TITOLO II - Del fallimento
Capo VIII - Della cessazione della procedura fallimentare
Sez. I - Della chiusura del fallimento


Art. 118

Casi di chiusura
Testo a fronte Mass. ragionato
TESTO A FRONTE

I. Salvo quanto disposto nella sezione seguente per il caso di concordato, la procedura di fallimento si chiude:

1) se nel termine stabilito nella sentenza dichiarativa di fallimento non sono state proposte domande di ammissione al passivo;

2) quando, anche prima che sia compiuta la ripartizione finale dell’attivo, le ripartizioni ai creditori raggiungono l’intero ammontare dei crediti ammessi, o questi sono in altro modo estinti e sono pagati tutti i debiti e le spese da soddisfare in prededuzione;

3) quando è compiuta la ripartizione finale dell’attivo;

4) quando nel corso della procedura si accerta che la sua prosecuzione non consente di soddisfare, neppure in parte, i creditori concorsuali, né i crediti prededucibili e le spese di procedura. Tale circostanza può essere, accertata con la relazione o con i successivi rapporti riepilogativi di cui all’articolo 33.

II. Nei casi di chiusura di cui ai numeri 3 e 4), ove si tratti di fallimento di società il curatore ne chiede la cancellazione dal registro delle imprese. La chiusura della procedura di fallimento della società nei casi di cui ai numeri 1) e 2) determina anche la chiusura della procedura estesa ai soci ai sensi dell’articolo 147, salvo che nei confronti del socio non sia stata aperta una procedura di fallimento come imprenditore individuale. La chiusura della procedura di fallimento nel caso di cui al n. 3) non e' impedita dalla pendenza di giudizi, rispetto ai quali il curatore puo' mantenere la legittimazione processuale, anche nei successivi stati e gradi del giudizio, ai sensi dell'articolo 43. In deroga all'articolo 35, anche le rinunzie alle liti e le transazioni sono autorizzate dal giudice delegato. Le somme necessarie per spese future ed eventuali oneri relativi ai giudizi pendenti, nonche' le somme ricevute dal curatore per effetto di provvedimenti provvisoriamente esecutivi e non ancora passati in giudicato, sono trattenute dal curatore secondo quanto previsto dall'articolo 117, comma secondo. Dopo la chiusura della procedura di fallimento, le somme ricevute dal curatore per effetto di provvedimenti definitivi e gli eventuali residui degli accantonamenti sono fatti oggetto di riparto supplementare fra i creditori secondo le modalita' disposte dal tribunale con il decreto di cui all'articolo 119. In relazione alle eventuali sopravvenienze attive derivanti dai giudizi pendenti non si fa luogo a riapertura del fallimento. Qualora alla conclusione dei giudizi pendenti consegua, per effetto di riparti, il venir meno dell'impedimento all'esdebitazione di cui al comma secondo dell'articolo 142, il debitore puo' chiedere l'esdebitazione nell'anno successivo al riparto che lo ha determinato. (1)


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(1) Gli ultimi cinque periodi, dopo le parole "imprednitore individuale." sono stati aggunti dall'art. 7 del D.L. 27 giugno 2015, n. 83 convertito, con modificazioni, dalla L. 6 agosto 2015 n. 132. La modifica si applica a decorrere dalla data del 21 agosto 2015 di entrata in vigore della citata legge di conversione.

GIURISPRUDENZA

Provvedimenti in materia fallimentare - Pendenza del termine per impugnare il rendiconto del curatore - Possibilità per il tribunale di disporre la chiusura del fallimento .
La pendenza del termine per proporre impugnazione avverso i provvedimenti del tribunale fallimentare relativi al piano di riparto, alla revoca del curatore e alla approvazione del conto di gestione, non è ostativa alla chiusura del fallimento, spettando anche in tal caso agli organi fallimentari, nell'ambito del potere discrezionale di cui dispongono, apprezzare la convenienza, al fine della realizzazione delle finalità cui il fallimento e preordinato, di mantenere in vita la procedura in vista di un probabile incremento dell’attivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Agosto 2017, n. 19940.


Concordato preventivo - Equa riparazione per irragionevole durata del processo - Determinazione della durata in caso di fallimento dichiarato a seguito di concordato preventivo - Differenza rispetto al concordato fallimentare proposto in corso di procedura fallimentare - Fondamento.
In tema di equa riparazione ai sensi della l. n. 89 del 2001, ai fini della determinazione della ragionevole durata del processo, la procedura di concordato preventivo e quella di fallimento che ad essa eventualmente consegue non possono, diversamente dall'ipotesi di concordato fallimentare proposto in corso procedura fallimentare - in virtù del collegamento strutturale in tale ultimo caso esistente tra l'uno e l'altra - essere considerate unitariamente, essendo le predette procedure distinte tra loro, anche laddove tra di esse si verifichi una consecuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 30 Maggio 2017, n. 13656.


Fallimento – Misure di prevenzione antimafia – Compatibilità tra le due procedure.
Le due procedure del sequestro preventivo antimafia e del fallimento si fondano su presupposti differenti, tra cui - quanto al fallimento - l'insolvenza, i requisiti soggettivi temporalmente determinati, la non cessazione dell'attività: tutte circostanze il cui accertamento non è ripetibile in epoche diverse, risultando pertanto irrazionale una posticipazione della tutela dei creditori a fronte di un interesse pubblico (tutelato dal sequestro in questione) che può nel frattempo divenire recessivo.

Nel caso di specie, la S.C. ha confermato la decisione della corte di merito che aveva respinto la richiesta di revoca del fallimento di una società il cui intero patrimonio era stato sottoposto a misura di prevenzione antimafia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 Gennaio 2017, n. 608.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti sui processi in corso - Interruzione - Effetto automatico - Esclusione - Dichiarazione dell'evento da parte del procuratore costituito - Necessità.
La chiusura del fallimento non produce effetti interruttivi automatici sui processi in cui sia parte il curatore, perché la perdita della capacità processuale che ne consegue non si sottrae alla regola, dettata a tal fine dall'art. 300 c.p.c., della necessità della dichiarazione in giudizio da parte del procuratore dell'evento interruttivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Ottobre 2016, n. 21742.


Fallimento - Chiusura della procedura di fallimento in pendenza di giudizi - Inammissibilità in ipotesi di pendenza di giudizi volti al recupero di beni che dovranno essere liquidati.
I giudizi pendenti che consentono la chiusura della procedura fallimentare ai sensi dell’art. 118 secondo comma l.fall. sono solo quelli mediante cui possono essere recuperate all’attivo della procedura somme di denaro e non beni, atteso che in questo secondo caso all’esito positivo del giudizio deve seguire un’attività liquidatoria attivata dal curatore non contemplata dalla norma. (Laura De Simone) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 16 Giugno 2016.


Chiusura del fallimento in pendenza di giudizi - Fallimento creditore di una società in concordato preventivo in fase esecutiva - Assimilabilità della fattispecie.
Sussistono i presupposti per procedere alla chiusura della procedura fallimentare ai sensi dell’art. 118, comma 2, legge fall., come modificato dal D.L. 83 del 27 giugno 2015 convertito in L. 132 del 6 agosto 2015, nell’ipotesi in cui il fallimento è creditore di una società in concordato preventivo che sia nella fase esecutiva e sia in attesa degli esiti della liquidazione concordataria, dovendo assimilarsi questa ipotesi a quella in cui la procedura fallimentare è paralizzata nella sua prosecuzione e definizione dalla pendenza di giudizi di cognizione o esecuzione. (Laura De Simone) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 03 Marzo 2016.


Fallimento - Apertura (Dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - Chiusura del fallimento - Rilevanza - Esclusione - Contraddittorio con il curatore - Necessità.
La chiusura del fallimento non rende improcedibile l'opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento ed il relativo giudizio continua in contraddittorio anche del curatore, la cui legittimazione non viene meno, in quanto in tale giudizio si discute se il debitore doveva essere dichiarato fallito, o meno, e, perciò, se lo stesso curatore doveva essere nominato al suo ufficio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2016.


Fallimento – Assenza di ripartizione dell’attivo – Chiusura del fallimento in pendenza di giudizi attivi – Probabilità di riparto futuro all’esito dei predetti giudizi – Ammissibilità

Fallimento – Assenza di ripartizione dell’attivo – Chiusura del fallimento in pendenza di giudizi attivi – Art. 118 l. fall., primo comma, n.3 (“quando è compiuta la ripartizione finale dell’attivo”) – Interpretazione restrittiva letterale – Esclusione – Probabilità di futuro riparto all’esito dei giudizi pendenti – Equiparazione alla fattispecie del fallimento che ha proceduto alla ripartizione dell’attivo – Ammissibilità
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Può procedersi fin da subito alla chiusura del fallimento, ai sensi del novellato art. 118 l. fall., secondo comma, terzo periodo, in pendenza di giudizi per il recupero dei crediti della massa, malgrado non vi sia stata la possibilità di procedere ad alcuna ripartizione dell’attivo, ciò nonostante il disposto della novella del citato articolo si riferisca espressamente al “caso di cui al n.3” dell’art. 118, primo comma, l. fall. (prevedente appunto la chiusura del fallimento “quando è compiuta la ripartizione finale dell’attivo”).

La ratio della norma verrebbe infatti svilita da un’interpretazione strettamente letterale che imponga la continuazione della procedura in caso di mancanza attuale di attivo, con un’evidente ingiustificata disparità di trattamento rispetto ai fallimenti che siano invece in grado di ripartire anche solo pochi spiccioli ai propri creditori.

Per non mortificare la finalità concreta perseguita dal legislatore - la cui portata sulle procedure concorsuali pendenti sarebbe significativamente ridotta da un’interpretazione strettamente letterale - il rinvio al disposto dell’art. 118 l. fall., primo comma, n.3, deve essere intesa come riferito alla natura, attuale o potenziale, della procedura piuttosto che al mero dato contabile dell’avvenuta esecuzione di un riparto di qualsiasi consistenza a seguito degli accantonamenti effettuati. Invero, il fallimento privo di attuali disponibilità liquide da ripartire, ma con cause in corso, vantando future possibilità di ripartizioni, non può essere considerato ad oggi  una procedura la cui prosecuzione non consentirà di soddisfare, neppure in parte, i creditori concorsuali, nel senso espressamente previsto dal n.4 del primo comma della medesima norma (c.d. fallimento a zero).

L’interpretazione del rinvio all’art. 118 l. fall., primo comma, n.3, deve dunque essere effettuata rispetto alle prospettive finali della procedura e non a quelle al momento della chiusura accelerata, nel senso che potranno essere chiusi con anticipo non solo i fallimenti che abbiano compiuto una qualche forma di ripartizione finale dell’attivo, ma anche quelli che in prospettiva futura potranno compierla, in ragione della natura e delle probabilità di successo dei giudizi pendenti già attivati dalla Curatela.

(Fattispecie di procedura fallimentare chiusa anticipatamente ex art. 118 l. fall. in pendenza di un’azione di recupero di un credito promossa dalla Curatela, ma in totale carenza di altre attività e dunque senza aver proceduto ad alcun riparto di attivo).

Non constano precedenti giurisprudenziali editi.
Nello stesso senso del provvedimento in rassegna - per cui si rende opportuna una interpretazione non strettamente letterale della norma - in dottrina Eros Ceccherini, “La chiusura del fallimento non è impedita dalla pendenza di giudizi”, IlFallimentarista, 17.2.2016, ha osservato che : “la condizione per poter chiudere la procedura fallimentare, in pendenza di giudizi, è quella prevista al punto 3 dell’art. 118 l. fall., ossia che “sia stata compiuta la ripartizione dell’attivo”. La norma prevede, dunque, quale unica condizione, che il curatore abbia compiuto la ripartizione finale dell’attivo, escludendo per conseguenza le procedure fallimentari, con giudizi pendenti, prive di liquidità da assegnare ai creditori. Una simile circostanza appare discriminante per tutte quelle procedure che non hanno attivo da distribuire, ma che, avendo di giudizi pendenti, ne ricaveranno, molto probabilmente, all’esito degli stessi”. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Forlì, 03 Febbraio 2016.


Fallimento - Esecutorietà dello stato passivo - Esclusione del credito in sede di riparto - Fatti estintivi sopravvenuti.
Il decreto di esecutorietà dello stato passivo non preclude al giudice delegato in sede di riparto di escludere il credito già ammesso al concorso ove il curatore faccia valere il fatto estintivo sopravvenuto all'ammissione. (Nel caso di specie, il credito è stato escluso dal riparto in ragione della integrale soddisfazione del creditore da parte dei coobligati in solido del fallito). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2016, n. 525.


Fallimento - Istanza di chiusura - Rigetto - Ricorso per cassazione - Esclusione.
È privo di carattere decisorio il provvedimento che rigetta l'istanza di chiusura della procedura fallimentare in quanto si tratta di un provvedimento modificabile o revocabile che non definisce la procedura. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 Settembre 2015, n. 19318.


Cancellazione di società già fallita in ipotesi di chiusura del fallimento ai sensi dell’art. 118 l.f. in ipotesi di ripartizione attivo e mancanza di attivo – Ratio della norma – Cancellazione di società fallita in ipotesi di chiusura del fallimento a seguito di concordato – Esclusione.
Per il caso specifico della cancellazione di una società fallita dal registro delle imprese, la formalità è prevista esclusivamente dall’art. 118, comma 2 l.f. per le sole ipotesi di fallimento di una società chiuso ai sensi dell’art. 118, comma 1, nn. 3 e 4 l.f.
La scelta di legislatore (della riforma fallimentare del 2006), di prevedere la cancellazione dell’ente da parte del curatore e l’iscrizione camerale dell’evento solo in queste due ipotesi, si giustifica per il fatto che in entrambi i casi presi in considerazione dall’art. 118, alla chiusura del fallimento – comunque non completamente satisfattoria per i creditori – non residui alcun bene del patrimonio della fallita. E’ evidente che in tal modo la società si trovi nell’impossibilità di conseguire l’oggetto sociale e, quindi, in una situazione liquidatoria; di più, con una liquidazione (concorsuale) già definita e conclusa.
Il legislatore non ha previsto l’iscrizione della cancellazione della società in ipotesi di chiusura del fallimento a seguito esecuzione di un concordato fallimentare. Ciò anche perché il piano concordatario può anche prescindere dalla cessione dei beni sociali ai creditori e, quindi, dall’azzeramento del patrimonio della società.
L’ordinamento non prevede un effetto legale di cancellazione a carico della società già fallita, derivante dalla definizione concordataria né, di conseguenza, il dovere di pubblicizzare l’evento.
L’ostensibilità ai terzi delle vicende della fallita, viene assicurata dalla prescrizione contenuta dall’art. 130 cit, a proposito dell’annotazione camerale del decreto di chiusura del fallimento per avvenuta esecuzione di un concordato. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 22 Settembre 2015.


Fallimento – Estinzione della società – Cancellazione dal Registro delle Imprese – Mandato fiduciario.
Il mandato con il quale un fiduciante incarica un fiduciario di detenere per suo conto una quota di una determinata società di capitali, non cessa di avere effetto per il solo fatto del fallimento della società partecipata: la dichiarazione di fallimento non è infatti causa di scioglimento del contratto sociale. Pertanto, in mancanza di revoca del mandato, il fiduciario mantiene la sua qualità di socio, e ha diritto a ricevere il relativo compenso per l’attività svolta, finché la società partecipata non è estinta. (Andrea Vascellari) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso, 13 Gennaio 2015.


Chiusura del fallimento - Pendenza di giudizio di opposizione o di domande tardive di ammissione al passivo - Impedimento alla chiusura - Esclusione..
Deve essere confermato l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, formatosi in epoca precedente la riforma della legge fallimentare, secondo il quale la chiusura del fallimento, nei casi espressamente previsti, può essere dichiarata nonostante la pendenza di giudizi di opposizione allo stato passivo o di domande tardive di ammissione al passivo. L'applicazione di questo principio comporta che neppure la sopravvenuta ammissione al passivo della domanda proposta in via tardiva possa far venir meno la causa di chiusura del fallimento e comportare l'obbligo di accantonamento dell'importo ammesso. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 15 Giugno 2012.


Chiusura del fallimento - Casi di chiusura previsti dall'articolo 118 l.f. - Discrezionalità degli organi fallimentari di protrarre la chiusura - Esclusione..
In presenza di una delle ipotesi previste dall'articolo 118, legge fallimentare nessuna facoltà discrezionale e data agli organi fallimentari di protrarre la procedura e di differirne chiusura. (Stefano de' Micheli) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 15 Giugno 2012.


Chiusura del fallimento - Causa di chiusura prevista dall'articolo 118, comma 1, n. 1, l.f. - Domande tempestive di ammissione al passivo..
Il termine della presentazione delle domande di ammissione al passivo cui fa riferimento l'articolo 118, comma 1, n. 1, legge fallimentare, il quale prevede la causa di chiusura della procedura di fallimento, è esclusivamente quello di trenta giorni anteriori all'udienza fissata per l'accertamento delle domande tempestive. (Stefano de' Micheli) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 15 Giugno 2012.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Condizioni ostative - Mancato soddisfacimento, almeno in parte, dei creditori concorsuali - Portata - Mancate ripartizioni utili in favore di alcuni creditori - Irrilevanza - Fondamento.
In tema di esdebitazione (istituto introdotto dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5), il beneficio della inesigibilità verso il fallito persona fisica dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti richiede, ai sensi dell'art. 142, comma secondo, legge fall., che vi sia stato il soddisfacimento, almeno parziale, dei creditori concorsuali, dovendosi intendere realizzata tale condizione, in un'interpretazione costituzionalmente orientata e coerente con il "favor" per l'istituto già formulato dalla legge delegante (art. 1, comma 6, lett. a), n. 13 della legge 14 maggio 2005, n. 80), anche quando taluni di essi non siano stati pagati affatto, essendo invero sufficiente che, con i riparti almeno per una parte dei debiti esistenti, oggettivamente intesi, sia consentita al giudice del merito, secondo il suo prudente apprezzamento, una valutazione comparativa di tale consistenza rispetto a quanto complessivamente dovuto; una diversa conclusione, volta ad assicurare il pagamento parziale ma verso tutti i creditori, introdurrebbe invero una distinzione effettuale irragionevole tra fallimenti con creditori privilegiati di modesta entità ed altri e non terrebbe conto del fatto che il meccanismo esdebitatorio, pur derogando all'art. 2740 cod. civ., è già previsto nell'ordinamento concorsuale, all'esito del concordato preventivo (art. 184 legge fall.) e fallimentare (art. 135 legge fall.) e, nel fallimento, opera verso le società con la cancellazione dal registro delle imprese chiesta dal curatore (art. 118, secondo comma, legge fall.). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 18 Novembre 2011, n. 11279.


Fallimento – Iscrizione del decreto di chiusura di fallimento – Cancellazione della sentenza dichiarativa di fallimento – Esclusione. (12/10/2010).
E’ esclusa la cancellazione dell’iscrizione della sentenza dichiarativa di fallimento, non essendo prevista da alcuna norma di legge, contrariamente a quanto stabilito espressamente dall’art. 17 e dall’art. 119, comma 1, legge fallimentare, in tema di iscrizione nel registro delle imprese della sentenza dichiarativa di fallimento e del decreto di chiusura. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 16 Settembre 2010, n. 0.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Società - Chiusura del fallimento - Effetti - Estinzione - Esclusione - Conseguenze - Accantonamento per pendenza di insinuazione tardiva - Restituzione alla società - Fondamento.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - Dichiarazioni tardive - Società - Chiusura del fallimento - Effetti - Estinzione - Esclusione - Conseguenze - Accantonamento per pendenza di insinuazione tardiva - Restituzione alla società - Fondamento.
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La chiusura del fallimento di una società per ripartizione finale dell'attivo od insufficienza tale da impedire l'utile continuazione della procedura, disposta ai sensi dell'art. 118 legge fallimentare previgente, applicabile "ratione temporis", non ne determina l'estinzione, sia perché con essa non si produce indefettibilmente la definizione di tutti i rapporti che fanno capo alla società, sia perchè si verifica, con la fine dello "spossessamento", il riacquisto della libera disponibilità dei propri beni da parte del fallito. Ne consegue che quando la chiusura del fallimento sia avvenuta prima del passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio di insinuazione tardiva di un credito, l'accantonamento a tal fine disposto costituisce un residuo attivo del patrimonio sociale, da restituire alla società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Aprile 2010, n. 9723.


Esdebitazione – Nuova disciplina di cui al  D.Lgs. n. 5/2006 – A plicazione ai fallimenti pendenti – Applicazione ai fallimenti chiusi – Condizioni – Limiti. (06/07/2010).
Il nuovo istituto della esdebitazione si applica anche alle procedure fallimentari aperte prima della entrata in vigore del D.Lgs. n. 5/2006, purché siano ancora pendenti a tale data, ed a quelle tra tali procedure che vengano chiuse nel periodo intermedio compreso tra detta data (16 giugno 2006) ed il primo gennaio 2008 (data di entrata in vigore del decreto correttivo n. 169/2007), a condizione, in tal caso, che la domanda di esdebitazione venga presentata entro un anno dalla entrata in vigore di detto ultimo decreto, cioè entro il termine di un anno a far data dal 1° gennaio 2008; ne consegue che l'istituto della esdebitazione non può essere applicato ai fallimenti che siano stati chiusi in epoca antecedente alla entrata in vigore del D.Lgs. n. 5/2006. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 Novembre 2009, n. 24121.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Fallimento di una società e dei suoi amministratori - Permanenza in carica dei medesimi - Conseguenze - Chiusura del fallimento - Recupero del potere di rappresentanza degli organi sociali - Sussistenza..
Il fallimento di una società e dei suoi amministratori non determina il venir meno di questi ultimi, perché la società rimane in vita ed essi restano in carica, salva la loro sostituzione; ne consegue che, ove detta società ritorni "in bonis" a seguito della chiusura del fallimento, essa riacquista la propria ordinaria capacità, con tutti i conseguenti poteri di rappresentanza degli organi sociali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 30 Settembre 2009, n. 20947.


Fallimento - Chiusura - Verificarsi di una delle ipotesi di cui all’art. 118 - Assenza di discrezionalità - Irrilevanza della pendenza di azioni contro il fallimento - Reclamo - Devoluzione della sola verifica della sussistenza di una delle ipotesi di chiusura..
Allorchè si verifica una delle ipotesi descritte dall’art. 118 l. fall. il tribunale non ha alcuna discrezionalità e deve procedere alla chiusura delle procedura. Del tutto irrilevante è la pendenza di azioni giurisdizionali avverso il fallimento aventi per oggetto il risarcimento dei danni asseritamente causati a terzi dal curatore fallimentare od attinenti vizi delle cose vendute nel corso della procedura fallimentare. A seguito del reclamo avverso il provvedimenti di chiusura, la Corte di Appello non può estendere l’oggetto del procedimento se non alla stretta verifica della sussistenza di una delle condizioni di chiusura della procedura fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Salerno, 22 Maggio 2009.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - Dichiarazioni tardive - Conseguenze - Sospensione della procedura nelle more dell'ammissione del credito ex art. 101 legge fall. - Ammissibilità - Esclusione - Accantonamento ex art. 113 legge fall. - Ammissibilità - Esclusione..
L'art. 101 legge fallimentare, nel prevedere che i creditori possono chiedere l'ammissione al passivo fino a che non siano esaurite tutte le ripartizioni dell'attivo fallimentare, pone solo un limite cronologico all'esercizio di tale diritto potestativo (limite logicamente giustificato in considerazione dell'interesse alla domanda, non configurabile con riguardo ad un attivo inesistente), ma non riconosce al creditore l'ulteriore diritto a non vedersi pregiudicato il futuro soddisfacimento del credito, nelle more dell'ammissione, dall'attuazione della ripartizione; ne consegue che la domanda d'insinuazione tardiva di un credito non comporta una preclusione per gli organi della procedura al compimento di ulteriori attività processuali, ivi compresa la chiusura del fallimento per l'integrale soddisfacimento dei creditori ammessi o per l'esaurimento dell'attivo, nè comporta un obbligo per il curatore di accantonamento di una parte dell'attivo a garanzia del creditore tardivamente insinuatosi, atteso che tale evenienza non è considerata tra le ipotesi di accantonamento previste dall'art. 113 legge fall., la cui previsione è da ritenersi tassativa, in quanto derogante ai principi generali che reggono il processo fallimentare, e perciò insuscettibile di applicazione analogica. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Marzo 2009, n. 5304.


Fallimento – Chiusura – Processi pendenti – Effetti – Improcebilità – Sussistenza. (28/04/2010).
La chiusura del fallimento, senza che sia stata dichiarata l’interruzione del processo pendente, determina l’inutilità dell’accertamento del diritto al concorso nei confronti della inesistente massa dei creditori e la dichiarazione di improcedibilità della relativa domanda per cessazione della materia del contendere. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 02 Marzo 2009.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Istanza di chiusura - Decreto di rigetto del tribunale - Ricorso per cassazione ex art. 111 cost. - Inammissibilità.
Il decreto con il quale il tribunale fallimentare rigetta la istanza di chiusura del fallimento non è impugnabile con ricorso per Cassazione , ai sensi dell'art. 111 cost., per difetto del requisito della decisorietà, in quanto, limitandosi a lasciare aperta la procedura fallimentare, è perciò stesso modificabile e revocabile da parte dello stesso giudice che l'ha emesso, ed insuscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Aprile 1982, n. 2650.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere.
La pendenza del termine per proporre impugnazione ex art 111 Costituzione avverso i provvedimenti del tribunale fallimentare relativi al piano di reparto , alla revoca del curatore e alla approvazione del conto di gestione, non e ostativa alla chiusura del fallimento, spettando anche in tal caso agli organi fallimentari, nell'ambito del potere discrezionale di cui dispongono, apprezzare la convenienza, al fine della realizzazione delle finalità cui il fallimento e preordinato, di mantenere in vita la procedura in vista di un probabile incremento dell'attivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Marzo 1979, n. 1569.