LIBRO SECONDO
Del processo di cognizione
TITOLO III
Delle impugnazioni
CAPO III
Del ricorso per cassazione
SEZIONE I
Dei provvedimenti impugnabili e dei ricorsi

Art. 360

Sentenze impugnabili e motivi di ricorso (1)
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Le sentenze pronunciate in grado d'appello o in unico grado possono essere impugnate con ricorso per cassazione:

1) per motivi attinenti alla giurisdizione;

2) per violazione delle norme sulla competenza, quando non è prescritto il regolamento di competenza;

3) per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro;

4) per nullità della sentenza o del procedimento;

5) per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. (1)

II. Può inoltre essere impugnata con ricorso per cassazione una sentenza appellabile del tribunale, se le parti sono d'accordo per omettere l'appello; ma in tale caso l'impugnazione può proporsi soltanto a norma del primo comma, n. 3.

III. Non sono immediatamente impugnabili con ricorso per cassazione le sentenze che decidono di questioni insorte senza definire, neppure parzialmente, il giudizio. Il ricorso per cassazione avverso tali sentenze può essere proposto, senza necessità di riserva, allorché sia impugnata la sentenza che definisce, anche parzialmente, il giudizio.

IV. Le disposizioni di cui al primo comma e terzo comma si applicano alle sentenze ed ai provvedimenti diversi dalla sentenza contro i quali è ammesso il ricorso per cassazione per violazione di legge.



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(1) Il numero 5) è stato così modificato dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in legge dalla legge 7 agosto 2012, n. 134. La disposizione si applica alle sentenze pubblicate dal 11 settembre 2012.

GIURISPRUDENZA

Impugnazioni civili - Cassazione - Statuizione art. 13, comma 1 quater, d.P.R. n. 115 del 2002 - Ricorribilità - Sussistenza - Fondamento.
In tema di giudizio di cassazione, va riconosciuta la ricorribilità della statuizione concernente la sussistenza dei presupposti per il versamento dell'ulteriore importo a titolo di contributo unificato ai sensi dell’art. 13, comma 1, del d.P.R. n. 115 del 2002, in quanto tale accertamento, pur trattandosi di un atto dovuto collegato al dato oggettivo della definizione del giudizio in senso sfavorevole all'impugnante, incide in maniera definitiva sul diritto dell’impugnate all'accertamento giurisdizionale del relativo diritto, non potendosi affermare che l'eventuale sua erroneità possa essere fatta valere in sede di riscossione, risultando altrimenti violati l'art. 6 della CEDU e l'art. 47 della Carta fondamentale dell'Unione Europea. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 05 Ottobre 2017, n. 23281.


Giudice di pace - Sentenza pronunciata secondo equità - Ammissibilità dell'appello - Esclusione - Rilievo d'ufficio - Configurabilità.
Le sentenze del giudice di pace pronunciate secondo equità possono, ai sensi dell'art. 339, comma 3 c.p.c., soltanto formare oggetto di ricorso per cassazione e sono, pertanto, inappellabili. L'inammissibilità dell'appello, attenendo ai presupposti dell'impugnazione, è rilevabile anche d'ufficio in sede di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Settembre 2017, n. 22256.


Fallimento - Opposizione allo stato passivo - Dopo le riforme del 2006 e 2007 - Natura - Impugnatoria - Conseguenze - Domande nuove - Ammissibilità - Esclusione - Ricorso per cassazione su questioni non prospettate in opposizione - Inammissibilità.
L'art. 99 l.fall., nel testo novellato dal d.lgs. n. 5 del 2006 e dal d.lgs. n. 169 del 2007, configurando il giudizio di opposizione allo stato passivo in senso impugnatorio, esclude l'ammissibilità di domande nuove, non proposte nel grado precedente, e di nuovi accertamenti di fatto, sicché è inammissibile il ricorso per cassazione che solleciti l'esame di questioni, di fatto o di diritto, non prospettate, ritualmente e tempestivamente, nel giudizio di opposizione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 21 Settembre 2017, n. 22006.


Condominio - Spese di manutenzione (ripartizione) - Soffitti, solai, volte, lastrici solari - Lastrico solare o terrazza a livello di uso esclusivo - Opere di manutenzione straordinaria degli stessi - Spese di riparazione o ricostruzione - Criteri di riparto - Concorso del condominio - Fondamento - Potere deliberativo dell'assemblea - Sussistenza - Sindacato in sede di impugnazione - Limiti.
In tema di condominio negli edifici, l'obbligo dei proprietari di unità abitative sottostanti il lastrico solare o la terrazza a livello in uso o di proprietà esclusivi di concorrere, nella misura dei due terzi, nelle relative spese di ricostruzione o manutenzione, ex art. 1126 c.c., trova fondamento nel principio per cui i condomini sono tenuti a contribuire alle spese in ragione dell'"utilitas" che la cosa da ricostruire o riparare fornisce ai singoli appartamenti; sicché, indipendentemente dal regime di uso o proprietà esclusivi, le decisioni circa la necessità di procedere alla riparazione, ricostruzione e sostituzione degli elementi strutturali del lastrico o della terrazza a livello, funzionali alla copertura dell'edificio (quali solaio, guaine impermeabilizzanti, etc.), spettano all'assemblea, cui è riservata una valutazione discrezionale di merito che, come tale, esula dal controllo di mera legittimità rimesso al giudice attraverso l’impugnativa di cui all’art. 1137 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 09 Agosto 2017, n. 19779.


Provvedimenti che, in via generale, negano la forza pubblica per tutte le esecuzioni dello sfratto per un certo periodo dell’anno - Impugnazione - Giurisdizione amministrativa - Sussistenza - Fondamento.
L’impugnazione dei provvedimenti che, in via generale, negano la concessione della forza pubblica per tutte le esecuzioni degli sfratti per un certo periodo dell’anno appartiene alla giurisdizione del giudice amministrativo, in quanto la posizione giuridica soggettiva fatta valere è una situazione di interesse legittimo, attesa la finalizzazione della domanda all’accertamento dell’annullamento dei provvedimenti, impugnati in quanto lesivi dell’interesse generale di tutti i proprietari degli immobili all’esecuzione degli sfratti, e la circostanza che gli atti impugnati sono comunque volti al fine pubblico di prevenzione e controllo del territorio, costituendo espressione di attività pubblicistica provvedimentale. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 Luglio 2017, n. 17620.


Disciplina della magistratura - Procedimento disciplinare - Impugnazioni - Decisione disciplinare impugnata in Cassazione - Irrogazione della sanzione della rimozione in altro procedimento disciplinare - Cessazione della materia del contendere - Condizioni.
L’irrogazione della sanzione disciplinare della rimozione del magistrato, che determina la cessazione del rapporto di servizio, deve essere attuata, ai sensi dell’art. 11 del d.lgs. n. 109 del 2006, tramite decreto del Presidente della Repubblica, alla cui adozione, pertanto, è subordinata la cessazione della materia del contendere e, per l'effetto, l'inammissibilità, per sopravvenuta carenza di interesse, del ricorso per cassazione proposto contro altra decisione della sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura nei confronti dello stesso magistrato. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 12 Giugno 2017, n. 14552.


Avvocato e procuratore - Giudizi disciplinari - Procedimento - Davanti al Consiglio dell'Ordine territoriale - Censura relativa alla regolarità della discussione ivi svoltasi - Deducibilità sotto il profilo del vizio di "nullità della sentenza o del procedimento" - Esclusione - Fondamento - Sindacabilità "sub specie" di vizio di motivazione della decisione del Consiglio Nazionale Forense - Legittimità.
In materia di procedimento disciplinare a carico di avvocati, la censura relativa al mancato rinvio della seduta del locale Consiglio dell'Ordine per legittimo impedimento a comparire dell'incolpato, attenendo alla regolarità della discussione svoltasi davanti al Consiglio dell'Ordine territoriale, non prospetta un vizio di natura processuale sindacabile dalle Sezioni Unite in sede di ricorso avverso la decisione del Consiglio Nazionale Forense, atteso che le funzioni esercitate in materia disciplinare dai Consigli locali dell'Ordine ed il relativo procedimento hanno natura amministrativa, e non giurisdizionale. Ne consegue che la regolarità di detto procedimento può essere sindacata dal Supremo Collegio soltanto sotto l'aspetto del vizio di motivazione della decisione del Consiglio Nazionale Forense, che è organo giurisdizionale, e non come "nullità della sentenza o del procedimento" svoltosi davanti al Consiglio territoriale, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 4, c.p.c. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 06 Giugno 2017, n. 13982.


Impugnazioni civili - "Reformatio in peius" (divieto) - Rimessione della causa al giudice di primo grado - Per ragioni di giurisdizioni - Diniego della giurisdizione in primo grado - Affermazione della stessa in grado d'appello - Rimessione al primo grado - Necessità - Omissione - Conseguenze - Nullità della decisione - Cassazione della sentenza e rinvio al primo giudice - Violazione della ragionevole durata - Esclusione.
Qualora il giudice di primo grado dichiari il difetto di giurisdizione sulla domanda, ritenendo che questa solleciti una pronuncia del giudice amministrativo, il giudice di secondo grado, che affermi la giurisdizione negata dalla prima sentenza, deve fare applicazione dell'art. 353 c.p.c., indipendentemente dal fatto che le parti abbiano formulato conclusioni di merito, e rimettere la causa al primo giudice, con la conseguenza che, ove a ciò non provveda, statuendo nel merito, la cassazione della relativa decisione deve essere disposta direttamente con rinvio al primo giudice, vertendosi in tema di violazione del principio di ordine pubblico del doppio grado di giurisdizione, senza che in ciò possa ravvisarsi una lesione della ragionevole durata del processo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 31 Maggio 2017, n. 13722.


Impugnazioni civili - Appello - Legittimazione - Parte del giudizio di merito - Individuazione - Criteri - Fattispecie.
La legittimazione a proporre l’impugnazione, o a resistere ad essa, spetta solo a chi abbia assunto la veste di parte nel giudizio di merito, secondo quanto risulta dalla decisione impugnata, tenendo conto sia della motivazione che del dispositivo, a prescindere dalla sua correttezza e corrispondenza alle risultanze processuali nonché alla titolarità del rapporto sostanziale, purché sia quella ritenuta dal giudice nella sentenza della cui impugnazione si tratta. (Nella specie, la S.C. ha rigettato il corrispondente motivo di ricorso ritenendo che l’Agenzia delle entrate, pur non avendo partecipato al giudizio di primo grado, era comunque legittimata a proporre appello in ragione della sua qualificazione come parte desumibile dalla sentenza impugnata e che, peraltro, dato l’oggetto della controversia - riguardante non soltanto vizi della procedura di riscossione ma anche la pretesa tributaria considerata nella sua sussistenza e fondatezza sostanziale - la stessa era anche litisconsorte necessario). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 30 Maggio 2017, n. 13584.


Avvocato - Onorari - Liquidazione - Procedimento di liquidazione del compenso in favore degli avvocati, ex art. 14 del d.lgs. n. 150 del 2011 - Controversia estesa all'"an debeatur" - Ordinanza conclusiva - Appellabilità - Esclusione - Ricorribilità per cassazione - Fondamento.
In tema di liquidazione degli onorari e diritti di avvocato in materia civile, l'ordinanza conclusiva del procedimento ex art. 14 del d.lgs. n. 150 del 2011 non è appellabile, ma impugnabile con ricorso straordinario per cassazione, sia che la controversia riguardi solamente il "quantum debeatur", sia che la stessa sia estesa all'"an" della pretesa, trovando anche in tale ultimo caso applicazione il rito di cui al citato art. 14. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 17 Maggio 2017, n. 12411.


Compensazione delle spese - Sindacabilità ex art. 360 n. 3 c.p.c. in sede di legittimità - Limiti.
In tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le stesse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell'opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell'ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 31 Marzo 2017, n. 8421.


Avvocato e procuratore - Giudizi disciplinari - Rilevanza disciplinare della condotta - Apprezzamento - Competenza esclusiva degli organi disciplinari forensi - Sussistenza - Controllo in sede di legittimità - Limiti - Fattispecie.
Nei procedimenti disciplinari a carico di avvocati, l’apprezzamento della gravità del fatto e della condotta addebitata all’incolpato, rilevante ai fini della scelta della sanzione opportuna, ai sensi dell’art. 22 del codice deontologico forense, è rimesso all'Ordine professionale, ed il controllo di legittimità sull'applicazione di tale norma non consente alla Corte di cassazione di sostituirsi al Consiglio nazionale forense nel giudizio di adeguatezza della sanzione irrogata, se non nei limiti di una valutazione di ragionevolezza, che attiene non alla congruità della motivazione, ma all'individuazione del precetto e rileva, quindi, ex art. 360, n. 3, c.p.c.. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha respinto l’istanza di sospensione di una sentenza del CNF che, previa specifica valutazione in ordine alla gravità del fatto ed alla adeguatezza della sanzione, aveva confermato il provvedimento disciplinare con il quale un avvocato era stato sospeso dall’esercizio della professione per avere, dopo la conclusione della assunzione di un testimone in un procedimento civile dal medesimo verbalizzata, integrato il verbale con una frase non dettata dal giudice). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 17 Marzo 2017, n. 6967.


Ricorso per cassazione - Motivi del ricorso - Vizi di motivazione - Omessa ammissione di prova testimoniale o di altra prova - Vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia - Configurabilità - Condizioni - Denuncia in sede di legittimità - Requisiti - Fattispecie.
Il vizio di motivazione per omessa ammissione della prova testimoniale o di altra prova può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui essa abbia determinato l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, quindi, ove la prova non ammessa ovvero non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la “ratio decidendi” venga a trovarsi priva di fondamento. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto carente di motivazione la mancata ammissione delle prove testimoniali, articolate in un ricorso di opposizione allo stato passivo fallimentare e letteralmente riprodotte nel ricorso per cassazione, miranti a dimostrare l’“an debeatur” del credito e, quindi, inerenti a circostanze decisive ai fini della richiesta di ammissione al passivo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Marzo 2017, n. 5654.


Ricorso per cassazione – Art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 cpc – Interpretazione clausola contrattuale – Contestazione – Inammissibilità
 
Ricorso per cassazione – Art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 cpc – Richiesta valutazione di tutte le variabili incidenti sulla stipulazione – Inammissibilità
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E’ inammissibile il motivo di ricorso diretto a censurare l’interpretazione di una clausola contrattuale data dalla corte di merito che, rispetto a un contratto di assicurazione, ha ritenuto applicabile la franchigia generale di £. 5.000.000 e non la franchigia di £. 1.500.000.000, invocata dal ricorrente. Nel caso di specie ricorre una censura direttamente fattuale che chiede al giudice di legittimità un vero e proprio accertamento di merito in ordine al contenuto della clausola contrattuale, ovvero della ricostruzione dell’effettiva volontà delle parti manifestata nel negozio. (Patrizio Melpignano) (riproduzione riservata)
 
E’ inammissibile il motivo di ricorso diretto a censurare la presunta mancata valutazione, da parte del giudice di merito, di tutte le variabili occorse in sede di stipulazione. La censura si traduce, infatti, nella richiesta al giudice di legittimità di operare una valutazione alternativa degli elementi di fatto sulla cui base è stata ricostruita la volontà negoziale delle parti. (Patrizio Melpignano) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. III, 02 Febbraio 2017, n. 2717.


Ricorso per cassazione – Art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 cpc – Interpretazione clausola contrattuale – Contestazione – E’ inammissibile.
E’ inammissibile il motivo di ricorso diretto a censurare l’interpretazione di una clausola contrattuale data dalla corte di merito che, rispetto a un contratto di assicurazione, ha ritenuto applicabile la franchigia generale di £. 5.000.000 piuttosto che la franchigia di £. 1.500.000.000, invocata dal ricorrente. Nel caso di specie ricorre una censura direttamente fattuale che chiede al giudice di legittimità un vero e proprio accertamento di merito in ordine al contenuto della clausola contrattuale, ovvero della ricostruzione dell’effettiva volontà delle parti manifestata nel negozio. (Patrizio Melpignano) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 02 Febbraio 2017, n. 2718.


Ricorso per cassazione – Art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 cpc – Interpretazione clausola contrattuale – Contestazione – E’ inammissibile.
E’ inammissibile il motivo di ricorso diretto a censurare l’interpretazione di una clausola contrattuale data dalla corte di merito che, rispetto a un contratto di assicurazione, ha ritenuto applicabile la franchigia generale di £. 5.000.000 piuttosto che la franchigia di £. 1.500.000.000, invocata dal ricorrente. Nel caso di specie ricorre una censura direttamente fattuale che chiede al giudice di legittimità un vero e proprio accertamento di merito in ordine al contenuto della clausola contrattuale, ovvero della ricostruzione dell’effettiva volontà delle parti manifestata nel negozio. (Patrizio Melpignano) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 02 Febbraio 2017, n. 2718.


Cassazione (ricorso per) - Legittimazione - Attiva - Parte dei precedenti gradi di giudizio o suo successore a titolo universale o particolare - Liquidatore nella procedura di concordato preventivo - Qualità di successore - Esclusione.
La legittimazione al ricorso per cassazione di un soggetto che non ha partecipato al grado precedente del giudizio può essere riconosciuta soltanto se egli sia un successore, a titolo universale o particolare, nel diritto controverso; non possiede la qualità di successore a titolo particolare il liquidatore nella procedura di concordato preventivo, il quale subentra soltanto nella gestione dei beni ceduti e, più in generale, nelle questioni attinenti alla liquidazione ed al carattere concorsuale del credito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 12 Gennaio 2017, n. 681.


Ricorso per cassazione – Sentenze impugnabili e motivi di ricorso – Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti – Oneri del ricorrente – Omesso esame di elementi istruttori – Irrilevanza.
L'art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., riformulato dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell'ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all'omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia): ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6, e 369, secondo comma, n. 4, c. p. c., il ricorrente deve indicare il "fatto storico", il cui esame sia stato omesso, il "dato", testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il "come" e il "quando" tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua "decisività", fermo restando che l'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 07 Dicembre 2016.


Processo civile - Ricorso per cassazione - Violazione di norme di diritto - Disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata - Efficacia retroattiva - Ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta.
L'art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c. deve essere interpretato nel senso che la violazione di norme di diritto può concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perché dotate di efficacia retroattiva. In tal caso è ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta". (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 Ottobre 2016.


Processo civile - Ricorso per cassazione - Violazione di legge sopravvenuta - Limite del giudicato.
Il ricorso per violazione di legge sopravvenuta incontra il limite del giudicato. Se la sentenza si compone di più parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l'accoglimento dell'impugnazione nei confronti della parte principale determinerebbe necessariamente anche la caducazione della parte dipendente, la proposizione dell'impugnazione nei confronti della parte principale impedisce il passaggio in giudicato anche della parte dipendente, pur in assenza di impugnazione specifica di quest'ultima. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 27 Ottobre 2016.


Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Motivi del ricorso - Violazione di norme del diritto - Giusta causa di licenziamento - Ambito - Oneri di deduzione - Denuncia come vizio di motivazione - Modalità.
La giusta causa di licenziamento, quale clausola generale, viene integrata valutando una molteplicità di elementi fattuali, la cui disapplicazione è deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, ai sensi dell'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c, solo ove si denunci che la combinazione ed il peso dei dati fattuali, come definiti ed accertati dal giudice di merito, non ne consentono la riconduzione alla nozione legale; al contrario, l'omesso esame di un parametro, tra quelli individuati dalla giurisprudenza, avente valore decisivo, nel senso che l'elemento trascurato avrebbe condotto ad un diverso esito della controversia, va denunciato come vizio di cui all'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., ferma, in tal caso, la possibilità di argomentare successivamente che tale vizio avrebbe cagionato altresì un errore di sussunzione per falsa applicazione di legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 23 Settembre 2016, n. 18715.


Ricorso per cassazione avverso sentenza della commissione tributaria regionale - Notificazione - Art. 330 c.p.c. - Applicabilità - Elezione di domicilio o residenza in primo grado - Rilevanza ex art. 17 del d.lgs. n. 546 del 1992 - Condizioni - Fondamento.
In tema di ricorso per cassazione avverso le sentenze delle commissioni tributarie regionali, si applica, con riguardo al luogo della sua notificazione, la disciplina dettata dall'art. 330 c.p.c.; tuttavia, in ragione del principio di ultrattività dell'indicazione della residenza o della sede e dell'elezione di domicilio effettuate in primo grado, sancito dall'art. 17, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992, è valida la notificazione eseguita presso uno di tali luoghi, ai sensi del citato art. 330, comma 1, seconda ipotesi, c.p.c., ove la parte non si sia costituita nel giudizio di appello, oppure, costituitasi, non abbia espresso al riguardo alcuna indicazione. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 Luglio 2016, n. 14916.


Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Giudizio di rinvio - Procedimento - Riassunzione - Citazione - Notificazione - Ricorso per cassazione - Luogo di notificazione - Vizi della sua individuazione - Rilevanza - Sanabilità.
Il luogo in cui la notificazione del ricorso per cassazione viene eseguita non attiene agli elementi costitutivi essenziali dell'atto, sicché i vizi relativi alla sua individuazione, anche quando esso si riveli privo di alcun collegamento col destinatario, ricadono sempre nell'ambito della nullità dell'atto, come tale sanabile, con efficacia "ex tunc", o per raggiungimento dello scopo, a seguito della costituzione della parte intimata (anche se compiuta al solo fine di eccepire la nullità), o in conseguenza della rinnovazione della notificazione, effettuata spontaneamente dalla parte stessa oppure su ordine del giudice ex art. 291 c.p.c.. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 Luglio 2016, n. 14916.


Provvedimenti del giudice civile – Sentenza – Contenuto – Motivazione – Sentenza di appello – Motivazione "per relationem" alla sentenza di primo grado – Legittimità – Modalità e condizioni.
La sentenza pronunziata in sede di gravame è legittimamente motivata "per relationem" ove il giudice d'appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, sì da consentire, attraverso la parte motiva di entrambe le sentenze, di ricavare un percorso argomentativo adeguato e corretto, ovvero purché il rinvio sia operato sì da rendere possibile ed agevole il controllo, dando conto delle argomentazioni delle parti e della loro identità con quelle esaminate nella pronuncia impugnata, mentre va cassata la decisione con cui il giudice si si sia limitato ad aderire alla decisione di primo grado senza che emerga, in alcun modo, che a tale risultato sia pervenuto attraverso l'esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Luglio 2016, n. 14786.


Fallimento - Decreto ex art. 161, comma 6, l.fall., recante anche l'autorizzazione a sospendere i contratti in corso di esecuzione ex art. 169 bis l.fall. - Ricorribilità ex art. 111 Cost. - Esclusione - Fondamento - Fattispecie.
In tema di concordato preventivo con riserva, è inammissibile il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. avverso il decreto con il quale il tribunale, nell'assegnare il termine per la presentazione della proposta, del piano e della documentazione, abbia altresì autorizzato, ai sensi dell'art. 169 bis l.fall., la sospensione di contratti (nella specie, bancari per anticipazione su effetti) in corso di esecuzione, trattandosi di provvedimento privo dei requisiti della decisorietà e della definitività. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 02 Marzo 2016, n. 4176.


Fallimento - Organi preposti al Fallimento - Curatore - Compenso - Decreto di liquidazione dell'acconto sul compenso - Ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. - Inammissibilità - Fondamento.
I decreti con i quali il tribunale fallimentare concede o rifiuta gli acconti sul compenso richiesti dal curatore sono espressione di un potere discrezionale ed intervengono in una fase processuale anteriore alla presentazione ed approvazione del conto, non assumendo, di conseguenza, efficacia di cosa giudicata, sicché essi non possono pregiudicare, dopo la presentazione del rendiconto, la futura e definitiva decisione sul compenso dovuto, cui corrisponde un diritto soggettivo del curatore, e non sono, quindi, ricorribili per cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Novembre 2015, n. 24044.


Fallimento - Opposizione allo stato passivo - Errata applicazione del rito - Decisione con sentenza - Impugnazione mediante appello - Ammissibilità.
Deve essere ribadito il principio, più volte affermato, di apparenza e affidabilità, secondo il quale, per individuare il regime impugnatorio da applicarsi ad un determinato provvedimento, assume rilevanza decisiva la forma adottata dal giudice purché sia frutto di una scelta consapevole, anche se non esplicitata con motivazione specifica ma desumibile dalle modalità con le quali si è svolto il procedimento (cfr. ex multis: S.U. n.390/11; Sez.6-1 n.3672/12; Sez.3 n.30201/08). Pertanto, qualora l'opposizione allo stato passivo sia stata trattata, con piena acquiescenza delle parti, secondo il rito previgente al D.Lgs. n. 5/2006 ed in coerenza a tale scelta decisa con sentenza, non può essere censurata la scelta dell'appello quale mezzo di impugnazione in luogo del ricorso per cassazione previsto dal D.Lgs. 9 gennaio 2006 n. 5 applicabile ratione temporis alla fattispecie. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 09 Ottobre 2015, n. 20385.


Fallimento - Domanda tardiva di ammissione al passivo - Valutazione della sussistenza di una causa non imputabile che giustifichi il ritardo - Accertamento di fatto rimesso alla valutazione del giudice di merito e insindacabile in sede di legittimità.
In caso di domanda tardiva di ammissione al passivo ai sensi dell'ultimo comma dell'articolo 101 L.F., la valutazione della sussistenza di una causa non imputabile, la quale giustifichi il ritardo del creditore, implica un accertamento di fatto, rimesso alla valutazione del giudice di merito, che, se congruamente e logicamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 01 Ottobre 2015.


Conferimento di beni in trust - Imposte ipotecaria e catastale - Applicazione commisurata al valore assegnato ai fini dell'imposta di registro - Ricorso per cassazione - Omessa indicazione delle caratteristiche del trust e dei beneficiari - Difetto di autosufficienza.
Il motivo posto a fondamento del ricorso per cassazione avverso la sentenza della commissione tributaria regionale che ha ritenuto corretta l'applicazione dell'imposta ipotecaria e catastale in misura fissa degli atti di segregazione in trust, sul presupposto che gli stessi non ponevano in essere alcun trasferimento di beni a favore del beneficiario, deve contenere l'indicazione dei beni costituiti in trust, dello scopo del medesimo, dei soggetti designati come trustee e dei beneficiari dei singoli atti di conferimento, pena la sua inammissibilità per difetto di autosufficienza.

Nella fattispecie, il giudice di appello aveva affermato che, sulla base degli articoli 1, 2 e 10 del decreto legislativo n. 347/1990, le imposte ipotecaria e catastale devono essere commisurate al valore assegnato ai fini dell'imposta di registro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 23 Giugno 2015, n. 13004.


Fondo patrimoniale – Bisogni della famiglia – Accertamento.
In tema di fondo patrimoniale ed esecuzione sui beni oggetto dello stesso, il disposto dell’art. 170 c.c., per il quale detta esecuzione non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei alla famiglia, va inteso non in senso restrittivo, vale a dire con riferimento alla necessità di soddisfare l’indispensabile per l’esistenza della famiglia, bensì nel senso di ricomprendere in tali bisogni anche quelle esigenze volte al pieno mantenimento ed all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi. (Adelaide Caravaglios) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 11 Luglio 2014, n. 15886.


Successioni - Diritto di abitazione sulla casa familiare ex art. 540 cod. civ. - Spettanza al coniuge separato senza addebito - Esclusione - Condizioni.
Il diritto reale di abitazione sulla casa familiare non spetta al coniuge separato, ancorché senza addebito, nell’ipotesi in cui la cessazione della convivenza, a seguito del regime di separazione personale, abbia interrotto il legame dell’immobile con la destinazione a residenza familiare. (Adelaide Caravaglios) (riproduzione riservata) Cassazione civile, 12 Giugno 2014.


Ricorso per Cassazione – Art. 360 c.p.c. Come novellato dal d.l. 83/2012 – Omesso esame ex art. 360 n. 5 c.p.c. – Rilevanza – Condizioni

Ricorso per Cassazione – Art. 360 c.p.c. Come novellato dal d.l. 83/2012 – Sindacato sulla motivazione – Rilevanza – Condizioni

Riforma introdotta dal d.l. 83/2012 – Applicabilità al procedimento tributario – Sussiste
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L’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., novellato dall’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv. in legge n. 134 del 2012, prevede, quale specifico vizio denunciabile per cassazione, l’omesso esame di un "fatto storico", principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che sia stato discusso tra le parti e abbia carattere decisivo, sicché il ricorrente deve indicare tale fatto storico, il "dato" da cui risulti esistente, il "come" e il "quando" esso sia stato discusso e la sua "decisività", fermo che non rileva l’omesso esame di elementi istruttori, se il fatto storico sia stato comunque valutato dal giudice. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

La riformulazione dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ. ad opera dell’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv. in legge n. 134 del 2012, implica la riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione, per cui è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che risulti dal testo della sentenza e si tramuti in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza stessa della motivazione, non avendo più rilievo il mero difetto di "sufficienza". (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

Le disposizioni sul ricorso per cassazione, di cui all’art. 54 del d.l. n. 83 del 2012, conv. in legge n. 134 del 2012, circa il vizio denunciabile ex art. 360, n. 5, cod. proc. civ. ed i limiti d’impugnazione ex art. 348 ter cod. proc. civ., si applicano anche al ricorso avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale, in quanto il giudizio di legittimità in materia tributaria non ha connotazioni di specialità. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Cassazione Sez. Un. Civili, 07 Aprile 2014, n. 8053.


Elementi essenziali del divieto di patto commissorio - Contratto di vendita con patto di retrovendita - Sproporzione tra prestazione e controprestazione a cronico stato di bisogno del venditore..
Non costituisce violazione del divieto di patto commissorio la clausola di un contratto di vendita che preveda la restituzione del bene ceduto da effettuarsi, all’avvenuto esatto adempimento di parte venditrice, tra le medesime parti ed al medesimo prezzo (nel caso di specie, il contratto di vendita prevedeva espressamente la restituzione delle quote di una S.r.l. al medesimo prezzo originariamente pagato). (Anteo Picello) (riproduzione riservata)

La clausola di un contratto che dispone la restituzione del bene tra le medesime parti acquirente/venditrice ed al medesimo prezzo, senza alcun tipo di interessi sulle somme originariamente versate, riconduce la fattispecie nell’ambito di una vendita contenente un patto di retrovendita, non potendosi individuare nel sinallagma contrattuale un prestito (né, quindi, una funzione di garanzia). (Anteo Picello) (riproduzione riservata)

L’eventuale stato di crisi in cui versa parte venditrice non rileva se non risulta provata la sproporzione tra prestazione e controprestazione, ovvero tra il prezzo di vendita e il valore del bene ceduto (nel caso di specie, il “cronico stato di bisogno del venditore” è risultato irrilevante in quanto la Corte d’Appello aveva escluso che vi fosse la prova della sproporzione tra il prezzo di vendita e il valore delle quote di S.r.l. cedute). (Anteo Picello) (riproduzione riservata)

Elementi essenziali che individuano una violazione del divieto di patto commissorio, che sono quindi necessari per poter determinare la nullità del relativo patto, sono: (a) la preesistenza del debito e (b) l'alienazione del bene che costituisce la garanzia della somma prestata. (Anteo Picello) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 17 Marzo 2014, n. 6175.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza

Procedimento civile - Interruzione del processo - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza
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Nel giudizio di cassazione, così come è consentito al successore a titolo universale di una delle parti già costituite di proseguire il procedimento (atteso che l'applicazione della disciplina di cui all'art. 110 cod. proc. civ. non è espressamente esclusa per il processo di legittimità, né appare incompatibile con le forme proprie dello stesso), a maggior ragione deve ritenersi possibile la prosecuzione del processo iniziato dal curatore fallimentare da parte dell'imprenditore tornato "in bonis", visto che la chiusura del fallimento, pur privando il curatore della capacità di stare in giudizio, non comporta una successione nel processo, bensì il mero riacquisto della capacità processuale in capo al soggetto già dichiarato fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 23 Settembre 2013, n. 21729.


Fallimento - Accertamento del passivo - Ammissione al passivo - Dichiarazioni tardive - Valutazione della causa non imputabile del ritardo - Accertamento di fatto rimesso alla valutazione del giudice di merito.
In caso di domanda tardiva di ammissione al passivo ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 101 legge fall., la valutazione della sussistenza di una causa non imputabile, la quale giustifichi il ritardo del creditore, implica un accertamento di fatto, rimesso alla valutazione del giudice di merito, che, se congruamente e logicamente motivato, sfugge al sindacato di legittimità. (Nella specie, la S.C., in applicazione dell'enunciato principio, ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione avverso la decisione del tribunale che aveva specificamente ravvisato nella grave malattia della figlia del creditore, nel concomitante sfratto per morosità subito, nonché nell'esiguo tempo a disposizione, idonei fattori impeditivi della tempestiva presentazione della domanda). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Settembre 2013, n. 20686.


Concordato preventivo - Provvedimento di omologazione - Reclamo alla corte d'appello contro il provvedimento che respinge l'omologa o che la accolga in presenza di opposizioni - Mancanza di opposizioni - Ricorso immediato per cassazione ai sensi dell'articolo 111, comma 7, Cost...
Nei confronti del provvedimento che omologa il concordato preventivo, può proporsi reclamo alla corte d'appello allorché l'omologazione sia respinta, ovvero sia accolta nonostante la presenza di opposizioni; mentre, se nessun creditore abbia proposto opposizione, deve ritenersi esperibile il ricorso immediato per cassazione ai sensi dell'articolo 111, comma 7, della Costituzione, trattandosi di decreto dotato dei caratteri della decisorietà e della definitività, in quanto obbligatorio per i creditori rispetto ai quali determina una riduzione delle rispettive posizioni creditorie. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 18 Gennaio 2013.


Arbitrato - Arbitri - Compenso - Ricorso ex art. 111 Cost. avverso ordinanza presidenziale di determinazione del compenso e delle spese nel contratto di arbitrato - Inammissibilità - Fondamento..
È inammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., proposto avverso provvedimento del competente presidente del tribunale, relativo alla determinazione del compenso e delle spese dovuti agli arbitri, ex art. 814, secondo comma, cod. proc. civ., dovendosi confermare l'orientamento ancora recentemente espresso dalle Sezioni Unite. Invero, benché non esista nel nostro sistema processuale una norma che imponga la regola dello "stare decisis", essa costituisce, tuttavia, un valore o, comunque, una direttiva di tendenza immanente nell'ordinamento, stando alla quale non è consentito discostarsi da un'interpretazione del giudice di legittimità, investito istituzionalmente della funzione della nomifilachia, senza forti ed apprezzabili ragioni giustificative; in particolare, in tema di norme processuali, per le quali l'esigenza di un adeguato grado di certezza si manifesta con maggiore evidenza, anche alla luce dell'art. 360 bis, primo comma, n. 1, cod. proc. civ. (nella specie, non applicabile "ratione temporis"), ove siano compatibili con la lettera della legge due diverse interpretazioni, deve preferirsi quella sulla cui base si sia formata una sufficiente stabilità di applicazione nella giurisprudenza della Corte di cassazione. Cassazione Sez. Un. Civili, 31 Luglio 2012, n. 13620.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Opposizione allo stato passivo - In genere - Decisione assunta con sentenza - Ricorso diretto per cassazione - Ammissibilità - Condizioni..
In materia di impugnazioni, il principio cosiddetto di apparenza e affidabilità comporta necessariamente un'indagine sugli atti, al fine di accertare se l'adozione da parte del giudice di merito di quella determinata forma del provvedimento decisorio sia stata o meno il risultato di una consapevole scelta, ancorché non esplicitata con motivazione "ad hoc", nel qual caso decisiva rilevanza va attribuita alle concrete modalità con le quali si è svolto il procedimento; pertanto, è ammissibile il ricorso diretto per cassazione avverso la "sentenza" che decide all'esito di un procedimento azionato con ricorso per opposizione allo stato passivo, svoltosi con modalità corrispondenti al procedimento ex art. 99 legge fall., qualora la forma del provvedimento non sembri frutto di una meditata valutazione del decidente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 08 Marzo 2012, n. 3672.


Fallimento - Liquidazione dell'attivo - Vendita di immobili - In genere - Decreto di trasferimento all'aggiudicatario e diniego della sospensione della vendita - Ricorribilità diretta per cassazione - Esclusione - Fondamento - Principi generali in tema di opposizioni all'esecuzione individuale - Applicazione alla procedura concorsuale - Configurabilità - Sussistenza.
In tema di vendita fallimentare, i mezzi di tutela offerti agli interessati avverso i relativi provvedimenti del giudice delegato corrispondono, "mutatis mutandis", a quelli esperibili nell'ambito del processo di esecuzione individuale disciplinata dal codice di rito, salvo il necessario coordinamento, per effetto del quale all'opposizione agli atti esecutivi di cui all'art. 617 cod. proc. civ. corrisponde il reclamo ex art. 26 legge fall.; ne consegue, per il caso di mancata previa proposizione di tale mezzo, l'inammissibilità del ricorso per Cassazione proposto direttamente avverso il decreto di trasferimento del bene immobile ed il contestuale rigetto della istanza di sospensione della vendita. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Gennaio 2009.


Risarcimento del danno - Abusiva concessione di credito ad imprenditore poi fallito - Domanda del curatore di risarcimento del danno da illecito aquiliano causato alla massa dei creditori - Successiva deduzione della responsabilità del finanziatore verso il fallito per pregiudizio immediato causato al suo patrimonio - Domanda nuova - Configurabilità - Conseguenze - Proposizione per la prima volta in sede di legittimità - Ammissibilità - Esclusione.
Costituisce domanda nuova, inammissibile ove proposta per la prima volta in sede di legittimità, quella con la quale il curatore fallimentare - dopo aver richiesto, nei confronti del finanziatore responsabile (nella specie, una banca), il risarcimento del danno da illecito aquiliano causato alla massa dei creditori dall'abusiva concessione di credito ad una impresa in stato di insolvenza, poi fallita, allo scopo di mantenerla artificiosamente in vita - deduca a fondamento della sua pretesa la responsabilità del finanziatore verso il soggetto finanziato per il pregiudizio diretto ed immediato causato al patrimonio di questo dall'attività di finanziamento, quale presupposto dell'azione che al curatore spetta come successore nei rapporti del fallito. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 Marzo 2006.


Fallimento - Ripartizione dell'attivo - Ordine di distribuzione - Ripartizione - Finale - Decreto del giudice delegato - Reclamo al tribunale - Decisione - Necessità di interpretare la domanda di insinuazione - Operazione riservata al tribunale fallimentare investito del reclamo - Sindacato in sede di legittimità - Limiti - Fattispecie.
La domanda di ammissione al passivo fallimentare, come si evince dall'art.94 legge fall., ha natura e funzione di vera e propria domanda giudiziale introduttiva di una attività cognitiva idonea a produrre il giudicato formale e sostanziale sui crediti insinuati. Ne consegue che è riservato al tribunale fallimentare, investito del reclamo avverso il decreto del giudice delegato di approvazione ed esecutività del piano di riparto, il compito di interpretare, in correlazione a detto provvedimento, il contenuto e le finalità della domanda di insinuazione allo stato passivo fallimentare e che le relative valutazioni soggiacciono, nel giudizio di legittimità, a un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e al riscontro di una motivazione coerente e logica. (Nella specie, in applicazione del principio affermato, la S.C. ha rigettato il ricorso avverso un provvedimento con cui il tribunale, respingendo un reclamo proposto contro il decreto del giudice delegato dichiarativo dell'esecutività del piano di riparto finale, aveva ritenuto che l'avvenuta ammissione di un istituto di credito fondiario al passivo del fallimento "come da domanda, salvo conguaglio in sede di distribuzione, secondo le norme sul credito fondiario", dovesse intendersi limitata al contenuto più propriamente postulatorio del ricorso ex art.93 legge fall. e non estesa a quanto rappresentato in seguito nell'istanza circa il necessario modularsi del credito in dipendenza delle clausole contrattuali e delle disposizioni di legge sul credito fondiario, specie in punto di interessi legati alla garanzia ipotecaria, e che l'espressione adoperata dal giudice delegato si riferisse a possibili compensazioni con somme che il creditore fondiario avrebbe potuto riscuotere in sede di eventuale esecuzione individuale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Luglio 2005, n. 14471.


Fallimento - Liquidazione dell'attivo - Sospensione della vendita in caso di prezzo offerto notevolmente inferiore a quello giusto - Giusto prezzo - Nozione - Potere del giudice delegato - Discrezionalità - Limiti - Impugnazione ex art. 111 Cost. del provvedimento di accoglimento o rigetto della sospensione - Ammissibilità - Limiti.
In tema di liquidazione dell'attivo fallimentare, l'art. 108, terzo comma, legge fall. (che attribuisce al giudice delegato il potere di sospendere la vendita di un immobile quando ritiene che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto), costituisce uno strumento speciale e tipico dell'ordinamento concorsuale, destinato al conseguimento delle migliori condizioni satisfattive della massa dei creditori, al fine di rendere utilizzabili tutte le possibilità concrete di una migliore liquidazione dell'attivo. Sicché, il "giusto prezzo " al quale ragguagliare le offerte precedenti e successive all'aggiudicazione deve individuarsi come il prezzo realizzabile secondo il gioco delle domande ammissibili ed al rialzo degli interessati, ivi comprese le domande successive all'aggiudicazione (ma anteriori al decreto di trasferimento) che abbiano carattere di serietà. L'esercizio in concreto del potere discrezionale attraverso un provvedimento che sospenda o non la vendita deve essere sorretto, perché non si traduca in una irrazionale conduzione del procedimento di liquidazione dell'attivo fallimentare ed in una violazione delle finalità della liquidazione stessa nella quale sono coinvolti gli interessi che nel procedimento trovano tutela giuridica, da una motivazione tale da resistere alla censura di violazione di legge (nei termini dianzi precisati), proponibile con ricorso per cassazione ex art. 111 Cost.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Agosto 2000, n. 10266.


Fallimento - Ripartizione dell’attivo - Rendiconto del curatore - Provvedimento del tribunale sulla ritualità del procedimento ex art. 116 legge fall. - Impugnazione - Legittimazione passiva - Del fallimento - Esclusione - Del curatore - Sussistenza - Fattispecie relativa ad impugnazione mediante ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. .
Nel caso in cui non sia stata instaurata la fase contenziosa del giudizio di rendiconto del curatore, prefigurata dall'art. 116, comma quarto, legge fall., e siano insorte questioni circa la ritualità dell'udienza di discussione del conto e/o la necessità, o meno, dell'instaurazione della fase contenziosa del relativo giudizio, passivamente legittimato, anche in sede di ricorso straordinario per cassazione, resta pur sempre il curatore in proprio, tenuto conto che l'oggetto del giudizio, al di là della sua strutturazione formale e della fase in cui si trova, attiene comunque al controllo (da parte del giudice delegato, dei creditori ammessi al passivo e del fallito) della gestione, fonte di eventuale responsabilità personale (art. 38 legge fall.) del patrimonio di quest'ultimo effettuata dal curatore La S.C. ha, così dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione notificato al fallimento e non al curatore, proposto ex art. 111 Cost., avverso il decreto con cui il tribunale che aveva deciso sulla ritualità del procedimento previsto dall'art. 116 legge fall.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Marzo 2000, n. 3696.


Fallimento - Ripartizione dell’attivo - Rendiconto del curatore - Provvedimento del tribunale ex art. 26 legge fall. sulla ritualità del procedimento ex art. 116 legge fall. - Ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. - Ammissibilità.
Il decreto con cui il tribunale, in sede di reclamo ex art. 26 legge fall., decide sulla ritualità dello svolgimento del procedimento prefigurato dall'art. 116 legge fall., incidente su diritti delle parti e, in particolare, sul diritto del fallito a partecipare al giudizio medesimo, è impugnabile da quest'ultimo con ricorso straordinario per cassazione, dal momento che il provvedimento stesso ha, per un verso, natura "decisoria" sul predetto diritto (art. 24 Cost.) attribuitogli dalla legge e, per altro verso, carattere "definitivo", perché non altrimenti impugnabile. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Marzo 2000.


Fallimento - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - Decreto della Corte di Appello confermativo della chiusura disposta in primo grado - Ricorribilità per Cassazione ex art. 111 Cost. - Vizi di motivazione - Deducibilità - Limiti.
Il provvedimento pronunciato dalla Corte di Appello ai sensi dell'art. 119, comma secondo della legge fallimentare a seguito di reclamo avverso il provvedimento di chiusura del fallimento disposto dal Tribunale, se confermativo della chiusura dichiarata in primo grado, assume natura decisoria e definitiva ed è, pertanto, impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost. In tale ambito, peraltro, il ricorso è proponibile solo per violazione di legge, in cui rientra anche l'inosservanza dell'obbligo della motivazione su questioni di fatto, la quale si configura non solo quando la motivazione manchi del tutto, con conseguente nullità della pronuncia per difetto della forma richiesta, ma anche in presenza di una motivazione apparente, cioè non idonea a rivelare la "ratio decidendi" ovvero di argomentazioni tra loro inconciliabili o perplesse o incomprensibili e che tali vizi emergano dallo stesso provvedimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Giugno 1999, n. 6580.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore - Poteri - Rappresentanza giudiziale - Giudizio di cassazione promosso dal curatore - Sopravvenienza della chiusura del fallimento - Legittimazione processuale del curatore - Persistenza - Documentazione della chiusura del fallimento - Produzione - Inammissibilità

Impugnazione civili - Cassazione (ricorso per) - Deposito di atti - Di documenti nuovi
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Nel giudizio di Cassazione, promosso dal fallimento in persona del suo curatore, l'eventuale sopravvenienza della chiusura del fallimento, in data successiva alla notificazione del ricorso, non incide sulla legittimazione processuale del curatore stesso, ne' può essere dedotta e documentata dalle parti, ostandovi il divieto dell'art. 372 cod. proc. civ.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 1983, n. 5333.


Fallimento - Liquidazione dell'attivo - Vendita di immobili - Potere del giudice delegato di sospendere la vendita in caso di notevole inferiorità del prezzo offerto rispetto a quello giusto - Provvedimento relativo - Discrezionalità - Obbligo di adeguata motivazione - Sussistenza.
L'art. 108, terzo comma, della legge fallimentare, il quale, in tema di disciplina delle modalità della vendita degli immobili, autorizzi il giudice delegato alla sospensione della medesima quando ritenga che il prezzo offerto sia notevolmente inferiore a quello giusto, prevede una facoltà che ha natura discrezionale ma non è esercitabile ad libitum dal giudice, il quale (come il tribunale in Sede di decisione del reclamo avverso il provvedimento del G.d.) è, in ogni caso, tenuto a motivare adeguatamente, e con esatto e coerente criterio, il suo convincimento al riguardo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 11 Maggio 1983, n. 3265.