LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO V
Delle società
CAPO IX
Direzione e coordinamento di società

Art. 2497

Responsabilità
TESTO A FRONTE

I. Le società o gli enti che, esercitando attività di direzione e coordinamento di società, agiscono nell'interesse imprenditoriale proprio o altrui in violazione dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società medesime, sono direttamente responsabili nei confronti dei soci di queste per il pregiudizio arrecato alla redditività ed al valore della partecipazione sociale, nonché nei confronti dei creditori sociali per la lesione cagionata all'integrità del patrimonio della società. Non vi è responsabilità quando il danno risulta mancante alla luce del risultato complessivo dell'attività di direzione e coordinamento ovvero integralmente eliminato anche a seguito di operazioni a ciò dirette.
II. Risponde in solido chi abbia comunque preso parte al fatto lesivo e, nei limiti del vantaggio conseguito, chi ne abbia consapevolmente tratto beneficio.
III. Il socio ed il creditore sociale possono agire contro la società o l'ente che esercita l'attività di direzione e coordinamento, solo se non sono stati soddisfatti dalla società soggetta alla attività di direzione e coordinamento.
IV. Nel caso di fallimento, liquidazione coatta amministrativa e amministrazione straordinaria di società soggetta ad altrui direzione e coordinamento, l'azione spettante ai creditori di questa è esercitata dal curatore o dal commissario liquidatore o dal commissario straordinario.

GIURISPRUDENZA

Direzione e coordinamento - Azione di responsabilità del socio - Condizione di procedibilità per l'azione contro la società che esercita l'attività di direzione e coordinamento - Infruttuosa escussione del patrimonio della controllata - Esclusione.
L'art. 2497 c.c., comma 3, c.c. non prevede una condizione di procedibilità dell'azione contro la società che esercita l'attività di direzione e coordinamento, costituita dalla infruttuosa escussione, da parte del socio della società controllata, del patrimonio di questa o dalla previa formale richiesta risarcitoria ad essa rivolta, avendo il legislatore posto unicamente in capo alla società capogruppo l'obbligo di risarcire i soci esterni danneggiati dall'abuso dell'attività di direzione e coordinamento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 05 Dicembre 2017, n. 29139.


Responsabilità da attività di direzione e coordinamento – Azione del socio – Ratio – Onere di richiesta di soddisfazione in capo al socio e al creditore – Modalità di esercizio.
Il terzo comma dell’art. 2497 c.c., ove stabilisce che “Il socio ed il creditore sociale possono agire contro la società o l’ente che esercita l’attività di direzione e coordinamento, solo se non sono stati soddisfatti dalla società soggetta alla attività di direzione e coordinamento” si giustifica con la necessità di assicurare alla società controllata un margine di iniziativa, rendendo lecita una facoltà il cui esercizio sarebbe altrimenti foriero di responsabilità per gli amministratori della società controllata.

Deve pertanto essere condiviso l’orientamento espresso da quella giurisprudenza di merito secondo cui la suddetta norma si interpreta in senso debole, ovvero semplicemente in senso letterale: essa pone soltanto un onere di richiesta di soddisfazione in capo al socio (e al creditore), che ben può essere assolto anche citando in giudizio la società controllata in chiave di denuntiatio litis, volta a stimolarla all’azione verso la controllante, verso gli amministratori di quella e verso i propri amministratori. La mancata soddisfazione consente loro di agire verso la holding senza che sia previsto in alcun modo che essi debbano (né che possano) agire preventivamente verso la loro società o, addirittura escuterla infruttuosamente (Trib. Milano, 17 giugno 2011).

Né la messa in mora né la preventiva escussione della società controllata costituiscono, pertanto, condizioni dell’azione e di proponibilità della domanda volta a far valere la responsabilità dell’ente capogruppo, ma ciò non esclude che sussista comunque, in capo a chi agisce ai sensi dell’art. 2497 c.c., un onere (minimo) di dimostrazione di aver richiesto alla società l’adempimento del debito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Catanzaro, 08 Marzo 2017.


Fallimento della società di fatto holding - Spendita del nome - Società occulta - Responsabilità da eterodirezione.
Nelle società di fatto holding il problema della spendita del nome si pone al fine di stabilire la fallibilità della società di fatto in ragione della sua specifica responsabilità imprenditoriale per le obbligazioni assunte, non anche l'esistenza della società medesima.
Tuttavia, allorquando la società di fatto risponda ai canoni della c.d. società occulta, non ha senso porsi il problema della spendita del nome ai fini del riconoscimento della sua esistenza ed operatività.
Alla stessa conclusione deve giungersi anche quando alla base dell’insolvenza della società di fatto vi è un credito risarcitorio ex art. 2497 c.c..
Difatti, chi esercita l'attività di direzione e coordinamento in modo illecito, approfittando e abusando dei poteri di direzione, ed eludendo per fini propri i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale (art. 2497, 1° comma), risponde non di obbligazioni derivanti da un agire negoziale, in questo senso contratte direttamente (e per le quali potrebbe in astratto valere un problema di spendita del nome), ma di obbligazioni appunto risarcitorie. E trattandosi di responsabilità di tipo esclusivamente risarcitorio (extracontrattuale) per i danni arrecati dall'attività di direzione abusiva, non si pone e non può porsi, un problema di esteriorizzazione, non essendosi dinanzi a obbligazioni "volontarie". (Raimondo Iusto) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 25 Luglio 2016, n. 15346.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Holding - Società di fatto - Fallibilità - Condizioni - Insolvenza relativa ai debiti assunti - Obbligazioni risarcitorie ex art. 2497 c.c. - Spendita del nome - Irrilevanza.
La società di fatto "holding" esiste come impresa commerciale per il solo fatto di essere stata costituita tra i soci per l'effettivo esercizio dell'attività di direzione e coordinamento di altre società ed è, pertanto, autonomamente fallibile, a prescindere dalla sua esteriorizzazione mediante la spendita del nome, ove sia insolvente per i debiti assunti, ivi comprese le obbligazioni risarcitorie derivanti dall'abuso sanzionato dall'art. 2497 c.c., nonché al danno così arrecato all'integrità patrimoniale delle società eterodirette e, di riflesso, ai loro creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Luglio 2016.


Società di capitali - Utilizzo strumentale di una o più società per la diversificazione degli investimenti e delle responsabilità di chi le dirige e le governa - Abuso - Esclusione.
L'utilizzo strumentale di una o più società di capitali al fine di una diversificazione e delimitazione degli investimenti e della responsabilità di chi le dirige e le governa, anche con un sistema di direzione coordinato, di per sè non trasmoda in un abuso, posto che proprio tale schema organizzativo è immanente al paradigma delle diverse responsabilità limitate, né tale utilizzo strumentale può portare alla conseguenza della perdita del beneficio della responsabilità limitata per il sol fatto di aver operato nell'interesse imprenditoriale proprio o altrui, violando i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società dominate e pertanto nell'interesse contrario a quello di dette società. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 Giugno 2016.


Controllo societario - Attività di direzione e coordinamento - Caratteristiche - Requisiti - Controllo esterno - Rapporti contrattuali - Necessità - Reiterazione di rapporti negoziali aventi il medesimo oggetto - Controllo esterno - Esclusione.
Perché possa essere individuata una relazione di controllo societario ai sensi dell’articolo 2359 n. 3 c.c. occorre verificare la presenza di una situazione di oggettiva dipendenza economica derivante da particolari rapporti contrattuali di una società rispetto ad un’altra; si tratta di un condizionamento oggettivo ed esterno dell’attività sociale, che sussiste indipendentemente da chi nomina o può revocare gli amministratori, essendo l’attività economica stessa, in quanto tale ad essere condizionata dalla relazione di controllo.

La relazione di controllo esterno di una società da parte di un’altra postula l’esistenza di determinati rapporti contrattuali, la cui costituzione ed il cui perdurare rappresentino la condizione di esistenza e di sopravvivenza della capacità di impresa della società controllata; a tal fine è necessario un rapporto derivante dai suddetti vincoli contrattuali di subordinazione tra le due società, tale da ridurre l’una ad una vera e propria società satellite dell’altra, anche per il tempo successivo alla scadenza dell’accordo, vuoi in virtù di accordi stabili nella loro durata, vuoi perché garantiti da una forte penale.

La reiterazione di rapporti negoziali aventi il medesimo oggetto non può considerarsi di per sé sintomatica di una posizione contrattuale “forte” di una società rispetto ad un’altra e, quindi, dell’esistenza di un rapporto di forza dal quale deriva anche la sostanziale imposizione dei corrispettivi della fornitura del servizio. Una tale situazione non è sufficiente per enucleare la fattispecie del controllo, in quanto la norma richiede che i rapporti contrattuali che generano quel controllo siano particolari e che sulla base di essi la società controllata non possa autonomamente determinare le proprie scelte strategiche in ordine allo svolgimento della propria attività imprenditoriale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 13 Giugno 2016.


Dichiarazione di fallimento - Fallimento dell'holder - Centro di imputazione di interessi - Esercizio di attività imprenditoriale - Prova della eterodirezione societaria - Presupposti e caratteristiche.
La responsabilità risarcitoria è causa di mera aggressione patrimoniale nei confronti del responsabile (e non di assoggettamento a fallimento, con conseguente spossessamento e cristallizzazione delle masse passive), laddove l’assoggettamento a fallimento richiede comunque l’individuazione di un centro di imputazione di interessi che eserciti una attività imprenditoriale come tale considerata (e, quindi, assuma debiti in proprio quale imprenditore), il cui esercizio è postulato necessario per qualsiasi dichiarazione di fallimento a termini dell’art. 1, comma 1, legge fall. Solo in caso di prova che l’eterodirezione societaria si sia tradotta in esercizio di attività imprenditoriale, può dedursi che l’esercizio abusivo di attività di direzione comporti l’assoggettabilità a dichiarazione di fallimento (assunzione di attività imprenditoriale in nome proprio con spendita del nome, perseguimento di un risultato economico, utilizzazione di una attività svolta professionalmente e con stabile organizzazione, autonoma rispetto a quella delle singole società eterodirette, volta a determinare l’indirizzo, il controllo e il coordinamento di altre società). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Dichiarazione di fallimento - Fallimento dell'holder - Mancanza della spendita espressa dal nome - Presupposti.
Il coinvolgimento dell’holder quale soggetto fallibile senza espressa spendita del nome può avvenire principalmente nel caso in cui il centro di imputazione del soggetto insolvente sia già stato individuato altrove e l’holder entri in gioco quale socio occulto (e, quindi, non come imprenditore) di cui si chieda il fallimento in estensione ex art. 147 legge fall., non anche laddove si predichi ex abrupto la qualità di imprenditore del medesimo, che non può prescindere dallo svolgimento ex professo di una attività imprenditoriale propriamente intesa, perché diversamente dovrebbe accedersi alla non condivisa opinione dell’imprenditore occulto che svolga indirettamente attività imprenditoriale tramite terzi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Fallimento - Assoggettabilità a fallimento dell'holder - Presupposti - Attività di direzione e coordinamento di un gruppo societario quale fonte di responsabilità ex art. 2497 c.c. - Irrilevanza.
Appare, quindi, evidente come non basti, di per sé, al fine dell'assoggettamento a dichiarazione di fallimento, l'esercizio anche abusivo da parte dell'holder di attività di direzione e coordinamento di un gruppo societario, fonte di responsabilità ex art. 2497 c.c. per l'holder. Lo status di holder fallibile, ossia di titolare di holding unipersonale assoggettabile a fallimento, non coincide di per sé con l'esercizio abusivo (in violazione di quanto previsto dall'ad. 2497 c.c.) di una attività di coordinamento del gruppo. Chi esercita una attività di coordinamento di altre società e agisce in violazione dei principi di corretta gestione delle società (sia societaria sia imprenditoriale), assume una responsabilità risarcitoria diretta "per il pregiudizio arrecato alla redditività ed al valore della partecipazione sociale, nonché nei confronti dei creditori sociali per la lesione cagionata all'integrità del patrimonio della società" (art. 2497 c.c.), azione risarcitoria che in caso di fallimento della società affidata all'altrui coordinamento spetta al curatore del fallimento. Pertanto, ancorché venga allegato l'esercizio abusivo dell'attività di direzione e coordinamento da parte di una persona fisica (arg. ex art. 2497-sexies c.c.), come nel caso di abusiva ingerenza del socio titolare di partecipazioni quasi totalitarie (il cd. socio "quasi unico"), tale circostanza non comporta di per sé lo status di imprenditore fallibile dell'holder o socio tiranno.

Invero, la responsabilità risarcitoria è causa di mera aggressione patrimoniale nei confronti del responsabile (e non di assoggettamento a fallimento, con conseguente spossessamento e cristallizzazione delle masse passive), laddove l'assoggettamento a fallimento richiede comunque l'individuazione di un centro di imputazione di interessi che eserciti una attività imprenditoriale come tale considerata (e, quindi, assuma debiti in proprio quale imprenditore), il cui esercizio è postulato necessario per qualsiasi dichiarazione di fallimento a termini dell'art. 1, comma 1, legge fall. Solo in caso di prova che l'eterodirezione societaria si sia tradotta in esercizio di attività imprenditoriale, può dedursi che l'esercizio abusivo di attività di direzione comporti l'assoggettabilità a dichiarazione di fallimento (assunzione di attività imprenditoriale in nome proprio con spendita del nome, perseguimento di un risultato economico, utilizzazione di una attività svolta professionalmente e con stabile organizzazione, autonoma rispetto a quella delle singole società eterodirette, volta a determinare l'indirizzo, il controllo e il coordinamento di altre società). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Società per azioni - Organi sociali - Amministratori - Responsabilità - Verso i creditori sociali - Azione di responsabilità ex art. 2497 cod. civ. dei creditori della società eterodiretta nei confronti della "holding" - Unicità - Responsabilità sussidiaria della "holding" per il pagamento dei debiti insoddisfatti della società eterodiretta - Configurabilità - Esclusione.
L'art. 2497 cod. civ. prevede un'unica azione di responsabilità che può essere esercitata dai creditori sociali della società eterodiretta (e, in caso di fallimento, dal curatore) nei confronti dell'ente o della società che ha abusato dell'attività di direzione e coordinamento, al fine di ottenere il ristoro del pregiudizio conseguente alla lesione cagionata all'integrità del patrimonio sociale. Pertanto, il terzo comma della menzionata disposizione, nel prevedere che il creditore sociale può agire nei confronti dell'ente o della società che svolge attività di direzione e coordinamento solo se non sia stato soddisfatto dalla società soggetta a tale attività, si limita ad individuare una condizione di ammissibilità dell'azione di responsabilità prevista dal primo comma, ma non costituisce il fondamento normativo di un'ulteriore responsabilità sussidiaria tipica della cd. "holding" per il pagamento dei debiti insoddisfatti della società eterodiretta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Giugno 2015, n. 12254.


Attività di direzione e coordinamento - Amministrazione di fatto - Distinzione - Attività atipica in forma orale o scritta consistente nella espressione di volontà dell’ente dirigente in ordine ad atti gestori che dovranno essere compiuti dagli amministratori della società diretta a violazione dei principi di corretta gestione societaria - Punto di equilibrio tra l’interesse della holding e quello delle società controllate - Direzione e coordinamento quali attività di fatto - Direzione: esercizio di una pluralità sistematiche costante di atti di indirizzo idonei ad incidere sulle decisioni gestorie dell’impresa - Coordinamento: realizzazione di un sistema di sinergie tra diverse società del gruppo nel quadro di una politica strategica complessiva.
L’attività di direzione e coordinamento (che può essere esercitata anche da una persona fisica) è differente dall’amministrazione di fatto della società controllata: l’ente dirigente non agisce compiendo esso stesso atti di gestione della società eterodiretta rilevanti verso i terzi e/o spendendo il nome di lei, così generando un effetto di imputazione ad essa dei suoi atti; l’ente dirigente, invece, influenza o determina le scelte gestorie operate dagli amministratori della società diretta, che si tradurranno in atti gestori rilevanti verso i terzi compiuti, in esecuzione delle direttive, dagli amministratori della società diretta. L’ente dirigente, dunque, non esercita “i poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione” di amministratore (art. 2639 c.c., da cui si ricava una definizione paradigmatica e generale della figura dell’amministratore di fatto). L’attività di direzione e coordinamento è, pertanto, un’attività atipica, che può assumere forma orale o scritta e le modalità più svariate avente come soggetto attivo/mittente l’ente dirigente e come destinatari gli amministratori della società diretta, consistente nella espressione di volontà dell’ente dirigente in ordine ad atti gestori che dovranno essere compiuti dagli amministratori della società diretta (e poi di conseguenza imputati ad essa).

Al riguardo la giurisprudenza ha puntualizzato che i principi di corretta gestione societaria ed imprenditoriale sono, nei gruppi di impresa, violati ogniqualvolta la holding, nel realizzare una determinata strategia od operazione, non abbia trovato il punto di equilibrio tra il proprio interesse e quello delle società controllate sicché la clausola generale contenuta nell’art. 2497, primo comma, c.c. varrebbe come formula che riassume in sé i criteri ai quali deve essere informata la direzione unitaria.

In questa prospettiva, risolvendosi la “direzione” ed il “coordinamento” in una attività di fatto, giova evidenziare che la direzione equivale all’esercizio di una pluralità sistematica e costante di atti di indirizzo idonei ad incidere sulle decisioni gestorie dell’impresa, cioé sulle scelte strategiche ed operative di carattere finanziario, industriale, commerciale che attengono alla conduzione degli affari sociali; il coordinamento mira, invece, a realizzare un sistema di sinergie tra diverse società del gruppo nel quadro di una politica strategica complessiva, estesa all’insieme di società. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 07 Aprile 2015.


Società di capitali - Partecipazione a società a responsabilità illimitata - Previa delibera assembleare - Necessità - Partecipazione alla cd. supersocietà di fatto - Esclusione.
Perché la società di capitali possa assumere la qualità di socio in una società a responsabilità illimitata è necessaria l'adozione di una delibera dell'assemblea dei soci e ciò in osservanza della disposizione di cui all'articolo 2479, comma 2, n. 5 c.c. che riserva alla competenza dei soci le decisioni relative ad operazioni che comportino una sostanziale modificazione dell'oggetto sociale o una rilevante modificazione dei diritti dei soci, quale è certamente la partecipazione ad una società a responsabilità illimitata che determina una deviazione rispetto al normale e fisiologico esercizio dell'attività costituente l'oggetto sociale attraverso lo schema tipico delle società di capitali.

In senso conforme: Corte d’Appello di Torino, 30 luglio 2007, in Nuovo dir. soc., 07, 2219; Corte d’Appello di Bologna, 11 giugno 2008, in Fall., 08, 1293; Corte d’Appello di Napoli, 5 giugno 2009, in Nuovo dir. soc., 09, n. 16, 42; Corte d’appello Venezia, 10 dicembre 2011, in Il caso.it; Trib. Mantova, 30 aprile 2013, in Il caso.it, Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 15 gennaio 2015, in Il caso.it, 12037; Trib. Foggia, 3 marzo 2015, in Il fallimentarista. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Bergamo, 19 Marzo 2015.


Società di capitali – Competenze degli amministratori – Limiti ai poteri degli amministratori – Opponibilità ai soci e ai terzi – Sussistenza

Società di capitali – Art. 2361 cod. civ. – Partecipazione di società di capitali alle società di persone – Competenza assembleare – Mancanza delibera – Rilevabilità d’ufficio – Esclusione

Fallimento delle società – Società di capitali – Estensione del fallimento ex art. 147 l.f. – Interpretazione analogica – Criteri

Società di capitali – Imprenditore occulto – Definizione e elementi – Applicabilità

Fallimento delle società – Società di capitali – Estensione del fallimento ex art. 147 l.f. – Criteri ex art. 3 Cost. – Responsabilità imprenditore occulto – Responsabilità ex artt. 2497 e ss. cod. civ. – Responsabilità amministratore di fatto – Differenze
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Il sistema delle società di capitali è strutturato in modo che gli amministratori, che detengono i poteri di gestione della società, siano soggetti a regole che mirano ad assicurare la tutela dell’integrità del patrimonio sociale, nell’interesse dei soci e dei creditori. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il combinato disposto degli artt. 2361 cod. civ. e 111 duodecies disp. att. cod. civ., in ragione degli effetti che derivano per la società di capitali dall’acquisizione della partecipazione in una società di persone, effetti rappresentati dall’assunzione della responsabilità illimitata per le obbligazioni gravanti sulla società acquisita, rappresenta un limite legale al potere degli amministratori riservandone la determinazione ai soci in sede assembleare e impone l’informativa per i creditori sociali tramite la nota integrativa, la cui violazione ne precluderebbe la riferibilità o imputabilità giuridica, non dei singoli atti compiuti, ma dell’attività d’impresa unitariamente considerata, intesa come coordinamento temporale e funzionale dei singoli atti, ed effettivamente svolta dagli amministratori. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’art. 2361 cod. civ., quindi, è una norma che riserva all’organo assembleare la competenza alla formazione della volontà societaria di esercitare attività d’impresa secondo lo schema della società di persone. Le delibere implicite sono inammissibili nell’ordinamento delle società per azioni e la mancanza della delibera è rilevabile d’ufficio. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il criterio interpretativo della lettura costituzionalmente orientata della norma è diretta a precisare il significato precettivo di un enunciato letterale di ampio contenuto modulandone lo spettro applicativo, quindi, a livello metodologico non appare corretta l’utilizzazione di questo canone ermeneutico per applicare la norma ai casi da essa espressamente esclusi, rispetto ai quali, invece, deve essere utilizzato il canone dell’interpretazione analogica fondata sul meccanismo della “ubi eadem legis ratio, ibi eadem legis dispositio in eadema ratio” e, quindi, sulla ricerca della ragione che ha ispirato il legislatore nella formulazione della disposizione. Pertanto, l’applicazione dell’art. 147, co. 5, l.f.. ai casi di preventiva dichiarazione di fallimento di società di capitali per la sua estensione al soggetto al quale è “riferibile l’impresa”, impone un’attività ermeneutica diretta alla ricerca della ratio della norma e degli interessi perseguiti dal legislatore, con la successiva verifica dell’esistenza delle medesime esigenze nei casi non rientranti nell’enunciato letterale della disposizione. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Con l’espressione “imprenditore occulto” si fa riferimento all’orientamento teorico secondo cui, nell’ordinamento del diritto d’impresa, il criterio per l’acquisto della qualità di imprenditore e per la riferibilità dell’attività d’impresa non è il canone formale della spendita del nome ma quello sostanziale della titolarità effettiva dell’attività economica. Il legislatore ha affermato la fallibilità di una società e, quindi, di un imprenditore collettivo, del quale non è mai stato speso il nome nell’esercizio dell’intrapresa economica e che è, quindi, occulto cioè è titolare effettivo dell’attività d’impresa, con i relativi elementi caratterizzanti ossia quelli afferenti il potere gestorio e la responsabilità patrimoniale. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

La distinzione della figura dell’imprenditore occulto richiamata dall’art. 147 co. 5 l.f. rispetto al fenomeno del gruppo societario contemplato dagli artt. 2497 e ss. c.c. concerne il profilo sia gestorio sia economico: sotto il primo profilo, nel fenomeno del gruppo societario, si assiste a un potere di direzione unitaria che influenza la fase gestoria della società eterodiretta, con la facoltà degli amministratori, tuttavia, di adottare in piena autonomia una decisione difforme, invece, nel fenomeno contemplato dall’art. 147 co. 5 l.f., è previsto il potere dell’imprenditore o società “occulta” di compiere direttamente gli atti di gestione ovvero di condizionare in modo vincolante il compimento degli stessi da parte di colui che solo formalmente è il titolare dell’impresa; sotto il profilo economico, nel fenomeno del gruppo societario le conseguenze economiche delle decisioni gestorie delle singole società non hanno una conseguenza diretta, in termini di profitti e perdite nel patrimonio delle società titolare del potere di direzione unitario, diversamente da quanto accade per l’imprenditore “occulto”. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il canone di interpretazione fondato sulla ragionevolezza, che ha il proprio fondamento nell’art. 3 Cost, induce a sostenere che l’estensione del fallimento, quindi, l’attivazione di una procedura esecutiva concorsuale per l’operare della responsabilità patrimoniale diretta con il superamento dello schermo societario possa conseguire solo rispetto a forme di ingerenza più penetrante nella gestione dell’impresa. Ne deriva che l’interpretazione dell’art. 147 co. 5 l.f. esclude dall’area dell’imprenditore occulto l’istituto dell’amministratore di fatto di società di capitali, atteso che per la configurabilità dell’imprenditore occulto non è sufficiente l’esistenza di un penetrante potere di ingerenza nella gestione della società tramite il compimento diretto di atti gestori ovvero tramite il condizionamento vincolante dell’operato degli amministratori di diritto, ma è necessario che dall’attività derivino anche conseguenze economiche dirette, in termini di rischi, utili e perdite, nel suo patrimonio (come nel caso di prestazione di fideiussione con rinuncia al diritto di regresso nei confronti della società; finanziamenti infruttiferi, apporto i nuova finanza nel concordato preventivo). (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 15 Gennaio 2015.


Negozio fiduciario come interposizione reale di persona – Sussistenza – Società fiduciaria, investita della sola legittimazione all’intestazione della partecipazione sociale e al conseguente esercizio dei diritti sociali uti socius, come "società che esercita direzione e coordinamento" – Non configurabilità – Obbligo, per la società fiduciaria, di adempiere alle istruzioni del fiduciante sia in tutti gli atti di amministrazione dei valori ad essa affidati sia nella espressione del voto assembleare – Sussistenza.
Il negozio fiduciario si realizza mediante il collegamento di due negozi, l’uno di carattere esterno, costituito da un negozio reale traslativo realmente voluto e con efficacia verso i terzi, e l’altro di carattere interno – pure effettivamente voluto – ed obbligatorio, diretto a modificare il risultato finale del primo negozio (il vero e proprio “pactum fiduciae”) per cui il fiduciario è tenuto a ritrasferire il bene al fiduciante o a un terzo; l’intestazione fiduciaria di titoli azionari (o di quote di partecipazione societaria) integra gli estremi della interposizione reale di persona, per effetto della quale l’interposto acquista (a differenza che nella interposizione fittizia o simulata) la titolarità delle azioni o delle quote, pur essendo, in virtù di un rapporto interno con l’interponente di natura obbligatoria, tenuto ad osservare un certo comportamento, convenuto in precedenza con il fiduciante, nonché a ritrasferire i titoli a quest’ultimo, ad una scadenza convenuta ovvero al verificarsi di una situazione che determini il venir meno del rapporto fiduciario. (Alessandro Colavolpe) (riproduzione riservata)

Non è configurabile la responsabilità ex art. 2497, co. 1, c.c. nei confronti di una società fiduciaria, essendo la stessa mera detentrice di partecipazioni sociali di proprietà di terzi, ai quali unicamente sono imputabili gli effetti giuridici discendenti dall'esercizio dei diritti sociali, e del tutto priva di poteri di direzione e coordinamento. In forza di tale rapporto interno, la società fiduciaria, nell’esecuzione dell’incarico, deve compiere, per conto del fiduciante, tutti gli atti di amministrazione dei valori ad essa affidati e sia in questi ultimi che nella espressione del voto assembleare deve necessariamente alle istruzioni del fiduciante stesso. (Alessandro Colavolpe) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 30 Luglio 2014.


Responsabilità di direzione e coordinamento ex articolo 2497 c.c. - Presupposto per l'esercizio dell'azione da parte del creditore - Mancata soddisfazione da parte della società diretta o controllata - Rilevanza delle lesioni al patrimonio che impediscono di soddisfare le ragioni dei creditori sociali - Prescrizione - Decorrenza.
La disposizione contenuta nel terzo comma dell'articolo 2497 c.c., in tema di responsabilità della capogruppo per i danni provocati alle società controllate nello svolgimento dell'attività di direzione e coordinamento in violazione dei principi di corretta gestione, precisa che il creditore può agire contro la capogruppo solo se non è stato soddisfatto dalla società diretta o controllata, con la conseguenza che rilevano solo le lesioni alla integrità patrimoniale da cui derivi una insufficienza a soddisfare le ragioni dei creditori sociali. In ragione di ciò, il termine di prescrizione quinquennale dell'azione di cui all'articolo 2497 decorre dal momento in cui si verifica detta insufficienza patrimoniale come conseguenza dell'illecita condotta di direzione o coordinamento della holding e non dal verificarsi della mera lesione all'integrità del patrimonio, la quale, di per sé, non legittima l'esercizio dell'azione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 16 Luglio 2014.


Concordato preventivo - Presentazione di una seconda proposta - Crediti maturati nella vigenza della prima domanda - Prededuzione - Necessità - Inammissibilità.

Concordato preventivo - Formazione delle classi - Crediti generati dalla responsabilità di cui all'articolo 2497 c.c. per attività di direzione e coordinamento di società - Responsabilità sussidiaria - Formazione di apposita classe - Necessità.
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Qualora ad una prima proposta di concordato preventivo che non abbia avuto esito positivo, ne faccia seguito una seconda, questa deve prevedere, pena la sua inammissibilità, il beneficio della prededuzione in favore dei crediti sorti nella vigenza del primo concordato e ciò a prescindere dalla esatta loro quantificazione.

La responsabilità derivante dall'attività di direzione e coordinamento di società di cui all'articolo 2497 c.c. ha natura sussidiaria, subordinata all’incapienza del patrimonio della società sottoposta; ne consegue che, nell'ambito del concordato della società preposta, i crediti generati da tale responsabilità devono essere collocati in apposita classe.
Tribunale Rimini, 26 Novembre 2013.


Società in house - Natura - Forma esteriore di diritto privato - Soggetti giuridici esterni ed autonomi alla pubblica amministrazione - Esclusione.

Società in house - Caratteristiche - Natura pubblica dei soci - Esercizio dell'attività in prevalenza a favore dei soci - Sottoposizione a controllo pubblico.

Società in house - Azione di responsabilità esercitata dalla procura della Repubblica diretta a far valere la responsabilità degli organi sociali - Giurisdizione della Corte dei conti - Sussistenza.
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Le società in house hanno della società solo la forma esteriore in quanto in realtà costituiscono delle articolazioni della pubblica amministrazione da cui promanano e non dei soggetti giuridici ad essa esterni e da essa autonomi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

E' possibile considerare ormai ben delineati nell'ordinamento i connotati qualificanti della società in house, costituita per finalità di gestione di pubblici servizi e definita dai tre requisiti già più volte ricordati: la natura esclusivamente pubblica dei soci, l'esercizio dell'attività in prevalenza a favore dei soci stessi e la sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici, con la precisazione che, per poter parlare di società in house, è necessario che detti requisiti sussistano tutti contemporaneamente e che tutti trovino il loro fondamento in precise e non derogabili disposizioni dello statuto sociale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La Corte dei conti ha giurisdizione sull'azione di responsabilità esercitata dalla Procura della Repubblica presso detta corte quando l’azione sia diretta a far valere la responsabilità degli organi sociali per danni da essi cagionati al patrimonio di una società in house, per tale dovendosi intendere quella costituita da uno o più enti pubblici per l'esercizio di pubblici servizi, di cui esclusivamente tali enti possano esser soci, che statutariamente esplichi la propria attività prevalente in favore degli enti partecipanti e la cui gestione sia per statuto assoggettata a forme di controllo analoghe a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 25 Novembre 2013, n. 26283.


Estensione di fallimento ex art. 147 l.fall. – Accertamento di società di fatto tra società di capitali – Ammissibilità – Partecipazione di società di capitali in società a responsabilità illimitata – Ammissibilità – Requisiti e limitazioni previste dall’art. 2361, co. 2, c.c. – Irrilevanza – Condizioni incidenti sulla validità e non sulla esistenza del fenomeno della partecipazione.

Responsabilità della holding ex art. 2497 c.c. ed estensione di fallimento ex art. 147 l.fall. – Interessi tutelati ed ambiti di applicazione – Differenziazioni.
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Non si ravvisano elementi impeditivi a configurare l’esistenza di una società di fatto tra società di capitali, benché la partecipazione di esse non sia conforme ai requisiti di cui all’art. 2361 c.c.. (Antonio Fico) (riproduzione riservata)

L’art. 2361 co. 2 c.c., nel prevedere che l’assunzione di partecipazioni in altre imprese comportanti una responsabilità illimitata per le obbligazioni delle medesime deve essere deliberata dall’assemblea e che di tali partecipazioni gli amministratori devono fornire specifica informazione nella nota integrativa del bilancio, non individua elementi indefettibili per la configurabilità dell’esistenza della fattispecie (tra cui: delibera assembleare, informazione nella nota integrativa di bilancio), ma specifica le condizioni di validità del fenomeno della partecipazione, rispetto all’articolazione interna della società (necessità, appunto, che l’organo assembleare deliberi, con cognizione di causa dell’effetto di responsabilità illimitata discendente dall’acquisizione della partecipazione), e rispetto ai terzi (i creditori che, appunto, esaminano la nota integrativa al bilancio), cosicchè trattasi di condizioni incidenti sulla validità e non sulla esistenza del fenomeno della partecipazione. Difatti una società a responsabilità illimitata può essere sempre costituita nella forma della società in nome collettivo irregolare o di fatto. Alla stessa categoria dei fenomeni che si realizzano nei fatti oltre e al di là delle previsioni normative, può essere ricondotta anche la partecipazione di una società di capitali in una società di persone, ove difetti la delibera dell’assemblea e l’indicazione di detta partecipazione nella nota integrativa di bilancio. (Antonio Fico) (riproduzione riservata)

La disciplina dettata dagli artt. 2497 e ss. c.c., relativa alla responsabilità della società che eserciti attività di direzione e controllo (anche nella forma del cd. holder personale), individua un percorso normativo imperniato sulla responsabilità risarcitoria della holding alternativo alla responsabilità patrimoniale delle società facenti parte del gruppo. Le norme ora citate del codice civile e l’art. 147 L.F. disciplinano, invece, fattispecie differenti, le prime avendo riguardo al cattivo esercizio di un potere (effettivo e lecito) di direzione e coordinamento su altre società, la seconda riguardando il caso in cui emerga che le distinte personalità giuridiche ad altro scopo non servono che a simulare l’esistenza di un’unica impresa, individuale o collettiva, che, come tale, in caso di sua insolvenza, va dichiarata fallita con fallimento in estensione dei suoi componenti. (Antonio Fico) (riproduzione riservata)
Tribunale Nola, 23 Maggio 2013.


Direzione e coordinamento di società - Responsabilità - Pubblicità - Risultanze nei confronti dei terzi - Presunzione della attività di direzione e coordinamento ex art. 2359 c.c. - Assenza di attività di direzione e coordinamento - Rilevanza del fattore soggettivo della conoscenza della mancanza di tale requisito in capo ai soggetti danneggiati..
Nell’ipotesi in cui la stessa società controllante abbia tenuto un comportamento volto a confermare di fronte ai terzi le risultanze del sistema informativo predisposto dall’art. 2497 bis c.c. la prova contraria (di cui all’art. 2497 sexies c.c.) in ordine alla presunzione dell’attività di direzione e coordinamento nei confronti dei soggetti che esercitano il controllo di cui all’art. 2359 c.c. non può riguardare il solo fatto oggettivo dell’assenza di un’attività di direzione e coordinamento, ma anche il fatto soggettivo della conoscenza della mancanza di tale requisito in capo ai soggetti danneggiati ai sensi dell’art. 2497 c.c.. (Raffaella Brogi) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 14 Settembre 2012.


Direzione e coordinamento di società - Responsabilità degli amministratori della società controllante - Responsabilità solidale - Responsabilità aquiliana - Requisito del dolo o della colpa - Necessità..
Gli amministratori della società controllante rispondono in solido con la stessa, in via aquiliana, per la lesione all’integrità del patrimonio della società controllata conseguente a condotte che costituiscono violazione dei principi di corretta gestione societaria ed imprenditoriale nell’esercizio dell’attività di direzione e coordinamento alle quali abbiano preso parte o - sempre in via extracontrattuale - per aver concorso con gli amministratori della società controllata al depauperamento del suo patrimonio sociale. In entrambi i casi, considerato che lo schema di riferimento è quello aquiliano, non si può comunque prescindere da un contributo materiale e soggettivo (quanto meno colposo), senza che gli amministratori della società controllante possano rispondere per il solo fatto di appartenere al consiglio d’amministrazione di quest’ultima. (Raffaella Brogi) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 14 Settembre 2012.


Direzione e coordinamento di società - Responsabilità - Legittimazione del curatore - Istanza di fallimento - Sussistenza - Fattispecie - Quantificazione del danno..
Nel caso di fallimento di società soggetta ad altrui direzione e coordinamento, il curatore è legittimato ad esercitare l'azione spettante ai creditori nei confronti dei soggetti che, esercitando l'attività di direzione e coordinamento, abbiano violato i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale in danno della società fallita e, sussistendone i presupposti, può proporre nei confronti dei medesimi istanza di fallimento. (Nel caso di specie, il danno è stato quantificato nell'ammontare dei crediti dei creditori sociali rimasti insoddisfatti a seguito dell'abusivo e dannoso dominio esercitato dal soggetto dominante). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Napoli, 24 Gennaio 2012.


Società - Responsabilità verso i creditori per attività di direzione e coordinamento - Ravvisabilità in capo a persona fisica – Ammissibilità - Fenomeni di gruppo ulteriori rispetto a quelli di controllo azionario e contrattuale - Sussistenza..
Non vi sono ragioni per escludere che la responsabilità di cui all'articolo 2497 c.c., in tema di responsabilità dell'ente controllante verso i creditori delle società soggette all'attività di direzione e coordinamento, possa essere ravvisata in capo ad una persona fisica, posto che il concetto di direzione unitaria consente di identificare fenomeni di gruppo ulteriori rispetto a quelli identificabili in base ai criteri di controllo azionario e contrattuale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 21 Novembre 2011.


Direzione e coordinamento di società - Azione del socio ex art. 2497 c.c. per il pregiudizio indiretto alla propria partecipazione - Legittimazione passiva della società controllata - Esclusione..
L’interpretazione sistematica e costituzionalmente orientata del secondo e del terzo comma dell’art. 2497 c.c. induce a ritenere che non sussiste la legittimazione passiva della società controllata, in relazione all'azione prevista dall'art. 2497 c.c., con la quale il socio della società controllata fa valere il pregiudizio indiretto alla propria partecipazione nei confronti della società controllante e dei suoi amministratori. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 06 Settembre 2011.


Direzione e coordinamento di società - Fallimento della società controllata - Azione di responsabilità nei confronti della società controllante e dei suoi amministratori ex art. 2497 c.c. - Legittimazione del socio della società controllata - Sussistenza..
La legittimazione del socio della società controllata all’esercizio dell’azione di responsabilità nei confronti della società controllante e dei suoi amministratori, ai sensi dell'art. 2497 c.c., non può essere esclusa in conseguenza del fallimento della società controllata, in quanto l’ultimo comma dell’art. 2497 si limita a trasferire al curatore l’azione di responsabilità dei creditori nei confronti della società controllante (azione considerata dal terzo comma della norma stessa e riconducibile ad un’estensione soggettiva dell’azione di cui all’art. 2394 c.c.), ma non anche quella dei soci. (Massimo Vaccari) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 06 Settembre 2011.


Concordato preventivo – Crediti per finanziamento soci – Postergazione – Finalità – Tutela dei creditori terzi – Finanziamenti erogati in forma indiretta da parti correlate ai soci – Riconducibilità ai soci e applicazione degli artt. 2467 e 2497 quinquies c.c. – Mancata previsione di una classe ad hoc – Inammissibilità del concordato..
In presenza di crediti rivenienti da finanziamento soci e postergati ex artt. 2467 e 2497 quinquies c.c., è inammissibile la proposta di concordato preventivo che non preveda la formazione di una classe ad hoc per i titolari dei crediti anzidetti. (Stefano De' Micheli) (riproduzione riservata) Tribunale Padova, 16 Maggio 2011.


Controllo di società bancarie – Direzione e coordinamento – Non necessità..
L’equiparazione tra controllo ed attività di coordinamento e di direzione dedotta sulla base del richiamo dell’art. 2497 sexies codice civile, non esclude a priori che ci possa essere anche una forma di controllo in assenza delle suddette attività di direzione e coordinamento, atteso che la norma citata riguarda unicamente l’applicabilità della disciplina prevista dalle altre norme del capo IX. Ciò è ancor più vero in materia di controllo di banche, posto che la ratio dell’art. 23 del TUB persegue la finalità di individuare colui che detiene il controllo di una società facendo riferimento anche ad altre ipotesi in cui il controllo è desunto anche indipendentemente dall’esercizio di una attività di coordinamento e direzione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) T.A.R. Lazio, 30 Gennaio 2010.


Diffamazione a mezzo stampa – Editore di fatto – Direzione e coordinamento abusivi di società terze – Responsabilità – Sussistenza..
Il confessato editore di fatto è responsabile non solo per gli editoriali a sua firma ma anche, in solido con gli altri convenuti, ove si accerti che diriga e coordini società operative terze in modo abusivo (ex art. 2497 e ss. codice civile.) e, comunque, non nell’interesse del dominato e in modo contrario ai criteri di corretta gestione imprenditoriale e societaria. (lc) (riproduzione riservata) Tribunale Cassino, 26 Novembre 2009, n. 0.