LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO V
Delle società
CAPO V
Della società per azioni
SEZIONE XI
Dei patrimoni destinati ad uno specifico affare

Art. 2447-bis

Patrimoni destinati ad uno specifico affare
TESTO A FRONTE

I. La società può:
a) costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva ad uno specifico affare;
b) convenire che nel contratto relativo al finanziamento di uno specifico affare al rimborso totale o parziale del finanziamento medesimo siano destinati i proventi dell'affare stesso, o parte di essi.
II. Salvo quanto disposto in leggi speciali, i patrimoni destinati ai sensi della lettera a) del primo comma non possono essere costituiti per un valore complessivamente superiore al dieci per cento del patrimonio netto della società e non possono comunque essere costituiti per l'esercizio di affari attinenti ad attività riservate in base alle leggi speciali.

GIURISPRUDENZA

Fondi comuni di investimento - Autonomi soggetti di diritto - Esclusione - Trasferimenti immobiliari in favore del fondo comune - Trascrizione dell’atto di acquisto in favore della società di gestione e non del fondo comune.
Poiché il fondo comune di investimento costituisce un patrimonio autonomo distinto a tutti gli effetti dal patrimonio della società di gestione del risparmio e da quello di ciascun partecipante e che lo stesso non può considerarsi un autonomo soggetto di diritto, in caso di acquisto immobiliare operato nell’interesse di un fondo, la trascrizione di tale atto deve essere effettuata in favore della società di gestione con annotazione, nel quadro D, del fondo comune di investimento e non invece direttamente in favore di quest’ultimo. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 19 Maggio 2016.


Trust - Indagine sulla meritevolezza dell'istituto - Preclusione - Natura dell'effetto segregativo - Analogie con altri istituti

Trust - Trust familiare - Riserva del diritto di abitazione - Indice della natura simulata od illecita del negozio - Esclusione - Revocatoria ordinaria - Assoggettabilità
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La previsione normativa contenuta nella Convenzione dell'Aia, ratificata con la legge 16 ottobre 1989, n. 364, preclude ogni indagine sulla meritevolezza di tutela della causa astratta del trust, che va ravvisata nel programma di "segregazione" (art. 11 Conv.) di una o più posizioni soggettive o di un complesso di posizioni soggettive unitariamente considerate (beni del trust) delle quali il disponente si spogli, o trasferendole a un terzo (trustee) o isolandole giuridicamente nel proprio patrimonio, per la tutela d'interessi che l'ordinamento ritiene meritevoli di tutela (scopo del trust). Inoltre, la ratifica della Convenzione con legge dello Stato vanifica anche ogni ulteriore profilo di possibile contrarietà dell'istituto ai principi dell'ordine pubblico interno e, in particolare, a quello della tutela del credito e della responsabilità patrimoniale generale del debitore. Il riconoscimento del trust per effetto di una norma di legge, infatti, fa salva la deroga alle limitazioni di responsabilità contenuta nell'art. 2740 c.c. A ciò si aggiunge che l'effetto proprio del trust, ossia quello della segregazione patrimoniale, è comune a numerosi altri istituti preesistenti nel diritto interno. Si pensi alla cartolarizzazione dei crediti, alla cessione dei beni ai creditori (art. 1980 c.c.), all'assicurazione sulla vita a favore di terzo (1923 c.c.) alla rendita vitalizia a favore di terzo (1881 c.c.) al fondo patrimoniale (170 c.c.) ai fondi per la previdenza e l'assistenza (2117 c.c.) ai fondo pensione (d.lgs. 124/93) al mandato (1707 c.c.) e al deposito con mandato per finire con i patrimoni destinati. Il meccanismo di funzionamento delle figure disciplinate dagli artt. 2447-bis e 2447-quinquies c.c. è, infatti, sostanzialmente analogo all'autodichiarazione di trust: i beni inclusi nel patrimonio destinato a uno specifico affare sono beni che già appartengono alla società, la quale unilateralmente li segrega e, per ciò solo, li rende soggetti ad un diverso regime di responsabilità. La società muta dunque il proprio rapporto con determinati beni, i quali vengono posti al servizio di uno specifico "affare" e sottratti alla garanzia generica in favore di creditori della società alla quale sino a quel momento inerivano. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il fatto che il trust sia maturato interamente nel contesto familiare e che il disponente non abbia perso interamente il controllo dei beni inizialmente conferiti in trust, riservandosi il diritto di abitarvi, non rappresenta, da solo, indice sicuro di illiceità o del carattere fittizio dell'operazione realizzata, ma, al contrario, corrisponde proprio allo scopo voluto di destinare la casa familiare per più generazioni, all'abitazione dei propri discendenti. L'istituto del trust, infatti, consente ben più efficacemente di altri strumenti tradizionali (per esempio la donazione della nuda proprietà ai figli con riserva di usufrutto a favore del donante) di realizzare l'effetto della destinazione di una parte del patrimonio al soddisfacimento d'interessi reputati prioritari rispetto ad altri. I beni in trust sono, invero, insensibili alle vicende patrimoniali del disponente, ma anche a quelle del trustee e dei beneficiari per l'intera durata; nel caso in cui un figlio premuoia, il trust può assicurare la devoluzione meglio desiderata dal disponente; i figli potrebbero preferire di non acquisire la proprietà dei beni in trust, facendolo proseguire per un'altra generazione. E' vero pertanto, come osservato da autorevole dottrina, che il trust consente meglio degli ordinari strumenti civilistici di destinare una parte del patrimonio al perseguimento d'interessi ritenuti meritevoli di particolare tutela. Una finalità, si ripete, ampiamente consentita dal nostro ordinamento, seppure con strumenti più artificiosi e meno trasparenti e certi rispetto al trust. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

(Nel caso di specie, il Tribunale, non ha accolto la domanda volta a far dichiarare la simulazione del trust, ma ha accolto, ritenendone sussistenti i presupposti, quelle di revocatoria ex art. 2901 dell'atto di trasferimento dei beni in trust)
Tribunale Sassari, 20 Febbraio 2015.


Fondo comune di investimento - SGR - Caratteristiche della titolarità della SGR - Distinzione tra le altre figure di patrimonio separato - Proprietà dei beni - Attribuzione alla SGR di un potere gestorio unitamente alla formale intestazione dei beni

Fondo comune di investimento - Titolarità del fondo riferibile alla SGR - Distinzione tra proprietà in senso sostanziale e in senso formale

Fondo comune di investimento - Caratteristiche della titolarità del fondo in capo alla SGR - Gestione nell'interesse dei partecipanti - Proprietà degradata a posizione puramente formale
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Il patrimonio separato costituito dal fondo di investimento, la cui titolarità è attribuita alla SGR, si distingue nettamente da tutte le altre figure conosciute di patrimonio separato (articoli 167, 490, 2447 bis, 2645-ter, del codice civile) per l'aspetto essenziale che in questi casi il proprietario del patrimonio separato è esclusivamente il fondo, laddove alla SGR è attribuito esclusivamente un potere gestorio, unitamente alla formale intestazione dei beni del fondo, al solo scopo di consentire l'esercizio di un potere di disposizione vincolato all'interesse altrui e che, come tale, non si identifica con il potere dispositivo del proprietario, ma con il potere gestorio dell'amministratore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

In ordine alla natura del fondo comune di investimento e dei rapporti con la società di gestione risparmio, alla quale è riferibile la titolarità del fondo, occorre porre l'accento sulla distinzione tra proprietà in senso sostanziale, posta in capo ai partecipanti al fondo, e proprietà in senso formale, riferibile alla SGR. A favore di questa ricostruzione depongono elementi quali: la doppia separazione dal patrimonio dei partecipanti e da quello della SGR (articolo 36, comma 6, TUF); la destinazione dei beni inclusi nel fondo all'investimento avente le connotazioni descritte nel regolamento (articolo 39, comma 2, lettera d) TUF); la gestione della SGR "nell'interesse" (articoli 36, comma 4, e 40, comma 2, TUF) dei partecipanti e "per conto" (articolo 36, comma 6, TUF) del fondo; l'assenza, in capo alla SGR di un potere di gestire per conto e nell'interesse proprio e di godere dei beni di pertinenza del fondo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nella gestione del fondo comune di investimento, la SGR, pur essendo libera nella scelta dei singoli atti gestori, è vincolata nel "fine", trattandosi di una gestione "nell'interesse dei partecipanti" (articoli 36, comma 4, e 40, comma 1, lett. a) TUF), ma anche nei “metodi”, trattandosi di gestione connotata dalla assunzione degli obblighi e delle responsabilità del mandatario (articolo 36, comma 5, TUF), nei “contenuti”, segnati dal regolamento, ma anche dalle scelte di “politica di gestione” che possono essere fatte dai partecipanti al fondo (articolo 37, comma 2-bis, TUF). Questi aspetti consentono di ritenere che una gestione dei beni inclusi nel fondo da parte della essere SGR, vincolata nel fine, nel metodo e nelle responsabilità in favore del partecipanti al fondo, non può che far degradare la posizione giuridica di "proprietà" a posizione meramente formale, svuotata di gran parte di quella sostanza (la signoria del volere nell'interesse proprio e la facoltà di godere) che caratterizza la proprietà come abitualmente conosciuta e ricostruita in chiave essenzialmente obbligatoria e non più reale per scopi funzionali che possono essere individuati nella necessità di agevolare il traffico giuridico, massimizzare le possibilità di profitto per i partecipanti non in grado di gestire investimenti e di aprire il mercato interessato dal regolamento ad investimenti che solo la raccolta attraverso i fondi può consentire. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 30 Maggio 2012.


Patrimonio destinato - Fallimento della società - Giudizio avente ad oggetto un rapporto obbligatorio facente capo al patrimonio destinato - Interruzione.
Nel caso venga dichiarato il fallimento della società, la causa avente ad oggetto un rapporto obbligatorio facente capo al patrimonio destinato dalla stessa gestito ai sensi degli articoli 2447-bis e seguenti c.c. deve essere dichiarate interrotta in applicazione dell'articolo 155 L.F. in base al quale, in caso di fallimento della società, l'amministrazione del patrimonio destinato è attribuita al curatore che vi provvede con gestione separata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 06 Aprile 2012.


Trust – Riconoscibilità nell’ordinamento italiano – Presupposti – Trust interni – Legge applicabile estranea  all’ordinamento italiano – Riconoscibilità.

Trust con funzione liquidatoria dei creditori dell’impresa – Successiva dichiarazione di fallimento – Causa sopravvenuta di scioglimento – Sussistenza.

Trust liquidatorio dei creditori dell’impresa – Costituzione in presenza dell’insolvenza dell’impresa Contrasto con norme imperative dell’ordinamento italiano – Nullità – Sussistenza.

Trust liquidatorio dei creditori dell'impresa - Ammissibilità - Contrasto con la disciplina dei patrimoni separati di cui agli artt. 2447-bis e seguenti c.c.
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In virtù della Convenzione dell'Aja del 1° luglio 1985, devono ritenersi riconosciuti all’interno dell'ordinamento italiano non solo i trust internazionali – che presentino cioè elementi di estraneità rispetto a detto ordinamento (residenza del disponente, del trustee, dei beni a segregarsi) – ma anche i trust interni, cioè i trust che non presentino alcun elemento di estraneità con l'ordinamento italiano né di carattere oggettivo (avuto riguardo ai beni conferiti in trust), né di carattere soggettivo (in relazione alla persone del disponente ovvero a quella del trustee), ad eccezione della legge applicabile al trust. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

Nel caso di trust liquidatorio istituito a tutela della massa dei creditori quando la società disponente non era insolvente, la successiva dichiarazione di fallimento di quest’ultima si configura come causa sopravvenuta di scioglimento dell'atto istitutivo del trust, analogamente a quelle ipotesi negoziali la cui prosecuzione è incompatibile con la dichiarazione di fallimento. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

Nel caso di trust liquidatorio istituito a tutela dei creditori nel momento in cui l'impresa disponente era già insolvente, il relativo atto istitutivo deve ritenersi radicalmente nullo ab origine in quanto diretto ad eludere le norme imperative che presiedono alla liquidazione concorsuale in violazione degli artt. 13 e 15 lett. e) della Convenzione dell'Aja del 1° luglio 1985. (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata)

In linea di principio, non può ritenersi incompatibile con la disciplina concorsuale, e quindi abusivo ai sensi dell'articolo 13 della Convenzione dell'Aja, un trust liquidatorio che persegua per conto del disponente in bonis finalità di tutela dei creditori, istituiti beneficiari del trust, qualora il conferimento di detti beni ne assicurasse la migliore utilizzazione ed a condizione che ciò non costituisca elusione della disciplina societaria in materia di patrimoni separati di cui agli articoli 2447-bis e seguenti c.c., ipotesi, questa, nella quale sarebbe applicabile l'art. 13 della citata convenzione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 16 Giugno 2009.