LIBRO PRIMO
Disposizioni generali
TITOLO IV
Dell'esercizio dell'azione

Art. 105

Intervento volontario
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Ciascuno può intervenire in un processo tra altre persone per far valere, in confronto di tutte le parti o di alcune di esse, un diritto relativo all'oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo.

II. Può altresì intervenire per sostenere le ragioni di alcuna delle parti, quando vi ha un proprio interesse.


GIURISPRUDENZA

Società di capitali - Denuncia al tribunale - Legittimazione a promuovere il procedimento - Intervento degli altri soci - Ammissibilità.
Se non vi sono dubbi che l'art. 2409 c.c. limita la possibilità di introdurre il procedimento di denunzia al tribunale ai soci titolari di una determinata aliquota del capitale sociale, tuttavia nessuna norma esclude che il socio che quella aliquota non detenga possa intervenire in giudizio al fine di ribadire l'esistenza delle irregolarità denunziate; d'altra parte, il procedimento previsto dall'articolo richiamato ben potrebbe essere intrapreso da più soci che, singolarmente considerati, non sarebbero a tanto legittimati, con la conseguenza che appare davvero irrazionale impedire al socio non legittimato di partecipare al procedimento una volta che questo sia stato instaurato da altri partecipi alla compagine sociale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 06 Dicembre 2016.


Società di capitali - Denuncia al tribunale - Intervento dei soci non legittimati a promuovere il procedimento - Facoltà di evidenziare altre e diverse gravi irregolarità rispetto a quelle inizialmente denunziate dal ricorrente - Sussistenza.
Una volta ammessa la possibilità per il socio (non legittimato) di intervenire in giudizio deve giocoforza ammettersi che egli possa evidenziare la sussistenza di altre e diverse gravi irregolarità rispetto a quelle inizialmente denunziate dal ricorrente; una simile conclusione è, infatti, resa obbligata dalla considerazione che il procedimento di denunzia al tribunale non è sottoposto a preclusioni assertive o probatorie né ad una rigorosa corrispondenza tra chiesto e pronunziato. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 06 Dicembre 2016.


Fallimento - Opposizione a sentenza dichiarativa di fallimento - Legittimazione dell'amministratore di società di capitali - Legittimazione all'impugnazione - Qualità di parte - Necessità.
L'articolo 18 legge fall., attribuendo a qualunque interessato la facoltà di proporre opposizione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, consente di riconoscere la relativa legittimazione, iure proprio, anche all'amministratore di una società di capitali, il quale, pur non essendo direttamente assoggettato al fallimento, in virtù dell'autonoma soggettività giuridica di cui è dotata la società, è portatore di un interesse concreto ed attuale alla rimozione della relativa pronuncia, per gli effetti che possono derivarne a suo carico sia sul piano morale che su quello patrimoniale, in relazione all'eventuale contestazione di reati o alla proposizione di azioni di responsabilità, per i quali sia tenuto a rispondere personalmente, nonché alle particolari restrizioni previste nei suoi confronti del combinato disposto degli articoli 49 e 146 legge fall. Tale interesse, pur consentendogli non solo di proporre opposizione alla dichiarazione di fallimento emessa nei confronti della società, ma anche di spiegare intervento nel giudizio di opposizione promosso da quest'ultima, per sostenere le ragioni da essa fatte valere, non gli attribuisce tuttavia, nel caso in cui non sia stato egli stesso a promuovere il giudizio, la posizione di soggetto legittimato ad impugnare la relativa sentenza: qualora vi abbia partecipato, il suo intervento è infatti riconducibile non già al primo, ma al secondo comma dell'articolo 105 c.p.c. e gli consente pertanto di aderire all'impugnazione proposta dalla società fallita, ma non di impugnare autonomamente la sentenza emessa nei confronti di quest'ultima, dove essa non abbia esercitato la relativa facoltà o abbia prestato acquiescenza alla sentenza impugnata; nel caso in cui non abbia partecipato al giudizio, la sua legittimazione all'impugnazione non è invece ricollegabile agli articoli 110 e 111 c.p.c., non rivestendo egli la qualità di successore a titolo universale o particolare della società fallita, con la conseguenza che trova applicazione la regola generale secondo cui la qualità di parte legittimata a proporre appello o ricorso per cassazione, come a resistervi, spetta esclusivamente ai soggetti che abbiano formalmente assunto la veste di parte nel primo precedente grado di giudizio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 02 Ottobre 2015, n. 19727.


Intervento volontario – Limiti – Costituzione oltre l'udienza di prima comparizione – Possibilità di formulare domande nuove – Inammissibilità.
L’intervento adesivo autonomo è inammissibile oltre il termine stabilito per la costituzione del convenuto quando viene proposta una domanda nuova, ovvero una domanda con un diritto autonomo e dipendente dal titolo dedotto in giudizio. La ratio sottesa a tale limite è quella di ridurre al minimo la possibilità che il processo assuma un carattere “cumulativo” e, pertanto, che ostacoli una sua pronta definizione.  

Il terzo che non rispetta tali termini amplia l’oggetto del giudizio rendendo più gravoso il processo, ritardandone la conclusione. Diversamente opinando verrebbero resi due principi cardine del sistema processuale, quello del contraddittorio e quello della celerità. (Gianluigi Passarelli) (riproduzione riservata)
Tribunale Avellino, 25 Maggio 2015.


Giudizio di Separazione – Intervento in causa del figlio maggiorenne – Art. 105 c.p.c. – Ammissibilità – Condizioni – Convivenza tra figlio maggiorenne e genitore – Necessità – Sussiste.
Il figlio maggiorenne può intervenire nel giudizio di separazione a condizione che sia convivente con uno dei genitori, stimandosi, altrimenti, l’atto di intervento inammissibile. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 29 Dicembre 2014.


Concordato preventivo – Risoluzione – Contraddittorio – Pubblico ministero – Commissario giudiziale – Liquidatore – Legittimazione creditori.
Nel procedimento camerale diretto a sentir dichiarare la risoluzione del concordato preventivo:
-    non è necessaria la partecipazione del Pubblico Ministero;
-    il commissario giudiziale ed il liquidatore nominato in sede concordataria non sono parti in quanto non sono titolari di alcun autonomo interesse giuridico, ma possono essere sentiti nell’ambito dei poteri istruttori d’ufficio del Tribunale;
-    i creditori della società ammessa al concordato e l’ex amministratore possono intervenire nel giudizio ma solo in modo adesivo e non anche autonomo.
-    non è necessario procedere all’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti i creditori. (Marco Capecchi) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova, 26 Giugno 2014.


Fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - In genere - Sentenza dichiarativa di fallimento - Reclamo - Intervento di qualunque interessato - Art. 18, nono comma, legge fall. - Interpretazione.
L'art. 18, nono comma, legge fall., secondo cui, nel procedimento di reclamo contro la sentenza dichiarativa di fallimento, l'intervento di qualunque interessato non può avvenire oltre il termine stabilito per la costituzione delle parti resistenti con le modalità per queste previste, va interpretato nel senso che, decorso quel termine, nessun intervento può aver luogo, neppure "ad adiuvandum", atteso che l'interesse richiesto dall'art. 105, secondo comma, cod. proc. civ. potrebbe legittimare l'interventore adesivo alla proposizione del reclamo, sicché consentirne la costituzione tardiva equivarrebbe a rimetterlo in termini per reclamare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Novembre 2013.


Contratto di locazione – Finita locazione – Legittimazione comproprietari locatori – Opposizione parte dimidia comproprietari – Modalità – Intervento in giudizio..
Per le domande di risoluzione del contratto di locazione deve essere negata la legittimazione attiva del comproprietario del bene locato pro parte dimidia, ove risulti l’espressa volontà contraria degli altri comproprietari, restando superata la presunzione che il singolo comunista agisca nell’interesse degli altri. Non ha alcuna importanza che l’opposizione alla disdetta (idonea a vincere quella presunzione iuris tantum di consenso) sia intervenuta prima o dopo la disdetta, ovvero ancora dopo l’instaurazione da parte del singolo condomino-locatore, dell’azione finalizzata ad ottenere il rilascio. Ciò che rileva, invero, è che l’espressione di siffatta volontà dissenziente provenga da almeno il 50% della proprietà, non essendo desumibile dall’intrepretazione del primo comma dell’art. 1105 c.c. alcuna preclusione, quanto alle modalità necessarie a dimostrare il dissenso. Il dissenso dei comproprietari-locatori può essere manifestato anche con la comparsa di intervento in giudizio. (Giuseppe Capasso, Michele Massimiliano Capasso) (riproduzione riservata) Appello Napoli, 11 Ottobre 2013.


Controversie sui rapporti di diritto patrimoniale instaurate dal fallito - Intervento adesivo del curatore - Effetti - Cessazione della legittimazione suppletiva del fallito - Esclusione - Fondamento.
Nelle controversie sui rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento, l'intervento "ad adiuvandum" spiegato dal curatore nel processo instaurato dal fallito non fa cessare la legittimazione cosiddetta vicaria o suppletiva del fallito stesso, né priva quest'ultimo della legittimazione ad impugnare la sentenza, atteso che la mera adesione all'iniziativa del fallito non vale a revocare l'originario disinteresse della curatela. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Ottobre 2012, n. 17367.


Giudizio promosso dal locatore titolare della piena proprietà nei confronti del conduttore - Successiva scissione della piena proprietà in usufrutto in capo al locatore e nuda proprietà in capo al soggetto terzo - Intervento nel processo del terzo nudo proprietario - Inammissibilità.

Locazioni - Uso diverso da quello pattuito - Manifestazione di volontà del locatore diretta a convalidare l'illegittima situazione posta in essere dal conduttore - Necessità - Semplice tolleranza del locatore - Irrilevanza.
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Deve ritenersi inammissibile l'intervento del nudo proprietario avente causa dal titolare della piena proprietà dell'immobile nel giudizio da questi promosso nei confronti del conduttore atteso che, qualora, successivamente alla stipula del contratto di locazione, si verifichi la scissione della piena proprietà in usufrutto e nuda proprietà, la qualità di locatore, in virtù delle disposizioni coordinate degli articoli 981, 984 e 999 c.c., si concentra per tutti i riflessi, attivi e passivi, sostanziali e processuali, nel titolare dell'usufrutto e ciò tanto nella costituzione dell'usufrutto per atto fra vivi, quanto nella costituzione "mortis causa". (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La circostanza che il locatore tolleri un uso dell'immobile diverso da quello pattuito non costituisce acquiescenza in ordine al mutamento di fatto della destinazione dell'immobile posto arbitrariamente in essere dal conduttore in contrasto con i patti contrattuali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova, 18 Maggio 2012.


Giudizio promosso dal locatore titolare della piena proprietà nei confronti del conduttore - Successiva scissione della piena proprietà in usufrutto in capo al locatore e nuda proprietà in capo al soggetto terzo - Intervento nel processo del terzo nudo proprietario - Inammissibilità..
Deve ritenersi inammissibile l'intervento del nudo proprietario avente causa dal titolare della piena proprietà dell'immobile nel giudizio da questi promosso nei confronti del conduttore atteso che, qualora, successivamente alla stipula del contratto di locazione, si verifichi la scissione della piena proprietà in usufrutto e nuda proprietà, la qualità di locatore, in virtù delle disposizioni coordinate degli articoli 981,984 e 999 c.c., si concentra per tutti i riflessi, attivi e passivi, sostanziali e processuali, nel titolare dell'usufrutto e ciò tanto nella costituzione dell'usufrutto per atto fra vivi, quanto nella costituzione "mortis causa". (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 18 Maggio 2012.


Chiamata in garanzia – Garanzia propria – Unicità del fatto generatore – Estensione automatica al chiamato della domanda – Sussistenza..
Laddove la domanda di garanzia spiegata dal convenuto attenga ad una garanzia propria - e sia quindi spiegata al fine di ottenere la liberazione del chiamante e l’individuazione del chiamato quale unico e diretto responsabile, essendo unico il fatto generatore prospettato con la domanda principale e con quella accessoria - si ha estensione automatica della domanda attorea al terzo chiamato senza bisogno di espressa istanza. (am) Tribunale Piacenza, 04 Giugno 2009, n. 0.


Processo civile – Chiamata in causa del convenuto – Estensione al chiamato della domanda attorea – Condizioni..
Si ha automatica estensione della domanda attorea anche al terzo chiamato dal convenuto, laddove egli sia evocato in giudizio non già al fine di far valere nei suoi confronti un rapporto di garanzia avente una causa petendi diversa da quella dedotta dall’attore, ma al fine di ottenere la propria liberazione e l’individuazione del chiamato quale unico e diretto responsabile, sicché la chiamata assolve il compito di supplire al difetto di citazione in giudizio da parte dell’attore del soggetto indicato dal convenuto come obbligato in sua vece, con la conseguenza che si ha estensione automatica dell’originaria domanda attorea, stante l’unicità del rapporto e la situazione di garanzia cd. propria. (gm) Tribunale Piacenza, 22 Ottobre 2008, n. 0.


Cessione del credito successiva al pignoramento - Annotazione - Trasmissione del vincolo ipotecario - Efficacia nei confronti dei creditori - Fondamento - Applicabilità analogica della disciplina dettata in materia fallimentare - Esclusione.
In tema di negozi dispositivi dell' ipoteca (presi in considerazione dal primo comma dell'art. 2843 cod. civ.) l'annotazione nei registri immobiliari del trasferimento, da farsi a margine dell'iscrizione ipotecaria, ha carattere necessario e, quindi, costitutivo del nuovo rapporto ipotecario dal lato soggettivo, rappresentando un elemento integrativo indispensabile della fattispecie del trasferimento, con l'effetto di sostituire al cedente o surrogante il cessionario o surrogato, non solo nella pretesa di credito (che già opera in ragione del negozio), ma altresì nella prelazione nei confronti dei creditori concorrenti, per cui la mancata annotazione nei confronti dei terzi priva di effetti la trasmissione del vincolo; tuttavia, la regola di efficacia è diversa, avuto riguardo alla distribuzione della somma ricavata dalla esecuzione, non applicandosi anche l'art. 2916 cod. civ. ma esclusivamente l'art.2843 cod. civ., in base al quale viene imposta l'annotazione ai fini identificativi del soggetto cessionario del credito e della garanzia , senza alcuna valenza costitutiva della garanzia in sè, che già è presente ed iscritta; con la conseguenza che tale trasmissione, non determinando alcun pregiudizio per i creditori, è efficace nei confronti di questi ultimi; nè sussistono elementi di identità di fattispecie tali da affermare una applicazione, al di fuori della disciplina concorsuale, della più rigorosa norma di cui all'art.45 legge fall., che non opera distinzioni in seno alle formalità necessarie a rendere opponibili gli atti ai terzi, comprensive dunque non solo di quelle iscrizionali dell'ipoteca, se posteriori al fallimento, ma anche di quelle di annotazione del vincolo in favore di nuovo soggetto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Agosto 2007, n. 17644.