resti esonerato dall'adempimento di ulteriori formalità, ancorché normalmente previste dal codice di rito, allorquando la situazione di irreperibilità dell'imprenditore debba imputarsi alla sua stessa negligenza e a condotta non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico, con la precisazione che in tale situazione rientra anche il caso dell'imprenditore individuale il quale, cancellatosi dal registro delle imprese per la cessata attività, abbia disattivato la propria casella PEC anche nel periodo dell'anno successivo nel quale, ai sensi della art. 10 legge fall., egli può essere dichiarato fallito. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 09 Settembre 2016, n. 17884.


Fallimento – Procedimento – Notifica al debitore – Notifica ad opera dell’avvocato del creditore istante a mezzo PEC
L’iniziativa per la dichiarazione di fallimento può essere notificata dal creditore in via diretta dal suo avvocato sia mediante l'ausilio degli uffici postali sia con la PEC. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 08 Settembre 2016, n. 17767.


Fallimento - Procedimento - Contemporanea pendenza di un procedimento di concordato preventivo e di un procedimento prefallimentare - Ammissione al concordato preventivo e dichiarazione di improcedibilità del ricorso ex art. 15 l.fall. - Successiva revoca del concordato - Dichiarazione di fallimento su istanza dei creditori originari - Nuovo mandato difensivo - Necessità - Esclusione - Fondamento
La pendenza di una domanda di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, impedisce la dichiarazione di fallimento solo temporaneamente, sino al verificarsi degli eventi previsti dagli artt. 162, 173, 179 e 180 l.fall., ma non determina l'improcedibilità del procedimento prefallimentare iniziato su istanza del creditore o su richiesta del P.M., sicché il decreto, con cui il tribunale abbia ciononostante dichiarato improcedibile il ricorso ex art. 15 l.fall. quale mera conseguenza dell'ammissione del debitore al concordato preventivo, non implica di per sé alcuna definizione negativa, nel merito, dell'istruttoria prefallimentare, ma si limita ad attuare il necessario coordinamento organizzativo tra le procedure, e, una volta rimossa la condizione preclusiva alla pronuncia della sentenza di fallimento per effetto della revoca dell'ammissione ex art. 173 l.fall., i ricorrenti conservano la pienezza dei loro poteri di impulso per la prosecuzione del procedimento, senza che sia a tal fine necessario il rilascio di un ulteriore mandato difensivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Settembre 2016, n. 17764.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Presentazione di domanda di concordato preventivo – Improcedibilità – Riattivazione del procedimento – Impugnazione del decreto di improcedibilità
Al fine di riattivare un procedimento per dichiarazione di fallimento dichiarato improcedibile per effetto della presentazione di una domanda di concordato preventivo, non è necessario impugnare il provvedimento di improcedibilità, trattandosi di atto ricognitivo di un temporaneo limite alle decisioni sul fallimento assumibili dal tribunale e attuativo del necessario coordinamento tra le due procedure. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 08 Settembre 2016, n. 17764.


Fallimento - Notifica del ricorso e del decreto di convocazione a mezzo polizia giudiziaria - Inesistenza - Esclusione - Nullità - Sussistenza - Sanatoria - Configurabilità - Fondamento
La notificazione tramite polizia giudiziaria del ricorso di fallimento e del decreto di convocazione non è inesistente, bensì nulla, in quanto non totalmente incompatibile con le regole della procedura prefallimentare, sicché il vizio resta sanato ove la notifica sia giunta a buon fine per aver raggiunto lo scopo di portare l'atto a conoscenza del destinatario, nonché, a maggior ragione, quando il debitore, informato del deposito del ricorso e della fissazione dell'udienza, si sia costituito ovvero sia comparso senza nulla eccepire innanzi al tribunale chiamato a pronunciarsi sulla dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Agosto 2016, n. 17444.


Fallimento – Procedimento – Presentazione di domanda di concordato preventivo prima della pubblicazione della sentenza – Effetti
La deliberazione della sentenza costituisce solo una fase del procedimento di formazione della decisione, mentre (salvo ipotesi particolari) è la pubblicazione, a norma dell'art. 133 c.p.c., che rende ufficiale la consegna della sentenza, le attribuisce "giuridica esistenza nel mondo esterno" (v. Cass. n. 12573 del 1991) e la rende irretrattabile. Infatti, la deliberazione della sentenza è un atto meramente interno e acquista efficacia esterna per effetto del suo deposito contestualmente attestato dal cancelliere che attribuisce ad essa l'efficacia di certezza pubblica. Non è possibile, quindi, leggere l'art. 133 c.p.c. tenendo distinto il comma 1, che attribuisce al deposito l'efficacia di rendere pubblica la sentenza, dal comma 2, che impone al cancelliere di dare atto del deposito, perché senza attestazione del cancelliere non v'è pubblicazione della sentenza (v. Cass. n. 6991 del 2007). Ne consegue che, prima della pubblicazione, il giudice deve applicare le norme sopravvenute alla deliberazione (v. Cass. n. 26066 del 2014, n. 5855 del 2000).

(Sulla base di detti principi, è stata cassata la dichiarazione di fallimento del ricorrente, il quale, prima della pubblicazione della sentenza, aveva presentato domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo.) (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 24 Agosto 2016, n. 17297.


Fallimento – Procedimento – Presentazione di domanda di concordato preventivo prima della pubblicazione della sentenza – Effetti
Gli effetti della sentenza di fallimento decorrono dal momento della sua pubblicazione, ma ciò non toglie che il momento della pronuncia vada identificato con quello della deliberazione della decisione, mentre le successive fasi dell' "iter" formativo dell'atto, e cioè la stesura della motivazione, la sua sottoscrizione e la conseguente pubblicazione, non incidono sulla sostanza della pronuncia; ne consegue che il debitore fallendo non può pretendere che la decisione già assunta sia revocata, e che il processo retroceda alla fase dell'istruttoria, a seguito della tardiva presentazione di una domanda di concordato sulla quale il collegio non è più tenuto a pronunciare.

(Nel caso di specie, la domanda di concordato preventivo era stata depositata nelle more tra l’udienza in cui giudice delegato aveva riferito della causa al collegio in ordine alla richiesta di fallimento e la data di pubblicazione della sentenza.) (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 17 Agosto 2016, n. 17156.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Iniziativa - Ricorso per dichiarazione di fallimento - Proposizione al solo scopo di ottenere la soddisfazione di un credito - Responsabilità processuale aggravata del ricorrente - Configurabilità
La proposizione di un ricorso per dichiarazione di fallimento al solo fine di ottenere il più rapidamente possibile il soddisfacimento di un credito giustifica la condanna del ricorrente per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Agosto 2016, n. 17078.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Convocazione del debitore - Instaurazione del contraddittorio - Fusione societaria - Notifica del ricorso e del decreto di convocazione alla incorporante
Ai fini della corretta instaurazione del contraddittorio ex art. 15 legge fall., il ricorso per la dichiarazione di fallimento ed il decreto di convocazione vanno notificati alla società incorporante, che ai sensi dell'art. 2504-bis c.c. assume i diritti e gli obblighi della società partecipante alla fusione, proseguendo in tutti i rapporti della stessa, anche processuali, anteriori alla fusione, pur conservando la propria identità la società incorporata ai fini della eventuale dichiarazione di fallimento". Cassazione civile, sez. I, 11 Agosto 2016, n. 17050.


Fallimento – Procedimento per la dichiarazione di fallimento – Convocazione del debitore – Istanza di differimento per la proposta di concordato preventivo – Diritto al differimento – Non sussiste – Diniego del differimento – Violazione del diritto di difesa – Esclusione
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, non sussiste un diritto del debitore ad ottenere il differimento della trattazione per consentire il ricorso a procedure concorsuali alternative, né il relativo diniego da parete del giudice configura una violazione del diritto di difesa, in quanto tali iniziative sono riconducibili all’autonomia privata, il cui esercizio deve essere oggetto di bilanciamento, ad opera del giudice, con le esigenze di tutela degli interessi pubblicistici al cui soddisfacimento la procedura fallimentare è tuttora finalizzata. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 10 Agosto 2016, n. 16950.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Domanda di fallimento di almeno un creditore - Permanenza - Desistenza successiva alla dichiarazione di fallimento - Irrilevanza
Il principio della esistenza della domanda di fallimento di almeno un creditore, come condizione per la pronuncia della dichiarazione di fallimento introdotto dal legislatore in sede di riforma della legge fallimentare e affermato da questa Corta (cfr. Cass. civ. Sez. 1 n. 21478 del 19 maggio 2013 secondo cui "il nuovo procedimento per la dichiarazione di fallimento, non prevedendo alcuna iniziativa d'ufficio, suppone, affinchè il giudice possa pronunciarsi nel merito, che la domanda proposta dal soggetto a tanto legittimato sia mantenuta ferma, cioè non rinunciata, per tutta la durata del procedimento stesso, derivandone, quindi, che la desistenza dell'unico creditore istante intervenuta anteriormente alla pubblicazione della sentenza di fallimento, pur se depositata solo in sede di reclamo avverso quest'ultima, determina la carenza di legittimazione di quel creditore e la conseguente revoca della menzionata sentenza") trova nel testo normativo e nella peculiarità della procedura fallimentare una delimitazione temporale e sistematica che coincide con la dichiarazione di fallimento rendendo irrilevante e priva di effetti una istanza di desistenza successiva alla dichiarazione di fallimento che attiva un procedimento governato dall'interesse pubblicistico all'equa e più efficiente soddisfazione del ceto creditorio, procedimento che può essere revocato in caso di accertamento dell'inesistenza dei presupposti di legge al momento della dichiarazione ovvero venir meno successivamente ed essere chiuso per effetto della mancata presentazione di domande di ammissione al passivo. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 03 Agosto 2016, n. 16278.


Concordato preventivo - Annullamento - Immediata esecutività della pronuncia - Dichiarazione di fallimento - Ammissibilità
L’immediata esecutività della pronuncia di annullamento del concordato preventivo non impedisce la prosecuzione del procedimento prefallimentare e quindi la dichiarazione di fallimento del debitore prima che la pronuncia di annullamento divenga definitiva. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 19 Luglio 2016, n. 14788.


Procedimento prefallimentare - Superamento dell’ammontare minimo dei debiti scaduti e non pagati - Accertamento sulla base degli atti dell’istruttoria prefallimentare - Utilizzo di accertamenti successivi effettuati in sede di verifica dello stato passivo - Esclusione
L’articolo 15, ultimo comma, legge fall. prevede espressamente che il superamento dell’ammontare minimo dei debiti scaduti e non pagati al quale subordinata la dichiarazione di fallimento deve risultare dagli atti dell’istruttoria prefallimentare, in tal modo escludendo la possibilità di avvalersi di accertamenti successivi effettuati in sede di verifica dello stato passivo.

Tale interpretazione, imposta dal tenore letterale della norma, trova conferma nella relazione ministeriale al decreto legislativo 9 gennaio 2006 n. 5, la quale evidenzia la funzione deflattiva della norma in esame, volta ad evitare l’apertura di procedure fallimentari nei casi in cui si possa ragionevolmente presumere che i costi delle stesse superino i ricavi distribuibili ai creditori. La relazione sottolinea inoltre come la norma in questione eviti di interferire con il profilo dell’accertamento dello stato di insolvenza, quale presupposto oggettivo del fallimento, con ciò intendendo affermare che la sussistenza di una situazione debitoria inferiore € 30.000 sfugge ad ogni ulteriore verifica in sede fallimentare, anche in rapporto allo stato di insolvenza riscontrabile in sede di accertamento dello stato passivo, dovendo essere valutata esclusivamente in sede prefallimentare, ai fini della dichiarazione o meno del fallimento (Cass. 13 luglio 2015, n. 14596; Cass. 4 luglio 2014, n. 15343). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 19 Luglio 2016, n. 14727.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Notificazione del ricorso e del decreto di convocazione - Inosservanza del termine dilatorio ex art. 15, comma 3, l.fall., e mancata espressa abbreviazione ex art. 15, comma 5, l.fall. - Conseguenze - Nullità della "vocatio in ius" - Automaticità - Esclusione - Condizioni - Partecipazione all'udienza del debitore - Sanatoria della nullità - Fondamento
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, il mancato rispetto del termine di quindici giorni che deve intercorrere tra la data di notifica del decreto di convocazione del debitore e la data dell'udienza (come previsto dalla nuova formulazione dell'art. 15, comma 3, l.fall.) e la sua mancata abbreviazione nelle forme rituali del decreto motivato sottoscritto dal presidente del tribunale, previste dall'art. 15, comma 5, l.fall., costituiscono cause di nullità astrattamente integranti la violazione del diritto di difesa, ma non determinano - ai sensi dell'art. 156 c.p.c., per il generale principio di raggiungimento dello scopo dell'atto - la nullità del decreto di convocazione se, il debitore, pur eccependo la nullità della notifica, abbia attivamente partecipato all'udienza, rendendo dichiarazioni in merito alle istanze di fallimento, senza formulare, in tale sede, rilievi o riserve in ordine alla ristrettezza del termine concessogli, né fornendo specifiche indicazioni del pregiudizio eventualmente determinatosi, sul piano probatorio, in ragione del minor tempo disponibile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 19 Luglio 2016, n. 14814.


Fallimento - Provvedimenti cautelari o conservativi a tutela del patrimonio dell’impresa - Nomina di amministratori giudiziari - Pagamento del compenso maturato - Procedura ex art. 25 l.f. - Esclusione - Accertamento nell’ambito della verifica del passivo - Necessità
Il pagamento del credito maturato dagli amministratori giudiziari nominati dal tribunale ai sensi dell’articolo 15, comma 8, legge fall. (provvedimenti cautelari o conservativi a tutela del patrimonio o dell’impresa) ha natura prededotta nel fallimento successivamente dichiarato, nel cui ambito detto credito deve essere accertato con le modalità di cui al capo V della legge fallimentare, così come previsto dall’art. 111-bis, comma 1, legge fall., e non attraverso la procedura per i crediti da compenso nascenti da nomine di ausiliari ai sensi dell’articolo 25 legge fall. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 15 Luglio 2016, n. 14536.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Notificazione dell'istanza di fallimento e della convocazione avanti al tribunale – Irregolarità – Sanatoria per raggiungimento dello scopo
L'irregolarità della notificazione dell'istanza di fallimento e della convocazione avanti al tribunale per la dichiarazione di fallimento resta sanata ove la notifica sia giunta a buon fine per aver raggiunto lo scopo di portare l'atto a conoscenza del destinatario, e, a maggior ragione, quando il debitore, informato del deposito del ricorso e della fissazione dell'udienza, si sia costituito innanzi al tribunale chiamato a pronunciarsi sulla dichiarazione di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 12 Luglio 2016.


Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Art. 15, comma 3, l.fall. - Testo risultante dal d.lgs. n. 169 del 2007 - Termine - Natura - Computo - Modalità
Il termine di cui all'art. 15, comma 3, l.fall. - nel testo risultante dall'art. 2, comma 4, del d.lgs. n. 169 del 2007, ed applicabile alla fattispecie "ratione temporis" - ha natura dilatoria "a decorrenza successiva" e va computato, secondo il criterio generale di cui all'art. 155, comma 1, c.p.c., escludendo il giorno iniziale (data di notificazione del ricorso introduttivo e del relativo decreto di convocazione) e conteggiando quello finale (data dell'udienza di comparizione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Luglio 2016, n. 14179.


Procedimento civile - Notificazioni a mezzo PEC - Soggetto esercente attività di impresa - Obbligo di munirsi di casella postale certificata - Onere di controllo, manutenzione e assistenza
E’ onere della parte che eserciti l'attività d'impresa, normativamente obbligata (D.L. 29 novembre 2008, n. 185, art. 16, comma 6 convertito nella L. 28 gennaio 2009, n. 2; L. 28 gennaio 2009, n. 2; D.L. n. 179 del 2012, art. 5 convertito nella L. n. 221 del 2012) a munirsi di un indirizzo PEC, assicurarsi del corretto funzionamento della propria casella postale certificata, se del caso delegando tale controllo, manutenzione o assistenza a persone esperte del ramo, senza che tali problematiche possano integrare materia rilevante ai fini di un sospetto di illegittimità costituzionale della relativa disciplina. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 06 Luglio 2016.


Fallimento - Dichiarazione - Procedimento - Notifica telematica del ricorso e del provvedimento di fissazione dell’udienza - Notifica a mezzo PEC - Sequenza procedimentale stabilita dalla legge - Ricevuta di consegna all’indirizzo di posta elettronica certificata del destinatario a annotazione del cancelliere sull’attivazione del meccanismo sostitutivo previsto dall’articolo 15 l.f. - Irrilevanza
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, ai fini del perfezionamento della notifica telematica del ricorso, prevista dall'art. 15, comma 3, l.fall. nel testo successivo alle modifiche apportate dal D.L. n. 179 del 2012, art. 17 convertito nella L. n. 221 del 2012 - occorre aver riguardo unicamente alla sequenza procedimentale stabilita dalla legge e, quindi, dal lato del mittente, alla ricevuta di accettazione, che prova l'avvenuta spedizione di un messaggio di posta elettronica certificata, e, dal lato del destinatario, alla ricevuta di avvenuta consegna, la quale, a sua volta, dimostra che il messaggio di posta elettronica certificata è pervenuto all'indirizzo elettronico dichiarato dal destinatario e certifica il momento dell'avvenuta consegna tramite un testo leggibile dal mittente, mentre non ha rilievo l'annotazione con la quale il cancelliere, prima ancora della ricevuta di avvenuta consegna, abbia invitato il creditore istante ad attivare il meccanismo sostitutivo previsto dal citato art. 15. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 06 Luglio 2016.


Concordato preventivo - Inammissibilità - Audizione del debitore - Necessità - Rapporto con il procedimento per dichiarazione di fallimento
Ove sia stata presentata proposta di concordato preventivo cd. "in bianco" ai sensi dell'art. 161, comma 6, legge fall., va rispettato l'obbligo di audizione del debitore ex art. 162, comma 2, legge fall. per consentire allo stesso di svolgere le proprie difese prima della pronuncia di inammissibilità, salvo che, inserendosi la proposta nell'ambito della procedura prefallimentare, il debitore sia stato comunque sentito in relazione alla proposta ed abbia avuto modo di svolgere le sue difese. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Giugno 2016, n. 12957.


Fallimento – Requisiti dimensionali – Attivo patrimoniale – Principi contabili – Contenuto del bilancio di esercizio – Risultanze della dichiarazione dei redditi
Il legislatore nell'art. 1, comma 2, lett. a (già nel testo introdotto dal D.Lgs. n. 5 del 2006 ed ancor più in quello sostituito dal D.Lgs. n. 169 del 2007) fa implicito ma inequivoco richiamo ai principi contabili, dei quali è espressione il disposto dell'art. 2424 c.c. e, nel determinare il contenuto del bilancio di esercizio, indica tra le componenti dell'attivo patrimoniale la voce ratei e risconti attivi, nella quale (cfr. art. 2424 bis c.c., comma 6) debbono iscriversi, tra l'altro, i costi sostenuti nell'esercizio che siano di competenza di esercizi successivi.

Il riferimento al bilancio di esercizio, oltre a trovare riscontro nell'obbligo di deposito previsto dalla L. Fall., artt. 14 e 15, è contenuto nella Relazione ministeriale al D.Lgs. n. 5 del 2006, e trova spiegazione non solo nella considerazione, ivi espressa, della agevole accertabilità in sede prefallimentare dei dati in esso indicati, ma anche nella generale conoscibilità di tali dati, oltre che nel carattere vincolante dei criteri di valutazione dettati dal legislatore, in corrispondenza peraltro dei principi contabili elaborati dall'Organismo Italiano di Contabilità.

Ai fini della verifica dei presupposti per la dichiarazione di fallimento di cui all’art. 1 legge fall. non è, pertanto, rilevante il riferimento alle risultanze della sola dichiarazione dei redditi.

(Nel caso di specie, il ricorrente ha lamentato che i dati reali, dai quali trarre elementi di giudizio in ordine ai requisiti dimensionali, erano contenuti nella dichiarazione dei redditi e non nel bilancio d’esercizio e che di essi si sarebbe dovuto tener conto anche in considerazione del fatto che il complesso aziendale dell’impresa era stato sottoposto a sequestro.) (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 16 Giugno 2016, n. 12455.


Fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - Reclamo - Socio della società fallita - Art. 327, comma 2, c.p.c. - Applicabilità - Esclusione - Fondamento
In tema di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, sebbene l'art. 18, comma 4, l.fall. richiami espressamente il solo art. 327, comma 1, c.p.c., per ragioni riconnesse al rispetto del principio del contraddittorio, riferibile anche al procedimento prefallimentare, deve ritenersi applicabile anche il successivo comma 2 qualora l'impugnazione sia stata proposta da chi, come la società fallita, pur rivestendo ivi la qualità di parte, per esserne stata destinataria dell'atto introduttivo, sia rimasta sostanzialmente estranea ad esso, non avendone avuto conoscenza a causa di un vizio della notificazione, mentre tale disposizione non si applica se il reclamo sia proposto da chi, come il socio della società fallita, pur titolare di posizioni giuridiche che potrebbero essere pregiudicate dalla dichiarazione di fallimento, non sia, tuttavia, destinatario della relativa istanza, né del decreto di convocazione, dei quali, infatti, non è prevista la notificazione anche nei suoi confronti, sicché lo stesso, benchè legittimato a proporre reclamo, non è dispensato dall'osservanza del termine di cui all'art. 327, comma 1, c.p.c., indipendentemente dalla partecipazione al procedimento di primo grado e dal fatto che la notifica del ricorso di fallimento alla società fallita sia inesistente o nulla. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Maggio 2016, n. 10632.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Convocazione del debitore - Persone giuridiche - Irreperibilità - Diritto di difesa - Notifica a mezzo PEC - Notificazione presso la sede legale dell’impresa collettiva - Deposito presso la casa comunale
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 15, comma terzo, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), come sostituito dall’art. 17, comma 1, lettera a), del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese), convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione.

A differenza della disposizione di cui all’evocato art. 145 cod. proc. civ. – esclusivamente finalizzata all’esigenza di assicurare alla persona giuridica l’effettivo esercizio del diritto di difesa in relazione agli atti ad essa indirizzati ad alle connesse procedure – il riformulato art. 15 della così detta legge fallimentare (come emerge dalla relazione di accompagnamento dell’art. 17 del d.l. n. 179 del 2012, il cui testo, in parte qua, non è stato oggetto di modifiche in sede di conversione) si propone di «coniugare» quella stessa finalità di tutela del diritto di difesa dell’imprenditore (collettivo) «con le esigenze di celerità e speditezza cui deve essere improntato il procedimento concorsuale». E, a tal fine appunto, prevede che «il tribunale è esonerato dall’adempimento di ulteriori formalità quando la situazione di irreperibilità deve imputarsi all’imprenditore medesimo». La specialità e la complessità degli interessi (comuni ad una pluralità di operatori economici, ed anche di natura pubblica in ragione delle connotazioni soggettive del debitore e della dimensione oggettiva del debito), che il legislatore del 2012 ha inteso tutelare con l’introdotta semplificazione del procedimento notificatorio nell’ambito della procedura fallimentare, segnano, dunque, l’innegabile diversità tra il suddetto procedimento e quello ordinario di notifica ex art. 145 cod. proc. civ.

Il diritto di difesa, nella sua declinazione di conoscibilità, da parte del debitore, dell’attivazione del procedimento fallimentare a suo carico, è adeguatamente garantito dalla norma denunciata, proprio in ragione del predisposto duplice meccanismo di ricerca della società. Questa, infatti, ai fini della sua partecipazione al giudizio, viene notiziata prima presso il suo indirizzo di PEC, del quale è obbligata a dotarsi, ex art.16 del d.l., 29 novembre 2008, n. 185, ed è tenuta a mantenere attivo durante la vita dell’impresa; dunque, in forza di un sistema che presuppone il corretto operare della disciplina complessiva che regola le comunicazioni telematiche da parte dell’ufficio giudiziario e che, come tale, consente di giungere ad una conoscibilità effettiva dell’atto da notificare, in modo sostanzialmente equipollente a quella conseguibile con i meccanismi ordinari (ufficiale giudiziario e agente postale).
Solo a fronte della non utile attivazione di tale primo meccanismo segue la notificazione presso la sede legale dell’impresa collettiva: ossia, presso quell’indirizzo da indicare obbligatoriamente nell’apposito registro ex l. 29 dicembre 1993 n. 580, la cui funzione è proprio quella di assicurare un sistema organico di pubblicità legale, sì da rendere conoscibili – e perciò opponibili ai terzi, nell’interesse dello stesso imprenditore – i dati concernenti l’impresa e le principali vicende che la riguardano.
Per cui, in caso di esito negativo di tale duplice meccanismo di notifica, il deposito dell’atto introduttivo della procedura fallimentare presso la casa comunale ragionevolmente si pone come conseguenza immediata e diretta della violazione, da parte dell’imprenditore collettivo, dei descritti obblighi impostigli dalla legge.
Ciò anche alla luce del principio, più volte enunciato dalla Corte di cassazione (seppur con riferimento al testo previgente dell’art. 15 della legge fallimentare), per cui esigenze di compatibilità tra il diritto di difesa e gli obiettivi di speditezza e operatività, ai quali deve essere improntato il procedimento concorsuale, giustificano che il tribunale resti esonerato dall’adempimento di ulteriori formalità, ancorché normalmente previste dal codice di rito, allorquando la situazione di irreperibilità dell’imprenditore debba imputarsi alla sua stessa negligenza e a condotta non conforme agli obblighi di correttezza di un operatore economico (sezione sesta, sentenze n. 3062 del 2011, n. 32 del 2008).
Va conclusivamente poi considerato che il sistema, nel quale si inserisce la disposizione censurata, non è privo di ulteriori correttivi a tutela della effettività del diritto di difesa dell’imprenditore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 18 Maggio 2016.


Procedimento prefallimentare - Natura - Cognitiva e non esecutiva - Fondamento - Conseguenze - Sospensione dei procedimenti esecutivi ex art. 20 della l. n. 44 del 1999 - Inapplicabilità
La procedura prefallimentare non ha natura esecutiva, ma cognitiva, in quanto, prima della dichiarazione di fallimento, non può dirsi iniziata l'esecuzione collettiva, così come, prima del pignoramento, non può ritenersi cominciata l'esecuzione individuale; ne consegue che il procedimento per la dichiarazione di fallimento non è soggetto alla sospensione dei procedimenti esecutivi prevista dall'art. 20, comma 4, della l. n. 44 del 1999 in favore delle vittime di richieste estorsive e dell'usura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Maggio 2016, n. 10172.


Fallimento - Desistenza o rinuncia del creditore istante - Rilascio in data successiva alla dichiarazione si fallimento - Effetti - Accoglimento del reclamo - Esclusione
La desistenza o rinuncia dell'unico creditore istante rilasciata in data successiva alla dichiarazione di fallimento non è idonea a determinare l'accoglimento del reclamo e, conseguentemente, la revoca della sentenza di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 05 Maggio 2016, n. 8980.


Fallimento - Imprese soggette - Limite di fallibilità previsto dall'art. 15, comma 9, l.fall. - Debiti scaduti e non pagati - Debiti desumibili dall'istruttoria prefallimentare - Computabilità - Debiti risultanti dalla visura protesti - Inclusione - Fondamento
Ai fini del computo del limite minimo di fallibilità previsto dall'art. 15, comma 9, l.fall., deve aversi riguardo non solo al credito vantato dalla parte istante per la dichiarazione di fallimento, ma anche ai debiti non pagati emersi nel corso dell'istruttoria prefallimentare, pur se risultanti dall'elenco degli assegni protestati, che documentano altrettanti debiti scaduti del cui pagamento spetta al debitore fornire la prova. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 18 Marzo 2016, n. 5377.


Fallimento - Dichiarazione - Stato d'insolvenza - Ragionevole contestazione del credito vantato dal ricorrente - Accertamento incidentale dello stesso - Necessità - Limiti - Pronuncia giudiziale a cognizione piena di accertamento del credito - Rinvio ad essa - Sufficienza - Condizioni
Ai fini dell'accertamento dello stato di insolvenza, il giudice della fase prefallimentare, a fronte della ragionevole contestazione del credito vantato dal ricorrente, deve procedere all'accertamento, sia pur incidentale, dello stesso, salvo che la sua esistenza risulti già accertata con una pronuncia giudiziale a cognizione piena, potendo, in tal caso, onde adempiere al suo dovere di motivazione, limitarsi ad un mero rinvio ad essa, con l'obbligo, invece, ove rilevi significative anomalie, tali da giustificare il dubbio sulla correttezza della conclusione ivi raggiunta, di dare specificamente conto delle ragioni che l'hanno indotto ad allontanarsi dalla precedente decisione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 14 Marzo 2016, n. 5001.


Fallimento - Società con soci a responsabilità illimitata - Fallimento della società e dei soci - Fallimento di imprenditore apparentemente individuale - Domanda di estensione alla società occulta ex art. 147, comma 5, l.fall. - Litisconsorzio necessario con i creditori istanti per il fallimento individuale - Sussistenza - Fondamento - Violazione - Conseguenze
I creditori che hanno proposto il ricorso di fallimento nei confronti dell'imprenditore apparentemente individuale sono litisconsorti necessari nel procedimento di estensione previsto dagli artt. 15 e 147, comma 5, l.fall., compresa la fase dell'eventuale reclamo, avendo l'interesse, non delegabile al curatore né ad altro legittimato che abbia assunto l'iniziativa, ad evitare che, sui beni del socio già dichiarato fallito, possano concorrere, ex art. 148 l.fall., i creditori della società occulta. Pertanto, se il giudice di primo grado non ha disposto l'integrazione del contraddittorio e la corte d'appello non ha provveduto a rimettere la causa al primo giudice ai sensi dell'art. 354, comma 1, c.p.c., resta viziato l'intero procedimento e si impone, in sede di legittimità, l'annullamento, anche d'ufficio, delle pronunce emesse ed il rinvio della causa al giudice di prime cure ai sensi dell'art. 383, ultimo comma, c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Febbraio 2016, n. 3621.


Fallimento - Società e consorzi - Società con soci a responsabilità illimitata - Fallimento dei soci - Dichiarazione di fallimento - Previa convocazione del socio - Necessità - Fondamento - Omessa convocazione - Conseguenze - Nullità della dichiarazione di fallimento personale del socio - Sussistenza - Nullità della dichiarazione del fallimento sociale - Esclusione - Fattispecie regolata dall'art. 147, comma 3, l.fall. come modificato dal d.lgs. n. 5 del 2006
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento di società con soci illimitatamente responsabili, l'obbligo di convocazione di questi ultimi, sancito dall'art. 147, comma 3, l.fall., nel testo successivo alle modifiche apportate dal d.lgs. n. 5 del 2006, trova giustificazione non in un loro generico interesse riferito alla dichiarazione di fallimento della società, ma nel fatto che detta dichiarazione produce anche il loro fallimento; ne consegue che, siccome la sentenza che dichiara il fallimento della società e dei soci contiene una pluralità di dichiarazioni di fallimento, tra loro collegate da un rapporto di dipendenza unidirezionale, trovando la dichiarazione di fallimento del socio il suo presupposto nella dichiarazione di fallimento della società (la cui nullità travolge anche la prima, mentre non è vero il contrario), la mancata convocazione del socio determina unicamente la nullità del suo fallimento, ove specificamente impugnato, ma non si riflette sulla validità della pronuncia emessa nei confronti della società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 21 Gennaio 2016, n. 1105.


Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Requisiti di fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., nel testo riformato dal d.lgs. n. 5 del 2006 - Onere della prova a carico dell'imprenditore - Fondamento
L'onere della prova del mancato superamento dei limiti di fallibilità previsti dall'art. 1, comma 2, l.fall., nella formulazione derivante dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis", grava sul debitore, atteso che la menzionata disposizione, anche prima delle ulteriori modifiche ad essa apportate dal d.lgs. n. 169 del 2007, già poneva come regola generale l'assoggettamento a fallimento degli imprenditori commerciali e, come eccezione, il mancato raggiungimento dei ricordati presupposti dimensionali. Né osta a tale conclusione la natura officiosa del procedimento prefallimentare, che impone al tribunale unicamente di attingere elementi di giudizio dagli atti e dagli elementi acquisiti, anche indipendentemente da una specifica allegazione della parte, senza che, peraltro, il giudice debba trasformarsi in autonomo organo di ricerca della prova, tanto meno quando l'imprenditore non si sia costituito in giudizio e non abbia, quindi, depositato i bilanci dell'ultimo triennio, rilevanti ai fini in esame. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Gennaio 2016, n. 625.


Dichiarazione di fallimento - Cessazione dell’esercizio dell’impresa - Applicazione dell’articolo 10 L.F. all’ipotesi di trasferimento dell’impresa all’estero - Procedimento prefallimentare - Necessità di notificazione del ricorso al debitore intenzionalmente o colpevolmente irreperibile - Sussiste
Va ribadito il principio per il quale nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'avvenuta procedimentalizzazione del giudizio e delle attività di trattazione ed istruttoria, a seguito della riforma di cui al d.lgs. del 9 gennaio 2006, n. 5, 'ed al d.lgs. del 12 settembre 2007, n. 169, implica che la notificazione al debitore del ricorso e del decreto di convocazione all'udienza sia la regola anche quando il debitore, rendendosi irreperibile, si sia sottratto volontariamente o per colpevole negligenza al procedimento, restando la notificazione un adempimento indefettibile (Sez. 1, n. 10954/2014, in una fattispecie nella quale la S.C. ha confermato la sentenza di revoca del fallimento di una società trasferita in Bulgaria che, nel procedimento ex art. 15 legge fall., non aveva ricevuto alcuna notifica, né in Italia né all'estero). (Vincenzo Cannarozzo) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 Gennaio 2016.


Dichiarazione di fallimento - Cessazione dell’esercizio dell’impresa - Applicazione dell’articolo 10 L.F. all’ipotesi di trasferimento dell’impresa all’estero - Procedimento prefallimentare - Nullità della notifica nei confronti del sostituito - Sussiste - Necessità della rinnovazione della notifica nei confronti del nuovo amministratore - Sussiste
Nel caso di trasferimento di una società all’estero con contestuale nomina di nuovo amministratore, la notificazione è da effettuarsi nei confronti di quest’ultimo, considerandosi nulla l’eventuale notificazione, una volta avvenuto il trasferimento, nei confronti del sostituito.
Tale nullità, in caso di mancata comparizione del debitore in sede prefallimentare, deve essere rilevata dal tribunale che ne dispone la rinnovazione. (Vincenzo Cannarozzo) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 Gennaio 2016.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Differimento dell'udienza su richiesta del debitore - Onere dello stesso di accertarsi della data del rinvio
Il fallendo che sia stato regolarmente convocato nell'ambito del procedimento di cui all'articolo 15 legge fall., qualora ottenga il differimento dell'udienza per proprio impedimento, è onerato di accertarsi della data del rinvio in tal modo concesso. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 Dicembre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Poteri istruttori officiosi del tribunale
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'art. 1, comma 2, legge fall., nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento, così gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri ivi prescritti, mentre il potere di indagine officiosa è residuato in capo al tribunale, pur dopo l'abrogazione dell'iniziativa d'ufficio e tenuto conto dell'esigenza di evitare la pronuncia di fallimenti ingiustificati, potendo il giudice tuttora assumere informazioni urgenti, ex art. 15, comma 4, legge fall., utilizzare i dati dei ricavi lordi in qualunque modo essi risultino e dunque a prescindere dalle allegazioni del debitore, ex art. 1, comma 2, lettera b), legge fall., assumere mezzi di prova officiosi ritenuti necessari nel giudizio di impugnazione ex art. 18 legge fall.; tale ruolo di supplenza, volgendo a colmare le lacune delle parti, è però necessariamente limitato ai fatti da esse dedotti quali allegazioni difensive ma non è rimesso a presupposti vincolanti, richiedendo una valutazione del giudice di merito competente circa l'incompletezza del materiale probatorio, l'individuazione di quello utile alla definizione del procedimento, nonché la sua concreta acquisibilità e rilevanza decisoria. Spetta, pertanto, al giudice del merito ricorrere ai poteri officiosi di indagine, al fine di evitare fallimenti ingiustificati (cfr. Corte Cost. 198/2009 sulla questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, 2° comma l.f. riformato per violazione dell'art. 3 Cost.), ma si tratta di facoltà concessa a detto giudice, rimessa necessariamente all'esercizio discrezionale, in relazione alle specifiche e concrete utilità, rilevanza decisoria ed acquisibilità degli elementi probatori. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 Dicembre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Poteri istruttori del tribunale - Onere di deposito dei bilanci - Presunzione di veridicità - Affidamento del giudice del merito sui dati dagli stessi risultanti
I bilanci depositati dal debitore, in osservanza alle disposto di cui all'art. 15, comma 4, legge fall., sono assistiti da presunzione di veridicità, così che l'adempimento dell'onere di deposito di cui alla citata disposizione giustifica l'affidamento del giudice del merito sui dati dagli stessi risultanti ed esclude il vizio di legittimità per il mancato ricorso ai poteri istruttori d'ufficio, salva rimanendo la facoltà della parte di dimostrare la falsità dei bilanci stessi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 04 Dicembre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Svolgimento di un'udienza pubblica - Illegittimità costituzionale dell'articolo 15 legge fall. - Manifesta infondatezza
È manifestamente infondata la questione di illegittimità costituzionale dell'articolo 15 legge fall., nella parte in cui non prevede la trattazione della fase prefallimentare in pubblica udienza, per contrasto con l'articolo 117, comma 1, Cost., in riferimento all'articolo 6 della CEDU e dall'articolo 6 del trattato di Maastricht. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 09 Ottobre 2015, n. 20282.


Dichiarazione di fallimento - Iniziativa - Accertamento definitivo del credito e della esecutività del titolo - Esclusione - Accertamento incidentale al fine di verificare la legittimazione del creditore istante
In tema di iniziativa per la dichiarazione di fallimento, l'articolo 6 l.f. non presuppone un definitivo accertamento del credito in sede giudiziale, né l'esecutività del titolo, essendo sufficiente un accertamento incidentale da parte del giudice allo scopo di verificare la legittimazione dell'istante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Insolvenza - Accertamento al momento della sentenza - Ammissibilità - Accertamento basato su fatti anteriori alla dichiarazione di fallimento
Ai fini della dichiarazione di fallimento, l'accertamento dell'insolvenza va fatto con riguardo non al momento della presentazione dell'istanza, ma a quello della sentenza dichiarativa, in quanto il giudice, dato il carattere officioso del giudizio, ha il potere-dovere di verificare la sussistenza dei presupposti richiesti dalla legge anche in base agli atti del fascicolo fallimentare basandosi anche su fatti diversi da quelli considerati al momento dell'apertura della procedura concorsuale, purché, anche se conosciuti successivamente, siano riferibili ad un momento anteriore alla dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Garanzia ipotecaria a favore del creditore istante - Incapacità di soddisfare le proprie obbligazioni valutate nel loro complesso
In tema di dichiarazione di fallimento, l'esistenza di una garanzia ipotecaria in favore del creditore istante non esclude, di per sé, lo stato di insolvenza, inteso come incapacità di soddisfare regolarmente e con mezzi normali le proprie obbligazioni valutate nel loro complesso e ove siano già scadute all'epoca della dichiarazione di fallimento. (Nel caso di specie, l'accertamento dello stato di insolvenza si è basato non soltanto sull'entità del credito, sia pure nella misura ridotta in considerazione delle contestazioni mosse dal debitore, ma anche sulla considerazione di una serie di atti attraverso i quali lo stesso debitore si era privato di ogni bene o risorse attive, facendo ricorso anche a poste fittizie per mascherare una consistente perdita risultante dal bilancio). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Procedimento per dichiarazione di fallimento - Provvedimenti cautelari e conservativi - Efficacia limitata alla durata del procedimento - Conferma o revoca da parte della sentenza che dichiara il fallimento o del decreto che rigetta l'istanza - Proponibilità del ricorso per cassazione avverso il provvedimento cautelare - Esclusione
I provvedimenti cautelari previsti dall'articolo 15, comma 8, legge fall. o conservativi emessi dal tribunale hanno efficacia limitata alla durata del procedimento e vengono confermati o revocati dalla sentenza che dichiara il fallimento o dal decreto che rigetta l'istanza. La natura pacificamente cautelare di detti provvedimenti non muta, infatti, per effetto dello specifico controllo che, per ragioni di opportunità, il legislatore ha demandato al tribunale chiamato a pronunciarsi sull'istanza di fallimento e dello specifico provvedimento (la sentenza) che il primo è chiamato ad adottare in caso di accoglimento dell'istanza; il provvedimento emanato resta, pertanto, privo dei caratteri di decisorietà e definitività, i soli che legittimano il ricorso per cassazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Convocazione del debitore - Comunicazione del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza - Modalità - Comunicazione tramite ufficiale di polizia giudiziaria - Ammissibilità
Con riguardo alla notifica del ricorso per fallimento, l'articolo 15, comma 15, legge fall. consente al presidente del tribunale, in presenza di particolari ragioni d'urgenza, non solo di abbreviare i termini di convocazione del debitore ma anche di disporre che il ricorso ed il decreto di fissazione dell'udienza siano portati a conoscenza del destinatario con ogni mezzo idoneo, omessa ogni formalità che non sia indispensabile a rendere quegli atti conoscibili. E' quindi valida la comunicazione al debitore del decreto di convocazione avvenuta, in base a quanto disposto con specifico provvedimento del presidente del tribunale, per il tramite di un ufficiale di polizia giudiziaria, anziché nelle forme della notifica di cui all'articolo 136 e seguenti c.p.c.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Eccezioni di nullità relativa - Deduzione tempestiva con indicazione delle ragioni - Necessità - Applicabilità al procedimento per dichiarazione di fallimento
La regola dettata dall'articolo 157 c.p.c., secondo cui l'obbligo del giudice di esaminare le eccezioni di nullità relativa di un atto processuale presuppone che la medesima sia stata dedotta dalla parte, oltre che tempestivamente, con la specificazione delle ragioni di invalidità, costituisce un principio generale, applicabile a tutti i processi speciali di cognizione, ivi compreso il procedimento per dichiarazione di fallimento. Ne consegue che la nullità della vocatio in ius derivante dall'inosservanza del termine dilatorio di comparizione previsto dall'articolo 15, comma 3, legge fall. resta sanata nel caso in cui il debitore non l'abbia specificamente dedotta nella memoria di costituzione, difendendosi nel merito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Istanza del pubblico ministero - Notizia dell'insolvenza appresa nel corso di indagini - Ampliamento della legittimazione del pubblico ministero
Il pubblico ministero è legittimato a chiedere il fallimento dell'imprenditore anche se la notizia della decozione si sia stata da lui appresa nel corso di indagini svolte nei confronti di soggetti diversi dall'imprenditore medesimo. Invero, la volontà legislativa che emerge dalla lettura delle ipotesi alternative previste dall'articolo 7, comma 1, n. 1 legge fall, una volta venuta meno la possibilità di dichiarare il fallimento d'ufficio, e chiaramente nel senso di ampliare la legittimazione del pubblico ministero alla presentazione della richiesta per dichiarazione di fallimento a tutti i casi nei quali l'organo abbia istituzionalmente appreso la notizia decoctionis; e tale soluzione interpretativa trova confronto sia nella previsione dell'articolo 7, comma 1, n. 2, legge fall., che si riferisce al procedimento civile senza limitazioni di sorta, sia nella relazione dello schema di decreto legislativo di riforma delle procedure concorsuali, che fa riferimento a qualsiasi notizia decozione emersa nel corso di un procedimento penale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Presupposti - Stato d'insolvenza - Situazione irreversibile - Debiti accertati nel corso dell'istruttoria prefallimentare
In tema di dichiarazione di fallimento, lo stato di insolvenza dell'impresa, che esso presuppone, da intendersi come situazione irreversibile, e non già come una mera temporanea impossibilità di regolare l'adempimento delle obbligazioni assunte, può essere desunto, ai sensi dell'art. 15 ult. co. della L.F., dal complesso dei debiti, purché almeno pari all'ammontare stabilito, secondo il periodico aggiornamento previsto dal terzo comma dell'art. 1 L.F., dallo stesso art. 15 ult. co. L.F., accertati nel corso dell'istruttoria prefallimentare. Cassazione civile, sez. I, 27 Maggio 2015.


Dichiarazione di fallimento - Opposizione - Accertamento della situazione d'insolvenza - Accertamento di fatti diversi da quelli che hanno fondato la dichiarazione di fallimento - Fatti anteriori alla pronuncia - Risultanze non contestate dello stato passivo - Acquisizione d'ufficio degli elementi rilevanti
Nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento, l'accertamento della situazione di insolvenza, pur se va compiuto con riferimento alla data di dichiarazione del fallimento, può fondarsi anche su fatti diversi da quelli in base ai quali il fallimento è stato dichiarato, purché si tratti di fatti anteriori alla pronuncia, anche se conosciuti successivamente. La sussistenza della insolvenza può essere pure desunta dalle risultanze non contestate dello stato passivo mediante l'acquisizione, anche ufficiosa, degli elementi rilevanti (Sez. 1, Sentenza n. 5869 del 1993). Cassazione civile, sez. I, 27 Maggio 2015.


Procedimento per dichiarazione di fallimento - Pendenza di procedimento di concordato preventivo - Dichiarabilità del fallimento - Esaurimento della procedura di concordato - Necessità
In pendenza di un procedimento di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, il fallimento dell'imprenditore, su istanza di un creditore o su richiesta del pubblico ministero, può essere dichiarato soltanto quando ricorrono gli eventi previsti dagli artt. 162, 173, 179 e 180 l. fall. e cioè, rispettivamente, quando la domanda di concordato sia stata dichiarata inammissibile, quando sia stata revocata l'ammissione alla procedura, quando la proposta di concordato non sia stata approvata e quando, all'esito del giudizio di omologazione, sia stato respinto il concordato; la dichiarazione di fallimento, peraltro, non sussistendo un rapporto di pregiudizialità tecnico-giuridica tra le procedure, non è esclusa durante le eventuali fasi di impugnazione dell'esito negativo del concordato preventivo. Cassazione Sez. Un. Civili, 15 Maggio 2015.


Procedimento per dichiarazione di fallimento - Pendenza di procedimento di concordato preventivo ordinario o con riserva - Improcedibilità del procedimento prefallimentare - Esclusione - Impedimento temporaneo alla dichiarabilità del fallimento - Dichiarazione di rigetto - Ammissibilità
La pendenza di una domanda di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, non rende improcedibile il procedimento prefallimentare iniziato su istanza del creditore o su richiesta del pubblico ministero, né ne consente la sospensione, ma impedisce temporaneamente soltanto la dichiarazione di fallimento sino al verificarsi degli eventi previsti dagli arti. 162, 173, 179 e 180 I. fall.; il procedimento, pertanto, può essere istruito e può concludersi con un decreto di rigetto. Cassazione Sez. Un. Civili, 15 Maggio 2015.


Procedimento per dichiarazione di fallimento - Procedimento di concordato preventivo - Rapporti tra le procedure - Continenza - Riunione
Tra la domanda di concordato preventivo e l'istanza o la richiesta di fallimento ricorre, in quanto iniziative tra loro incompatibili e dirette a regolare la stessa situazione di crisi, un rapporto di continenza. Ne consegue la riunione dei relativi procedimenti ai sensi dell'art. 273 c.p.c., se pendenti innanzi allo stesso giudice, ovvero l'applicazione delle disposizioni dettate dall'art. 39, comma 2, c.p.c. in tema di continenza e competenza, se pendenti innanzi a giudici diversi. Cassazione Sez. Un. Civili, 15 Maggio 2015.


Concordato preventivo - Domanda presentata dal debitore non per regolare la crisi dell'impresa ma con lo scopo di differire la dichiarazione di fallimento - Abuso del processo - Inammissibilità
La domanda di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, presentata dal debitore non per regolare la crisi dell'impresa attraverso un accordo con i suoi creditori, ma con il palese scopo di differire la dichiarazione di fallimento, è inammissibile in quanto integra gli estremi di un abuso del processo, che ricorre quando, con violazione dei canoni generali di correttezza e buona fede e dei principi di lealtà processuale e del giusto processo, si utilizzano strumenti processuali per perseguire finalità eccedenti o deviate rispetto a quelle per le quali l'ordinamento li ha predisposti. Cassazione Sez. Un. Civili, 15 Maggio 2015.


Concordato preventivo - Inammissibilità - Dichiarazione di fallimento - Impugnazione della sola sentenza di fallimento - Formulazione di censure limitate alla inammissibilità della domanda di concordato preventivo - Ammissibilità
In tema di concordato preventivo, quando in conseguenza della ritenuta inammissibilità della domanda il tribunale dichiara il fallimento dell'imprenditore, su istanza di un creditore o su richiesta del pubblico ministero, può essere impugnata con reclamo solo la sentenza dichiarativa di fallimento e l'impugnazione può essere proposta anche formulando soltanto censure avverso la dichiarazione di inammissibilità della domanda di concordato preventivo. Cassazione Sez. Un. Civili, 15 Maggio 2015.


Fallimento - Dichiarazione - Iniziativa del pubblico ministero - Notizia dell'insolvenza - Segnalazione del tribunale fallimentare - Potere-dovere ai sensi dell'art. 7, n. 2, legge fall. - Configurabilità - Portata - Contrasto con il principio di terzietà del giudice ex art. 111 Cost. - Insussistenza - Ragioni
Il tribunale fallimentare, qualora il procedimento finalizzato alla dichiarazione di fallimento non si concluda con una decisione in rito, può, ai sensi dell'articolo 7 L.F., disporre la trasmissione degli atti al pubblico ministero affinché valuti se instare per la dichiarazione di fallimento, senza che ciò comporti alcuna violazione del principio di terzietà del giudice di cui all'articolo 111 Costituzione per il solo fatto che il tribunale sia chiamato una seconda volta a decidere sul fallimento dell'imprenditore a seguito di richiesta del pubblico ministero conseguente alla segnalazione da parte dello stesso giudice. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 18 Marzo 2015, n. 5447.


Fallimento - Procedimento - Abbreviazione di ufficio del termine a comparire - Ammissibilità - Interesse pubblico alla tutela della par condicio creditorum
In tema di procedimento per dichiarazione di fallimento, l'abbreviazione di ufficio del termine per comparire non trova alcun ostacolo nella lettera dell'art. 15 legge fall. ed appare giustificata dall'interesse pubblicistico alla tutela della par condicio creditorum. (Nel caso di specie, il giudice del merito aveva ritenuto che la par condicio creditorum fosse a rischio di compromissione a causa dell'imminente consolidamento di ipoteche giudiziali iscritte su immobili dell'impresa). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 Marzo 2015.


Trust - Ente con autonoma personalità - Esclusione - Funzione del trustee - Litisconsorte necessario nella dichiarazione di fallimento della società che abbia conferito in trust l'azienda - Esclusione
Il trust non è un ente dotato di personalità giuridica, ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato e formalmente intestati al trustee, che è l'unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto. Ne consegue che il trustee non è litisconsorte necessario, ad esempio, nel procedimento per la dichiarazione di fallimento della società che vi ha conferito l'intera sua azienda, comprensiva di crediti e di debiti, in quanto l'effetto proprio del trust non è quello di dare vita ad un nuovo soggetto di diritto, ma quello di istituire un patrimonio destinato ad un fine prestabilito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 20 Febbraio 2015, n. 3456.


Fallimento - Chiusura della procedura - Riacquisto del libero esercizio delle azioni verso il debitore - Istanza di fallimento - Qualificazione come domanda giudiziale - Esclusione - Contenuto meramente processuale
L'articolo 120, comma 3, L.F., nella parte in cui subordina il riacquisto da parte dei creditori del libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti, si riferisce alle azioni individuali, tra le quali non rientra l'istanza di fallimento, la quale non può parificarsi ad una domanda giudiziale in senso proprio, per la specifica finalità dell'istanza ed i limiti della cognizione giudiziale, dai quali è escluso l'accertamento sul credito e che si sostanzia nel suo contenuto proprio di azione a contenuto meramente processuale, intesa a pervenire alla dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Febbraio 2015.


Fallimento - Apertura (dichiarazione) di Fallimento - Stato d'insolvenza - Definitivo accertamento del credito - Necessità - Esclusione - Conseguenze - Credito portato da ordinanza ex art. 186 bis cod. proc. civ. - Sufficienza - Fondamento
In tema di fallimento, poiché, ai sensi dell'art. 5 legge fall., lo stato d'insolvenza non presuppone il definitivo accertamento del credito in sede giudiziale né l'esecutività del titolo, per poter chiedere il fallimento è sufficiente un'ordinanza adottata ai sensi dell'art. 186 bis cod. proc. civ., la quale costituisce valido titolo esecutivo per la somma per la quale è emessa, conserva la sua efficacia in caso di estinzione del giudizio e definisce direttamente una parte del merito. Cassazione civile, sez. I, 15 Gennaio 2015, n. 576.


Fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Società con beni sottoposti a sequestro preventivo penale - Procedimento prefallimentare - Convocazione dell'amministratore - Sufficienza - Partecipazione del custode giudiziario dei beni - Necessità - Esclusione - Fondamento
Il sequestro preventivo penale dei beni di una società di capitali non rende il custode giudiziario di tali beni contraddittore necessario nel procedimento diretto alla dichiarazione di fallimento, per la validità del quale è sufficiente la convocazione dell'amministratore della medesima società, che resta nella titolarità di tutte le funzioni non riguardanti la gestione del patrimonio. D'altronde, la stessa dichiarazione di fallimento non comporta l'estinzione della società, ma solo la liquidazione dei beni, con conseguente legittimazione processuale dell'organo di rappresentanza a difendere gli interessi dell'ente nell'ambito della procedura fallimentare, né reca alcun pregiudizio alla procedura di prevenzione patrimoniale diretta alla confisca dei beni aziendali (sia quando il fallimento sia stato pronunciato prima del sequestro preventivo, sia quando sia stato dichiarato successivamente), dovendo essere privilegiato l'interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto all'interesse meramente privatistico della "par condicio creditorum" perseguito dalla normativa fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 04 Novembre 2014, n. 23461.


Dichiarazione di fallimento - Diritto di difesa del debitore - Onere di seguire lo sviluppo della procedura e di consultare le prove raccolte a suo carico - Sussistenza
Nell’ambito del procedimento camerale e sommario che precede la dichiarazione di fallimento, il debitore, volta che sia stato informato dall’avvio della procedura e posto in condizione di svolgere le proprie difese, è onerato del compito di seguire lo sviluppo della procedura e di assumere ogni opportuna iniziativa in ordine alle eventuali informazioni richieste d’ufficio dal tribunale alla Guardia di Finanza sulle condizioni soggettive ed oggettive dell’impresa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 16 Ottobre 2014, n. 21939.


Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - Reclamo - Art. 327, secondo comma, cod. proc. civ. - Applicabilità - Fondamento
In tema di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, sebbene l'art. 18, quarto comma, legge fall. richiami espressamente il solo art. 327, primo comma, cod. proc. civ., va ritenuta l'applicabilità anche del secondo comma della menzionata disposizione per ragioni riconnesse al rispetto del principio del contraddittorio, riferibile anche al procedimento prefallimentare. Ne consegue che, qualora il reclamo sia stato tardivamente proposto a causa di un vizio della notificazione del ricorso ex art. 15 legge fall., occorre distinguere l'ipotesi di inesistenza di quest'ultima - assistita da una presunzione "iuris tantum" di mancata conoscenza del procedimento, con onere per la controparte di fornire la prova contraria - da quella della sua nullità, rispetto alla quale spetta al reclamante l'onere di dimostrare di non averne avuto conoscenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Giugno 2014, n. 14232.


Procedimento per dichiarazione di fallimento - Provvedimenti cautelari o conservativi - Norme del modello cautelare uniforme - Applicabilità
Ai provvedimenti cautelari ex art. 15, comma 8, l. fall. si applicano le norme del modello cautelare uniforme per quanto compatibili. (Mario Rossi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, 12 Giugno 2014.


Concordato preventivo - Pendenza di istanze di fallimento - Audizione del debitore nell'ambito della procedura per dichiarazione di fallimento - Ammissibilità
Qualora il tribunale intenda procedere alla dichiarazione di inammissibilità della proposta di concordato preventivo, può procedere all'audizione del deditore nell'ambito di eventuali istanze di fallimento, data la stretta connessione tra i due procedimenti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Maggio 2014.


Dichiarazione di fallimento - Accertamento del credito vantato dal creditore istante - Contemporanea pendenza di giudizio ordinario - Irrilevanza - Facoltà del giudice investito dell'istanza di fallimento di procedere all'accertamento incidenter tantum
Ai fini della dichiarazione di fallimento, la sussistenza del credito vantato dal creditore istante rileva sia in ordine alla legittimazione di quest'ultimo, ai sensi dell'articolo 6 L.F., sia in ordine all'accertamento dello stato di insolvenza e, poiché la legge non richiede che tale credito sia stato accertato con efficacia di giudicato, spetta al giudice investito della istanza di fallimento effettuare l'accertamento in via incidentale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 22 Maggio 2014, n. 11421.


Concordato preventivo - Ammissione - Decreto d'inammissibilità - Audizione del debitore ex art. 162 legge fall. - Esperimento dell'incombente anche nel procedimento ex art. 15 legge fall. - Ammissibilità - Fondamento
In tema di concordato preventivo, la dichiarazione di inammissibilità della domanda di ammissione alla procedura avanzata dal debitore può essere inclusa nella sentenza di fallimento. Ne consegue che l'audizione del proponente, prevista dall'art. 162 legge fall., può coincidere con quella relativa ad eventuali istanze di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Maggio 2014.


Fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Proposta di concordato preventivo - Inammissibilità ex art. 162 legge fall. - Successiva dichiarazione di fallimento su richiesta del P.M. - Convocazione del debitore - Necessità - Esclusione - Limiti
Il sub-procedimento diretto alla declaratoria di fallimento, che si apre all'esito della dichiarazione di inammissibilità della proposta di concordato preventivo, si inserisce nell'ambito di una procedura unitaria, nella quale il debitore ha già formalizzato il rapporto processuale innanzi al tribunale e il cui eventuale sbocco nella dichiarazione di fallimento deve essergli noto sin dal momento della proposizione della domanda, soprattutto dopo avere preso conoscenza del decreto ex art. 162, secondo comma, legge fall., cui consegue la trasmissione degli atti al pubblico ministero. In tale contesto, salva l'ipotesi in cui la parte pubblica non adduca, in sede di richiesta e a dimostrazione dello stato di insolvenza, elementi ulteriori rispetto a quelli già acquisiti al procedimento, non è necessaria l'ulteriore convocazione in camera di consiglio del debitore ai fini della dichiarazione di fallimento, potendo questi predisporre comunque i mezzi di difesa più adeguati al caso, tenuto conto delle esigenze proprie dei procedimenti concorsuali (presentazione di memorie, istanze di convocazione personale e simili), per contrastare l'eventuale richiesta di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Maggio 2014, n. 9730.


Concordato preventivo - Dichiarazione di fallimento - Rapporto tra le due procedure - Principio della prevalenza del concordato preventivo sul fallimento - Funzione preventiva del concordato attraverso una soluzione alternativa basata sull'accordo del debitore con la maggioranza dei creditori - Contrasto con la sentenza delle Sezioni unite n. 1521 del 2013.
La prima sezione della Corte di cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione relativa al rapporto tra le procedure di concordato preventivo e di fallimento, affermando che la sentenza delle Sezioni unite n. 1521 del 2013, non si sarebbe limitata a negare che l'esame della domanda di concordato condizioni quello della richiesta di fallimento, ma, valutando il rapporto tra le due procedure nel loro complesso, abbia negato che l'apertura della seconda sia condizionata all'esaurimento della soluzione concordata della crisi.
Il Collegio è, invece, dell'avviso che la pendenza della procedura di concordato preventivo precluda la possibilità di dichiarare il fallimento e che, più in generale, il principio della prevalenza della procedura di concordato non possa dirsi superato per effetto della eliminazione dell'inciso contenuto nell'articolo 160 L.F., secondo il quale all'imprenditore veniva concessa la facoltà di proporre il concordato preventivo fino a che il suo fallimento non fosse stato dichiarato.
Non può, infatti, escludersi, prosegue la Corte, che il principio della prevalenza sul fallimento del concordato preventivo sia altrimenti ricavabile dal sistema, il quale attribuisce al secondo la funzione di prevenire il fallimento attraverso una soluzione alternativa basata sull'accordo del debitore con la maggioranza dei creditori. Tale funzione preventiva comporta che, prima di dichiarare il fallimento, debba essere esaminata l'eventuale domanda di concordato, per far luogo, poi, alla dichiarazione del fallimento solo in caso di mancata apertura della procedura minore. Inoltre, una volta aperta quest'ultima ai sensi dell'articolo 163 L.F., il fallimento non potrà più essere dichiarato sino alla conclusione di essa in senso negativo, ossia con la mancata approvazione ai sensi dell'articolo 169, il rigetto ai sensi dell'articolo 180, ultimo comma, ovvero la revoca dell'ammissione ai sensi dell'articolo 173.
La Corte afferma, quindi, che, allorché sia pendente anche la domanda di concordato, l'istanza (o richiesta) di fallimento non è sospesa ai sensi dell'articolo 295 c.p.c., in quanto manca il rapporto di pregiudizialità tecnico-giuridica tra le due domande e che, in tal caso, non è nemmeno corretto parlare di temporanea improcedibilità della domanda di fallimento, dato che nulla osta ad una decisione di rigetto. Semplicemente il fallimento non potrà essere dichiarato sino all'esito negativo della domanda di concordato.
La Corte precisa, poi, che la regola della temporanea non dichiarabilità del fallimento non trova applicazione con riguardo alle fasi di impugnazione dei provvedimenti che pongono fine alla prospettiva concordataria, per cui non è necessario attendere l'esito dell'impugnazione per dichiarare il fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 30 Aprile 2014, n. 9476.


Concordato preventivo - Provvedimenti immediati - Dichiarazione di fallimento - Proposta di concordato preventivo presentata nel corso di procedimento prefallimentare - Sub procedimento per la revoca del concordato - Decreto di convocazione delle parti - Avvertimento circa la possibile dichiarazione di fallimento - Necessità - Esclusione - Fondamento
Nel caso di proposta di concordato preventivo presentata nel corso di un procedimento prefallimentare, con conseguente riunione dei due procedimenti, non è necessario che il decreto di convocazione delle parti, emesso dal tribunale ai fini dell'instaurazione del sub procedimento di revoca del concordato, rechi l'indicazione che il procedimento è volto all'accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento, ai sensi dell'art. 15, quarto comma, legge fall., atteso che, da un lato, il rinvio contenuto nell'art. 173, secondo comma, legge fall. alla menzionata norma deve intendersi nei limiti della compatibilità e, dall'altro, in siffatta ipotesi, il contraddittorio tra creditore istante e debitore si è già instaurato ed il debitore è già a conoscenza che, in caso di convocazione ex art. 173 legge fall., l'accertamento del tribunale e, correlativamente, l'ambito della sua difesa attengono ad una fattispecie più complessa di quella della sola revocabilità dell'ammissione al concordato, rappresentando la revoca uno dei presupposti per la dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Gennaio 2014.


Compagnia di assicurazione - Valutazione dello stato di insolvenza - Elementi rilevanti - Marcato sbilanciamento tra attivo del passivo - Inadeguatezza delle riserve accantonate.
Nella valutazione dell'insolvenza di una compagnia assicurativa, assumono rilievo determinante elementi quali: i) un marcato sbilanciamento tra attivo e passivo, nonostante si tratti di condizione che potrebbe essere superata da circostanze obiettive che giustificano la prospettiva di un futuro andamento favorevole; ii) il fatto che l'impresa, a casa dell'inadeguatezza delle riserve accantonate, si trovi costretta a pagare gli indennizzi utilizzando la liquidità rinveniente dai premi raccolti, la quale deve, invece, essere destinata a coprire rischi non ancora maturati. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 27 Gennaio 2014.


Compagnia di assicurazione - Valutazione dello stato di insolvenza - Valore di avviamento dell'azienda - Irrilevanza - Valutazione dell'insolvenza con riferimento alla situazione esistente prima del decreto che ne ha disposto la liquidazione coatta.
Ai fini della valutazione dell'esistenza dello stato di insolvenza di un'impresa assicurativa, è irrilevante l'eventuale cospicuo valore di avviamento dell'azienda, in quanto trattasi di valore realizzabile esclusivamente con la alienazione dell'azienda, la quale presuppone la sua messa in liquidazione. Con riferimento a questo specifico aspetto, pertanto, la valutazione di insolvenza della compagnia deve essere effettuata con riferimento alla situazione esistente nel periodo anteriore al decreto che ne ha disposto la liquidazione coatta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 27 Gennaio 2014.


Fallimento - Audizione dell'imprenditore - Conferimento dell'azienda della società debitrice in un "trust" liquidatorio - Integrazione del contraddittorio nei confronti del "trust" - Necessità - Esclusione - Fondamento
Il "trust" non è un ente dotato di personalità giuridica, ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato e formalmente intestati al "trustee", che è l'unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto. Ne consegue che esso non è litisconsorte necessario nel procedimento per la dichiarazione di fallimento della società che vi ha conferito l'intera sua azienda, comprensiva di crediti e di debiti, provvedendo successivamente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, in quanto l'effetto proprio del "trust" non è quello di dare vita ad un nuovo soggetto di diritto, ma quello di istituire un patrimonio destinato ad un fine prestabilito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Gennaio 2014, n. 10105.


Fallimento - Procedimento - Istanza di fallimento rivolta contro più imprenditori - Trattazione in unico procedimento - Ammissibilità - Ragioni
La trattazione in un unico procedimento dell'istanza di fallimento rivolta verso una pluralità di imprenditori deve ritenersi ammissibile in applicazione dei principi generali in materia di connessione, compatibili con la disciplina del procedimento camerale e, in particolare, con quella dettata dall'art. 15 legge fall., ferma restando la necessità che, all'esito dell'unitario procedimento, gli eventuali fallimenti dichiarati restino distinti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Novembre 2013.


Provvedimenti del giudice civile - Sentenza - Contenuto - Motivazione - Pluralità di argomentazioni - Inammissibilità di una domanda, o di un capo di essa o di un motivo di gravame - Motivazione anche sul merito - "Potestas iudicandi" - Insussistenza - Motivo di ricorso per cassazione solo sotto tale secondo profilo - Inammissibilità - Fattispecie.
Qualora il giudice che abbia ritenuto inammissibile una domanda, o un capo di essa, o un singolo motivo di gravame, così spogliandosi della "potestas iudicandi" sul relativo merito, proceda poi comunque all'esame di quest'ultimo, è inammissibile, per difetto di interesse, il motivo di impugnazione della sentenza da lui pronunciata che ne contesti solo la motivazione, da considerarsi svolta "ad abundantiam", su tale ultimo aspetto. (Nella specie, una società trasferita all'estero aveva censurato la sentenza reiettiva del reclamo da essa proposto avverso la sua dichiarazione di fallimento per avere, tra l'altro, ritenuto possibile una siffatta declaratoria in assenza della notifica, nei suoi confronti, del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza prefallimentare, malgrado tale decisione di rigetto fosse stata preceduta da una valutazione di inammissibilità, per asserita genericità, dello stesso motivo di reclamo, successivamente non investita dal proposto ricorso per cassazione). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 30 Ottobre 2013, n. 24469.


Fallimento - Iniziativa - Procedimento prefallimentare - Domanda di parte - Necessità - Desistenza dell'unico creditore istante anteriore alla pubblicazione della sentenza di fallimento ma prodotta solo in sede di reclamo avverso quest'ultima - Rilevanza - Conseguenze - Revoca del fallimento
Il nuovo procedimento per la dichiarazione di fallimento, non prevedendo alcuna iniziativa d'ufficio, suppone, affinché il giudice possa pronunciarsi nel merito, che la domanda proposta dal soggetto a tanto legittimato sia mantenuta ferma, cioè non rinunciata, per tutta la durata del procedimento stesso, derivandone, quindi, che la desistenza dell'unico creditore istante intervenuta anteriormente alla pubblicazione della sentenza di fallimento, pur se depositata solo in sede di reclamo avverso quest'ultima, determina la carenza di legittimazione di quel creditore e la conseguente revoca della menzionata sentenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Settembre 2013, n. 21478.


Fallimento e procedure concorsuali - Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali - Introduzione da parte del legislatore delegato di una disposizione che esclude la possibilità della dichiarazione d'ufficio del fallimento - Asserito contrasto col tenore letterale e logico della legge di delega, in cui mancherebbero corrispondenti principi e criteri direttivi - Asserita esorbitanza dai limiti imposti al legislatore delegato dalla legge di delega - Insussistenza - Adeguamento, in base al principio espresso del "necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti", al tendenziale principio del ne procedat iudex ex officio dell'ordinamento processuale civile - Non fondatezza della questione.
Il nostro ordinamento processuale civile è, sia pure in linea tendenziale e non senza qualche eccezione, ispirato dal principio ne procedat judex ex officio (sentenza n. 123 del 1970), così da escludere che in capo all’organo giudicante siano allocati anche significativi poteri di impulso processuale. Sebbene più volte la Corte abbia chiarito che, in particolari e transitorie ipotesi, siffatta allocazione non può considerarsi di per sé violativa di parametri costituzionali (sentenze n. 148 del 1996 e n. 46 del 1995), non può, tuttavia, disconoscersi che, nonostante ciò non costituisca una necessità finalizzata ad assicurarne la congruità costituzionale, risponde ad un criterio di coerenza interno al sistema rimuovere le ipotesi normative che si contrappongano al ricordato principio tendenziale. In questo modo, infatti, ha operato il legislatore delegato in materia di procedure concorsuali, provvedendo sia a modificare l’art. 6 legge fall., rimuovendo la possibilità che il fallimento fosse dichiarato d’ufficio, sia, in occasione dell’adozione dei successivi decreti correttivi, ad espungere dal testo della legge fallimentare le residue fattispecie nelle quali la dichiarazione di fallimento interveniva in assenza di un’istanza proveniente da soggetto diverso dall’organo decidente. In particolare, ci si riferisce al decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169 (Disposizioni integrative e correttive al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, nonché al decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell’articolo 1, commi 5, 5-bis e 6, della legge 14 maggio 2005, n. 80). 3.4. Non vi è dubbio che, così operando, il legislatore delegato, lungi dal violare la delega a lui conferita, ha, viceversa, dato attuazione al precetto affidatogli di procedere al coordinamento della disciplina delle procedure concorsuali con uno dei principi del nostro sistema processuale. E’, pertanto, non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), sollevata, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Milano, sezione fallimentare, con ordinanza in data 31 maggio 2012. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 09 Luglio 2013, n. 184.


Dichiarazione di fallimento - Contemporanea pendenza dei procedimenti per dichiarazione di fallimento e di concordato preventivo - Sospensione del procedimento per dichiarato di fallimento - Regolamento di competenza - Esclusione.
Il provvedimento che dispone la sospensione del procedimento per dichiarazione di fallimento per effetto dell'ammissione del debitore alla procedura di concordato preventivo non è impugnabile con regolamento di competenza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Giugno 2013.


Dichiarazione di fallimento - Contemporanea pendenza dei procedimenti per dichiarazione di fallimento e di concordato preventivo - Ammissione del debitore alla procedura di concordato - Improcedibilità della domanda di fallimento.
In tema di rapporti tra i procedimenti per dichiarazione di fallimento e di concordato preventivo, in caso di ammissione del debitore alla seconda procedura e di contestuale presentazione di un'istanza di fallimento, l'unica soluzione alternativa alla sospensione impropria è quella di dichiarare improcedibile la domanda di fallimento, ai sensi dell'articolo 168 L.F.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Giugno 2013.


Fallimento - Organi preposti al fallimento - Giudice delegato - Poteri - Giudice delegato che abbia autorizzato il curatore a proporre istanza per la dichiarazione di fallimento in estensione - Successiva partecipazione del medesimo giudice al collegio chiamato a pronunciarsi sul corrispondente ricorso - Possibilità - Esclusione - Fattispecie successiva all'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 e 169 del 2007.
Il giudice delegato che abbia autorizzato il curatore, ex art. 25, primo comma, n. 6, legge fall. (nel testo, utilizzabile "ratione temporis", risultante dalle modifiche apportategli dai d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e 12 settembre 2007, n. 169), a richiedere, alla stregua dell'art. 147, quarto comma, della medesima legge, l'estensione del fallimento in danno del socio accomandante asseritamente ingeritosi nell'amministrazione della società in accomandita semplice, non può, poi, partecipare al collegio chiamato a pronunciarsi sul corrispondente ricorso, trovando anche in tal caso piena e diretta applicazione il secondo comma del suddetto art. 25, la cui chiara portata precettiva impedisce a quel giudice di trattare i giudizi che abbia autorizzato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Maggio 2013, n. 10732.


Fallimento e procedure concorsuali - Cooperativa mutualistica - Dichiarazione d'insolvenza - Limite di euro trentamila dei debiti scaduti e non pagati - Applicabilità - Esclusione.
La dichiarazione d’insolvenza di una società cooperativa esclusivamente mutualistica, a norma dell’art. 195 della legge fallimentare, non è impedita dalla circostanza che l’ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell'istruttoria prefallimentare sia complessivamente inferiore a euro trentamila, non applicandosi in tal caso l’art. 15, ultimo comma, della legge medesima. Cassazione civile, sez. I, 22 Aprile 2013, n. 9681.


Fallimento e procedure concorsuali - Dichiarazione di fallimento - Istanza del p.m. a seguito di segnalazione del tribunale - Ammissibilità.
E' legittima la dichiarazione di fallimento intervenuta su istanza del pubblico ministero, inoltrata a seguito di segnalazione compiuta dal tribunale nell’ambito di procedura prefallimentare. Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Aprile 2013, n. 9409.


Dichiarazione di fallimento - Segnalazione al pubblico ministero proveniente nel corso di un procedimento prefallimentare - Significato letterale della disposizione - Previsioni di limiti alla segnalazione proveniente dal giudice della istruttoria prefallimentare - Esclusione.
La formulazione di carattere generale della norma di cui all'articolo 7, L.F., nella parte in cui prevede il potere di iniziativa del pubblico ministero per la dichiarazione di fallimento anche nell'ipotesi in cui l'insolvenza risulti dalla segnalazione proveniente dal giudice che l’abbia rilevata nel corso di un procedimento civile, riconduce il potere di iniziativa del pubblico ministero alla detta segnalazione senza la previsione di eccezioni nè limiti di sorta e non consente dunque di escludere dalla relativa previsione le eventuali segnalazioni effettuate nell'ambito di procedure prefallimentari, le quali certamente rientrano nel novero dei procedimenti civili. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Aprile 2013.


Dichiarazione di fallimento - Trasmissione degli atti al pubblico ministero da parte del giudice prefallimentare - Contenuto decisorio - Esclusione - Violazione dei principi di terzietà e imparzialità del giudice - Esclusione.
La trasmissione degli atti al pubblico ministero della "notitia decoctionis" effettuata dal giudice fallimentare non ha alcun contenuto decisorio, nemmeno come esito di una deliberazione sommaria, il che esclude qualsiasi coincidenza tra il contenuto della segnalazione al pubblico ministero e l'oggetto della successiva istruttoria conseguente all'iniziativa di quest'ultimo. In tale ipotesi, non è, quindi, neppure astrattamente configurabile una violazione dei principi di terzietà e imparzialità del giudice, intesi come sua equidistanza dall'oggetto del giudizio e dalle parti, anche perché l'iniziativa del pubblico ministero è del tutto autonoma ed è conseguente alla sua libera determinazione ed altrettanto libero ed autonomo risulta il successivo giudizio del tribunale immesso in un nuovo e diverso procedimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Aprile 2013.


Dichiarazione di fallimento - Potere di iniziativa del pubblico ministero su segnalazione del giudice di un procedimento civile - Intento di favorire un ampio flusso informativo alla procura della Repubblica - Interesse pubblico alla tempestiva instaurazione di una procedura concorsuale - Sussistenza.
La ratio della disposizione di cui all'articolo 7, n. 2 L.F., la quale prevede il potere del pubblico ministero di proporre istanza di fallimento quando l'insolvenza risulti dalla segnalazione del giudice che l'abbia rilevata nel corso di un procedimento civile, deve essere individuata nell'intento di favorire quanto più possibile un ampio flusso informativo alla Procura della Repubblica in ragione dell'interesse pubblico alla tempestiva instaurazione di una procedura concorsuale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Aprile 2013.


Dichiarazione di fallimento - Natura di procedimento civile - Dovere del tribunale fallimentare di segnalare al pubblico ministero l'insolvenza dell'imprenditore.
Il tribunale fallimentare che abbia rilevato l'insolvenza nel corso di un procedimento per dichiarazione di fallimento ex articolo 15, legge fallimentare - anche se definito per desistenza del creditore istante - deve essere considerato, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 7, legge fallimentare, giudice civile e, come tale, ove rilevi l'insolvenza dell'imprenditore, deve farne segnalazione al pubblico ministero. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2012.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Trasmissione al pubblico ministero della notizia decoctionis - Natura decisoria dell'atto - Esclusione - Interesse pubblico alla eliminazione dei focolai di insolvenza - Valutazione estemporanea del tribunale fallimentare - Pregiudizio della valutazione decisoria - Esclusione.
La trasmissione al pubblico ministero delle notizia decoctionis emersa nel corso del procedimento per dichiarazione di fallimento non è un atto avente contenuto decisorio, neppure come precipitato di una cognizione di tipo sommario e non incide né direttamente, né indirettamente sui diritti di alcuno, mentre il giudice che a ciò provvede non fa altro che esercitare il potere-dovere di denuncia di fatti che prima facie gli appaiono potenzialmente lesivi dell'interesse pubblico ad eliminare dal sistema economico i focolai di insolvenza. La segnalazione della notizia decoctionis in questione è, quindi, un atto "neutro", privo di specifica valenza procedimentale o decisoria, il cui impulso riposa su una valutazione estemporanea, che non vincola nessuno, e la valutazione decisoria del tribunale non è tecnicamente pregiudicata dall'avvenuta segnalazione, perché il tribunale, all'esito dell'istruttoria prefallimentare, può rigettare con decreto la richiesta del pubblico ministero. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2012.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - In genere - Sentenza di nullità della dichiarazione di fallimento - Per vizi di natura processuale - Portata - Limiti - Attinenza al rapporto processuale - Conseguenze - Inidoneità al giudicato sostanziale - Nuova dichiarazione di fallimento sulla base dei medesimi elementi di fatto - Preclusione - Insussistenza.
La sentenza che pronuncia la nullità della dichiarazione di fallimento per vizi di natura processuale ha una portata limitata al rapporto processuale in cui è emessa e, quindi, ancorché definitiva, non è idonea ad assumere l'autorità del giudicato in senso sostanziale. Ne consegue che tale sentenza non osta all'emissione di una nuova dichiarazione di fallimento nei confronti dello stesso soggetto e sulla base di una rivalutazione dei medesimi elementi di fatto. Cassazione civile, sez. I, 01 Giugno 2012, n. 8863.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Società e consorzi - Società con soci a responsabilità limitata - In genere - Confisca del "capitale sociale" - Art. 2 ter della legge n. 575 del 1965 - Oggetto - Quote di partecipazione dell'indiziato - Estensione al patrimonio della società - Esclusione - Conseguenze in tema di fallimento.
In tema di fallimento della società di capitali, la confisca del "capitale sociale", disposta ai sensi dell'art. 2 ter della legge n. 575 del 1965, deve intendersi riferita alle quote di partecipazione dell'indiziato di mafia, non al patrimonio sociale, cosicché essa non interferisce con la dichiarazione di fallimento della società; neppure rileva, agli effetti della dichiarazione di fallimento della società, che il creditore sociale non dimostri la propria buona fede nell'acquisto del titolo sui beni aziendali, in quanto tale stato soggettivo incide esclusivamente sui conflitti interni alla procedura di confisca, mentre i beni aziendali non sono colpiti in modo diretto da questa, al pari della società in sé considerata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Maggio 2012, n. 8238.


Fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Decreto di convocazione del debitore - Requisiti ex art.15, quarto comma, legge fall. - Enunciazione dell'iniziativa per la dichiarazione di fallimento - Necessità - Osservanza - Rispetto sostanziale - Sufficienza - Fattispecie
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, la prescrizione del quarto comma dell'art. 15 legge fall., nella parte in cui stabilisce che il decreto di convocazione del debitore deve indicare che il procedimento è volto all'accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento, è da reputarsi adeguatamente rispettata ogni qual volta, a prescindere dalla formula adoperata, detta indicazione possa comunque essere agevolmente desunta dal tenore del decreto medesimo e dal fatto che esso è steso in calce al ricorso del creditore ovvero, come nella specie, alla richiesta del P.M. contestualmente notificato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Dicembre 2011.


Concordato preventivo - Procedimento ex articolo 173, legge fallimentare per la revoca dell'ammissione - Diritto di difesa del debitore - Indicazione che il procedimento è volto all'accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento - Necessità - Apertura di procedimento distinto - Esclusione.
Nell'ambito del procedimento di cui all'art. 173, legge fallimentare, la formale conoscenza da parte del debitore dell'esistenza di un'iniziativa per la dichiarazione di fallimento è sufficiente ad integrare la "indicazione che il procedimento è volto all'accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento" richiesta dall'articolo 15, comma 4, legge fallimentare quale monito in ordine al possibile esito della procedura e invito ad esercitare il diritto di difesa, posto che dal tenore del secondo comma dell'articolo 173 emerge chiaramente che alla conclusione del procedimento di revoca dell'ammissione viene emessa, se ne sussistano i presupposti processuali e sostanziali, sentenza di fallimento, senza ulteriori adempimenti procedurali. Non è dunque corretta la tesi secondo la quale la presenza di iniziative per la dichiarazione di fallimento comporta che debba farsi luogo a procedimenti distinti; è vero invece che l'accertamento del tribunale e correlativamente l'ambito della difesa del debitore attengono ad una fattispecie più complessa nella quale uno dei presupposti per la dichiarazione di fallimento è la revocabilità dell'ammissione al concordato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 23 Giugno 2011.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Istanza di audizione personale successiva alla convocazione ex art. 15 legge fall. - Diritto del debitore ad una nuova audizione personale - Esclusione - Fondamento.
In tema di iniziativa per la dichiarazione di fallimento da parte del P.M., la notizia relativa all'insolvenza, acquisita dallo stesso P.M. a seguito di trasmissione, richiesta da tale organo al tribunale, di copia di istanza di fallimento desistita, non integra una segnalazione da parte dello stesso tribunale fallimentare, ai sensi dell'art.7 n. 2 legge fall., trattandosi, da un lato, di un atto di indagine investigativa e, dall'altro, di mero adempimento comunicatorio, non effettuato "motu proprio" e, dunque, non esplicativo di alcun potere decisionale da parte del giudice autore della predetta trasmissione; ne consegue che la partecipazione del predetto magistrato al collegio chiamato a decidere sulla richiesta di fallimento, poi depositata dal P.M. non realizza alcuna violazione del divieto d'iniziativa d'ufficio, ora posto dall'art. 6 legge fall., restando estranea alla fattispecie ogni valutazione critica sulla violazione dei principi di terzietà ed imparzialità del giudice. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Aprile 2011, n. 9260.


Fallimento - Procedimento per la dichiarazione di fallimento - Notifica del ricorso e del decreto di convocazione - Termine dilatorio di quindici giorni rispetto all'udienza camerale - Giorni liberi o meno – Ritiro dell'atto da parte del notificando - Scadenza il sabato e sua considerazione come festivo, ai fini della proroga - Rimessione della questione alle sezioni unite.
In sede di esame del ricorso avverso la sentenza della corte d’appello di revoca del fallimento, pronunciata per omesso rispetto del termine di quindici giorni - fissato dall’art. 15, comma 3, legge fallim. e nella specie altresì indicato dal tribunale - che deve intercorrere tra la notifica del ricorso e del decreto, da un lato, e l’udienza camerale, dall’altro, la questione circa la natura, se perentoria od ordinatoria, di detto termine, è stata rimessa all’esame delle Sezioni Unite, avuto riguardo al dubbio sul carattere di liberi o meno dei predetti giorni e sulla proroga o meno della scadenza del periodo, ai fini del ritiro dell’atto da parte del notificando, se ricadente in giorno di sabato quale eventualmente festivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Marzo 2011, n. 5144.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Liquidazione coatta amministrativa - Stato d'insolvenza - Accertamento giudiziario - In genere - Procedimento - Istanza del commissario liquidatore - Legittimati al contraddittorio ex artt. 195 e 15 legge fallim. - Soggetti investiti della legale rappresentanza alla data dell'insolvenza - Poteri processuali del commissario governativo - Configurabilità - Conseguenze - Fattispecie.
Nel procedimento per la dichiarazione dello stato di insolvenza di una società, su richiesta, ai sensi dell'art. 202 legge fallim., del commissario liquidatore della liquidazione coatta amministrativa, il contraddittorio, per l'esercizio del diritto di difesa, deve essere instaurato, ex artt.195 e 15 legge fallim., nei confronti dell'organo che aveva la rappresentanza legale dell'ente stesso alla data cui si fa risalire detta insolvenza, nella specie dichiarata avendo riguardo al momento della messa in liquidazione della società; ne consegue che, in caso di previo commissariamento governativo, legittimato al contraddittorio è solo il commissario governativo alla predetta epoca investito della carica, la quale comprende, di regola, tra i poteri di gestione ordinaria, le medesime prerogative degli amministratori, ivi inclusa la piena rappresentanza processuale. (Affermando detto principio, la S.C. ha escluso la necessità di convocazione altresì dell'ultimo legale rappresentante della società prima del suo commissariamento, nonchè del commissario governativo che aveva preceduto, nella carica, quello in essere all'epoca della riferita insolvenza). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Dicembre 2010, n. 24547.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Stato d'insolvenza - In genere - Società inserita in un gruppo di società collegate o controllate da un'unica società "holding" - Accertamento dell'insolvenza - Criterio dell'autonomia delle situazioni di ciascuna società - Configurabilità - Fondamento.
Ai fini della dichiarazione di fallimento di una società, che sia inserita in un gruppo, cioè in una pluralità di società collegate ovvero controllate da un'unica società "holding", l'accertamento dello stato di insolvenza deve essere effettuato con esclusivo riferimento alla situazione economica della società medesima, poichè, nonostante tale collegamento o controllo, ciascuna di dette società conserva propria personalità giuridica ed autonoma qualità di imprenditore, rispondendo con il proprio patrimonio soltanto dei propri debiti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Novembre 2010.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - In genere - Contraddittorio - Dichiarazione di fallimento di una società di fatto e dei suoi soci illimitatamente responsabili - Oggetto delle contestazioni - Esistenza della società, partecipazione ad essa e stato di insolvenza della società - Sufficienza - Modalità operative della società ovvero sussistenza di altri soci - Necessità di contestazione - Esclusione - Fondamento.
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di fatto e dei suoi soci illimitatamente responsabili, l'attuazione del diritto di difesa posto dall'art. 15 legge fall. richiede che l'instaurazione del contraddittorio coinvolga i presupposti essenziali della dichiarazione stessa ed abbia carattere preventivo rispetto alla pronuncia, essendo sufficiente che ai predetti soci sia contestata l'esistenza della società, la loro partecipazione ad essa e lo stato di insolvenza della società; non è invece indispensabile che sia anche contestato loro il modo con cui la società ha in concreto operato, nè l'eventuale sussistenza di altri soci. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 18 Novembre 2010.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Società - Cancellazione dal registro delle imprese - Termine per la dichiarazione di fallimento - Art. 10 legge fall. - Legittimazione a contraddire nel procedimento - Spettanza - Al liquidatore sociale - Fondamento.

Società - Di capitali - Società per azioni - Scioglimento - Liquidazione - Liquidatori - Cancellazione della società - In genere - Art. 2495 cod. civ., come modificato dal d.lgs. n. 6 del 2003 - Cancellazione dal registro delle imprese - Effetti - Estinzione immediata della società - Configurabilità - Procedimento per la dichiarazione di fallimento - Contraddittorio - Con il liquidatore sociale - Necessità - Conseguenze - Legittimazione a reclamare la sentenza di fallimento - Sussistenza - Fattispecie.

In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale, poiché, pur implicando detta cancellazione l'estinzione della società, ai sensi dell'art.2495 cod. civ. (novellato dal d.lgs. n. 6 del 2003), nondimeno entro il termine di un anno da tale evento è ancora possibile, ai sensi dell'art. 10 legge fall., che la società sia dichiarata fallita se l'insolvenza si è manifestata anteriormente alla cancellazione o nell'anno successivo, con procedimento che deve svolgersi in contraddittorio con il liquidatore, il quale, anche dopo la cancellazione è altresì legittimato a proporre reclamo avverso la sentenza di fallimento, tenuto conto che, in generale, tale mezzo di impugnazione è esperibile, ex art. 18 legge fall., da parte di chiunque vi abbia interesse. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Novembre 2010, n. 22547.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Notificazione del ricorso e del decreto di convocazione - Necessità - Negligenza nella condotta del debitore irreperibile - Rilevanza - Esclusione - Formalità - Notificazione - Derogabilità - Presupposti.
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'avvenuta procedimentalizzazione del giudizio e delle attività di trattazione ed istruttoria, a seguito della riforma di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 e del d.lgs. n. 169 del 2007, implica che la notificazione al debitore del ricorso e del decreto di convocazione all'udienza (come previsto dalla nuova formulazione dell'art. 15, terzo comma, legge fall.) sia la regola anche quando il debitore si sia sottratto volontariamente o per colpevole negligenza al procedimento, rendendosi irreperibile; il quinto comma dell'articolo citato permette tuttavia, con una previsione analoga a quella di cui all'art. 151 cod. proc. civ., che il presidente del tribunale, in sede di abbreviazione dei termini per la notifica e per le memorie, possa disporre che il ricorso ed il decreto predetti, se ricorrono particolari ragioni di urgenza, siano portati a conoscenza delle parti con ogni mezzo idoneo, omessa ogni formalità non indispensabile alla conoscibilità degli stessi. Ne consegue che è valida la comunicazione al debitore del decreto di convocazione avvenuta, come ordinato con specifico provvedimento del presidente del tribunale, per il tramite di un ufficiale di polizia giudiziaria, e non nelle forme della notifica di cui agli artt. 136 e s. cod. proc. civ.. (massima ufficiale)  Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2010, n. 22151.


Istanza di fallimento - Ricorso del creditore - Rinunzia - Ammissibilità - Fondamento - Istanza di fallimento - Accettazione del debitore - Necessità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.
La rinuncia all'istanza di fallimento non richiede alcuna forma di accettazione del debitore, atteso che il ricorso del creditore persegue un interesse autonomo rivolto esclusivamente alla tutela privatistica del proprio diritto di credito così come risulta confermato anche dalla esclusione della dichiarazione d'ufficio del fallimento ai sensi dell'art. 6 nella nuova formulazione introdotta dal d.lgs. n. 5 del 2006. (Nella fattispecie, nel provvedimento impugnato era stata affermata la validità di una rinuncia tacita, effettuata mediante la mancata comparizione del creditore all'udienza successiva a quella in cui era stato accettato il pagamento del credito mediante assegni "salvo buon fine"). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Agosto 2010, n. 18620.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - In genere - Istruzione probatoria - Poteri d'indagine officiosa spettanti al tribunale - Discrezionalità - Oggetto - Limitazione ai fatti dedotti dalle parti quali allegazioni difensive - Necessità - Fondamento - Condizioni - Fattispecie regolata dal d.lgs. n. 169 del 2007.
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'art. 1, secondo comma, legge fall., nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento, così gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri ivi prescritti, mentre il potere di indagine officiosa è residuato in capo al tribunale, pur dopo l'abrogazione dell'iniziativa d'ufficio e tenuto conto dell'esigenza di evitare la pronuncia di fallimenti ingiustificati, potendo il giudice tuttora assumere informazioni urgenti, ex art. 15, quarto comma, legge fall., utilizzare i dati dei ricavi lordi in qualunque modo essi risultino e dunque a prescindere dalle allegazioni del debitore, ex art. 1, secondo comma, lettera b), legge fall., assumere mezzi di prova officiosi ritenuti necessari nel giudizio di impugnazione ex art. 18 legge fall.; tale ruolo di supplenza, volgendo a colmare le lacune delle parti, è però necessariamente limitato ai fatti da esse dedotti quali allegazioni difensive ma non è rimesso a presupposti vincolanti, richiedendo una valutazione del giudice di merito competente circa l'incompletezza del materiale probatorio, l'individuazione di quello utile alla definizione del procedimento, nonchè la sua concreta acquisibilità e rilevanza decisoria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Luglio 2010, n. 17281.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Notificazione del ricorso e del decreto di convocazione - Inosservanza del termine dilatorio ex art. 15, terzo comma, della legge fall. e mancata espressa abbreviazione ex art. 15, quinto comma, legge fall. - Conseguenze - Nullità della "vocatio in ius" - Automaticità - Esclusione - Condizioni - Partecipazione all'udienza del debitore - Sanatoria della nullità - Configurabilità - Fondamento.
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, il mancato rispetto del termine di quindici giorni che deve intercorrere tra la data di notifica del decreto di convocazione del debitore e la data dell'udienza (come previsto dalla nuova formulazione dell'art. 15, terzo comma, legge fall.) e la sua mancata abbreviazione nelle forme rituali del decreto motivato sottoscritto dal Presidente del Tribunale, previste dall'art. 15, quinto comma, legge fallimentare, costituiscono cause di nullità astrattamente integranti la violazione del diritto di difesa, ma non determinano - ai sensi dell'art. 156 cod. proc. civ., per il generale principio di raggiungimento dello scopo dell'atto - la nullità del decreto di convocazione se, il debitore abbia attivamente partecipato all'udienza, rendendo dichiarazioni in merito alle istanze di fallimento, senza formulare, in tale sede, rilievi o riserve in ordine alla ristrettezza del termine concessogli, né fornendo specifiche indicazioni del pregiudizio eventualmente determinatosi, sul piano probatorio, in ragione del minor tempo disponibile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Luglio 2010, n. 16757.


Fallimento – Imprese soggette – In genere – Requisiti dimensionali dell’imprenditore – Onere della prova – Qualità di piccolo imprenditore ex art. 2083 Cod. Civ. – Irrilevanza. (05/10/2010)
La Corte ha precisato che, secondo il principio di c.d. prossimità della prova, è onere del debitore provare di essere esente dal fallimento e che oggi la figura dell’imprenditore fallibile è affidata a parametri soggettivi, restando indifferente la qualifica di piccolo imprenditore di cui all’art. 2083 cod. civ. Inoltre, ha evidenziato che ciò non esclude, ai sensi dell’art. 15, comma 6, legge fall., la verifica officiosa dei requisiti da parte del tribunale fallimentare, il quale può assumere informazioni, utili al completamento del bagaglio istruttorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, 28 Maggio 2010, n. 13086.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - In genere - Onere della prova a carico del creditore - Limiti - Poteri officiosi di indagine del tribunale - Sussistenza - Fondamento
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'onere, posto a carico del creditore, di provare la sussistenza del proprio credito e la qualità di imprenditore in capo al debitore, non esclude, ai sensi dell'art. 15 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, la sussistenza di spazi residuati di verifica officiosa da parte del tribunale, che può assumere informazioni urgenti, utili al completamento del bagaglio istruttorio e non esclusivamente strumentali all'adozione di un'eventuale misura cautelare, in quanto il procedimento, pur essendo espressione di giurisdizione oggettiva perché incide su diritti soggettivi, consacrando il potere dispositivo delle parti, nel contempo tutela interessi di carattere generale ed ha attenuato, ma senza eliminarlo, il suo carattere inquisitorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Maggio 2010.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Notificazione del ricorso e del decreto di convocazione - Inosservanza del termine dilatorio ex art. 15, terzo comma, della legge fall. - Conseguenze - Nullità della "vocatio in ius" - Dichiarazione da parte del giudice - Condizioni - Tempestiva deduzione ad opera della parte - Specificazione delle ragioni d'invalidità - Necessità - Omissione - Conseguenze - Sanatoria della nullità - Configurabilità.
La regola, dettata dall'art. 157 cod. proc. civ., secondo cui l'obbligo del giudice di esaminare l'eccezione di nullità relativa di un atto processuale presuppone che la medesima sia stata dedotta dalla parte, oltre che tempestivamente, con la specificazione delle ragioni d'invalidità, costituisce un principio generale, applicabile a tutti i processi speciali di cognizione, ivi compreso il procedimento per la dichiarazione di fallimento. Ne consegue che la nullità della "vocatio in ius" derivante dall'inosservanza del termine dilatorio di comparazione previsto dall'art. 15, terzo comma, della legge fall., resta sanata nel caso in cui il debitore non l'abbia specificamente dedotta nella memoria di costituzione, difendendosi nel merito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Gennaio 2010, n. 1098.


Fallimento – Dichiarazione di fallimento – Procedimento – Audizione dell’imprenditore – Art. 15 della legge fall., nel testo riformato dal d.lgs. n. 5 del 2006 – Svolgimento secondo le modalità dei procedimenti in camera di consiglio – Instaurazione del contraddittorio – Notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza – Necessità – Omessa notifica o mancato rispetto del termine – Conseguenze – Nullità del ricorso – Esclusione – Rinnovazione della notifica eseguita spontaneamente dalla parte – Efficacia sanante. (01/06/2010)
Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento, divenuto - per effetto delle modifiche all'art. 15 della legge fall. introdotte dal d.lgs. n. 5 del 2006, nel testo "ratione temporis" applicabile - un procedimento a cognizione piena, il rapporto cittadino-giudice si instaura con il deposito del ricorso, mentre la successiva fase, che si perfeziona con la notifica al convenuto del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza, è finalizzata esclusivamente all'instaurazione del contraddittorio: pertanto, in caso di omissione della notifica o mancato rispetto del termine assegnato per il suo compimento, non ne deriva, in difetto di espressa sanzione, la nullità del ricorso stesso, ma solo la necessità di assicurare l'effettiva instaurazione del contraddittorio, realizzabile mediante l'ordine di rinnovazione della notifica emesso dal giudice, in applicazione dell'art. 162, primo comma, cod. proc. civ., o mediante la costituzione spontanea del resistente, ovvero ancora, come nella specie, attraverso la rinnovazione della notifica eseguita spontaneamente dalla parte. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2009, n. 22926.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Concordato preventivo - In genere - Omesso deposito del fondo per le spese di procedura - Conseguenze - Regime intermedio conseguente al d.lgs. n. 5 del 2006 ed anteriore al d.lgs. n.169 del 2007 - Dichiarazione di fallimento d'ufficio - Configurabilità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.
In tema di concordato preventivo, quando il debitore non esegue il deposito delle somme necessarie allo svolgimento della procedura, ai sensi dell'art. 163, terzo comma, della legge fall. (nel testo, "ratione temporis" vigente, conseguente alle modifiche di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 ed anteriore all'ulteriore novella di cui al d.lgs. n. 169 del 2007), non si fa luogo alla dichiarazione di fallimento d'ufficio, istituto la cui abrogazione è stata disposta, in via generale e con norma programmatica, dal citato d.lgs. n. 5 del 2006, che, modificando l'art. 6 della legge fall., ha tacitamente abrogato, per incompatibilità, le disposizioni di cui agli artt.162 e 163 della legge fall. (Nell'affermare detto principio, la S.C. ha anche negato che, nel predetto regime intermedio, la relazione del commissario giudiziale, che nella specie dava atto dell'omesso versamento del fondo spese da parte del debitore ammesso al concordato, potesse fungere da rituale istanza di fallimento dell'imprenditore, trattandosi di soggetto non legittimato). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Agosto 2009, n. 18236.


Fallimento e procedure concorsuali - Istanza di fallimento – Desistenza del creditore ricorrente – Segnalazione dell’insolvenza al P.M. da parte del giudice - Inammissibilità.
Il tribunale investito di un’istanza di fallimento non può procedere alla segnalazione dell’insolvenza del debitore al Pubblico Ministero – parte del procedimento, ai sensi dell’art. 7 n. 2 legge fall. -, ponendosi tale iniziativa in contrasto con la posizione di imparzialità e terzietà che il giudice deve assumere e che perderebbe ove tale sollecitazione si traducesse nella richiesta di fallimento del medesimo Pubblico Ministero; ne consegue che, in caso di rinuncia del creditore all’istanza presentata, l’abrogazione dell’iniziativa d’ufficio, disposta dal d.lgs. n. 5 del 2006 ed estesa a tutti gli istituti concorsuali dal d.lgs. n. 169 del 2007, comporta l’estinzione del procedimento, divenuto a pieno titolo processo di parti. (fonte: CED – Corte di Cassazione). Cassazione civile, sez. I, 26 Febbraio 2009, n. 4632.


Fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Desistenza del creditore istante - Iniziativa istruttoria officiosa del tribunale - Rinnovazione dell'audizione - Necessità - Esclusione - Limiti - Fattispecie anteriore all'entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006
In tema di procedimento officioso per la dichiarazione di fallimento, allorchè il debitore sia stato già sentito dal tribunale a norma dell'art. 15 legge fall., ove alla desistenza dal ricorso dell'unico creditore ricorrente segua un'iniziativa istruttoria del tribunale volta alla ricerca di prove sugli elementi della fallibilità, non occorre rinnovare la convocazione nè comunicare tali provvedimenti, essendo sufficiente, ai fini della tutela del diritto di difesa, che il debitore sia già stato posto nella condizione di chiarire tempestivamente al giudice ogni elemento utile per valutare la sua situazione e restando a suo carico l'onere di seguire gli sviluppi del procedimento; ne consegue che, in una fattispecie regolata dall'art. 6 legge fall. ed anteriore al d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 (con il quale è venuto meno il potere d'ufficio del tribunale nell'iniziare il predetto procedimento), va confermata la sentenza che non ha disposto l'ulteriore convocazione del debitore per una nuova emergenza processuale, non avendo essa evidenziato fatti significativi, in relazione ai presupposti della fallibilità soggettivi ed oggettivi, positivi e negativi, posteriori all'inizio dell'unica istruttoria e sconosciuti al debitore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 Marzo 2008, n. 6191.


Dichiarazione di fallimento - Procedimento - Audizione dell'imprenditore - Previa convocazione - Per successive istanze da parte di altri creditori - Necessità - Esclusione
Nel procedimento camerale e sommario che precede la dichiarazione di fallimento, una volta che il debitore sia stato informato dello avvio della procedura nei suoi confronti e sia stato posto in condizione di svolgere le sue difese, non è necessario che egli sia nuovamente convocato ed avvertito ogni qualvolta si aggiungano istanze di fallimento da parte di altri creditori, avendo egli l'Onere di seguire lo sviluppo della procedura e di assumere ogni opportuna iniziativa in ordine sia alle eventuali informazioni richieste d'ufficio dal tribunale sulle condizioni soggettive ed oggettive dell'impresa, sia alle eventuali ulteriori pretese creditorie inserite nel coacervo delle istanze e delle prove a suo carico. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Agosto 1990, n. 7757.