TITOLO II - Del fallimento
Capo III - Degli effetti del fallimento
Sez. I - Degli effetti del fallimento per il fallito

Art. 46

Beni non compresi nel fallimento
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Non sono compresi nel fallimento:

1) i beni ed i diritti di natura strettamente personale;

2) gli assegni aventi carattere alimentare, gli stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia;

3) i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto è disposto dall’articolo 170 del codice civile; (1)

4) (soppresso) (2)



5) le cose che non possono essere pignorate per disposizione di legge.

II. I limiti previsti nel primo comma, n. 2, sono fissati con decreto motivato del giudice delegato che deve tener conto della condizione personale del fallito e di quella della sua famiglia. (3)

________________

(1) N. 3 sostituito dall’art. 43 del D. Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.
(2) N. 4 soppresso dall’art. 43 del D. Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.
(3) Comma sostituito dall’art. 43 del D. Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.

GIURISPRUDENZA

Fallimento – Rapporti non compresi – Reiezione o dichiarazione di inammissibilità della domanda di ammissione al passivo – Legittimazione processuale del fallito – Riassunzione del giudizio interrotto – Decorrenza del termine.
Oltre ai rapporti per loro natura non compresi nel fallimento, per i quali il fallito, ai sensi dell’art. 46 legge fall. mantiene la capacità processuale, ve ne sono altri che possono diventare tali in conseguenza della reiezione o della dichiarazione di inammissibilità della domanda di ammissione al passivo o della decisione sull’impugnazione ex artt. 98 e 99 legge fall.

In tali casi, il fallito ha facoltà di riassumere il processo interrotto a causa della dichiarazione di fallimento nel termine di cui all’art. 305 c.p.c. termine che, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata che tenga conto del diritto sancito dall’art. 24 Cost., non può decorrere nel tempo in cui il soggetto titolare di detta facoltà (l’imprenditore fallito) non abbia capacità processuale e gli sia perciò impedito l’esercizio delle proprie prerogative processuali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 13 Febbraio 2017.


Fallimento – Beni non compresi – Necessità di mantenimento del fallito e della sua famiglia – Determinazione – Discrezionalità del giudice delegato – Impulso del curatore.
L'art. 46 n. 2, legge fall. non prevede la necessità di alcuna istanza da parte del fallito, bensì delimita il perimetro dei beni non compresi nel fallimento (assegni a carattere alimentare, stipendi, pensioni, salari e ciò che il fallito guadagna con la sua attività entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della famiglia), affidandone la concreta determinazione, in relazione alla necessità del mantenimento, alla discrezionalità del giudice delegato, il quale dunque dovrebbe ritenersi investito della necessità di compiere tale valutazione con la sola richiesta del Curatore. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 19 Dicembre 2016.


Fallimento – Beni non compresi – Necessità di mantenimento del fallito e della sua famiglia – Acquisizione alla procedura della integralità delle somme – Esclusione.
La lettera stessa, oltre alla ratio, dell’art. 46 n. 2, legge fall. non consente l'acquisizione alla procedura della integralità delle somme rivenienti al fallito dalla sua attività lavorativa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 19 Dicembre 2016.


Polizza vita Unit Linked – Natura finanziaria – Titolarità dell’azione in capo alla Curatela in caso di fallimento del contraente.
I diritti di credito vantati dal Fallimento nei confronti di una compagnia assicurativa, derivanti da una polizza unit linked qualificata come prodotto finanziario, sono esclusi dall’ambito applicativo degli art.li 1923, I co, c.c. e 46, I co, n. 5 l.f. (Giovanni Cedrini, Francesca Corsano) (riproduzione riservata) Appello Bologna, 28 Luglio 2016.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Beni del fallito - Interessi legittimi e diritti soggettivi acquisiti a seguito di provvedimenti amministrativi - Concessione demaniale marittima - Acquisizione alla massa fallimentare - Mezzi di tutela della P.A..
Per effetto della dichiarazione di fallimento, fatte salve le ipotesi di cui all'art. 46 l.fall. e l'applicazione di normative particolari di diritto amministrativo, tutte le attività del fallito vengono acquisite alla massa, comprese le situazioni di interesse legittimo nei confronti della P.A., ovvero di diritto acquisite per effetto di provvedimenti amministrativi, ivi comprese quelle che sorgono dalla concessione dei beni del demanio marittimo. Non v'è, dunque, necessità di accertamento da parte degli organi fallimentari o di specifica indicazione nella sentenza di omologazione del concordato fallimentare, in quanto l'interesse pubblico risulta tutelato dal potere dell'amministrazione di disporre la revoca o la decadenza della concessione, ai sensi degli art. 42 e 47 cod. nav., e, in caso di vendita o di esecuzione forzata, di dare o non dare il gradimento al subentro nella concessione da parte dell'acquirente o dell'aggiudicatario delle opere o degli impianti costruiti dal concessionario, senza bisogno del consenso di quest'ultimo, ai sensi dell'art. 46, comma 2, cod. nav. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Luglio 2016, n. 15698.


Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Assicurazione - Assicurazione sulla vita - Pagamento del riscatto al fallito - Inefficacia ex art. 44 l.fall. - Esclusione - Ragioni.
Le somme versate dalla compagnia assicuratrice all'assicurato fallito a titolo di riscatto della polizza vita sono sottratte all'azione di inefficacia di cui all'art. 44 l.fall. in virtù del combinato disposto degli artt. 1923 c.c. e 46, comma 1, n. 5, l.fall., riguardando l'esonero dalla disciplina del fallimento tutte le possibili finalità dell'assicurazione sulla vita e, dunque, non solo la funzione previdenziale ma anche quella di risparmio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2016, n. 12261.


Fallimento - Beni non compresi nel fallimento - Stipendi, pensioni e salari percepiti dal fallito - Funzione dal decreto del giudice delegato - Azione del curatore volta a dimostrare l'eccedenza dei limiti - Onere di richiedere la preventiva emissione del decreto che ne fissa la misura.
Il pagamento degli stipendi, pensioni, salari ed altri emolumenti di cui all'articolo 46, comma 1, n. 2, L.F., effettuato dal debitore direttamente al fallito prima dell'emanazione del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, fissa i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della sua famiglia, è inefficace ai sensi dell'articolo 44, comma 2, L.F. soltanto per gli importi eccedenti detti limiti, come determinati dal giudice delegato con riferimento al periodo anteriore al suo decreto. Il diritto del fallito di percepire e trattenere gli emolumenti necessari al mantenimento suo e della sua famiglia sussiste, infatti, prima ed indipendentemente dal decreto del giudice delegato che ne fissi la misura, ed ha natura dichiarativa ed efficacia retroattiva ed il curatore ha l'onere di richiederne la preventiva emissione così da poter poi documentare in causa l'eventuale eccedenza di quanto pagato direttamente al fallito rispetto i limiti fissati in tale decreto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 08 Aprile 2015, n. 6999.


Responsabilità amministrativa delle società e degli enti - Sequestro e confisca - Rapporti con la procedura fallimentare - Acquisizione dei beni oggetto di sequestro finalizzato alla confisca alla massa attiva del fallimento - Comparazione tra i contrapposti interessi - Legittimazione del curatore all'impugnazione del provvedimento di sequestro - Verifica delle ragioni dei terzi di buona fede - Competenza del giudice penale.
Il curatore fallimentare non è legittimato a proporre impugnazione contro il provvedimento di sequestro adottato ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo n. 231 del 2001.

La verifica delle ragioni dei terzi al fine di accertare la buona fede spetta al giudice penale e non al giudice fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione penale, 17 Marzo 2015, n. 11170.


Assicurazione sulla vita - Diritto dei creditori - Fallimento - Distinzione tra somme dovute e somme corrisposte - Pagamento al fallito da parte dell'assicuratore - Inefficacia ex articolo 44 L.F..
In tema di coordinamento tra l'articolo 1923, comma 1, c.c. ("Le somme dovute dall'assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare") e gli articoli 46, n. 5, L.F. e 514 c.p.c., va detto che l'articolo 1923 citato si riferisce alle somme "dovute" e non già anche a quelle "corrisposte", con la conseguenza che, una volta venuto meno il contratto di assicurazione sulla vita, viene a cessare ogni funzione previdenziale. Pertanto, nel caso in cui l'assicuratrice abbia versato al fallito, dopo la dichiarazione di fallimento, gli importi dovuti a titolo di riscatto in relazione al contratto di assicurazione sulla vita stipulata dal fallito in bonis, il pagamento così effettuato rientra nella sanzione di inefficacia di cui all'articolo 44, comma 2, L.F.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 06 Febbraio 2015, n. 2256.


Fallimento - Pagamenti ricevuti dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento - Inefficacia - Presupposti.
In tema di pagamenti ricevuti dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento, la disposizione dell'articolo 44, comma 2, L.F. deve essere coordinata con quelle dettate dagli articoli 42, comma 2, e 46, comma 1 n. 2, L.F., così che il pagamento ricevuto dal fallito quale corrispettivo per una attività svolta dopo la dichiarazione di fallimento non è inefficace quanto all'importo delle passività connesse a detta attività e neppure quanto al residuo netto, ove non sia stato emesso il decreto con cui il giudice delegato fissa i limiti entro i quali ciò che il fallito guadagna con la sua attività occorre al mantenimento suo e della sua famiglia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il fatto che le somme sopra indicate non possano dalla curatela fallimentare essere acquisite presso il fallito esclude che le stesse possano essere ripetute presso il terzo che ha effettuato il pagamento al fallito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 29 Gennaio 2015, n. 1724.


Fallimento - Quota di stipendi o pensioni disponibile per il fallito ai sensi dell’articolo 46 L.F. - Destinazione alle sole esigenze di carattere alimentare - Tenore di vita socialmente adeguato - Criteri di contemperamento.
Deve confermarsi l’orientamento della Corte di Cassazione per cui, in relazione alla determinazione della quota di reddito da stipendi o pensioni disponibile per il fallito ai sensi dell’art. 46 l. fall. e della quota di essi da destinare al soddisfacimento dei creditori, il Giudice delegato deve compiere una valutazione di non assoluta inadeguatezza del reddito da destinare al mantenimento del fallito e della sua famiglia, il quale non può essere ridotto a coprire le sole esigenze di carattere alimentare, ma non può neppure arrivare a soddisfare il parametro costituzionale del tenore di vita socialmente adeguato, tenuto conto della peculiare posizione del fallito, debitore verso una pluralità di creditori concorrenti (cfr. Cass. 2008/2939; Cass. 2002/391). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) Tribunale Forlì, 03 Novembre 2014.


Fallito - Pagamenti effettuati direttamente al fallito per sopperire alle sue esigenze vitali ed a quelle della sua famiglia - Inefficacia - Limiti - Fattispecie.
Il decreto che, ex art. 46, secondo comma, del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, fissi i limiti entro cui i proventi dell'attività lavorativa del fallito, in quanto necessari al mantenimento suo e della sua famiglia , non sono compresi nel fallimento, ha natura dichiarativa ed efficacia retroattiva, sicchè può pronunciarsi l'inefficacia, ai sensi dell'art. 44, secondo comma, del r.d. n. 267 del 1942, dei pagamenti a lui direttamente effettuati dal debitore soltanto per gli importi eccedenti quei limiti, fermo restando che spetta al curatore l'onere di richiedere preventivamente al giudice delegato l'emissione del decreto al fine di documentare in causa l'eventuale eccedenza dei pagamenti. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che, invece, aveva limitato l'efficacia del decreto solo agli assegni pensionistici corrisposti al fallito successivamente alla sua emissione). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Settembre 2014, n. 18598.


Pagamenti effettuati direttamente al fallito per sopperire alle sue esigenze vitali ed a quelle della sua famiglia - Inefficacia - Limiti.
Posto che il diritto del fallito di percepire e trattenere gli emolumenti necessari al mantenimento suo e della sua famiglia sussiste prima ed indipendentemente dal decreto del giudice delegato che, ai sensi dell'art. 46 legge fall., ne fissi la misura, può affermarsi l'inefficacia, nei confronti del fallimento, del pagamento eseguito a mani del fallito da colui che quegli emolumenti è tenuto a corrispondere soltanto se, e nella parte in cui, esso risulti eccedente rispetto al limite fissato dal predetto decreto, avente natura dichiarativa ed efficacia retroattiva, e la cui preventiva emissione il Curatore ha altresì l'onere di richiedere a quel giudice così da poter, poi, documentare in causa l'eventuale eccedenza di quanto pagato direttamente al fallito rispetto ai limiti fissati in tale decreto (Nella specie, la Suprema Corte, in applicazione di tale principio, ha cassato la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, respinto la domanda ex art. 44 della legge fall. originariamente proposta dalla Curatela avendo ritenuto non documentato da quest'ultima l'adempimento del descritto preventivo onere). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Ottobre 2012, n. 18843.


Legittimazione processuale del fallito - Spossessamento fallimentare - Coincidenza - Fondo patrimoniale - Acquisizione al fallimento - Esclusione - Revocatoria ordinaria del fondo - Legittimazione processuale del fallito - Sussistenza.
Ai sensi dell'articolo 43 della legge fallimentare, la perdita della legittimazione processuale del fallito coincide con l'ambito dello spossessamento fallimentare e, pertanto, poiché i rapporti relativi alla costituzione di un fondo patrimoniale non sono compresi nel fallimento (trattandosi di beni che, pur appartenendo al fallito, rappresentano un patrimonio separato, destinato al soddisfacimento di specifici scopi che prevalgono sulla funzione di garanzia per la generalità dei creditori), permane rispetto a essi la legittimazione del debitore. Sussiste, pertanto, la legittimazione processuale del fallito nel giudizio avente a oggetto la revocatoria ordinaria del fondo patrimoniale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Ottobre 2011, n. 21494.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Beni del fallito - Beni non compresi - Riduzione della capacità lavorativa specifica - Danno patrimoniale - Riconducibilità - Danno da perdita della capacità di guadagno futura - Somme riconosciute a tale titolo - Massa attiva del fallimento - Ricomprensione - Sussistenza - Fondamento.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Assuntore - Azione di risarcimento danni proposta dal curatore fallimentare - Sinistro stradale verificatosi in epoca antecedente la dichiarazione di fallimento - Azione facente parte del patrimonio del fallito - Configurabilità - Identità di posizione processuale - Sussistenza - Concordato fallimentare - Assuntore - Posizione processuale identica a quella del curatore fallimentare.
.
La menomazione della capacità lavorativa specifica, configurando un pregiudizio patrimoniale, deve essere ricondotta nell'ambito del danno patrimoniale e non del danno biologico; ne consegue che le somme riconosciute a titolo di danno da perdita della capacità di guadagno futuro, integrando un danno patrimoniale, rientrano nella massa attiva del fallimento e devono essere in questa ricomprese, non potendo essere sussunte nelle fattispecie di cui all'art. 46, primo comma, nn. 1) e 2), della legge fallimentare. (massima ufficiale)

Il curatore del fallimento che proponga domanda giudiziale di risarcimento dei danni conseguenti ad un sinistro stradale verificatosi, in danno del fallito, in epoca antecedente al fallimento, non agisce in sostituzione dei creditori al fine della ricostruzione del patrimonio originario del fallito stesso, e cioè nella veste di terzo, ma esercita un'azione rinvenuta nel patrimonio di quest'ultimo, come suo avente causa, ponendosi, conseguentemente, nella sua stessa posizione sostanziale e processuale; ne consegue che, in caso di chiusura del fallimento per concordato, l'eventuale assuntore del concordato fallimentare che prosegua il giudizio iniziato dal curatore viene a trovarsi nella medesima posizione processuale di quest'ultimo. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. III, 27 Gennaio 2011, n. 1879.


Procedimento civile - Interruzione del processo - In genere - Rappresentanza legale del minore - Raggiungimento della maggiore età - Successiva dichiarazione di fallimento - Interruzione del processo - Sua prosecuzione da parte del curatore fallimentare - Notifica dell'atto di riassunzione al genitore del minore ed al fallito - Necessità - Esclusione - Fondamento. .
In tema di processo instaurato dal minore legalmente rappresentato dal genitore esercente la potestà parentale, al raggiungimento della maggiore età da parte del rappresentato che venga successivamente dichiarato fallito, con conseguente interruzione del procedimento, l'iniziativa del curatore fallimentare che intenda riassumere il predetto processo non necessità di essere promossa con atto di riassunzione nè nei confronti del genitore (che ha perso la rappresentanza processuale e non è perciò contraddittore necessario), nè nei confronti del fallito (la cui capacità processuale è relativa, in quanto subordinata all'eventuale inerzia del curatore, cui spetta la legittimazione a far valere gli interessi della massa). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Settembre 2010, n. 20285.


Fallimento – Effetti del fallimento sul fallito – Beni non compresi nel fallimento – Pensioni – Condizione personali del fallito – Limiti. .
Il limite fissato dalla disposizione dell’art. 46, comma 2, legge fallimentare, non è ristretto alle mere esigenze di natura alimentare del fallito e della famiglia, ma deve considerare la sua situazione nel complesso, tenendo conto di tutte le circostanze, anche pregresse, in modo tale da contemperare le esigenze del debitore con le ragioni dei creditori. (Giovanni Canino) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 21 Maggio 2010, n. 0.


Fallimento – Giudice delegato – Determinazione della quota di reddito da destinare alla procedura – Minimo socialmente adeguato. .
Il giudice delegato, ai fini della determinazione della quota di reddito da lavoro dipendente disponibile per il fallito e della corrispondente quota da destinare alla soddisfazione dei creditori, deve individuare una misura intermedia fra il minimo alimentare, rappresentato dalla pensione sociale minima e il livello minimo socialmente adeguato, in base al criterio sancito dall’art. 36 della Costituzione della retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa, tenuto conto della situazione del fallito valutata nel suo complesso, in rapporto alla condizione di debitore verso la massa dei creditori. (Giovanni Canino) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 21 Maggio 2010, n. 0.


Fallimento ed altre procedure concorsuali – Fallimento – Effetti – Per il fallito – Beni del fallito – Beni non compresi – Art. 46, n. 3, legge fall., nel testo anteriore al d. lgs. n. 5 del 2006 – Fondo patrimoniale – Applicabilità – Fondamento. (04/06/2010).
L'art. 46, n. 3, della legge fall. (nel testo anteriore al d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5), secondo cui non sono compresi nel fallimento i redditi dei beni costituiti in patrimonio familiare, salvo quanto disposto dagli artt. 170 e 326 cod. civ., sebbene dettato per l'abrogato istituto del patrimonio familiare, si applica anche al nuovo istituto del fondo patrimoniale, ad esso succeduto, in quanto, pur non coincidendo le relative discipline, per l'attenuazione dei vincoli di inalienabilità ed inespropriabilità previsti in riferimento al fondo patrimoniale, risultano identici i fini perseguiti dai due istituti e lo strumento a tal fine predisposto, consistente nella previsione di un patrimonio separato costituito da un complesso di beni determinati, assoggettati ad una speciale disciplina di amministrazione ed a limiti di alienabilità ed espropriabilità. Cassazione civile, 22 Gennaio 2010, n. 1112.


Fondo patrimoniale – Fallimento – Esclusione – Modifica e interpretazione dell’art. 46 n. 3 legge fall.. (29/06/2010).
I beni facenti parte del fondo patrimoniale, in quanto costituenti un patrimonio separato, non sono attratti al fallimento e non sono compresi nella massa. La modifica apportata all’art. 46, n. 3, legge fallimentare dal D.Lgs. n. 5/2006, con la quale fra l’altro il richiamo al patrimonio familiare è stato sostituito con quello relativo al fondo patrimoniale, costituisce una circostanza che indirettamente comprova che la mancata formalizzazione di un divieto di acquisizione da parte del fallimento di beni facenti parte del fondo patrimoniale fosse imputabile ad un difettoso coordinamento normativo determinato dalla successione di leggi nel tempo, anziché alla volontà del legislatore. Questa impostazione emerge anche dalla previsione contenuta nell’articolo 155 legge fallimentare, come modificato dal D.Lgs. n. 5/2006, che esclude l’acquisibilità al fallimento dei patrimoni destinati ad uno specifico affare, così confermando il principio della non confondibilità di beni deputati al soddisfacimento di specifiche esigenze secondo le modalità normativamente indicate, con gli altri beni dell’imprenditore fallito. Cassazione civile, sez. I, 22 Gennaio 2010, n. 1112.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Beni del fallito - Beni non compresi - Assegno erogato al collaboratore di giustizia ex art.13 del d.l. n.8 del 1991 - Natura alimentare - Fondamento - Conseguenze - Acquisizione all'attivo fallimentare - Ammissibilità - Esclusione..
L'assegno di mantenimento erogato a norma dell'art.13 del d.l. 10 gennaio 1991, n.13 ai collaboratori di giustizia ha natura integralmente alimentare, in quanto conferito a chi si trovi nell'impossibilità di svolgere attività lavorativa e determinato in ragione delle condizioni del collaboratore e delle persone a suo carico; pertanto, in caso di intervenuto fallimento del collaboratore, il giudice delegato non può disporne l'acquisizione neppure parziale all'attivo fallimentare, essendo tale potere, ai sensi dell'art. 46, secondo comma, della legge fall., esercitabile sulle sole quote di reddito che non abbiano tale specifica destinazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Novembre 2009, n. 24416.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Locazione - Contratto relativo ad immobile destinato ad abitazione del fallito e della sua famiglia - Assoggettabilità al fallimento - Esclusione - Conseguenze - Azione di ripetizione promossa dal fallito per l'eccedenza dei canoni pagati - Legittimazione - Sussistenza - Condizioni - Fattispecie..
La locazione, quando abbia ad oggetto un immobile destinato esclusivamente ad abitazione propria del fallito e della sua famiglia, non integra un rapporto di diritto patrimoniale compreso nel fallimento del conduttore, secondo la previsione dell'art. 43 legge fall., ma un rapporto di natura strettamente personale, ai sensi dell'art. 46 n. 1 del citato testo di legge, rivolto al soddisfacimento di un'esigenza primaria di vita, il quale è indifferente per il fallimento e resta correlativamente sottratto al potere di recesso del curatore; ne consegue che il conduttore fallito è da considerarsi legittimato all'esercizio, ex art. 79 della legge n. 392 del 1978, dell'azione di ripetizione dell'eccedenza dei canoni convenzionali pagati rispetto a quelli dovuti, la cui relativa somma non può, peraltro, ritenersi acquisita al fallimento stesso prima che la suddetta azione sfoci in una sentenza di condanna del locatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 29 Settembre 2009, n. 20804.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Beni del fallito - Beni non compresi - Trattamento di fine rapporto - Inclusione nell'attivo fallimentare - Configurabilità - Deroga - Somme necessarie al mantenimento del fallito e della sua famiglia ex art. 46 legge fall. - Determinazione con decreto del giudice delegato - Efficacia retroattiva - Sussistenza - Conseguenze rispetto ai pagamenti già eseguiti dal terzo debitore al fallito - Rilevanza dello stato soggettivo del "solvens" - Esclusione - Fondamento..
La natura assistenziale e previdenziale del trattamento di fine rapporto ne giustifica, in caso di fallimento dell'avente diritto, l'assoggettabilità allo speciale regime previsto dall'art. 46 della legge fall., che, in deroga alla generale regola della indisponibilità del patrimonio del fallito posta dall'art. art. 44 della legge fall., esclude dall'attivo fallimentare, nei limiti di quanto occorre per il mantenimento del fallito e della sua famiglia, le somme spettanti al fallito stesso a titolo di stipendio, pensione o salario, così come determinate con decreto del giudice delegato; l'efficacia retroattiva di tale decreto determina a sua volta l'inopponibilità, nei confronti dei creditori concorsuali, del pagamento nel frattempo disposto, in favore del fallito, dal terzo debitore, qualora il giudice delegato abbia disposto l'acquisizione per intero alla procedura fallimentare del citato emolumento, senza che il "solvens" possa invocare la rilevanza del proprio stato soggettivo, ai sensi dell'art. 1189 cod. civ. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 Luglio 2009, n. 17751.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Beni del fallito - In genere - Interessi legittimi e diritti soggettivi acquisiti a seguito di provvedimenti amministrativi - Concessione demaniale - Acquisizione alla massa fallimentare - Mezzi di tutela della Pubblica Amministrazione..
Per effetto della dichiarazione di fallimento, fatte salve le ipotesi di cui all'art. 46 della legge fall. e salva l'applicazione di normative particolari di diritto amministrativo in materia, tutte le attività del fallito vengono acquisite alla massa, ivi comprese le situazioni di interesse legittimo nei confronti della P.A. ovvero di diritto acquisite per effetto di provvedimenti amministrativi, come quelle che sorgono dalla concessione dei beni del demanio marittimo, senza necessità di accertamento da parte degli organi fallimentari o di indicazione specifica da parte della sentenza di omologazione del concordato; l'interesse pubblico risulta, infatti, tutelato dal potere dell'Amministrazione di disporre la revoca o la decadenza della concessione, ai sensi degli artt. 42 e 47 cod. nav., e, in caso di vendita o di esecuzione forzata, di dare o non dare il gradimento al subentro nella concessione da parte dell'acquirente o dell'aggiudicatario delle opere o degli impianti costruiti dal concessionario, senza necessità del consenso di quest'ultimo, ai sensi dell'art. 46, secondo comma, cod. nav. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Maggio 2009, n. 12140.


Fallimento – Contratto di assicurazione sulla vita – Funzione previdenziale – Scioglimento – Esclusione – Acquisizione al fallimento del valore di riscatto della polizza – Esclusione – Revocatoria fallimentare – Presupposti..
Poiché le somme dovute al fallito in base a contratto di assicurazione sulla vita non sono (per la loro funzione previdenziale) acquisibili al fallimento, il curatore non è legittimato ad agire nei confronti dell'assicuratore per ottenere il (valore di) riscatto della correlativa polizza, potendo viceversa agire in revocatoria, relativamente ai "premi pagati", nei casi in cui il contratto di assicurazione appaia stipulato non per reali finalità previdenziali ma in pregiudizio dei creditori. Cassazione Sez. Un. Civili, 31 Marzo 2008, n. 8271.


Fallimento – Beni non compresi nel fallimento – Pensione di invalidità..
La pensione di invalidità è compresa nell'ambito di applicazione dell'art. 46, n. 2 legge fall. (beni non compresi nel fallimento entro i limiti di quanto occorre per il mantenimento del fallito e della sua famiglia), in quanto ricollegabile alla riduzione della capacità lavorativa del beneficiario e, conseguentemente, alla riduzione della sua capacità reddituale. Cassazione civile, 07 Febbraio 2008, n. 2939.


Fallimento – Beni non compresi nel fallimento – Pensione di invalidità – Determinazione della quota non compresa nel fallimento – Giudizio discrezionale del giudice delegato – Limiti..
In relazione alla determinazione della quota di reddito da stipendi o pensioni disponibile per il fallito ex art. 46 legge fall., e della quota di essi da destinare alla soddisfazione dei creditori il giudice delegato non esercita un potere pienamente discrezionale, ma deve compiere una valutazione di non assoluta inadeguatezza del reddito da destinare al mantenimento del fallito e della sua famiglia, che non può essere ridotto a coprire le sole esigenze puramente alimentari, ma non può neppure arrivare a soddisfare il parametro costituzionale del tenore di vita socialmente adeguato, tenuto conto della peculiare posizione del fallito, debitore verso una pluralità di creditori concorrenti; tale valutazione, fondata su un prudente apprezzamento in fatto, può essere censurata in sede di legittimità nei soli limiti in cui è ammessa la deduzione del vizio di motivazione, ovvero nelle ristrette ipotesi della motivazione mancante o apparente. Cassazione civile, 07 Febbraio 2008, n. 2939.


Fallimento – Beni non compresi nel fallimento – Provvedimento di determinazione della quota ex art. 46, n. 2 l. fall. – Contenuto decisorio – Ricorso straordinario per cassazione – Ammissibilità..
Il decreto emesso dal tribunale in sede di reclamo avverso il provvedimento con il quale il giudice delegato, a norma dell’art. 46 legge fall., determina la quantità del salario percepito dal fallito da destinare alle esigenze di questo e della sua famiglia, incidendo sui diritti del fallito e su quelli dei creditori e presentando i caratteri della decisorietà e della definitività, è impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost. anche nel caso in cui il decreto abbia ad oggetto un trattamento pensionistico. Cassazione civile, 07 Febbraio 2008, n. 2939.


Fallito - Pagamenti effettuati direttamente al fallito per sopperire alle sue esigenze vitali e a quelle della sua famiglia - Inefficacia - Limiti.
Il pagamento degli stipendi, pensioni, salari ed altri emolumenti di cui all'art. 46, primo comma, n. 2, legge fallimentare, effettuato dal debitore direttamente al fallito prima dell'emanazione del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi del secondo comma dello stesso articolo, fissa i limiti di quanto occorre per il mantenimento suo e della sua famiglia, è inefficace, ai sensi dell'art. 44, secondo comma, legge cit., soltanto per gli importi eccedenti detti limiti, come determinati dal giudice delegato con riferimento al periodo anteriore al suo decreto. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione della Corte territoriale che aveva ritenuto l'inefficacia totale dei pagamenti eseguiti dall'Enasarco, nel periodo anteriore all'emissione del decreto del giudice delegato, sul solo rilievo di tale anteriorità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Settembre 2007, n. 20325.


Somme spettanti o liquidate al fallito a titolo di risarcimento del danno biologico o del danno morale - Natura strettamente personale del relativo diritto - Configurabilità - Attribuzione di dette somme al fallimento - Ammissibilità - Esclusione - Morte del fallito nel corso della procedura e prima dell'instaurazione del giudizio per l'acquisizione delle somme alla massa - Irrilevanza.
Le somme spettanti o liquidate a persona fisica, successivamente fallita, a risarcimento del danno biologico o del danno morale , attesa la natura strettamente personale, sin dall'origine, del relativo diritto, rientrano nella previsione dell'art. 46, primo comma, legge fall., e non possono essere quindi attribuite al fallimento: e ciò anche nel caso di morte del fallito nel corso della procedura concorsuale ed in data anteriore a quella di introduzione del giudizio volto all'acquisizione delle somme alla massa fallimentare, trattandosi di vicende che non mutano la natura personale dell'attribuzione patrimoniale di che trattasi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Gennaio 2006, n. 392.


Accertamento della violazione del termine ragionevole - Condanna al pagamento di una somma - Natura - Prestazione patrimoniale - Conseguenze - Fallimento - Acquisizione alla massa della somma già liquidata o da liquidare per riparazione - Conseguenze in tema di legittimazione - Del curatore - Sussistenza - Del fallito - Esclusione - Limiti - Assoluta inerzia degli organi fallimentari - Nozione - Oneri probatori a carico del fallito - Contenuto.
Il diritto all'equa riparazione dei danni patrimoniali sofferti per l'eccessiva durata di un processo, pur se ancorato all'accertamento della violazione dell'art. 6 della Convenzione CEDU e cioè di un evento "ex se" lesivo di un diritto della persona alla definizione del processo in un termine ragionevole, ha per oggetto un indennizzo per il pregiudizio sofferto dal soggetto per il periodo eccedente tale durata. Il suddetto diritto, peraltro, si trasforma in diritto patrimoniale all'adempimento di un'obbligazione, riconducibile, ai sensi dell'art. 1173 cod. civ., agli altri atti o fatti idonei a produrla, secondo l'ordinamento giuridico e, quindi, in diritto a percepire la somma sostitutiva. Ne consegue che, in caso di fallimento dell'istante, poichè il relativo credito, se costituente bene sopravvenuto al fallimento, deve essere automaticamente acquisito alla massa fallimentare, e, se derivante da pronuncia sulla domanda di equa riparazione intervenuta prima della dichiarazione di fallimento, costituisce un bene compreso nella massa fallimentare, legittimato a proporre la relativa azione, nel termine perentorio stabilito dagli artt. 4 e 6 della legge 24 marzo 2001, n. 89, è solo il curatore fallimentare, dovendosi peraltro riconoscere al fallito una legittimazione straordinaria o suppletiva - che vale ad escludere la violazione dell'art. 24 Cost. - solo nel caso di inerzia degli organi fallimentari (che deve tuttavia essere allegata dal fallito stesso e che deve ritenersi integrata dal totale disinteresse degli organi fallimentari, non potendo essa discendere dalla negativa valutazione, da parte dei medesimi organi della convenienza di iniziare una controversia). Nè la legittimazione del fallito può ritenersi sussistente nel caso in cui il procedimento della cui irragionevole durata egli si lamenta sia costituito da un giudizio di opposizione ad una precedente dichiarazione di fallimento, giacchè la legittimazione del fallito a proporre l'opposizione, ai sensi dell'art. 18 legge fall., in tanto si giustifica, in quanto è finalizzata a rimuovere gli effetti riflessi che il soggetto abbia ricevuto o possa ricevere in futuro dalla dichiarazione di fallimento: finalità, questa, che non ricorre nell'azione di cui alla legge n. 89 del 2001, avendo essa comunque ad oggetto un'acquisizione patrimoniale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Febbraio 2005, n. 3117.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Perdita della capacità di stare in giudizio - Limiti - Condizioni - Azioni in giudizio nei confronti del fallimento e del fallito - Inammissibilità della domanda nei confronti del fallito - Sussistenza - Fondamento - Chiusura del fallimento - Libero esercizio nei confronti del debitore per le obbligazioni insoddisfatte - Sussistenza.
La perdita della capacità processuale del fallito (dalla dichiarazione di fallimento alla chiusura della procedura) non è assoluta, ma relativa, onde è ancora possibile ottenere la condanna del fallito, sempre che, però, essa sia fondata su di un rapporto di cui gli organi fallimentari si siano disinteressati, e purché il creditore procedente si sia mantenuto estraneo alla procedura concorsuale, optando esclusivamente per la tutela post - fallimentare; la temporanea perdita di capacità processuale del fallito è invece incontestabile nell'ipotesi in cui il creditore abbia citato in giudizio sia il fallito che il suo fallimento, atteso, tra l'altro, che il creditore non avrebbe alcun interesse a munirsi di un titolo anche nei confronti del fallito, giacché la chiusura del fallimento non implica la liberazione di quest'ultimo dalle obbligazioni non soddisfatte nel corso della procedura concorsuale, onde, dopo la chiusura del fallimento, i creditori possono sempre agire per ottenere dal fallito tornato in BONIS il pagamento dei crediti che, accertati nei confronti del fallimento, non abbiano trovato (completa) soddisfazione nel corso della procedura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 05 Marzo 2003, n. 3245.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore - Obblighi - Responsabilità - Revoca del curatore - Azione di responsabilità - Prescrizione decennale - Sospensione della prescrizione nei confronti del fallito - Esclusione.
L'azione di responsabilità contro il curatore revocato, che ai sensi dell'art. 38 della legge fallimentare durante il fallimento è proponibile dal nuovo curatore autorizzato dal giudice delegato, è soggetta a prescrizione decennale con decorrenza dalla data della revoca e il termine prescrizionale decorre anche nei confronti del fallito (legittimato in ogni caso a proporla dopo la chiusura del fallimento, purché l'azione non sia prescritta), giacché la prescrizione non rimane sospesa nei suoi confronti durante la procedura fallimentare, in mancanza di una tassativa previsione legislativa, per la inapplicabilità al caso di specie della disposizione contenuta nell'art. 2941 n. 6 cod. civ. (cominciando a decorrere la prescrizione solo dopo la sostituzione del curatore revocato e il rendimento del conto), nonché per la natura relativa della incapacità processuale del fallito, a lui opponibile solo nell'interesse dalla massa dei creditori, con la conseguenza che in assenza di qualsiasi iniziativa degli organi fallimentari egli può agire per responsabilità contro il curatore revocato anche durante il fallimento, a tutela di diritti patrimoniali dei quali quegli organi si siano disinteressati. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 04 Ottobre 1996, n. 8716.