LIBRO QUINTO
Del lavoro
TITOLO V
Delle società
CAPO V
Della società per azioni
SEZIONE V
Delle azioni e di altri strumenti finanziari partecipativi

Art. 2361

Partecipazioni
TESTO A FRONTE

I. L'assunzione di partecipazioni in altre imprese, anche se prevista genericamente nello statuto, non è consentita, se per la misura e per l'oggetto della partecipazione ne risulta sostanzialmente modificato l'oggetto sociale determinato dallo statuto.
II. L'assunzione di partecipazioni in altre imprese comportante una responsabilità illimitata per le obbligazioni delle medesime deve essere deliberata dall'assemblea; di tali partecipazioni gli amministratori danno specifica informazione nella nota integrativa del bilancio.

GIURISPRUDENZA

Società – S.r.l. – Partecipazione a società di persone – Società di fatto – Delibera autorizzativa – Nullità – Amministratori – Rappresentanza – Limiti ai poteri

S.r.l. – Partecipazione a società di persone – Società di fatto – Delibera autorizzativa – Nullità – Liquidazione – Società di fatto in liquidazione

Partecipazione di società di capitali a società di persone – Società di fatto holding – Fallimento – Estensione – Soci illimitatamente responsabili – Società occulta – Art. 147 comma 5 l. fall. – Responsabilità da eterodirezione

Fallimento – Soggetti – Società di fatto – Partecipazioni di società – Affectio societatis – Vincolo sociale – Comune intento sociale – Prova – Prova a favore – Prova contraria

Imprenditore individuale – Imprenditore occulto – Società occulta – Estensione fallimento – Applicazione estensiva
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Non può ammettersi che la società di capitali che abbia svolto attività di impresa, operando in società di fatto con altri, possa in seguito sottrarsi alle eventuali conseguenze negative derivanti dal suo agire (ivi compreso il fallimento per ripercussione nel caso in cui sia accertata l’insolvenza della società di fatto) in forza di una violazione di legge perpetrata dai suoi amministratori non rispettando le disposizioni di cui all’art. 2361, 2° comma, c.c. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

Quand’anche si volesse aderire all’opposta opinione, secondo cui il mancato rispetto delle prescrizioni di cui all’art. 2361, 2° comma, c.c. comporta l’invalidità o l’inefficacia dell’assunzione della partecipazione o del vincolo associativo, il fenomeno non resterebbe irrilevante per l’ordinamento, in quanto non varrebbe a determinare la caducazione retroattiva dell’esistenza dell’ente, attesa la disciplina peculiare del contratto di società, espressa dall’art. 2332 c.c., ritenuto applicabile anche alle società di persone. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

Come è stato correttamente rilevato in dottrina, l’art. 147 l. fall. non si presta all’estensione al dominus (società o persona fisica) dell’insolvenza del gruppo di società organizzate verticalmente e da questi utilizzate in via strumentale, ma piuttosto all’estensione ad un gruppo orizzontale di società, non soggetto ad attività di direzione e coordinamento, che partecipano, eventualmente anche insieme a persone fisiche, e controllano una società di persone (la c.d. supersocietà di fatto). (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

La prova della sussistenza di tale società deve essere fornita in via rigorosa, in primo luogo attraverso la dimostrazione del comune intento sociale perseguito, che deve essere conforme, e non contrario, all’interesse dei soci. Il fatto che le singole società perseguano invece l’interesse delle persone fisiche che ne hanno il controllo (anche solo di fatto) costituisce, piuttosto, prova contraria all’esistenza della supersocietà di fatto e, viceversa, prova a favore dell’esistenza di una holding di fatto, nei cui confronti il curatore potrà eventualmente agire in responsabilità e che potrà eventualmente essere dichiarata autonomamente fallita, ove ne sia accertata l’insolvenza a richiesta di un creditore. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

Il riferimento all’imprenditore individuale contenuto nell’art. 147, 5° comma l. fall. valenza meramente indicativa dello “stato dell’arte” dell’epoca in cui la norma, pur eccezionale, è stata concepita, che non può essere di ostacolo ad una sua interpretazione estensiva, tenuto conto del mutato contesto nel quale essa deve attualmente trovare applicazione, ne adegui la portata in senso evolutivo, includendovi fattispecie non ancora prospettabili alla data della sua emanazione. Un’interpretazione che conducesse all’affermazione dell’applicabilità della norma al solo caso (di fallimento dell’imprenditore individuale) in essa espressamente considerato, risulterebbe in contrasto col principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 Maggio 2016, n. 10507.


Società di capitali - Società a responsabilità limitata - Partecipazione ad una società di persone - Rispetto dei requisiti di cui all'articolo 2361, comma 2, c.c. - Necessità - Esclusione - Atto gestorio dell'organo amministrativo - Delibera autorizzativa dei soci - Necessità - Esclusione.
La partecipazione di una società a responsabilità limitata in una società di persone, anche di fatto, non esige il rispetto dell'art. 2361, comma 2, c.c., dettato per la società per azioni, e costituisce un atto gestorio proprio dell'organo amministrativo, il quale non richiede - almeno allorché l'assunzione della partecipazione non comporti un significativo mutamento dell'oggetto sociale - la previa decisione autorizzativa dei soci, ai sensi dell'art. 2479, comma 2, n. 5, c.c.. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 21 Gennaio 2016, n. 1095.


Società di capitali - Compravendita di partecipazioni sociali - Vizi e difetti di qualità - Oggetto - Diritti ed obblighi trasferiti tramite la partecipazione - Valore economico - Esclusione - Dolo.
Il vizio ed il difetto di qualità in relazione alla compravendita di partecipazioni sociali, essendo queste attributive di un insieme di diritti ed obblighi in relazione a una società, può attenere, in via generale, unicamente alla qualità dei diritti e obblighi che in concreto la partecipazione sociale sia idonea ad attribuire. Non può riguardare, invece, il suo valore economico in quanto esso non attiene all'oggetto del contratto, ma alla sfera delle valutazioni motivazionali delle parti, in grado di assumere rilievo giuridico, come detto, solo ove, in relazione alla consistenza economica della partecipazione, siano state previste esplicite garanzie contrattuali, ovvero nel caso di dolo di un contraente, che renda annullabile il contratto. D'altra parte, è stato correttamente osservato che il patrimonio sociale appartiene alla società e non ai soci, i quali non sono titolari di un diritto reale sui beni sociali e subiscono, per effetto delle perdite del capitale sociale, solo un danno riflesso a causa della diminuzione del valore della loro partecipazione. In altre parole, le tutele apprestate dalla legge - sia nella fase genetica (vizi della volontà) sia in quella funzionale (ai fini dell'esatta e corretta esecuzione del contratto) - proteggono l'interesse del compratore rispetto a discrepanze che riguardano le partecipazioni compravendute, non il patrimonio sociale.

La cessione delle partecipazioni sociali (azioni o quote) è un atto di disposizione patrimoniale che non ha per oggetto direttamente i beni sociali, poiché il bene mobile trasferito è dato dalla partecipazione sociale stessa, la quale esprime l'insieme dei diritti patrimoniali ed amministrativi che qualificano, secondo la tipica disciplina legale, lo status di socio. Quindi, la differente consistenza dei beni patrimoniali della società non incide sull'oggetto del contratto, o sulla qualità della partecipazione, e la sopravvenienza di passività o la minusvalenza di cespiti attivi, per effetto dei quali il valore del patrimonio sociale risulti diminuito, non possono costituire un vizio rilevante ai sensi della disposizione prevista dall'art. 1490 c.c., qualora l'alienante non abbia espressamente assunto la garanzia circa la consistenza del patrimonio sociale (cfr., Tribunale Milano, 10 maggio 2006, n. 5414, ma anche Trib. Roma, 19 settembre 2011, Tribunale Milano, 14 settembre 1992 secondo il quale il valore dei beni sociali non è rilevante ai fini della cessione della partecipazione sociale, con la conseguenza che il minor valore di essi rispetto al previsto non costituisce vizio rilevante ai sensi dell'art. 1490 c.c. salvo che l'alienante non abbia espressamente assunto la garanzia del valore del patrimonio aziendale).

Al di fuori dell'ipotesi del dolo, il cedente risponde solo se ha assunto una conferente garanzia sul valore economico della partecipazione ceduta. In tutti gli altri casi va ribadita l'irrilevanza delle maggiori passività pregresse o delle minori attività, scoperte dall'acquirente successivamente al perfezionamento del contratto di cessione di quote, con conseguente perdita di valore delle stesse. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 05 Ottobre 2015.


Società di capitali - Compravendita di partecipazioni sociali - Garanzie - Situazione della quota ceduta - Situazione patrimoniale della società - Oggetto e distinzione.
In linea di massima, si possono individuare due tipi di garanzie: una relativa alla quota sociale oggetto del trasferimento (c.d. nomen verum) e una connessa alla situazione patrimoniale della società, le cui azioni/quote sono oggetto di cessione (c.d. nomen bonum); con riferimento alla prima, il cedente è tenuto solo a garantire che la partecipazione societaria ceduta è di sua proprietà e che ne può liberamente diporre, in assenza di vincoli, pesi o legami di sorta. Diverso è il discorso in relazione alla seconda garanzia, ricollegata al fatto che la partecipazione ceduta rappresenti effettivamente una determinata percentuale del capitale sociale e quel determinato valore economico, risultante dal bilancio (o, comunque, da una situazione patrimoniale) ad una certa data. In altre parole, questa seconda tipologia di clausole tende ad assicurare la consistenza patrimoniale e la capacità reddituale dell'impresa.

Così, il cedente può assumere anche detta ulteriore e distinta garanzia in ordine alla consistenza quantitativa e qualitativa della partecipazione ceduta, sulla base della situazione patrimoniale ad una determinata data; in tali casi il cedente è tenuto a dare due fondamentali garanzie: una relativa all'effettiva consistenza delle poste attive ed all'inesistenza di passività ulteriori e l'altra relativa alla corretta valutazione, in base ai principi contabili generalmente applicati, delle poste attive e passive inserite nel bilancio di riferimento.

L'interprete deve sempre partire dal dato contrattuale al fine di verificare l'assunzione o meno, da parte del cedente, di una garanzia in ordine all'effettivo valore della partecipazione, così da rendere lo stesso - per così dire - immune dall'incidenza negativa di sopravvenienze passive, purché riferite a periodi precedenti al perfezionamento della cessione.

Gli eventi relativi alla consistenza e alla redditività della società potrebbero incidere sul valore di mercato delle azioni, quale può risultare dal bilancio, dallo stato patrimoniale, e da ogni altro elemento che influisca sul loro valore ovvero sulla adeguatezza del prezzo pattuito e, quindi, in definitiva sulla convenienza economica dell'operazione di cessione, ma la corrispondenza o meno del valore del bene venduto al prezzo pattuito non attiene alle qualità intrinseche (essenziali o promesse) previste dall'art. 1497 c.c., in quanto la misura del prezzo pattuito è normalmente irrilevante, a meno che non siano invocati i presupposti che consentano la rescissione per lesione ultra dimidium ovvero l'errore sul prezzo è causa di annullabilità del contratto solo qualora sia consistito in errore sulla qualità del bene.

Ne consegue che sono insussistenti i presupposti della disciplina codicistica - anche per ciò che attiene alla disciplina della decadenza e della prescrizione - quando si tratti di garanzia fornita per le sopravvenienze passive della società che, seppure relative a fatti avvenuti prima della conclusione del contratto, si potranno manifestare anche a distanza di anni, senza che l'acquirente ne avesse potuto avere conoscenza prima. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 05 Ottobre 2015.


Società di capitali - Partecipazione a società a responsabilità illimitata - Previa delibera assembleare - Necessità - Partecipazione alla cd. supersocietà di fatto - Esclusione.
Perché la società di capitali possa assumere la qualità di socio in una società a responsabilità illimitata è necessaria l'adozione di una delibera dell'assemblea dei soci e ciò in osservanza della disposizione di cui all'articolo 2479, comma 2, n. 5 c.c. che riserva alla competenza dei soci le decisioni relative ad operazioni che comportino una sostanziale modificazione dell'oggetto sociale o una rilevante modificazione dei diritti dei soci, quale è certamente la partecipazione ad una società a responsabilità illimitata che determina una deviazione rispetto al normale e fisiologico esercizio dell'attività costituente l'oggetto sociale attraverso lo schema tipico delle società di capitali.

In senso conforme: Corte d’Appello di Torino, 30 luglio 2007, in Nuovo dir. soc., 07, 2219; Corte d’Appello di Bologna, 11 giugno 2008, in Fall., 08, 1293; Corte d’Appello di Napoli, 5 giugno 2009, in Nuovo dir. soc., 09, n. 16, 42; Corte d’appello Venezia, 10 dicembre 2011, in Il caso.it; Trib. Mantova, 30 aprile 2013, in Il caso.it, Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 15 gennaio 2015, in Il caso.it, 12037; Trib. Foggia, 3 marzo 2015, in Il fallimentarista. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Bergamo, 19 Marzo 2015.


Società a responsabilità limitata - Estensione del fallimento quale socio illimitatamente responsabile di società di fatto - Mancanza di delibera autorizzativa - Opponibilità.
La decisione di partecipare ad una società a responsabilità patrimoniale illimitata è sottratta agli amministratori delle società di capitali ed è soggetta alla preventiva delibera dell'assemblea. Pertanto, in mancanza di detta delibera, la condotta dell'amministratore che abbia ciò nonostante posto in essere una partecipazione della specie è del tutto inefficace, perché proveniente da un soggetto privo dei relativi poteri legali in una condizione nella quale non vigono i principi di cui agli articoli 2384, comma 2, e 2475 bis, comma 2, c.c..

In mancanza di preventiva delibera di autorizzazione all'assunzione di partecipazione da parte di società a responsabilità limitata in una società di fatto, non può essere dichiarata l'estensione del fallimento a causa della inefficacia della costituzione o comunque della partecipazione per facta concludentia di una società di fatto da parte degli amministratori di una società di capitali privi dei relativi poteri. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Foggia, 03 Marzo 2015.


Società di capitali – Competenze degli amministratori – Limiti ai poteri degli amministratori – Opponibilità ai soci e ai terzi – Sussistenza

Società di capitali – Art. 2361 cod. civ. – Partecipazione di società di capitali alle società di persone – Competenza assembleare – Mancanza delibera – Rilevabilità d’ufficio – Esclusione

Fallimento delle società – Società di capitali – Estensione del fallimento ex art. 147 l.f. – Interpretazione analogica – Criteri

Società di capitali – Imprenditore occulto – Definizione e elementi – Applicabilità

Fallimento delle società – Società di capitali – Estensione del fallimento ex art. 147 l.f. – Criteri ex art. 3 Cost. – Responsabilità imprenditore occulto – Responsabilità ex artt. 2497 e ss. cod. civ. – Responsabilità amministratore di fatto – Differenze
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Il sistema delle società di capitali è strutturato in modo che gli amministratori, che detengono i poteri di gestione della società, siano soggetti a regole che mirano ad assicurare la tutela dell’integrità del patrimonio sociale, nell’interesse dei soci e dei creditori. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il combinato disposto degli artt. 2361 cod. civ. e 111 duodecies disp. att. cod. civ., in ragione degli effetti che derivano per la società di capitali dall’acquisizione della partecipazione in una società di persone, effetti rappresentati dall’assunzione della responsabilità illimitata per le obbligazioni gravanti sulla società acquisita, rappresenta un limite legale al potere degli amministratori riservandone la determinazione ai soci in sede assembleare e impone l’informativa per i creditori sociali tramite la nota integrativa, la cui violazione ne precluderebbe la riferibilità o imputabilità giuridica, non dei singoli atti compiuti, ma dell’attività d’impresa unitariamente considerata, intesa come coordinamento temporale e funzionale dei singoli atti, ed effettivamente svolta dagli amministratori. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

L’art. 2361 cod. civ., quindi, è una norma che riserva all’organo assembleare la competenza alla formazione della volontà societaria di esercitare attività d’impresa secondo lo schema della società di persone. Le delibere implicite sono inammissibili nell’ordinamento delle società per azioni e la mancanza della delibera è rilevabile d’ufficio. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il criterio interpretativo della lettura costituzionalmente orientata della norma è diretta a precisare il significato precettivo di un enunciato letterale di ampio contenuto modulandone lo spettro applicativo, quindi, a livello metodologico non appare corretta l’utilizzazione di questo canone ermeneutico per applicare la norma ai casi da essa espressamente esclusi, rispetto ai quali, invece, deve essere utilizzato il canone dell’interpretazione analogica fondata sul meccanismo della “ubi eadem legis ratio, ibi eadem legis dispositio in eadema ratio” e, quindi, sulla ricerca della ragione che ha ispirato il legislatore nella formulazione della disposizione. Pertanto, l’applicazione dell’art. 147, co. 5, l.f.. ai casi di preventiva dichiarazione di fallimento di società di capitali per la sua estensione al soggetto al quale è “riferibile l’impresa”, impone un’attività ermeneutica diretta alla ricerca della ratio della norma e degli interessi perseguiti dal legislatore, con la successiva verifica dell’esistenza delle medesime esigenze nei casi non rientranti nell’enunciato letterale della disposizione. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Con l’espressione “imprenditore occulto” si fa riferimento all’orientamento teorico secondo cui, nell’ordinamento del diritto d’impresa, il criterio per l’acquisto della qualità di imprenditore e per la riferibilità dell’attività d’impresa non è il canone formale della spendita del nome ma quello sostanziale della titolarità effettiva dell’attività economica. Il legislatore ha affermato la fallibilità di una società e, quindi, di un imprenditore collettivo, del quale non è mai stato speso il nome nell’esercizio dell’intrapresa economica e che è, quindi, occulto cioè è titolare effettivo dell’attività d’impresa, con i relativi elementi caratterizzanti ossia quelli afferenti il potere gestorio e la responsabilità patrimoniale. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

La distinzione della figura dell’imprenditore occulto richiamata dall’art. 147 co. 5 l.f. rispetto al fenomeno del gruppo societario contemplato dagli artt. 2497 e ss. c.c. concerne il profilo sia gestorio sia economico: sotto il primo profilo, nel fenomeno del gruppo societario, si assiste a un potere di direzione unitaria che influenza la fase gestoria della società eterodiretta, con la facoltà degli amministratori, tuttavia, di adottare in piena autonomia una decisione difforme, invece, nel fenomeno contemplato dall’art. 147 co. 5 l.f., è previsto il potere dell’imprenditore o società “occulta” di compiere direttamente gli atti di gestione ovvero di condizionare in modo vincolante il compimento degli stessi da parte di colui che solo formalmente è il titolare dell’impresa; sotto il profilo economico, nel fenomeno del gruppo societario le conseguenze economiche delle decisioni gestorie delle singole società non hanno una conseguenza diretta, in termini di profitti e perdite nel patrimonio delle società titolare del potere di direzione unitario, diversamente da quanto accade per l’imprenditore “occulto”. (Luca Caravella) (riproduzione riservata)

Il canone di interpretazione fondato sulla ragionevolezza, che ha il proprio fondamento nell’art. 3 Cost, induce a sostenere che l’estensione del fallimento, quindi, l’attivazione di una procedura esecutiva concorsuale per l’operare della responsabilità patrimoniale diretta con il superamento dello schermo societario possa conseguire solo rispetto a forme di ingerenza più penetrante nella gestione dell’impresa. Ne deriva che l’interpretazione dell’art. 147 co. 5 l.f. esclude dall’area dell’imprenditore occulto l’istituto dell’amministratore di fatto di società di capitali, atteso che per la configurabilità dell’imprenditore occulto non è sufficiente l’esistenza di un penetrante potere di ingerenza nella gestione della società tramite il compimento diretto di atti gestori ovvero tramite il condizionamento vincolante dell’operato degli amministratori di diritto, ma è necessario che dall’attività derivino anche conseguenze economiche dirette, in termini di rischi, utili e perdite, nel suo patrimonio (come nel caso di prestazione di fideiussione con rinuncia al diritto di regresso nei confronti della società; finanziamenti infruttiferi, apporto i nuova finanza nel concordato preventivo). (Luca Caravella) (riproduzione riservata)
Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 15 Gennaio 2015.


Fallimento e procedure concorsuali - Estensione della dichiarazione di fallimento - Prevista estensione della dichiarazione di fallimento dell'imprenditore individuale alla società di cui questi è socio illimitatamente responsabile - Mancata previsione di analoga possibilità nell'ipotesi in cui il fallimento sia originariamente dichiarato nei confronti di una società di capitali, socia della società di fatto - Difetto di motivazione sulla rilevanza della questione prospettata - Inammissibilità.
E' inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 147, comma 5, L.F. sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 della Costituzione nella parte in cui non consente l’estensione del fallimento, originariamente dichiarato nei confronti di una società di capitali, ad una società di fatto costituita tra la società fallita e altri soci. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

E' inammissibile, per difetto di motivazione sulla rilevanza, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 147, comma 5, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 impugnato, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui, nel consentire l'estensione della dichiarazione di fallimento dell'imprenditore individuale alla società di cui questi è socio illimitatamente responsabile, non prevede analoga possibilità nell'ipotesi di fallimento originariamente dichiarato nei confronti di una società di capitali, socia della società di fatto. Il ricorrente, infatti, non ha verificato la compatibilità del disposto dell'art. 2361, comma 2, cod. civ. - che consente alle società per azioni di assumere partecipazioni in imprese comportanti la responsabilità illimitata soltanto nel rispetto di determinati adempimenti - con la possibilità per le società di capitali di partecipare a società di fatto la cui costituzione avviene per facta concludentia , né ha preso posizione circa le conseguenze del mancato rispetto di detti adempimenti. Il rimettente non ha nemmeno accertato se la disposizione codicistica possa estendersi alle società a responsabilità limitata per le quali manca una analoga previsione espressa. Inoltre, non risulta verificata la sussistenza di una società di fatto di cui fosse socia la società dichiarata fallita, né la riferibilità alla società di fatto, eventualmente ritenuta esistente, dell'attività imprenditoriale svolta dalla società dichiarata fallita. L'assenza di ogni argomentazione su tutti i detti profili preclude ogni verifica in ordine alla rilevanza della questione prospettata. (Massima uffciale)
Corte Costituzionale, 12 Dicembre 2014, n. 276.


Procedure concorsuali - Fallimento - Società di capitali - Società a responsabilità limitata - Partecipazione di società a responsabilità limitata a società di fatto e conseguente assunzione di responsabilità illimitata - Ammissibilità - Previa assunzione di delibera assembleare ex articolo 2361, comma secondo, cod. civ. e specifica informazione nella nota integrativa del bilancio - Necessità - Esclusione

Procedure concorsuali - Fallimento - Società di capitali - Società a responsabilità limitata - Accertata partecipazione di società a responsabilità limitata (già dichiarata fallita) a società di fatto partecipata da più società a responsabilità limitata e persona fisica - Estensione del fallimento di società a responsabilità limitata ai soci di fatto (società a responsabilità limitata e persona fisica) ex articolo 147, quinto comma, legge fallimentare - Ammissibilità
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Il mancato rispetto della procedura di cui al secondo comma dell’articolo 2361 cod. civ., e la mancata deliberazione dei soci di cui al secondo comma, n. 5, dell’articolo 2479 cod. civ., non precludono la partecipazione di una società a responsabilità limitata ad una società di fatto, atteso che entrambe le norme sono dirette a tutelare i soci ed hanno in coerenza rilevanza meramente interna e non escludono, pertanto, che nei rapporti con i terzi la società nasca, agisca e diventi titolare di diritti ed obblighi per effetto della condotta univocamente tenuta dai soci e dai soggetti ai quali è affidata l’amministrazione. (Avv. Stefano Maugeri - Dott. Salvatore Gnoffo) (riproduzione riservata)

Il quinto comma dell’articolo 147 della legge fallimentare deve intendersi applicabile a tutte le ipotesi in cui, dopo il fallimento di un imprenditore, sia esso persona fisica o società, risulti che l’attività di impresa dallo stesso esercitata era in realtà riferibile ad una società della quale il fallito era socio. (Avv. Stefano Maugeri - Dott. Salvatore Gnoffo) (riproduzione riservata)
Appello Caltanissetta, 28 Luglio 2014.


Estensione di fallimento ex art. 147 l.fall. – Accertamento di società di fatto tra società di capitali – Ammissibilità – Partecipazione di società di capitali in società a responsabilità illimitata – Ammissibilità – Requisiti e limitazioni previste dall’art. 2361, co. 2, c.c. – Irrilevanza – Condizioni incidenti sulla validità e non sulla esistenza del fenomeno della partecipazione.

Responsabilità della holding ex art. 2497 c.c. ed estensione di fallimento ex art. 147 l.fall. – Interessi tutelati ed ambiti di applicazione – Differenziazioni.
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Non si ravvisano elementi impeditivi a configurare l’esistenza di una società di fatto tra società di capitali, benché la partecipazione di esse non sia conforme ai requisiti di cui all’art. 2361 c.c.. (Antonio Fico) (riproduzione riservata)

L’art. 2361 co. 2 c.c., nel prevedere che l’assunzione di partecipazioni in altre imprese comportanti una responsabilità illimitata per le obbligazioni delle medesime deve essere deliberata dall’assemblea e che di tali partecipazioni gli amministratori devono fornire specifica informazione nella nota integrativa del bilancio, non individua elementi indefettibili per la configurabilità dell’esistenza della fattispecie (tra cui: delibera assembleare, informazione nella nota integrativa di bilancio), ma specifica le condizioni di validità del fenomeno della partecipazione, rispetto all’articolazione interna della società (necessità, appunto, che l’organo assembleare deliberi, con cognizione di causa dell’effetto di responsabilità illimitata discendente dall’acquisizione della partecipazione), e rispetto ai terzi (i creditori che, appunto, esaminano la nota integrativa al bilancio), cosicchè trattasi di condizioni incidenti sulla validità e non sulla esistenza del fenomeno della partecipazione. Difatti una società a responsabilità illimitata può essere sempre costituita nella forma della società in nome collettivo irregolare o di fatto. Alla stessa categoria dei fenomeni che si realizzano nei fatti oltre e al di là delle previsioni normative, può essere ricondotta anche la partecipazione di una società di capitali in una società di persone, ove difetti la delibera dell’assemblea e l’indicazione di detta partecipazione nella nota integrativa di bilancio. (Antonio Fico) (riproduzione riservata)

La disciplina dettata dagli artt. 2497 e ss. c.c., relativa alla responsabilità della società che eserciti attività di direzione e controllo (anche nella forma del cd. holder personale), individua un percorso normativo imperniato sulla responsabilità risarcitoria della holding alternativo alla responsabilità patrimoniale delle società facenti parte del gruppo. Le norme ora citate del codice civile e l’art. 147 L.F. disciplinano, invece, fattispecie differenti, le prime avendo riguardo al cattivo esercizio di un potere (effettivo e lecito) di direzione e coordinamento su altre società, la seconda riguardando il caso in cui emerga che le distinte personalità giuridiche ad altro scopo non servono che a simulare l’esistenza di un’unica impresa, individuale o collettiva, che, come tale, in caso di sua insolvenza, va dichiarata fallita con fallimento in estensione dei suoi componenti. (Antonio Fico) (riproduzione riservata)
Tribunale Nola, 23 Maggio 2013.


Fallimento di una società di fatto fra società di capitali - Ricorrenza requisiti ex art. 2361 comma 2 c.c. novellato dalla riforma del diritto societario - Non necessità. .
E’ configurabile un fallimento di una società di fatto esistente fra società di capitali, e cioè senza che debbano necessariamente ricorrere le condizioni, di derivazione “formalistica”, dettate dall’art. 2361, comma 2, c.c.., come modificato dalla riforma del diritto societario. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata) Tribunale Brindisi, 07 Gennaio 2013.


Assunzione di partecipazioni in società - Natura - Atto gestorio - Riservato alla esclusiva competenza degli amministratori - Carenza della delibera assembleare - Rilevanza meramente interna alla dinamica sociale..
L’atto di assunzione delle partecipazioni ha natura di atto gestorio, in quanto tale riservato alla esclusiva competenza degli amministratori; da tale qualificazione discendendo che lo stesso è idoneo ad obbligare la società nei confronti dei terzi, anche nell’ipotesi di carenza della delibera assembleare, in quanto il difetto di autorizzazione dei soci ha una rilevanza meramente interna alla dinamica sociale, determinando esclusivamente la responsabilità dell’organo amministrativo nei confronti della società. (Antonio Ivan Natali) (riproduzione riservata) Tribunale Brindisi, 07 Gennaio 2013.


Fallimento - Società di fatto - Partecipazione di società di capitali - Irrilevanza di irregolarità formali relative alle modalità di partecipazione - Rilevanza degli atti di gestione e di amministrazione e del comportamento della partecipante..
La riforma del diritto societario di cui al decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6 ha previsto e regolamentato la partecipazione di società di capitali a società di persone o ad imprese che comportino l'assunzione della responsabilità illimitata. Tuttavia, la circostanza che l'assunzione della partecipazione sociale in dette società abbia avuto luogo in violazione dell'articolo 2361 c.c. non comporta l'inesistenza di detta partecipazione, la quale per sua natura esiste a prescindere dal rispetto dei requisiti formali. Deve quindi escludersi che eventuali situazioni di irregolarità conducano all'inefficacia nei confronti della partecipante degli atti di partecipazione alla società di fatto, posto che tali atti di gestione e di amministrazione rilevano dal punto di vista obiettivo come tali, attraverso il comportamento dei partecipanti uti soci e senza che a tale scopo sia rilevante la loro regolarità formale e l'assunzione della previa delibera di autorizzazione da parte dell'assemblea. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Catanzaro, 30 Luglio 2012.


Società - Società irregolare - Società partecipata da società di capitali - Deliberazione assembleare di cui all’art. 2361, comma 2, c.c. - Necessità - Limite al potere gestorio degli amministratori - Inopponibilità dell'atto gestorio di terzi - Rilevabilità d'ufficio..
Non è configurabile la costituzione di una società irregolare partecipata da società di capitali, in assenza della preventiva deliberazione assembleare di cui all’art. 2361, comma 2, c.c.: tale prescrizione normativa costituisce dunque un limite al potere gestorio degli amministratori imposto dalla legge, la cui violazione non può che riverberarsi sull’efficacia dell’atto medesimo, radicalmente inopponibile ai terzi. La relativa questione è rilevabile d’ufficio – in sede di reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento – inerendo ai presupposti per l’assoggettabilità alla dichiarazione di fallimento di un’impresa esercitata in forma collettiva, e così al fatto costitutivo dell’istanza per dichiarazione di fallimento. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 10 Dicembre 2011.


Enti pubblici - Partecipazioni societarie - Limite del perseguimento delle finalità istituzionali - Partecipazioni delle società partecipate - Condizioni..
Il limite posto dall'art. 3, comma 27, della legge 24 dicembre 2007, n. 244 (finanziaria per il 2008), in base al quale le amministrazioni locali non possono mantenere partecipazioni societarie che abbiano "per oggetto la produzione di beni e di servizi non strettamente necessarie per il perseguimento delle proprie finalità istituzionali", comporta che le società direttamente partecipate da detti enti non potranno che avere un oggetto sociale, e a loro volta detenere partecipazioni, che siano compatibili con le finalità indicate dalla norma citata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Corte dei Conti, 21 Settembre 2010.