TITOLO II - Del fallimento
Capo VII - Della ripartizione dell'attivo

Art. 117

Ripartizione finale (1)
Testo a fronte Mass. ragionato
TESTO A FRONTE

I. Approvato il conto e liquidato il compenso del curatore, il giudice delegato, sentite le proposte del curatore, ordina il riparto finale secondo le norme precedenti.

II. Nel riparto finale vengono distribuiti anche gli accantonamenti precedentemente fatti. Tuttavia, se la condizione non si è ancora verificata ovvero se il provvedimento non è ancora passato in giudicato, la somma è depositata nei modi stabiliti dal giudice delegato, perché, verificatisi gli eventi indicati, possa essere versata ai creditori cui spetta o fatta oggetto di riparto supplementare fra gli altri creditori. Gli accantonamenti non impediscono la chiusura della procedura.

III. Il giudice delegato, nel rispetto delle cause di prelazione, può disporre che a singoli creditori che vi consentono siano assegnati, in luogo delle somme agli stessi spettanti, crediti di imposta del fallito non ancora rimborsati.

IV. Per i creditori che non si presentano o sono irreperibili le somme dovute sono nuovamente depositate presso l’ufficio postale o la banca già indicati ai sensi dell’articolo 34. Decorsi cinque anni dal deposito, le somme non riscosse dagli aventi diritto e i relativi interessi, se non richieste da altri creditori, rimasti insoddisfatti, sono versate a cura del depositario all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate, con decreti del Ministro dell’economia e delle finanze, ad apposita unità previsionale di base dello stato di previsione del Ministero della giustizia.

V. Il giudice, anche se è intervenuta l’esdebitazione del fallito, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, su ricorso dei creditori rimasti insoddisfatti che abbiano presentato la richiesta di cui al quarto comma, dispone la distribuzione delle somme non riscosse in base all’articolo 111 fra i soli richiedenti.

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(1) Articolo sostituito dall’art. 107 del D. Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5. La modifica è entrata in vigore il 16 luglio 2006.

GIURISPRUDENZA

Fallimento – Riparto – Credito del fallimento per indennità di occupazione e spese legali – Compensazione giudiziale con il credito del creditore concorrente – Ammissibilità.
In sede di riparto può operare la compensazione giudiziale secondo le norme codicistiche tra il credito del fallimento liquido e di pronta soluzione per indennità di occupazione e spese legali e il credito del creditore concorrente, senza che rilevi in alcun modo la disciplina di cui all’art. 56 l. fall. (Alessandro Lendvai) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 17 Maggio 2018.


Fallimento – Chiusura anticipata – Giudizi pendenti – Interpretazione – Qualsiasi procedimento giudiziario, anche di natura esecutiva, individuale o concorsuale, finalizzato alla soddisfazione di poste attive del fallimento.
L’art. 118, comma 2, l.fall., come modificato dal d.l. 83/2015 convertito in legge 132/2015, ove prevede che “la chiusura della procedura di fallimento nel caso di cui al n. 3) non è impedita dalla pendenza di giudizi, rispetto ai quali il curatore può mantenere la legittimazione processuale”, deve essere interpretato attribuendo alla locuzione “giudizi” il riferimento a qualsiasi procedimento giudiziario, anche di natura esecutiva, individuale o concorsuale, finalizzato alla soddisfazione di poste attive del fallimento.

Ne consegue che la detta fattispecie normativa possa e debba trovare applicazione anche nel caso in cui il fallimento, compiuta la ripartizione finale dell’attivo, possa ancora ricavare soddisfazione dei propri crediti in conseguenza dei riparti che potrebbero essere eseguiti nell’ambito di una diversa procedura fallimentare in cui il credito sia stato o possa essere ammesso.

Tali conclusioni non soffrono eccezione per l’ipotesi in cui il fallimento da cui si attende soddisfazione sia, a sua volta, chiuso a norma dell’art. 118 n. 3 l.fall.; nella chiusura di cui all’art. 118, comma 2, l.fall., infatti, il giudice delegato e il curatore restano in carica, se pure ai limitati effetti della citata disposizione, il curatore mantiene la legittimazione processuale e, nel caso di positiva conclusione dei procedimenti in corso, deve trattenere le somme ricevute a norma dell’art. 117, comma 2, l.fall. e successivamente procedere ad un riparto supplementare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 22 Marzo 2017.


Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - Domanda - Termine semestrale di decadenza - Procedure fallimentari - Definitività della loro chiusura - Portata - Decorrenza.
In tema di irragionevole durata delle procedure fallimentari cui siano applicabili le modificazioni introdotte dai d.lgs. n. 5 del 2006 e n. 169 del 2007, il termine semestrale di decadenza per la proponibilità della domanda di equa riparazione decorre dalla data di definitività del decreto che dispone la loro chiusura, da individuarsi in quella dello spirare del termine per la proposizione del reclamo avverso tale provvedimento, senza che questo sia stato esperito, ovvero del suo definitivo rigetto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 27 Ottobre 2016, n. 21777.


Fallimento - Ripartizione dell'attivo - Progetto di riparto - Regime anteriore al d.lgs. n. 5 del 2006 - Osservazioni del creditore anteriori al decreto del G.D. di sua esecutività - Onere ai fini della successiva legittimazione al reclamo - Inconfigurabilità - Ragioni.
In tema di ripartizione dell'attivo fallimentare, i creditori, nel regime anteriore al d.lgs. n. 5 del 2006, possono proporre reclamo avverso il decreto che rende esecutivo il progetto di riparto pur quando non abbiano presentato le osservazioni di cui all'art. 110, comma 3, l.fall., configurandosi, di solito, quel decreto come l'unico provvedimento definitivo suscettibile di determinare preclusioni circa la collocazione dei crediti correnti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2016, n. 502.


Fallimento - Ripartizione dell'attivo - Progetto di riparto - Regime anteriore al d.lgs. n. 5 del 2006 - Osservazioni del creditore anteriori al decreto del G.D. di sua esecutività - Onere ai fini della successiva legittimazione al reclamo - Inconfigurabilità - Ragioni.
In tema di ripartizione dell'attivo fallimentare, i creditori, nel regime anteriore al d.lgs. n. 5 del 2006, possono proporre reclamo avverso il decreto che rende esecutivo il progetto di riparto pur quando non abbiano presentato le osservazioni di cui all'art. 110, comma 3, l.fall., configurandosi, di solito, quel decreto come l'unico provvedimento definitivo suscettibile di determinare preclusioni circa la collocazione dei crediti correnti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2016, n. 502.


Fallimento - Riparto parziale - Reclamo avverso il decreto di esecutività del giudice delegato - Ricorso straordinario per cassazione - Ammissibilità - Condizioni e limiti.
Il decreto con cui il tribunale decide sul reclamo proposto avverso il decreto del giudice delegato che dichiara esecutivo il piano di riparto parziale, nella parte in cui disponga accantonamenti di somme ai sensi dell'art. 113 l.fall., non può essere impugnato per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento privo, in tale parte, dei caratteri della decisorietà e definitività, posto che le somme accantonate non vengono attribuite ad alcun creditore e, quindi, non sono definitivamente negate al creditore reclamante (ancorché garantito da ipoteca); il ricorso straordinario per cassazione è, invece, ammissibile avverso il medesimo decreto nella parte in cui riconosca l'esistenza di spese in prededuzione a norma dell'art. 111, comma 1, n. 1, l.fall., disponendone altresì il pagamento pur in presenza di contestazioni, atteso che, per tale profilo, il provvedimento assume carattere decisorio, riducendo l'entità delle somme attribuibili ai creditori ammessi e così incidendo sulle loro pretese. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 02 Ottobre 2015, n. 19715.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Formazione dello stato passivo - Esecutività dello stato passivo - Intangibilità - Condizioni - Effetti nella successiva ripartizione dell'attivo - Credito ipotecario - Ammissione al passivo con la causa di prelazione richiesta - Omesso rinnovo dell'iscrizione ipotecaria nel ventennio dalla prima formalità - Conseguenze - Inefficacia sopravvenuta dell'ipoteca - Esclusione - Fondamento - Differenze con l'esecuzione singolare. .
In tema di ripartizione dell'attivo nel fallimento, posto che il decreto di approvazione dello stato passivo, di cui all'art. 96 legge fall., se non impugnato, preclude ogni questione relativa all'esistenza del credito, alla sua entità, all'efficacia del titolo da cui deriva e all'esistenza di cause di prelazione, la sua intangibilità non ammette il riesame del credito da parte del giudice delegato in sede di finale distribuzione, mediante degradazione a chirografo, di un credito già ammesso in via ipotecaria; ne consegue che nemmeno il mancato rinnovo dell'iscrizione ipotecaria alla scadenza del ventennio dal compimento della prima formalità pubblicitaria, attenendo al solo profilo dell'efficacia e perciò non estinguendo nè il titolo ipotecario, nè il diritto di credito garantito, costituisce ragione per la degradazione, in quanto in materia non opera l'istituto della prescrizione, e dunque dell'ipotizzabilità della interruzione, con riguardo all'apertura del fallimento, essendo invece sufficiente, perchè la garanzia giovi al creditore, che questi abbia richiesto ed ottenuto l'ammissione al passivo del proprio credito, senza che, alla data della domanda, l'iscrizione stessa abbia superato il ventennio, permanendo tale efficacia per tutto il corso della procedura; in questo modo l'istituto si adatta alla sistematica concorsuale, nella quale il creditore, depositata la domanda, consuma il suo potere processuale nè ha più il potere o l'onere di intervenire sul diritto d'ipoteca, che cessa di essere nella sua disponibilità una volta ammesso, a differenza di quanto accade nell'esecuzione singolare, in cui l'iscrizione non deve aver superato il ventennio alla data della vendita forzata, che concreta l'espropriazione che il creditore ha diritto di chiedere, mentre nella procedura concorsuale la vendita è disposta su iniziativa del curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Aprile 2011, n. 7570.


Fallimento - Ripartizione parziale - Previsione di accantonamenti - Decreto del tribunale su reclamo, "in parte qua", avverso il decreto di esecutività - Ricorso per cassazione - Ammissibilità - Esclusione.
Il decreto emesso dal tribunale fallimentare sul reclamo avverso il decreto con cui il giudice delegato dichiara esecutivo il piano di riparto parziale, nella parte in cui dispone accantonamenti di somme, non può essere impugnato per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., atteso che le somme sottratte alla ripartizione non vengono definitivamente negate al creditore reclamante (ancorché garantito da ipoteca), o attribuite ad altri, ma soltanto ne è rinviata la distribuzione al piano di riparto finale, sicché la relativa statuizione ha carattere meramente ordinatorio. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 02 Febbraio 2006, n. 2329.


Fallimento - Ripartizione dell'attivo - Ordine di distribuzione - Ripartizione - Finale - Decreto del giudice delegato - Reclamo al tribunale - Decisione - Necessità di interpretare la domanda di insinuazione - Operazione riservata al tribunale fallimentare investito del reclamo - Sindacato in sede di legittimità - Limiti - Fattispecie.
La domanda di ammissione al passivo fallimentare, come si evince dall'art.94 legge fall., ha natura e funzione di vera e propria domanda giudiziale introduttiva di una attività cognitiva idonea a produrre il giudicato formale e sostanziale sui crediti insinuati. Ne consegue che è riservato al tribunale fallimentare, investito del reclamo avverso il decreto del giudice delegato di approvazione ed esecutività del piano di riparto, il compito di interpretare, in correlazione a detto provvedimento, il contenuto e le finalità della domanda di insinuazione allo stato passivo fallimentare e che le relative valutazioni soggiacciono, nel giudizio di legittimità, a un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e al riscontro di una motivazione coerente e logica. (Nella specie, in applicazione del principio affermato, la S.C. ha rigettato il ricorso avverso un provvedimento con cui il tribunale, respingendo un reclamo proposto contro il decreto del giudice delegato dichiarativo dell'esecutività del piano di riparto finale, aveva ritenuto che l'avvenuta ammissione di un istituto di credito fondiario al passivo del fallimento "come da domanda, salvo conguaglio in sede di distribuzione, secondo le norme sul credito fondiario", dovesse intendersi limitata al contenuto più propriamente postulatorio del ricorso ex art.93 legge fall. e non estesa a quanto rappresentato in seguito nell'istanza circa il necessario modularsi del credito in dipendenza delle clausole contrattuali e delle disposizioni di legge sul credito fondiario, specie in punto di interessi legati alla garanzia ipotecaria, e che l'espressione adoperata dal giudice delegato si riferisse a possibili compensazioni con somme che il creditore fondiario avrebbe potuto riscuotere in sede di eventuale esecuzione individuale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Luglio 2005, n. 14471.


Provvedimento del tribunale sul reclamo ex art. 26 legge fall. avverso decreto del giudice delegato di esecutività di piano di riparto parziale - Ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. - Ammissibilità - Limiti.
È inammissibile il ricorso straordinario per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., avverso il decreto ex art. 26 legge fall., con il quale il tribunale respinge il reclamo del creditore ammesso al passivo avverso il decreto con cui il giudice delegato rende esecutivo il piano di riparto parziale, nella parte in cui prevede accantonamenti ai sensi dell'art. 113, n. 4, legge fall., in quanto trattasi di provvedimento privo, in tale parte, dei caratteri della decisorietà e definitività, perché le somme accantonate non vengono attribuite ad alcun creditore, ma soltanto trattenute in attesa della definitiva decisione sulla loro effettiva destinazione; è ammissibile, invece, il ricorso ex art. 111 Cost. del creditore ammesso, avverso lo stesso decreto, nella parte relativa alle spese da pagare in prededuzione a norma dell'art. 111, n. 1, legge fall., trattandosi, per tal verso, di provvedimento a carattere decisorio, in quanto, riconoscendo la prededucibilità delle spese, incide sulla pretesa dei creditori ammessi riducendo l'entità delle somme ad essi attribuibili. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. I, 28 Giugno 2002, n. 9490.


Fallimento - Ripartizione dell'attivo - Credito privilegiato ammesso al passivo fallimentare - Riscossione del credito oggetto di garanzia - Fatto costitutivo del diritto al soddisfacimento privilegiato - Esclusione - Conseguenze - Mancata riscossione - Fatto impeditivo - Onere a carico del curatore - Sussistenza.
In sede di ripartizione dell'attivo fallimentare, la riscossione del credito oggetto di garanzia non costituisce fatto costitutivo del diritto al soddisfacimento privilegiato, derivando esso dalla esistenza del credito e della garanzia da cui è assistito, incontestabilmente accertata con la verifica dello stato passivo, mentre incombe sulla curatela fallimentare l'onere di provare la mancata riscossione, costituendo questa evento impeditivo del soddisfo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Novembre 2001, n. 15106.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Artt. 117 e 118 legge fall. - Accantonamenti nel riparto finale a favore dei creditori opponenti allo stato passivo - Mancata previsione - Contrasto con art. 24 Cost. - Manifesta infondatezza - Fondamento.
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale degli artt. 117 e 118 della legge fall., per contrasto con l'art. 24 Cost., nella parte in cui non prevedono accantonamenti nel riparto finale a favore dei creditori opponenti allo stato passivo. Tali norme, infatti, non pregiudicano il diritto di difesa dell'opponente che può far valere la propria pretesa in contraddittorio con il curatore del fallimento e può ottenere l'ammissione provvisoria del credito al passivo ai sensi dell'art. 99, terzo comma legge fall., ne' appare irragionevole la scelta operata dal legislatore, nel conflitto tra interessi dei creditori ammessi e di quelli non ammessi, di rendere prioritaria la tutela dei primi in considerazione della loro posizione di creditori concorrenti derivante dal provvedimento di ammissione al passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Aprile 1998, n. 4259.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Opposizione allo stato passivo di creditore non ammesso - Accantonamento in sede di ripartizione finale - Necessità - Insussistenza.
La chiusura del fallimento ex art. 118 n. legge fall. dev'essere disposta senza la previsione di accantonamenti diversi da quelli previsti dall'art. 117 in relazione all'art. 113 n. 3 legge fall. Consegue che il creditore non ammesso al passivo del fallimento che ha proposto opposizione allo stato passivo pendente al momento della chiusura della procedura non ha diritto ad accantonamenti in sede di ripartizione finale dell'attivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Aprile 1998, n. 4259.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - In genere - Creditore non ammesso al passivo - "Contestazioni" al rendiconto del curatore - Inammissibilità - Accantonamenti a garanzia dei creditori contestati - Diritto - Sussistenza - Esclusione.
Il creditore non ammesso al passivo fallimentare - pur potendo, come ogni interessato, presentare "osservazioni" - non è legittimato a proporre "contestazioni" al rendiconto predisposto dal curatore, a norma dell'art. 116 Legge fall., perché non ha un interesse concreto ed attuale ad interloquire nella fase della procedura che tende a rendere edotti i creditori ammessi ed il fallito sui risultati dell'amministrazione del patrimonio di quest'ultimo. In quanto estraneo a detta fase, il creditore non ammesso al passivo non ha neanche diritto agli accantonamenti, a garanzia dei creditori contestati, in presenza dei quali può dichiararsi la chiusura del fallimento, anche quando siano pendenti giudizi di opposizione allo stato passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Marzo 1993, n. 3500.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Azione revocatoria fallimentare - Atti a titolo oneroso, pagamenti e garanzie - In genere - Pagamento effettuato da una società di capitali dichiarata fallita - Estinzione della società a seguito della chiusura del fallimento - Revoca del pagamento conseguente all'esercizio dell'azione revocatoria da parte del curatore - Effetti..
La chiusura del fallimento di una società di capitali, con la liquidazione di tutte le attività, determina l'Estinzione dell'ente, e, quindi, il venir meno dei poteri, anche rappresentativi, dei suoi organi, mentre non rileva al riguardo la circostanza che un pagamento eseguito dalla società medesima sia stato revocato, in esito ad Azione promossa dal curatore a norma dell'art. 67 secondo comma della legge fallimentare, dato che tale revocatoria implica inefficacia del pagamento nei confronti della massa, non costituisce ragioni creditorie in favore della fallita. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Aprile 1990, n. 2851.


Fallimento - Passività fallimentari - Ammissione al passivo - Dichiarazioni tardive - Termine finale.
Il termine finale per l'insinuazione tardiva dei crediti nello stato passivo del fallimento si identifica con quello con cui diviene definitivo il provvedimento del giudice delegato che approva e rende esecutivo il piano di riparto finale dell'attivo (art. 117 legge fallimentare), senza che sia richiesto l'esaurimento delle ripartizioni dell'attivo fallimentare con il pagamento dei creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Marzo 1988, n. 2201.


Fallimento - Formazione dello stato passivo - Ammissione con riserva - Crediti erariali opposti davanti alle commissioni tributarie - Ammissione con riserva - Partecipazione al riparto finale - Potere dello esattore - Provvedimento di sospensione del processo in pendenza della istanza di ammissione con riserva - Natura di sentenza - Sottoscrizione del solo presidente del collegio - Nullità.
A norma dell'art. 45, secondo comma, del d.P.R. n. 602 del 1973 l'ammissione al passivo fallimentare con riserva dei crediti erariali opposti davanti alle commissioni tributarie - essendo tali crediti equiparabili a quelli condizionali indicati dal terzo comma dell'art. 55 della legge fallimentare - conferisce all'esattore i poteri di partecipare al riparto finale sia pure mediante accantonamento, e di conseguire la realizzazione del proprio credito per l'ipotesi che questo sia positivamente accertato in Sede giurisdizionale. Pertanto, il provvedimento di sospensione del processo (in pendenza della detta istanza di ammissione con riserva dei predetti crediti) fino alla definizione del giudizio innanzi alle commissioni tributarie, equivalendo a rigetto della istanza stessa, ha natura di sentenza anche se adottato con la Forma dell'ordinanza, ed è giuridicamente inesistente se sottoscritto dal solo Presidente del collegio. ( Conf 1297/81, mass n 411890, sull'ultima parte; ( Conf 1806/74, mass n 369999, sulla prima parte). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Novembre 1987, n. 8761.


Fallimento - Liquidazione dell'attivo - Vendita di immobili - Distribuzione della somma ricavata - Questioni attinenti alla individuazione dei beni sui quali opera la prelazione del creditore ipotecario - Definitività del decreto di approvazione ed esecutività dello stato passivo - Preclusione - Insussistenza - Condizioni.
In sede di ripartizione delle somme ricavate dalla vendita fallimentare, le questioni attinenti all'individuazione dei beni sui quali opera la prelazione del creditore ipotecario non restano precluse dalla definitività del decreto di approvazione ed esecutività dello stato passivo, ove il credito medesimo sia stato ammesso al passivo con formula generica, cioè con accertamento della sua esistenza, entità e rango, ma senza specificazione dei beni investiti da detta prelazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Gennaio 1985.


Fallimento - Organi preposti al fallimento - Tribunale fallimentare - Provvedimenti - Decisione dei reclami - Ricorso per cassazione ex art. 111 cost. - Esperibilità - Decreto del giudice delegato - Esperibilità del ricorso - Esclusione.
Poiché la sentenza della Corte costituzionale n. 42 del 1981, dichiarativa dell'illegittimità dell'art. 26 della legge fallimentare nella parte in cui assoggetta al reclamo al tribunale, nel modo previsto dalla norma medesima, i provvedimenti decisori emessi dal giudice delegato in materia di piani di riparto dello attivo, non comporta l'eliminazione dall'ordinamento del suddetto istituto del reclamo, ma solo la sua diversa regolamentazione in base alle norme generali fissate dagli artt. 737-742 cod. proc. civ., il ricorso per Cassazione, a norma dell'art. 111 della Costituzione, resta esperibile avverso il decreto adottato dal tribunale sul reclamo, non avverso il decreto del giudice delegato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Gennaio 1985.


Fallimento - Ripartizione dell'attivo - Ripartizione finale - Pendenza di giudizio di opposizione all'esclusione di crediti o di impugnazione alla loro ammissione - Adozione delle disposizioni atti ad assicurare in caso di esito favorevole di detti giudizi, la "par condicio" - Obbligo del giudice delegato.
La ripartizione finale dell'attivo di un fallimento può aver luogo anche se siano ancora pendenti giudizi di opposizione all'esclusione di credito o di impugnazione alla loro ammissione , ma in tale ipotesi, in qualunque grado i predetti giudizi siano pendenti ed anche se in essi non sia stato emesso alcun provvedimento cautelare provvisorio, il giudice delegato deve adottare le opportune Disposizioni, mediante depositi o accantonamenti, affinché, in caso di esito del giudizio favorevole al creditore, questi veda rispettata la sua par condicio e riceva una percentuale del suo credito uguale a quella degli altri creditori di pari grado. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Maggio 1984, n. 3114.


Riparto finale - Tassazione.
Nella nuova disciplina dell'imposta di registro (d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 634) la tassabilità dell'atto presentato alla registrazione va riscontrata esclusivamente sulla base degli effetti che esso è idoneo a produrre sui diritti delle parti, (art. 13) e può essere affermata solo quando tali effetti siano riconducibili nell'ambito delle specifiche ipotesi previste nella tariffa all. A al decreto medesimo, restando esclusa ogni possibilità di riferimento a meri effetti economici, così come di interpretazione estensiva od analogica di detta tariffa. Pertanto, con riguardo ai decreti emessi dal giudice delegato al fallimento in Sede di ripartizione (parziale o finale) dell'attivo , si deve escludere l'assoggettamento ad imposta del decreto che approvi e dichiari esecutivo il piano senza modifiche, per Mancanza di osservazioni dei creditori, ovvero con modifiche che corrispondano ad osservazioni o richieste di alcuni dei creditori, non contestate dagli altri creditori o dal curatore, atteso che, in siffatta situazione, il provvedimento stesso non definisce una controversia e non è riconducibile fra le ipotesi contemplate dall'art. 8 della tariffa all. A al d.P.R. n. 634 del 1972. Invece, quando il decreto risolva contestazioni fra i creditori o fra questi ed il curatore, che non pongano in discussione i risultati dello stato passivo, deve affermarsi la tassabilità del provvedimento con imposta fissa, a norma della lett. E) del citato art. 8, se respinga le istanze avanzate, ovvero con l'imposta proporzionale di cui alla lett. D) del medesimo art. 8, se accolga dette istanze, nel senso dell'accertamento di diritti già spettanti in forza dei risultati della precedente fase di ammissione al passivo. Deve affermarsi la tassabilità del provvedimento con imposta fissa, ai sensi della predetta lett. E), se dichiari l'inammissibilità delle istanze medesime, ovvero la tassabilità con imposta proporzionale, ai sensi della lett. C) e della lett. D) del citato art. 8, se provveda, sia pure erroneamente, nel merito di tali istanze (salva l'applicazione, in caso di annullamento in esito ad impugnazione, dell'ultimo comma dell'art. 35 del d.P.R. n. 634 del 1972). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Giugno 1983, n. 4277.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - Opposizione - Ripartizione dell'attivo - Ripartizione finale - Deposito o accantonamento di una somma a garanzia di un credito giudizialmente contestato - Definitiva del piano di riparto finale - Possibilità per il titolare del predetto credito di insorgere avverso la chiusura del fallimento - Preclusione

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Qualora il piano di riparto finale dell'attivo fallimentare, che preveda il deposito o l'accantonamento di una determinata somma a garanzia di un eventuale credito per il quale penda contestazione giudiziale, sia divenuto definitivo, al titolare di detto credito resta preclusa la possibilita di insorgere avverso la chiusura del fallimento, dichiarata in esito alla ripartizione finale dell'attivo, atteso che tale chiusura e consentita pur in pendenza di contestazioni inerenti al passivo fallimentare, sempreche vengano adottate le indicate cautele, e che ogni doglianza degli interessati, circa l'inadeguatezza di queste ultime, deve essere espressa nei modi e nei termini previsti per l'impugnazione del piano di riparto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Aprile 1981, n. 1938.


Fallimento - Ripartizione dell’attivo - Rendiconto del curatore - Impugnazione davanti al giudice delegato ed al tribunale fallimentare, da parte del creditore ammesso al passivo, per illegittimo mutamento nell'ordine dei privilegi - Inammissibilità - Contestazioni del rendiconto - Forme - Oggetto - Questioni sulla graduazione dei crediti - Esclusione - Deduzione di tali questioni in sede della ripartizione finale e con reclamo avverso il provvedimento di approvazione del relativo piano - Ammissibilità

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Avverso il rendiconto finale che il curatore del fallimento abbia presentato e depositato a norma dell'art 116 del RD 16 marzo 1942 n 267, il creditore ammesso al passivo non ha facolta di insorgere davanti al giudice delegato ed al tribunale fallimentare, nei modi di cui agli artt 25 e 26 del predetto decreto, per lamentare un illegittimo mutamento nell'ordine dei privilegi (nella specie, in relazione all'applicazione della sopravvenuta legge 29 luglio 1975 n 426), atteso che le contestazioni avverso tale rendiconto possono essere formulate solo all'udienza all'uopo fissata ai sensi del secondo comma del citato art 116, e, ove non si raggiunga un accordo, vanno decise con sentenza in esito a procedimento ordinario di cognizione, e che inoltre le contestazioni medesime non possono investire anche questioni sulla graduazione dei crediti, deducibili esclusivamente nella diversa Sede della ripartizione finale dell'attivo e con reclamo avverso il provvedimento di approvazione del relativo piano. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Dicembre 1980, n. 6350.