LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO V
Delle società
CAPO V
Della società per azioni
SEZIONE XIII
Delle società con partecipazione dello Stato o di enti pubblici

Art. 2449

Società con partecipazione dello Stato o di enti pubblici
TESTO A FRONTE

I. Se lo Stato o gli enti pubblici hanno partecipazioni in una società per azioni che non fa ricorso al mercato del capitale di rischio, lo statuto può ad essi conferire la facoltà di nominare un numero di amministratori e sindaci, ovvero componenti del consiglio di sorveglianza, proporzionale alla partecipazione al capitale sociale.
II. Gli amministratori e i sindaci o i componenti del consiglio di sorveglianza nominati a norma del primo comma possono essere revocati soltanto dagli enti che li hanno nominati. Essi hanno i diritti e gli obblighi dei membri nominati dall'assemblea. Gli amministratori non possono essere nominati per un periodo superiore a tre esercizi e scadono alla data dell'assemblea convocata per l'approvazione del bilancio relativo all'ultimo esercizio della loro carica.
III. I sindaci, ovvero i componenti del consiglio di sorveglianza, restano in carica per tre esercizi e scadono alla data dell'assemblea convocata per l'approvazione del bilancio relativo al terzo esercizio della loro carica.
IV. Alle società che fanno ricorso al capitale di rischio si applicano le disposizioni del sesto comma dell'articolo 2346. Il consiglio di amministrazione può altresì proporre all'assemblea, che delibera con le maggioranze previste per l'assemblea ordinaria, che i diritti amministrativi previsti dallo statuto a favore dello Stato o degli enti pubblici siano rappresentati da una particolare categoria di azioni. A tal fine è in ogni caso necessario il consenso dello Stato o dell'ente pubblico a favore del quale i diritti amministrativi sono previsti.

GIURISPRUDENZA

Fallimento – Concorso della banca nel ricorso abusivo al credito – Responsabilità solidale – Legittimazione del curatore – Sussistenza.
Il curatore fallimentare è legittimato ad agire ai sensi dell'art. 146 della legge fall., in correlazione con l'art. 2393 cod. civ., nei confronti della banca, ove la posizione a questa ascritta sia di terzo responsabile solidale del danno cagionato alla società fallita per effetto dell'abusivo ricorso al credito da parte dell'amministratore della predetta società (Cass. 13413/10).

Una simile precisazione è in linea con quanto dalle stesse sezioni unite implicitamente paventato (sentenze nn. 7029/2006, 7030/2006, 7031/2006) mercé l'affermazione, in quella sede rilevante, di novità di una domanda del genere, a fronte di quella risarcitoria da abusiva concessione di credito con lo scopo di mantenere artificiosamente in vita la società decotta.

Invero diversa è la conclusione ove il fallimento deduca a fondamento della sua pretesa la responsabilità del finanziatore verso il soggetto finanziato per il pregiudizio diretto e immediato causato al patrimonio di questo dall'attività di finanziamento, quale presupposto dell'azione che al curatore spetta come successore nei rapporti del fallito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 Aprile 2017.


Ricorso abusivo al credito – Violazione delle regole dell’accorta gestione – Concorso della banca – Obbligo di valutazione del merito creditizio.
Se il ricorso abusivo al credito va oltre i confini dell'accorta gestione imprenditoriale quanto all'amministratore della società finanziata, la stessa erogazione del credito, ove sia stata accertata la perdita del capitale di quella società, integra un concorrente illecito della banca, la quale è tenuta a seguire i principi di sana e prudente gestione valutando (art. 5 t.u.b.) il merito di credito in base a informazioni adeguate.

Dinanzi a una avventata richiesta di credito da parte degli amministratori della società che ha perduto interamente il capitale, e dinanzi a una altrettanto avventata o comunque imprudente concessione di credito da parte della banca, il comportamento illecito è concorrente ed è dotato di intrinseca efficacia causale, posto che il fatto dannoso si identifica nel ritardo nell'emersione del dissesto e nel conseguente suo aggravamento prima dell'apertura della procedura concorsuale.

Questo fatto integra un danno per la società in sé, oltre che per i creditori anteriori, e determina - siccome consequenziale al concorso di entrambi i comportamenti - l'insorgere dell'obbligazione risarcitoria in via solidale (art. 2055 cod. civ.), giacché gli elementi costitutivi della fattispecie di responsabilità sono correlabili alla mala gestio degli amministratori di cui le banche si siano rese compartecipi per il tramite dell'erogazione di quei medesimi finanziamenti, nonostante una condizione economica tale da non giustificarli. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 Aprile 2017.


Società pubblica - Natura - Società in house - Fallibilità.
Se è vero che l'ente pubblico in linea di principio può partecipare alla società soltanto se la causa lucrativa sia compatibile con la realizzazione di un proprio interesse (secondo norme e vincoli resi più stringenti dal d.lgs. n.175 del 2016), una volta che comunque la società sia stata costituita, l'interesse che fa capo al socio pubblico si configura come di rilievo esclusivamente extrasociale, con la conseguenza che le società partecipate da una pubblica amministrazione hanno comunque natura privatistica (Cass. s.u. 17287/2006).

Il rapporto tra società ed ente è perciò di assoluta autonomia, non essendo consentito al secondo di incidere unilateralmente sullo svolgimento dello stesso rapporto e sull'attività della società mediante poteri autoritativi, ma solo avvalendosi degli strumenti previsti dal diritto societario e mediante la nomina dei componenti degli organi sociali. Né un eventuale abuso di tali poteri pubblicistici ovvero la previsione di accordi anche contrattuali tra società ed ente, in costanza del tipo societario operativo, possono farne aggirare il modello di responsabilità con efficacia verso i terzi, ciò altrimenti dipendendo, sostanzialmente, da imprevedibili scelte di mera convenienza, ancora una volta incompatibili con l'adozione a monte dell'istituto societario.

La disciplina di convivenza così sintetizzata permette, come efficacemente spiegato in dottrina, che le società a partecipazione pubblica siano assoggettate a regole analoghe a quelle applicabili ai soggetti pubblici nei settori di attività in cui assume rilievo preminente rispettivamente la natura sostanziale degli interessi pubblici coinvolti e la destinazione non privatistica della finanza d'intervento; saranno invece assoggettate alle normali regole privatistiche ai fini dell'organizzazione e del funzionamento. E ciò vale anche per l'istituzione, la modificazione e l'estinzione, ove gli atti propedeutici alla formazione della volontà negoziale dell'ente sono soggetti alla giurisdizione amministrativa, ma gli atti societari rientrano certamente nella giurisdizione del giudice ordinario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 07 Febbraio 2017.


Società per azioni - Società partecipata da ente locale - Revoca dell'amministratore - Controversia - Giurisdizione amministrativa - Esclusione.
In tema di società per azioni partecipata da ente locale, ove l’amministratore nominato dal socio pubblico ne impugni l’atto di revoca, la controversia appartiene alla giurisdizione ordinaria e non alla giurisdizione amministrativa, trattandosi di atto “jure privatorum” e non “jure imperii”, alla luce della clausola ermeneutica generale ex art. 4, comma 13, del d.l. n. 95 del 2012, conv. in legge n. 135 del 2012. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 Gennaio 2015.


Società in house - Disciplina del codice civile - Applicabilità - Applicazione delle procedure concorsuali - Società costituite nelle forme del codice civile ed aventi ad oggetto attività commerciale - Assoggettabilità fallimento - Fattispecie in tema di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi

Società in house - Società costituite nelle forme del codice civile ed avente ad oggetto l’attività commerciale - Assoggettabilità a fallimento - Irrilevanza dell’effettivo esercizio dell’attività - Qualità di imprenditore commerciale acquisita al momento della costituzione - Identificazione sulla base dello statuto
.
E’ di interpretazione autentica la norma di cui al D.L. n.95/12, convertito in L. 135/2012, che ha dettato, in materia di società a partecipazione pubblica, una disposizione di generale rinvio alla disciplina codicistica delle società di capitali, precisando che: “Le disposizioni del presente articolo e le altre disposizioni, anche di carattere speciale, in materia di società a totale o parziale partecipazione pubblica si interpretano nel senso che, per quanto non diversamente stabilito e salvo deroghe espresse, si applica comunque la disciplina dettata dal codice civile in materia di società di capitali” (art. 4, comma 13). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Le società costituite nelle forme previste dal codice civile ed aventi ad oggetto un’attività commerciale sono assoggettabili a fallimento, indipendentemente dall’effettivo esercizio di una siffatta attività, in quanto esse acquistano la qualità di imprenditore commerciale dal momento della loro costituzione, non dall’inizio del concreto esercizio dell’attività d’impresa, al contrario di quanto avviene per l’imprenditore commerciale individuale. Sicché, mentre quest’ultimo è identificato dall’esercizio effettivo dell’attività, relativamente alle società commerciali è lo statuto a compiere tale identificazione, realizzandosi l’assunzione della qualità in un momento anteriore a quello in cui è possibile, per l’impresa non collettiva, stabilire che la persona fisica abbia scelto, tra i molteplici fini potenzialmente raggiungibili, quello connesso alla dimensione imprenditoriale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Palermo, 13 Ottobre 2014.


Responsabilità dei sindaci - Accertamento del nesso causale - Accertamento della condotta che avrebbe evitato le conseguenze dannose degli illeciti compiuti dagli amministratori - Necessità.

Responsabilità degli amministratori e dei sindaci - Riduzione del capitale sociale per perdite - Delibera di aumento del capitale sociale non seguita dal versamento del prezzo - Mancato versamento imputabile agli amministratori - Fattore rilevante per la esclusione della responsabilità dei sindaci.
.
L'accertamento del nesso causale è indispensabile per l'affermazione della responsabilità dei sindaci in relazione ai danni subiti dalla società come effetto del loro illegittimo comportamento omissivo, a tal fine occorrendo accertare che un diverso e più diligente comportamento dei sindaci nell'esercizio dei loro compiti (tra cui la mancata tempestiva segnalazione della situazione agli organi di vigilanza esterni) sarebbe stato idoneo ad evitare le dannose conseguenze degli illeciti compiuti dagli amministratori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Se è vero che, in tema di riduzione del capitale sociale per perdite, la mera deliberazione di aumento del capitale non è idonea a modificare la situazione contabile della società - e dunque il verificarsi della causa di scioglimento di cui all'art. 2448, n. 4, cod. civ. e la conseguente responsabilità degli amministratori ai sensi dell'art. 2449 - sin quando le nuove azioni non siano sottoscritte (e pagate almeno nella misura percentuale minima prescritta dalla legge, è anche vero che il fatto stesso che la delibera sia stata adottata se non esonera gli amministratori dalla responsabilità, ai fini dell'accertamento di quella concorrente dei sindaci (e, quindi, al fine di determinare i danni imputabili a far tempo dall'una o dall'altra data) non può non giovare ai sindaci stessi la circostanza della convocazione dell'assemblea, della positiva adozione della delibera di aumento del capitale sociale, la sottoscrizione dell'aumento di capitale da parte di nuovo socio e l'eventuale versamento dei tre decimi, essendo il mancato versamento della somma nelle casse sociali imputabile agli amministratori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2013, n. 24362.


Concordato fallimentare - Omologazione - Riforme cui ai d.lgs. n. 5 del 2006 e n. 169 del 2007 - Proposta concordataria - Parere del curatore ex art. 125 legge fall. - Differenze con la relazione del professionista ex art. 161 legge fall. - Carenze o inesattezze del parere - Vizio di regolarità della procedura - Configurabilità - Esclusione

Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Omologazione - Riforma della legge fallimentare di cui ai d.lgs. n. 5 del 2006 e n. 169 del 2007 - Proposta concordataria - Poteri di controllo del tribunale - Individuazione
.
Nel procedimento di concordato fallimentare risultante dai d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e 12 settembre 2007, n. 169, il parere reso dal curatore sui presumibili risultati della liquidazione e sulle garanzie offerte, ai sensi dell'art. 125 legge fall., svolge una funzione diversa - più ridotta e limitata - rispetto a quella svolta dalla relazione del professionista ex art. 161 legge fall. nel concordato preventivo, atteso che, mentre quest'ultima costituisce lo strumento fondamentale perché i creditori possano venire a conoscenza delle vicende imprenditoriali, finanziarie ed economiche di un'impresa normalmente ancora in attività, il primo è reso con riferimento ad un'impresa fallita, della quale vengono accertati dagli organi fallimentari sia le attività, che le passività. Ne consegue che la maggiore conoscenza del ceto creditorio circa la situazione economico-finanziaria e patrimoniale dell'impresa fallita implica che il parere del curatore non debba incentrarsi in modo specifico sulla congruenza e non contraddittorietà della proposta concordataria, e che eventuali ulteriori carenze, omissioni o erronee indicazioni in esso contenute, ivi comprese le inesattezze in ordine all'indicazione delle percentuali di soddisfacimento dei creditori, non possono inficiare la regolarità del procedimento, ben potendo i creditori, del resto, valutare - in autonomia e alla luce della documentazione fornita dagli organi fallimentari - eventuali imprecisioni e contraddizioni o possibili divergenze interpretative della proposta. (massima ufficiale)

A seguito della riforma di cui al d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e al d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, nel giudizio di omologazione del concordato fallimentare il controllo del tribunale è limitato alla verifica della regolarità formale della procedura e dell'esito della votazione - salvo che non sia prevista la suddivisione dei creditori in classi ed alcune di esse risultino dissenzienti - restando escluso ogni controllo sul merito, ad eccezione dell'indagine sull'eventuale abuso dell'istituto. La valutazione sul contenuto della proposta concordataria, riguardando il profilo della convenienza, è, invece, devoluta ai creditori, sulla base del parere inerente ai presumibili risultati della liquidazione formulato dal curatore e dal comitato dei creditori, mentre al giudice delegato spetta soltanto un controllo sulla ritualità della proposta medesima. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2013, n. 24359.


Società - Di Capitali - Società per azioni - Organi sociali - Collegio sindacale - Responsabilità - In genere - Responsabilità omissiva - Nesso causale - Onere della prova - Contenuto - Fattispecie concernente responsabilità ex art. 2449 cod. civ. per fatto degli amministratori.
Al fine dell'affermazione della responsabilità dei sindaci di società per il loro illegittimo comportamento omissivo, è necessario accertare il nesso causale - la cui prova spetta al danneggiato - tra il comportamento illegittimo dei sindaci e le conseguenze che ne siano derivate, a tal fine occorrendo verificare che un diverso e più diligente comportamento dei sindaci nell'esercizio dei loro compiti (tra cui la mancata tempestiva segnalazione della situazione agli organi di vigilanza esterni) sarebbe stato idoneo ad evitare le disastrose conseguenze degli illeciti compiuti dagli amministratori. (Fattispecie nella quale si imputava ai sindaci una responsabilità concorrente con quella degli amministratori per violazione dell'art. 2449 cod. civ., nel testo previgente al d.lgs. n. 6 del 2003). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2013.


Società - Di Capitali - Società per azioni - Organi sociali - Collegio sindacale - Responsabilità - In genere - Delibera di aumento del capitale - Idoneità a modificare la situazione contabile - Sufficienza - Esclusione - Sottoscrizione e pagamento (nella percentuale minima di legge) delle azioni - Necessità - Diverse conseguenze per la responsabilità degli amministratori e dei sindaci nel caso di mancato versamento dei 3/10 nelle casse sociali.
La mera deliberazione di aumento del capitale non è idonea a modificare la situazione contabile della società - e dunque il verificarsi della causa di scioglimento di cui all'art. 2448, n. 4, cod. civ. e la conseguente responsabilità degli organi ai sensi dell'art. 2449 cod. civ., nel testo anteriore al d.lgs. n. 6 del 2003, - sin quando le nuove azioni non siano sottoscritte e pagate almeno nella misura percentuale minima prescritta dalla legge. Tuttavia, ai fini della valutazione responsabilità concorrente dei sindaci, non possono non giovare ai predetti l'avvenuta convocazione dell'assemblea, la positiva adozione della delibera di aumento del capitale sociale e la sottoscrizione dell'aumento di capitale sociale da parte di un nuovo socio, allorché poi il mancato versamento nelle casse sociali della somma promessa sia imputabile solo agli amministratori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2013.


Società di capitali – Partecipazione pubblica – Revoca amministratori – Rapporto fiduciario – Giusta causa – Risarcimento danni.

Società di capitali – Partecipazione pubblica – Natura pubblica o privata – Revoca amministratori – Giusta causa.

Società di capitali – Partecipazione pubblica – Natura pubblica o privata – Obblighi amministratori – Fedeltà al socio – Interesse sociale – Pubblico interesse.

Società di capitali – Partecipazione pubblica – Accesso agli atti – Accesso Consiglieri comunali – Diritti sociali – Revoca amministratori – Giusta causa – Insussistenza.
.
In una società di capitali a partecipazione pubblica, il venir meno del rapporto fiduciario tra socio Amministrazione comunale e amministratori è rilevante, ai fini di integrare una giusta causa di revoca del mandato, solo quando i fatti che hanno determinato il venir meno dell’affidamento siano oggettivamente valutabili come idonei a mettere in forse la correttezza e le attitudini gestionali dell’amministratore. Altrimenti lo scioglimento del rapporto fiduciario deriva da una valutazione soggettiva della maggioranza che legittima da un lato il recesso ad nutum ma legittima altresì l’amministratore revocato senza una giusta causa a richiedere il risarcimento del danno derivatogli dalla revoca del mandato. (massima ufficiale)

In una società di capitali partecipata in via maggioritaria da un ente pubblico territoriale e costituita per lo svolgimento di un servizio pubblico la giusta causa di revoca di un amministratore non diverge da quella di una società comune e non comprende il semplice logoramento dei rapporti tra soci e amministratori. (massima ufficiale)

Gli amministratori che agiscono in giudizio contro il socio amministrazione comunale perché siano rispettati i diritti della società derivanti dal contratto di servizio, tengono un comportamento sgradito a una componente dell’amministrazione comunale che non costituisce giusta causa di revoca. Imporre una fedeltà degli amministratori al socio pubblico snaturerebbe la natura privata della società in danno degli interessi sociali e della minoranza, oltre che, nel caso di società partecipata per motivi di pubblico interesse, anche dagli stakeholders a cui vantaggio la partecipazione pubblica è prevista. (massima ufficiale)

Non rappresenta giusta causa di revoca degli amministratori non aver consentito l’accesso diretto alla contabilità sociale da parte dei consiglieri comunali, in quanto si tratta di una pretesa giuridicamente illegittima e un comportamento collusivo degli amministratori comporterebbe una violazione delle norme che regolano i rapporti tra società e soci. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 15 Ottobre 2013, n. 23381.


Società di capitali – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura pubblica o privata – Norme di settore.

Società di capitali – Società con partecipazione pubblica – Natura di soggetto di diritto privato – Ente pubblico – Istituzione o riconoscimento per legge.

Società di capitali – Società con partecipazione pubblica – Natura di soggetto di diritto privato – Norme speciali – Tutela dell’affidamento.

Società – Società per azioni – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura pubblica o privata – Causa lucrativa.

Società – Società per azioni – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura soggetto – Natura attività – Assoggettabilità a fallimento.

Società di capitali – Società con partecipazione pubblica – Assoggettabilità a fallimento – Principio di uguaglianza – Tutela della concorrenza.
.
Una società non muta la sua natura di soggetto privato solo perché un ente pubblico ne possiede, in tutto o in parte, il capitale. Proprio dall'esistenza di specifiche normative di settore che, negli ambiti da esse delimitati, attraggono nella sfera del diritto pubblico anche soggetti di diritto privato, può ricavarsi a contrario, che, ad ogni altro effetto, tali soggetti continuano a soggiacere alla disciplina privatistica. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

L'art. 4 della legge n. 70/75, nel prevedere che nessun nuovo ente pubblico può essere istituito o riconosciuto se non per legge, evidentemente richiede che la qualità di ente pubblico, se non attribuita da una espressa disposizione di legge, debba quantomeno potersi desumere da un quadro normativo di riferimento chiaro ed inequivoco. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Eventuali norme speciali che siano volte a regolare la costituzione della società, la partecipazione pubblica al suo capitale e la designazione dei suoi organi, non incidono sul modo in cui essa opera nel mercato né possono comportare il venir meno delle ragioni di tutela dell'affidamento dei terzi contraenti contemplate dalla disciplina privatistica. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

L'eventuale divergenza causale rispetto allo scopo lucrativo non appare sufficiente ad escludere che, laddove sia stato adottato il modello societario, la natura giuridica e le regole di organizzazione della partecipata restino quelle proprie di una società di capitali disciplinata in via generale dal codice civile. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Ciò che rileva nel nostro ordinamento ai fini dell'applicazione dello statuto dell'imprenditore commerciale non è il tipo dell'attività esercitata, ma la natura del soggetto. Se così non fosse  si dovrebbe giungere alla conclusione che anche le società a capitale interamente privato cui sia affidata in concessione la gestione di un servizio pubblico ritenuto essenziale sarebbero esentate dal fallimento. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

La scelta del legislatore di consentire l'esercizio di determinate attività a società di capitali e dunque di perseguire l'interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico comporta anche che queste assumano i rischi connessi alla loro insolvenza, pena la violazione principi di uguaglianza e di affidamento dei soggetti che con esse entrano in rapporto ed attesa la necessità del rispetto delle regole della concorrenza. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 27 Settembre 2013, n. 22209.


Revoca dei membri del collegio sindacale – Per effetto della cessazione del mandato al sindaco – Automatismo della revoca – Esclusione..
In virtù di una interpretazione costituzionalmente orientata, ai componenti del collegio sindacale, non è applicabile l'art. 6, comma 3, L.R. 30/2000: l’automaticità della decadenza ivi prevista, dipendente dalla cessazione del mandato del Sindaco, operando ope legis, impedirebbe, con riferimento ai componenti del Collegio Sindacale, qualunque controllo giurisdizionale circa la sua correttezza (ricorrenza di una giusta causa della revoca) in base all'art. 2400 c.c.. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo, 13 Febbraio 2013.


Collegio sindacale - Nomina e cessazione dei sindaci - Società partecipate da enti pubblici - Applicazione dell'articolo 2400 c.c. - Giusta causa e approvazione del tribunale - Necessità..
Le disposizioni contenute nell'articolo 2400 c.c. in tema di nomina e di cessazione dall'ufficio dei sindaci sono applicabili anche alle ipotesi di revoca dei sindaci di società partecipate da enti pubblici ai sensi dell'articolo 2449 c.c., con la conseguenza che anche per siffatta revoca, devono ritenersi operanti il limite della giusta causa e della necessità di approvazione da parte del tribunale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo, 13 Febbraio 2013.


Società con partecipazione pubblica - Revoca dei sindaci - Manifestazione di volontà privatistica inerente la qualità di socio..
L'atto di revoca dei sindaci delle società con partecipazione pubblica previsto dall'articolo 2449 c.c. è espressione di una facoltà inerente la qualità di socio e, come tale, è manifestazione di una volontà essenzialmente privatistica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo, 13 Febbraio 2013.


Collegio sindacale - Nomina fiduciaria degli organi societari demandata al sindaco del comune - Articolo 6, comma 3, della Legge della Regione Sicilia n. 30/2000 - Applicazione ai membri del collegio sindacale nominati dall'ente locale azionista delle società partecipate - Esclusione..
L'articolo 6, comma 3, della Legge della Regione Sicilia n. 30/2000, il quale prevede che le nomine fiduciarie demandate ai sindaci decadono nel momento della cessazione del mandato, non è applicabile alle ipotesi di revoca dei membri del collegio sindacale nominati dall'ente locale che sia azionista della società partecipata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Palermo, 13 Febbraio 2013.


Società con partecipazione dello Stato o di enti pubblici – Facoltà di nomina di amministratori, sindaci o componenti del consiglio di sorveglianza – Concetto di proporzionalità della partecipazione al capitale sociale – Corrispondenza della quota di rappresentanza alla percentuale della partecipazione – Arrotondamenti..
La norma contenuta nell'articolo 2449, codice civile, secondo la quale la facoltà di nominare i componenti degli organi amministrativi e di controllo riservata dallo statuto allo Stato o a enti pubblici è “proporzionale alla partecipazione al capitale sociale”, deve essere interpretata nel senso che la quota di rappresentanza nominata da detti soggetti deve essere approssimativamente uguale, in termini percentuali, a quella della partecipazione nella società, con i gli eventuali limiti che si dovessero rendere necessari per arrotondare i dati per eccesso o per difetto ai fini della loro compatibilità. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Ragusa, 21 Dicembre 2010.


Società - Di capitali - Società per azioni - Organi sociali - Amministratori - Responsabilità - In genere - Fallimento - Azione di responsabilità esercitata dal curatore - Natura contrattuale - Conseguenze - Novità delle operazioni intraprese dopo lo scioglimento della società - Onere della prova - Spettanza - A carico dell'attore

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Società e consorzi - Organi - Azione di responsabilità nei confronti degli amministratori - Legittimazione del curatore - Natura contrattuale dell'azione - Conseguenze - Novità delle operazioni successive allo scioglimento della società - Onere della prova - Spettanza - A carico del curatore - Effetti
.
L'azione di responsabilità esercitata dal curatore del fallimento ai sensi dell'art. 146 legge fall., ha natura contrattuale e carattere unitario ed inscindibile, risultando frutto della confluenza in un unico rimedio delle due diverse azioni di cui agli artt. 2393 e 2394 cod. civ.; ne consegue che, mentre su chi la promuove grava esclusivamente l'onere di dimostrare la sussistenza delle violazioni ed il nesso di causalità tra queste ed il danno verificatosi, incombe, per converso, su amministratori e sindaci l'onere di dimostrare la non imputabilità a sè del fatto dannoso, fornendo la prova positiva, con riferimento agli addebiti contestati, dell'osservanza dei doveri e dell'adempimento degli obblighi loro imposti; pertanto, l'onere della prova della novità delle operazioni intraprese dall'amministratore successivamente al verificarsi dello scioglimento della società per perdita del capitale sociale, compete all'attore e non all'amministratore convenuto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2008, n. 25977.


Giurisdizione civile - Giurisdizione ordinaria e amministrativa - In genere - Società mista con partecipazione di un Comune - Aumento di capitale - Accollo da parte di un socio privato dell'obbligo di versare i tre decimi dovuti dal Comune, in attesa di un finanziamento della Cassa Depositi e Prestiti - Impugnazione da parte degli altri soci privati - Giurisdizione ordinaria - Sussistenza - Fondamento. .
Spetta al giudice ordinario la giurisdizione in ordine alla domanda proposta da alcuni dei soci privati di una società mista costituita con la partecipazione di un Comune per ottenere la dichiarazione d'illegittimità dell'accordo intervenuto tra l'ente pubblico ed un altro socio privato, con cui quest'ultimo si sia accollato l'obbligo del primo di versare i tre decimi di un aumento di capitale da esso sottoscritto, nelle more dell'ottenimento da parte del Comune di un finanziamento della Cassa Depositi e Prestiti. Si tratta infatti di una normale controversia di tipo civile-societario, che non attiene all'esercizio di un pubblico potere, non essendo consentito all'Amministrazione comunale d'incidere unilateralmente sullo svolgimento dei rapporti sociali e sull'attività della società mediante i propri poteri autoritativi e discrezionali, ma solo avvalendosi degli strumenti previsti dal diritto societario. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 31 Luglio 2006, n. 17287.


Responsabilità solidale dei sindaci per i comportamenti illegittimi degli amministratori - Portata - Suo modellamento su quella degli amministratori - Conseguenze - Configurabilità - Condizioni - Fattispecie in tema di inosservanza, da parte di amministratori, del divieto di compimento di nuove operazioni in presenza di una causa di scioglimento della società.
La responsabilità concorrente dei sindaci di una società per azioni per i comportamenti illegittimi degli amministratori ex art. 2407, secondo comma, cod. civ., è modellata su quella degli amministratori medesimi. Pertanto, essi possono essere chiamati a rispondere, in via solidale con questi ultimi, dei danni cagionati non solo alla società o ai creditori sociali, ma anche ai terzi, o a singoli soci, da fatti od omissioni attribuibili agli amministratori, tutte le volte in cui non abbiano adeguatamente vigilato in conformità agli obblighi della loro carica. Ne consegue che la responsabilità dei sindaci è configurabile, ove ad essi sia addebitabile una tale omissione, anche in caso di violazione, da parte degli amministratori, del divieto, posto dall'art. 2449, primo comma, cod. civ., di intraprendere nuove operazioni in presenza di una causa di scioglimento della società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 08 Marzo 2000, n. 2624.