LIBRO SECONDO
Del processo di cognizione
TITOLO I
Del procedimento davanti al tribunale
CAPO VII
Della sospensione, interruzione ed estinzione del processo
SEZIONE II
Dell'interruzione del processo

Art. 300

Morte o perdita della capacità della parte costituita o del contumace
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Se alcuno degli eventi previsti nell'articolo precedente si avvera nei riguardi della parte che si è costituita a mezzo di procuratore, questi lo dichiara in udienza o lo notifica alle altre parti.

II. Dal momento di tale dichiarazione o notificazione il processo è interrotto, salvo che avvenga la costituzione volontaria o la riassunzione a norma dell'articolo precedente.

III. Se la parte è costituita personalmente, il processo è interrotto al momento dell'evento.

IV. Se l'evento riguarda la parte dichiarata contumace, il processo è interrotto dal momento in cui il fatto interruttivo è documentato dall’altra parte, o è notificato ovvero è certificato dall’ufficiale giudiziario nella relazione di notificazione di uno dei provvedimenti di cui all’articolo 292. (1)

V. Se alcuno degli eventi previsti nell'articolo precedente si avvera o è notificato dopo la chiusura della discussione davanti al collegio, esso non produce effetto se non nel caso di riapertura dell'istruzione.



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(1) Comma sostituito dall’art. 46, comma 13, della l. 18 giugno 2009, n. 69. La modifica si applica ai giudizi instaurati dopo il 4 luglio 2009 (art. 58, comma 1, legge cit.).

GIURISPRUDENZA

Concordato fallimentare - Assuntore - Effetti sull'azione revocatoria - Cessione dell’azione subordinata all'esecuzione del concordato - Perdita della legittimazione processuale del curatore prima del decreto previsto dall'art. 136 l.fall. - Esclusione.
In tema di concordato fallimentare con assunzione, qualora la relativa proposta contempli la cessione delle azioni revocatorie, la perdita della legittimazione processuale del curatore si verifica soltanto con l'emissione del decreto previsto dall'art. 136 l.fall., non determinandosi peraltro l'interruzione del processo sino a quando tale evento non sia stato dichiarato o notificato ai sensi dell'art. 300 c.p.c.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Giugno 2018, n. 15793.


Concordato fallimentare - Omologazione - Conseguenze sull'azione revocatoria promossa dal curatore - Improseguibilità - Condizioni.
L'omologazione del concordato fallimentare produce l'improponibilità o l'improseguibilità delle azioni revocatorie promosse dalla curatela ai sensi degli artt. 64 e 67 l.fall., a condizione che il presupposto dell'impedimento all'esercizio o prosecuzione delle stesse sia dichiarato nel processo e reso operativo attraverso lo strumento processuale dell'interruzione ex art. 300 c.p.c., ovvero attraverso la produzione in giudizio dei documenti attestanti l'intervenuta omologazione del concordato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Giugno 2018, n. 15012.


Equitalia Riscossione s.p.a. – Soppressione dell’ente ai sensi dell’art. 1 del d.l. 193/2016 – Effetti sul processo in corso – Contumacia dell’ente soppresso – Interruzione del giudizio – Necessità.
Benchè l’art. 1 del D.L. 193/2016 disponga che l’Agenzia delle entrate-Riscossione subentra, a titolo universale, nei rapporti giuridici attivi e passivi, anche processuali, delle società del Gruppo Equitalia, in caso di contumacia dell’ente soppresso trova applicazione la disciplina generale di cui all’art. 300, comma 4, c.p.c. sicché, ove la controparte, nel corso del giudizio, documenti l’avvenuta soppressione dell’ente, il processo deve essere interrotto. Tribunale Mantova, 26 Gennaio 2018.


Interruzione del processo – Riassunzione del giudizio – Decorrenza del termine per la riassunzione.
In caso di messa in liquidazione coatta amministrativa di una delle parti, il termine per la riassunzione del processo decorre dalla data della conoscenza legale derivante dalla dichiarazione dell’evento interruttivo in udienza. (Antonella Lillo) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso, 25 Gennaio 2018.


Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Rimessione della causa in decisione - Fallimento di una parte - Dichiarazione nella prima memoria ex art. 190 c.p.c. - Effetti - Prosecuzione del giudizio tra le parti originarie - Opponibilità al fallimento della decisione - Esclusione - Fondamento.
La dichiarazione di fallimento di una delle parti che si sia verificata dopo l'udienza di precisazione delle conclusioni (o di discussione), effettuata nella prima memoria ai sensi dell'art. 190 c.p.c. non produce alcun effetto ai fini della interruzione del processo, sicchè il giudizio prosegue tra le parti originarie e la sentenza pronunciata nei confronti della parte successivamente fallita non è nulla, né inutiliter data, bensì inopponibile alla massa dei creditori, rispetto ai quali costituisce res inter alios acta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Novembre 2017, n. 27829.


Fallimento – Termine per riassumere – Disciplina generale articolo 300 c.p.c. – Natura derogatoria articolo 43 L.F. – Automatica interruzione del processo – Decorrenza termine per riassumere da conoscenza legale – Non coincidenza con sentenza di fallimento o dichiarazione di interruzione – Necessità per curatela di conoscenza legale del singolo processo su cui interruzione opera – Conoscenza legale a seguito dichiarazione processuale resa dal difensore della parte – Sussiste.
L’articolo 43, comma 3, l.fall., con specifico riferimento al fallimento, detta una disciplina derogatoria rispetto a quella generale posta dall’articolo 300 c.p.c. per tutti gli altri eventi interruttivi, prevedendo l’interruzione automatica del processo a seguito del verificarsi dell’evento.

Il dies a quo per riassumere il processo decorre dalla conoscenza legale dell’evento, acquisita non in via di mero fatto, ma per il tramite di una dichiarazione, notificazione o certificazione rappresentativa dell’evento che determina l’interruzione del processo, assistita da fede privilegiata; e tale conoscenza legale può quindi essere successiva alla sentenza di fallimento e precedente alla pronuncia dichiarativa di interruzione da parte del giudice.

Per la curatela fallimentare, la conoscenza legale deve essere riferita non già all’esistenza del fallimento, ma allo specifico processo sul quale l’evento interruttivo è in concreto destinato ad operare; ed atto idoneo a determinare il decorso del termine per la riassunzione è la dichiarazione resa nel processo dal difensore della parte, stante l’obbligo gravante sul procuratore della parte poi dichiarata fallita, quale mandatario, di rendere nota la circostanza alla curatela, obbligo scaturente dalla disciplina sostanziale in tema di mandato ed in particolare dal combinato disposto dagli articoli 1728 e 1710 c.c. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 14 Settembre 2017.


Fallimento soggetto alla disciplina del d.lgs. n. 5 del 2006 – Opposizione allo stato passivo – Revoca o chiusura del fallimento – Interruzione dei processi in cui sia parte il curatore – Riassunzione del giudizio nei confronti del debitore tornato "in bonis" – Esclusione – Improcedibilità della lite – Fondamento.
Nel caso di fallimento sottoposto al regime introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2006, la sopravvenuta revoca o chiusura della procedura concorsuale rende improcedibile il giudizio di opposizione allo stato passivo per la sua natura endofallimentare, restando esclusa ai sensi dell’art. 120 l.fall. l’efficacia ultrafallimentare del provvedimento con il quale il credito è stato ammesso al concorso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 2017, n. 19752.


Omologa concordato fallimentare – Interruzione giudizio introdotto con azione revocatoria fallimentare – Effetto automatico – Esclusione – Dichiarazione del procuratore costituito – Necessità.
La chiusura del fallimento, conseguente alla definitività del decreto di omologazione del concordato fallimentare non interrompe automaticamente il processo introdotto con l’azione revocatoria, atteso che il curatore fallimentare conserva la propria legittimazione processuale, ragion per cui l’effetto interruttivo del giudizio si produce solo nel caso in cui la chiusura del fallimento sia dichiarata dal procuratore costituito o risulti negli altri modi previsti dall’art. 300 c.p.c. (Pasquale Russolillo) (riproduzione riservata) Tribunale Avellino, 29 Maggio 2017.


Estinzione del giudizio introdotto con azione revocatoria fallimentare dopo l’omologa del concordato fallimentare – Riassunzione giudizio estinto – Facoltà curatore – Esclusione – Introduzione nuovo giudizio – Necessità.
Nel caso in cui, nonostante la chiusura del fallimento derivante dall’omologa del concordato fallimentare, il giudizio per revocatoria sia proseguito e sia stato dichiarato estinto per inerzia delle parti, il curatore non potrà avvalersi del disposto dell’art. 140 co. 2 l.f. al fine di proseguire il giudizio anteriormente introdotto, ma dovrà intraprendere un nuovo processo chiedendo di avvalersi delle prove in precedenza raccolte come documenti atipici suscettibili di libero apprezzamento da parte del giudice della causa riproposta. (Pasquale Russolillo) (riproduzione riservata) Tribunale Avellino, 29 Maggio 2017.


Estinzione del processo introdotto con azione revocatoria dopo l’omologa del concordato fallimentare – Nuovo termine prescrizionale – Decorrenza – Dalla data dell’originaria domanda – Conservazione dell’effetto interruttivo sospensivo – Esclusione.
L’art. 140 co. 2 l.f., laddove consente la riproposizione delle azioni revocatorie iniziate ed interrotte per effetto del concordato, non deroga al disposto dell’art. 2945 co. 3 c.c., a mente del quale se il processo è estinto permane il solo effetto interruttivo della prescrizione e non quello sospensivo e pertanto il nuovo termine prescrizionale inizia a decorrere dalla data dell’originaria domanda giudiziale. (Pasquale Russolillo) (riproduzione riservata) Tribunale Avellino, 29 Maggio 2017.


Estinzione del processo introdotto con azione revocatoria dopo la riapertura del fallimento – Nuovo termine prescrizionale – Decorrenza – Dalla data dell’originaria domanda – Conservazione effetto interruttivo sospensivo – Esclusione.
Quando l’estinzione del giudizio introdotto con l’azione revocatoria sia stata pronunciata successivamente alla riapertura del fallimento il curatore non può avvalersi dell’effetto sospensivo della prescrizione previsto sensi dell’art. 2945 co. 2 c.c., essendo del tutto irrilevante la circostanza che in costanza di concordato fallimentare il termine di prescrizione quinquennale non avrebbe potuto decorrere. (Pasquale Russolillo) (riproduzione riservata) Tribunale Avellino, 29 Maggio 2017.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Art. 43, comma 3, l.fall. - Interruzione automatica del processo in corso - Configurabilità - Onere di riassumere il processo ad opera della parte non fallita a prescindere dall'interruzione - Esclusione.
L’art. 43, comma 3, l.fall. va interpretato nel senso che, intervenuto il fallimento, l'interruzione è sottratta all'ordinario regime dettato in materia dall'art. 300 c.p.c., nel senso, cioè, che è automatica e deve essere dichiarata dal giudice non appena sia venuto a conoscenza dall'evento, ma non anche nel senso che la parte non fallita sia tenuta alla riassunzione del processo nei confronti del curatore indipendentemente dal fatto che l'interruzione sia stata, o meno, dichiarata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 01 Marzo 2017, n. 5288.


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L'art. 43 della legge fallimentare ha natura innovativa e non si applica alle dichiarazioni di fallimento intervenute prima della sua entrata in vigore (16/7/2006 ). Ne consegue che ai fini della tempestività della riassunzione si applica l'art. 300 cod. proc, civ, ed il termine decorre dalla dichiarazione in udienza del procuratore costituito. (Antonio Tanza) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 07 Febbraio 2017.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti sui processi in corso - Interruzione - Effetto automatico - Esclusione - Dichiarazione dell'evento da parte del procuratore costituito - Necessità.
La chiusura del fallimento non produce effetti interruttivi automatici sui processi in cui sia parte il curatore, perché la perdita della capacità processuale che ne consegue non si sottrae alla regola, dettata a tal fine dall'art. 300 c.p.c., della necessità della dichiarazione in giudizio da parte del procuratore dell'evento interruttivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Ottobre 2016, n. 21742.


Amministrazione di sostegno – Capacità processuale del beneficiario – Valutazione – Interruzione del processo.
Ove all’amministratore di sostegno sia stato conferito un potere rappresentativo generale, ne conseguirà la perdita della capacità processuale in capo al beneficiario, con la necessaria applicazione  dell’art.300 c.p.c. e l’interruzione del processo.
Dal legislatore non è stata regolata la posizione processuale del soggetto sottoposto ad amministrazione di sostegno, sicché occorre verificare di volta in volta se, per l’oggettiva estensione dei poteri rappresentativi attribuiti all’amministratore, l’adozione della misura imponga al giudice di interrompere il processo nel momento in cui tale circostanza sia comunicata in udienza o notificata alle altre parti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 24 Ottobre 2016.


Fallimento – Interruzione del processo – Automatismo – Officiosità.
In caso di fallimento di una delle parti, il giudice dichiara l’interruzione della causa ex officio non appena ne viene a conoscenza: ai sensi dell’art. 43, comma 3, l.f., l’apertura del fallimento determina l’interruzione automatica del processo, senza che trovi applicazione l’art. 300 cod. proc. civ. (Franco Stefanelli) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 21 Giugno 2016.


Procedimento amministrativo - Fallimento - Dichiarazione - Effetti - Perdita della capacità di stare in giudizio - Interruzione - Deposito della documentazione attestante l'evento interruttivo - Dichiarazione formale in udienza del procuratore costituito - Non necessità.
Ritenuto che la società appellata ha perso la capacità di stare in giudizio, per effetto della dichiarazione del suo fallimento, e che, ai fini della conseguente interruzione del processo, ai sensi del combinato disposto degli artt.79 c.p.a. e 300 c.p.c., è sufficiente il deposito in giudizio della documentazione attestante l’evento interruttivo, non essendo necessaria la dichiarazione formale in udienza del procuratore costituito (Cons. St., sez. V, 25 gennaio 2016, n. 223). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato, 09 Maggio 2016.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Azione revocatoria ordinaria - Dichiarazione di fallimento successiva alla proposizione dell'azione revocatoria - Subentro del curatore fallimentare - Esclusività del diritto di proseguire il giudizio - Limiti - Giudizio coinvolgente un terzo - Legittimazione del creditore originario - Permanenza - Fondamento.
Il principio secondo cui, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento dopo la proposizione dell'azione revocatoria ordinaria , ove il curatore subentri nel giudizio, ai sensi dell'art. 66 della l.fall., vengono meno la legittimazione e l'interesse ad agire dell'attore originario, opera solo quando si tratti di azione revocatoria ordinaria proposta esclusivamente nei confronti del debitore poi fallito, sicché, qualora l'originaria domanda sia stata proposta anche nei confronti di un terzo, rispetto al quale la curatela fallimentare non vanta alcuna pretesa, il creditore che ha introdotto il giudizio è legittimato a riassumerlo dopo l'interruzione conseguente alla dichiarazione di fallimento nei confronti del litisconsorte non attinto dalla procedura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 27 Ottobre 2015, n. 21810.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Fallito tornato "in bonis" - Giudizio promosso dal curatore fallimentare - Sostituzione del primo al secondo - Conflitto di interessi - Esclusione - Fondamento.
La pubblica funzione svolta dal curatore fallimentare nell'ambito dell'amministrazione della giustizia esclude che possa configurarsi un contrasto di interessi tra lo stesso ed il fallito, sicchè quest'ultimo, una volta tornato "in bonis", potrà solo sostituirsi al primo nel giudizio da lui intrapreso, nel punto e nello stato in cui esso si trova, accettandolo come tale e senza poter invalidare quanto sia stato legittimamente compiuto dal curatore medesimo allorquando questi lo rappresentava. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 09 Giugno 2015, n. 11854.


Procedimento civile - Interruzione del processo - Dichiarazione resa dal procuratore della parte costituita al solo fine di ottenere il rinvio della causa - Effetto interruttivo - Esclusione - Fondamento.
In tema di interruzione del processo, la dichiarazione resa dal procuratore della parte costituita, ai sensi dell'art. 300 cod. proc. civ., pur avendo la struttura di una dichiarazione di scienza, ha carattere negoziale e suppone la volontà del dichiarante di provocare l'interruzione stessa, con la conseguenza che quest'ultima non si realizza allorché la causa interruttiva (nella specie, l'intervenuto fallimento della parte, anteriormente all'entrata in vigore dell'art. 43, terzo comma, legge fall., introdotto dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5) risulti esposta soltanto per fini diversi, quale quello di ottenere il rinvio della trattazione della causa per esigenze di difesa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 19 Maggio 2015, n. 10210.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza

Procedimento civile - Interruzione del processo - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza
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Nel giudizio di cassazione, così come è consentito al successore a titolo universale di una delle parti già costituite di proseguire il procedimento (atteso che l'applicazione della disciplina di cui all'art. 110 cod. proc. civ. non è espressamente esclusa per il processo di legittimità, né appare incompatibile con le forme proprie dello stesso), a maggior ragione deve ritenersi possibile la prosecuzione del processo iniziato dal curatore fallimentare da parte dell'imprenditore tornato "in bonis", visto che la chiusura del fallimento, pur privando il curatore della capacità di stare in giudizio, non comporta una successione nel processo, bensì il mero riacquisto della capacità processuale in capo al soggetto già dichiarato fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 23 Settembre 2013, n. 21729.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Interruzione dei processi in cui sia parte il curatore - Opposizione allo stato passivo - Riassunzione del giudizio nei confronti del debitore tornato "in bonis" - Possibilità - Conclusioni formulate in termini di insinuazione al passivo piuttosto che di condanna al pagamento del preteso credito - Irrilevanza - Fondamento.
Il riacquisto della capacità processuale del fallito determinato dalla chiusura (o dalla revoca) del fallimento provoca l'interruzione dei processi in cui sia parte il curatore della procedura, per cui il giudizio ex art. 98 legge fall. può essere riassunto nei confronti del debitore tornato "in bonis", o da lui proseguito, al fine di giungere all'accertamento giudiziale sull'esistenza, o meno, del credito di cui si era chiesta l'insinuazione, dovendosi ritenere irrilevante, la circostanza che le conclusioni del creditore continuino ad essere formulate in termini di ammissione al passivo, piuttosto che di condanna al pagamento dell'invocato credito, atteso che la domanda di insinuazione, inserendosi in un processo esecutivo concorsuale e tendendo all'accertamento del credito in funzione esecutiva mediante la sua collocazione sul ricavato dell'attivo fallimentare, ricomprende quella di condanna richiesta nel giudizio ordinario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 29 Maggio 2013, n. 13337.


Procedimento civile - domanda di risarcimento del danno chiamata in causa del proprio assicuratore della responsabilita' civile da parte del convenuto - intempestiva riassunzione della domanda di garanzia - estensione dell'effetto estintivo anche alla domanda principale.
Nel processo con pluralità di parti cui dà luogo la chiamata in causa dell’assicuratore prevista dall’art. 1917, quarto comma, cod. civ., l’evento interruttivo che in primo grado colpisca l’assicuratore determina la sola interruzione del giudizio relativo alla domanda di indennità, ancorché il processo debba essere mantenuto in stato di rinvio sino alla scadenza del termine per la prosecuzione da parte dei successori del chiamato o della riassunzione da parte del chiamante; conseguentemente, l’onere della riassunzione grava sul convenuto che ha eseguito la chiamata in causa e, mancata ad opera di alcuna delle parti attività processuale utile alla prosecuzione del relativo giudizio, il processo di estingue solo per la parte che riguarda la domanda proposta con la chiamata in causa. Cassazione Sez. Un. Civili, 22 Aprile 2013, n. 9686.


Processo tributario - Interruzione del processo - Morte o perdita della capacità della parte successivamente alla notifica dell'atto di appello o durante il termine per la costituzione - Interruzione automatica del processo dal verificarsi dell'evento interruttivo..
Anche nel processo tributario la morte o la perdita della capacità della parte successivamente alla notifica dell'atto di appello e durante il termine concesso per la costituzione nel relativo giudizio comporta l'interruzione automatica del processo sin dal momento nel quale si è verificato l'evento interruttivo, indipendentemente dalla conoscenza che dell'evento abbia avuto il giudicante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Calabria, 22 Aprile 2013.


Processo tributario - Interruzione del processo - Provvedimento dichiarativo dell'interruzione - Necessità - Computo del termine per la riassunzione..
Nel processo tributario, il termine per la riassunzione del processo ininterrotto decorre sempre dal momento della dichiarazione dell'interruzione e non da quello in cui si è verificato l'evento interruttivo, con la conseguenza che la decorrenza del termine per la riassunzione richiede la pronuncia del provvedimento interruttivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Calabria, 22 Aprile 2013.


Procedimento civile - Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Principio dell'irrilevanza degli eventi interruttivi verificatisi dopo l'udienza di discussione - Attinenza - Conseguenze - Decisione pronunciata nei confronti del debitore - Opponibilità al fallimento - Configurabilità - Esclusione - Fondamento.
Il principio di irrilevanza degli eventi interruttivi verificatisi dopo la chiusura dell'udienza di discussione , attiene alla sola possibilità dell'interruzione del processo, non anche al distinto profilo della opponibilità al fallimento (o alla liquidazione coatta amministrativa) della decisione che venga comunque pronunciata nei confronti del debitore, perchè l'inopponibilità deriva dalla perdita di legittimazione processuale di questo, che si verifica automaticamente, ai sensi dell'art. 43 legge fall., per effetto della dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Aprile 2013, n. 8238.


Controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale compresi del fallimento - Interruzione automatica del processo - Incapacità del fallito - Rilevabilità d'ufficio e ad opera di soggetti diversi dal curatore - Inerzia degli organi della procedura - Autorizzazione al fallito ad agire in proprio..
L'introduzione, al terzo comma dell'articolo 43 L.F., della disposizione secondo la quale l'apertura del fallimento determina l'interruzione automatica del processo relativo a rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento, implica il carattere assoluto della incapacità del fallito e la sua rilevabilità d'ufficio anche ad opera di soggetti diversi dal curatore. Deve dunque essere necessariamente rivisto, alla luce della nuova formulazione della norma, l'orientamento che individuava in capo al fallito una sorta di legittimazione concorrente, se non surrogatoria, in caso di inerzia o disinteresse degli organi della procedura fallimentare, prospettandosi la tesi della necessità per il fallito di dotarsi, in caso di urgenza o inerzia della procedura, di una preventiva autorizzazione ad agire in proprio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Roma, 05 Dicembre 2012.


Azione revocatoria ordinaria - Dichiarazione di fallimento successiva alla proposizione dell'azione revocatoria - Subentro del curatore fallimentare - Esclusività del diritto di proseguire il giudizio - Sussistenza - Limiti - Giudizio che coinvolge anche un terzo - Legittimazione del creditore originario - Permanenza - Fondamento.
Il principio secondo cui, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento dopo la proposizione dell'azione revocatoria ordinaria, ove il curatore subentri nel giudizio, ai sensi dell'art. 66 della legge fallimentare, vengono meno la legittimazione e l'interesse ad agire dell'attore originario, opera solo quando si tratti di azione revocatoria ordinaria proposta esclusivamente nei confronti del debitore poi fallito; ne consegue che, qualora l'originaria domanda sia stata proposta anche nei confronti di un terzo, rispetto al quale la curatela fallimentare non vanta alcuna pretesa, il creditore che ha introdotto il giudizio è legittimato a riassumerlo dopo l'interruzione conseguente alla dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 19 Aprile 2011, n. 8984.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Eccezione della controparte o rilievo di ufficio - Ammissibilità - Esclusione - Conseguenze - Inefficacia di acquisto immobiliare per revocabilità dell'atto ex art. 67 legge fall. - Omessa instaurazione del rapporto processuale nei confronti del curatore del terzo subacquirente - Inopponibilità della pronuncia - Fondamento.
La perdita della capacità processuale del fallito, a seguito della dichiarazione di fallimento, non è assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto - e per essa al curatore - è consentito eccepirla, con la conseguenza che, se il curatore rimane inerte e il fallito agisce per proprio conto, la controparte non è legittimata a proporre l'eccezione, nè il giudice può rilevare d'ufficio il difetto di capacità, e il processo continua validamente tra le parti originarie, tra le quali soltanto avrà efficacia la sentenza finale (salva la facoltà del curatore di profittare dell'eventuale risultato utile del giudizio in forza del sistema di cui agli artt. 42 e 44 legge fall.); pertanto, nel caso di pronuncia di revocatoria ex art. 67 legge fall. della vendita, effettuata da società poi fallita nei confronti di altra società, con rivendita del bene ad ulteriore società, a sua volta dichiarata fallita e rimasta contumace, come curatela, senza comunicazione in giudizio del fallimento nè interruzione ex art. 300 cod. proc. civ., la predetta sentenza deve intendersi resa nei confronti dei soggetti originariamente convenuti, non esplicando effetto nei confronti del curatore del fallimento della società subacquirente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Marzo 2011, n. 5226.


Fallimento – Sopravvenuto fallimento di una delle parti in causa – Interruzione automatica – Rilevabilità d’ufficio dell’evento interruttivo – Conoscibilità d’ufficio – Ammissibilità..
Poiché l’intervenuta interruzione del giudizio può essere rilevata d'ufficio dal giudice, allo stesso modo può essere acquisito d'ufficio la notizia della dichiarazione di fallimento di una delle parti. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 21 Febbraio 2011.


Fallimento – Sopravvenuto fallimento di una delle parti in causa – Interruzione automatica – Disciplina applicabile – Parte colpita dall’evento interruttivo (fallimento) contumace..
Nella nuova fattispecie di interruzione automatica a seguito dell’intervenuta dichiarazione di fallimento ex art. 43, comma 3, l. fall., deve trovare applicazione analogica non già la disciplina prevista nell’art. 300, comma 4, c.p.c., ma quella dettata per le ipotesi di interruzione automatica dell’art. 299, c.p.c., e anche nell'ipotesi in cui la parte fallita sia contumace. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 21 Febbraio 2011.


Opposizione a decreto ingiuntivo - Costituzione dell’opponente - Dimezzamento automatico dei termini - Sezioni Unite 19246/2010 - Interpretazione dell’art. 645 conforme a Costituzione - Causa iscritta a Ruolo dopo il quinto giorno ma entro il decimo - Improcedibilità - Non sussiste.

Fallimento della società - Interruzione del Processo - Rilevabilità d’Ufficio - Art. 43 Legge Fall. come modificato dall’art. 41 d.lgs. 5/2006 - Sulla base di mera intervenuta notizia - Sussiste.
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Un’interpretazione conforme a costituzione con particolare riferimento ai valori del giusto processo e del diritto di difesa non consente che si dichiari improcedibile l’opposizione a decreto ingiuntivo iscritta a ruolo oltre cinque giorni (ma entro dieci giorni) dalla notificazione perché: 1) la sanzione d’improcedibilità dell’opposizione è comminata dall’ 647 c.p.c., comma 1, (seconda ipotesi) soltanto per il caso di mancata costituzione dell’opponente, ma non per quello di costituzione tardiva; 2) non può essere esteso in via interpretativa, e senza che sussista il presupposto della eadem ratio, il dimidiato termine di costituzione sancito dall’art. 165 c.p.c., previsto per le cause che, richiedendo pronta spedizione, a seguito di esplicita autorizzazione presidenziale, siano state instaurate con un ridotto termine a comparire. Questa sanzione d’improcedibilità dell’opposizione tardivamente iscritta a ruolo, in caso di dimidiazione anche inavvertita del termine a comparire, viola il diritto alla tutela giurisdizionale (art. 24 Cost.) e il principio di ragionevolezza, perché grava l’opponente di un onere che appare inutilmente e irragionevolmente contrario alla struttura bifasica del rito monitorio e all’inversione della posizione processuale delle parti, specialmente se si considera che l’opposizione a decreto ingiuntivo instaura pur sempre un processo di primo grado e si raffronta questa disciplina con quella riservata alle ipotesi di tardiva iscrizione a ruolo di una causa di primo grado. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)

L’interruzione del processo in caso di fallimento della società è sottoposta al regime della rilevabilità d’ufficio, alla luce della modifica introdotta dall’art. 41 Dlgs n 5/2006, che ha previsto, al terzo comma dell’art. 43, legge fallimentare, che: ”l’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo”. Tale disposizione, invero, ha introdotto un regime speciale per la causa interruttiva del fallimento perché ha determinato il venire meno della distinzione tra giudizi in cui la costituzione intervenga prima della data del fallimento e quelli in cui la costituzione non sia intervenuta, derogando alle disposizioni di cui agli artt. 299 e 300 c.p.c., che prevedono, nella seconda ipotesi, di mancanza di costituzione, l’interruzione automatica e nella prima l’interruzione solo a seguito di dichiarazione del procuratore della parte nei cui confronti si è verificata la causa interruttiva. Nel caso di fallimento, quindi, il vigente art. 43, legge fallimentare, prevede l’interruzione automatica del giudizio, rilevabile anche d’ufficio, senza che siano necessarie particolari formalità e dunque anche a seguito della semplice acquisizione della notizia dell’intervenuto fallimento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
Tribunale Monza, 27 Novembre 2010.


Fallimento della società - Interruzione del Processo - Rilevabilità d’Ufficio - Art. 43 Legge Fall. come modificato dall’art. 41 d.lgs. 5/2006 - Sulla base di mera intervenuta notizia - Sussiste..
L’interruzione del processo in caso di fallimento della società è sottoposta al regime della rilevabilità d’ufficio, alla luce della modifica introdotta dall’art. 41 Dlgs n 5/2006, che ha previsto, al terzo comma dell’art. 43, legge fallimentare, che: ”l’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo”. Tale disposizione, invero, ha introdotto un regime speciale per la causa interruttiva del fallimento perché ha determinato il venire meno della distinzione tra giudizi in cui la costituzione intervenga prima della data del fallimento e quelli in cui la costituzione non sia intervenuta, derogando alle disposizioni di cui agli artt. 299 e 300 c.p.c., che prevedono, nella seconda ipotesi, di mancanza di costituzione, l’interruzione automatica e nella prima l’interruzione solo a seguito di dichiarazione del procuratore della parte nei cui confronti si è verificata la causa interruttiva. Nel caso di fallimento, quindi, il vigente art. 43, legge fallimentare, prevede l’interruzione automatica del giudizio, rilevabile anche d’ufficio, senza che siano necessarie particolari formalità e dunque anche a seguito della semplice acquisizione della notizia dell’intervenuto fallimento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Monza, 27 Novembre 2010.


Fallimento della società - Interruzione del Processo - Rilevabilità d’ufficio- Art. 43 Legge Fall. come modificato dall’art. 41 d.lgs. 5/2006 - Sulla base di mera intervenuta notizia - Sussiste..
Per effetto del terzo comma dell’art. 43, legge fallimentare, introdotto dall’art. 41 D.lgs. n 5/2006, l’apertura del fallimento della parte opera come evento interruttivo automaticamente ed indipendentemente dalla dichiarazione del difensore. (Nunzio Salice) (riproduzione riservata) Appello Firenze, 01 Ottobre 2010.


Processo civile – Interruzione del processo – Termine per la dichiarazione dell’evento interruttivo – Discussione della causa – Nozione – Dichiarazione dell’interruzione alla scadenza del termine per le repliche – Ammissibilità. .
In tema di interruzione del processo, il riferimento dell’art. 300 del codice di procedura civile alla “chiusura della discussione avanti al collegio” deve essere ricondotto alla discussione orale della causa che abbia avuto effettivamente luogo in seguito ad istanza delle parti o di disposizione del giudice, non potendo l’udienza di precisazione delle conclusioni considerarsi di per sé udienza di discussione. In mancanza della discussione del senso testè precisato, l’evento interruttivo potrà pertanto essere dal difensore dichiarato fino alla scadenza del termine per il deposito delle memorie di replica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Torino-Chivasso, 24 Marzo 2009.


Fallimento – Chiusura – Processi pendenti – Effetti – Improcebilità – Sussistenza. (28/04/2010).
La chiusura del fallimento, senza che sia stata dichiarata l’interruzione del processo pendente, determina l’inutilità dell’accertamento del diritto al concorso nei confronti della inesistente massa dei creditori e la dichiarazione di improcedibilità della relativa domanda per cessazione della materia del contendere. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 02 Marzo 2009.


Processo civile – Cancellazione di una parte dal registro delle imprese – Interruzione del giudizio – Esclusione – Necessario esaurimento dei rapporti giuridici facenti capo alla società – Necessità..
La sola cancellazione dell’impresa dal registro delle imprese non è causa di interruzione del giudizio nel quale l’impresa medesima sia parte, posto che l’atto formale di cancellazione della società dal registro delle imprese ha solo funzione di pubblicità, ma non ne determina l’estinzione, ove non siano ancora esauriti tutti i rapporti giuridici facenti capo alla società stessa a seguito della procedura di liquidazione, con la conseguenza che, fino a tale momento, permane la legittimazione processuale in capo alla società che la esercita a mezzo del legale rappresentante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Torino, 11 Giugno 2008.


Domanda tardiva di ammissione al passivo - Rigetto - Appello - Revoca del fallimento - Interruzione del giudizio - Riassunzione nei confronti dei soci già falliti - Domanda di accertamento del credito e di condanna al pagamento - Diversità tra le due domande - Non sussistenza - Fattispecie.
In tema di riassunzione, da parte del creditore, del giudizio di appello interposto avverso la sentenza di rigetto della originaria domanda di insinuazione tardiva al passivo fallimentare, dopo la sua interruzione per effetto della revoca del fallimento, la domanda con cui si chiede l'accertamento del credito verso i soci già falliti tornati "in bonis" e la condanna degli stessi anche al pagamento di quanto dovuto non riveste carattere di novità rispetto all'azione originariamente dedotta, trattandosi per entrambe di espressioni processuali diverse di un giudizio unico; infatti anche la domanda di insinuazione al passivo tende all'accertamento del credito e la sua deduzione in funzione esecutiva mira solo ad assicurarne, nel concorso con gli altri creditori, la collocazione utile. Così la revoca del fallimento importa, quale effetto proprio della interruzione del processo in cui era parte il curatore, il riacquisto della capacità processuale del fallito che può (o nei cui confronti appare ammissibile) promuovere la prosecuzione della medesima controversia (con salvezza degli atti legalmente compiuti dagli organi fallimentari ex art. 21 legge fall.), non potendo assumersi una generale diversità di regime probatorio, caratteristica attinente ai soli giudizi che presuppongono la esistenza stessa di una procedura fallimentare e riguardano interessi propri della massa dei creditori e non del soggetto fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Luglio 2007, n. 15934.


Concordato fallimentare - Assuntore - Cessione delle azioni revocatorie - Successione a titolo particolare nel diritto controverso - Conseguenze - Omologazione del concordato - Chiusura del fallimento - Improcedibilità delle azioni revocatorie - Esclusione - Prosecuzione del giudizio tra le parti originarie - Esclusione - Interruzione del giudizio - Condizioni - Trasferimento subordinato all'esecuzione del concordato - Decreto di accertamento - Necessità.
In tema di concordato fallimentare con assunzione, qualora la relativa proposta contempli la cessione delle azioni revocatorie, la chiusura del fallimento, conseguente al passaggio in giudicato della sentenza di omologazione, non determina l'improcedibilità delle predette azioni, verificandosi una successione a titolo particolare dell'assuntore nel diritto controverso ; in tal caso, tuttavia, non è consentita la prosecuzione del processo tra le parti originarie, ai sensi dell'art. 111, primo comma, cod. proc. civ., in quanto la chiusura della procedura, comportando il venir meno della legittimazione processuale del curatore, impone di far luogo all'interruzione del processo. Peraltro, nel caso in cui il trasferimento sia subordinato alla completa esecuzione del concordato, producendosi l'effetto traslativo soltanto a seguito del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi dell'art. 136 della legge fall., procede al relativo accertamento, è a tale provvedimento che dev'essere ricollegata la perdita della legittimazione processuale del curatore, restando fino ad allora vincolate tutte le attività all'interesse dei creditori, e permanendo in carica gli organi del fallimento ai fini della sorveglianza sull'adempimento del concordato. In ogni caso, perché abbia luogo l'interruzione, è necessario che l'evento sia dichiarato dal procuratore costituito o risulti negli altri modi previsti dall'art. 300 cod. proc. civ., proseguendo altrimenti il processo legittimamente nei confronti del curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Febbraio 2007, n. 4766.


Sequestro – Conversione in pignoramento – Esecuzione forzata – Prevista dalla procura ad litem – Morte della parte costituita nella fase di cognizione – Omessa dichiarazione del procuratore – Ultrattività della procura ai fini dell’esecuzione forzata – Sussistenza (artt. 300, 686 c.p.c.)..
La fase dell’esecuzione, che non è interessata da eventi interruttivi, ed è il necessario completamento della fase di cognizione, ove il procuratore costituito non abbia fatto in udienza nella fase di cognizione la dichiarazione dell’evento interruttivo, può essere legittimamente iniziata dal medesimo procuratore, nel caso in cui il mandato ad litem rilasciato dalla parte defunta sia esteso anche alla fase esecutiva. (gl) Tribunale Vicenza, 16 Febbraio 2007, n. 0.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Conseguenze - Inefficacia (per improseguibilità) di tutti i giudizi di insinuazione tardiva pendenti - Configurabilità - Interruzione del processo ex art. 300 cod. proc. civ. - Effetti limitati al regolamento sulle spese.
In tema di fallimento, il giudizio di ammissione (tempestiva o tardiva) al passivo è controversia che trova nella procedura fallimentare il suo necessario presupposto, e che quindi, con la chiusura del fallimento, viene inevitabilmente a perdere la propria ragion d'essere (onde la sentenza che, come nella specie, ne abbia definito il relativo giudizio d'appello deve ritenersi "inutiliter data"), poichè la chiusura del fallimento determina la inefficacia, per improseguibilità, di tutti i giudizi pendenti per insinuazione al passivo (nella specie, tardiva), sicchè la previsione di una interruzione del processo ex art.300 cod. proc. civ., con subingresso al curatore del fallito tornato "in bonis", ha soltanto la funzione di provocare - con la pronuncia di improseguibilità - il regolamento delle spese processuali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Settembre 2004, n. 19394.


Sopravvenuto fallimento del ricorrente - Interruzione del processo - Esclusione.
Nel giudizio di Cassazione, che è dominato dall'impulso d'ufficio, il sopravvenuto fallimento del ricorrente non determina l'interruzione del processo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 Novembre 2003, n. 17295.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Incapacità - Chiusura della procedura - Perdita della capacità processuale del curatore e riacquisto della stessa da parte del fallito - Dichiarazione del procuratore costituito - Mancanza - Interruzione del processo - Esclusione.
Il riacquisto della capacità processuale, allo stesso modo della perdita della medesima capacità, determina l'interruzione del processo soltanto a seguito di dichiarazione del procuratore costituito, in difetto della quale il giudizio prosegue tra le parti originarie, fino a quando non si verifichi la costituzione del soggetto legittimato. Pertanto, nel procedimento in cui sia parte il fallimento, in persona del curatore, costituito a mezzo di procuratore, la sopravvenuta chiusura della procedura concorsuale nel corso di un grado del giudizio, implicando la cessazione dalla carica del curatore ed il conseguente venir meno della sua capacità processuale, con riacquisto della capacità processuale da parte del fallito, configura evento interruttivo regolato dal disposto dell'art. 300 cod. proc. civ. ed è irrilevante ai fini della prosecuzione del giudizio nei confronti del curatore ove sia mancata la dichiarazione suddetta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 26 Maggio 2003, n. 8327.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Eccezione della controparte o rilievo di ufficio - Ammissibilità - Esclusione - Conseguenze - Decreto ingiuntivo in favore del fallito notificato dopo il fallimento - Valida instaurazione del rapporto processuale - Sussistenza.
La perdita della capacità processuale del fallito, a seguito della dichiarazione di fallimento, non è assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto - e per essa al curatore - è consentito eccepirla, con la conseguenza che, se il curatore rimane inerte e il fallito agisce per proprio conto, la controparte non è legittimata a proporre l'eccezione, ne' il giudice può rilevare d'ufficio il difetto di capacità, e il processo continua validamente tra le parti originarie, tra le quali soltanto avrà efficacia la sentenza finale (salva la facoltà del curatore di profittare dell'eventuale risultato utile del giudizio in forza del sistema di cui agli artt. 42 e 44 legge fall.). Pertanto, nel caso di decreto ingiuntivo emesso prima della dichiarazione di fallimento del richiedente e notificato, dal difensore di quest'ultimo, al debitore dopo la dichiarazione di fallimento, il relativo rapporto processuale è validamente instaurato con la predetta notifica e prosegue tra le parti originarie, anche in sede di opposizione, sino a quando il difensore dichiari in giudizio l'evento interruttivo o il curatore si costituisca. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Febbraio 2003, n. 2965.


Processi in corso - Interruzione automatica - Ammissibilità - Esclusione - Intervenuta dichiarazione di fallimento di una parte - Dichiarazione in udienza o notificazione alle altre parti ad opera del procuratore della stessa - Omissione - Conseguenza - Sentenza - Inopponibilità alla massa dei creditori - Impugnazione della sentenza da parte della curatela fallimentare - Richiesta di pronuncia di detta inopponibilità - Inammissibilità.
La dichiarazione di fallimento di una parte, avvenuta dopo la sua costituzione in giudizio, non determina l'automatica interruzione del processo, non esistendo in materia fallimentare alcuna disposizione che deroghi al principio sancito dall'art. 300 cod. proc. civ., secondo cui l'interruzione del processo a seguito della perdita della capacità della parte costituita si verifica soltanto quando il procuratore della stessa dichiari in udienza o notifichi alle altre parti l'evento interruttivo. In difetto di tale dichiarazione o notificazione il processo prosegue tra le parti originarie e l'eventuale sentenza pronunciata nei confronti del fallito non è nulla, ne' "inutiliter data", bensì soltanto inopponibile alla massa dei creditori, rispetto ai quali il giudizio in tal modo proseguito costituisce "res inter alios acta". Tuttavia, qualora la sentenza di primo grado venga appellata dalla curatela fallimentare, il curatore del fallimento non può pretendere che la sentenza stessa sia dichiarata inopponibile al fallimento, dal momento che la dichiarazione di inopponibilità presuppone il permanere di una situazione di terzietà che con la impugnazione viene meno, avendo la curatela in tal modo fatto proprio il processo in corso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Giugno 2001, n. 8530.


Perdita della capacità processuale del fallito - Processi in corso - Interruzione automatica - Esclusione - Dichiarazione in giudizio dell'evento interruttivo - Necessità - Sentenza emessa nei confronti del fallito - Nullità - Esclusione - Inopponibilità ai creditori - Sussistenza.
L'inizio della procedura fallimentare non produce effetti interruttivi automatici sui processi in corso in cui il fallito sia parte , atteso che la perdita della capacità processuale a seguito di dichiarazione di fallimento non si sottrae alla disciplina di cui all'art. 300 cod. proc. civ., prevedente, a tal fine, la necessità della dichiarazione in giudizio dell'evento; in difetto di tale dichiarazione, il processo prosegue tra le parti originarie (almeno fino a quando non si costituisca il soggetto legittimato) e l'eventuale sentenza pronunciata nei confronti del fallito non è nulla, ne' "inutiliter data", bensì soltanto inopponibile alla massa dei creditori, rispetto ai quali il giudizio in tal modo proseguito costituisce "res inter alias acta". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Giugno 2000, n. 8363.


Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Fallimento del convenuto debitore - Riassunzione del creditore attore - Nei confronti del curatore del fallimento - Notificazione personale al fallito - Effetti - Valida partecipazione del fallito al giudizio - Efficacia nei suoi confronti della successiva rinuncia alla domanda proposta dalle controparti - Esclusione - Conseguenze - Nullità insanabile della sentenza

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Nel caso di interruzione del giudizio per fallimento della parte convenuta, la riassunzione effettuata nei confronti del curatore fallimentare, che sia stata notificata personalmente al fallito, non comporta la valida partecipazione di quest'ultimo al giudizio, ne', correlativamente l'efficacia nei suoi riguardi della successiva rinuncia alla domanda manifestata dalle controparti nei confronti del solo fallimento con la espressa volontà di ottenere sentenza di condanna del fallito da far valere al suo rientro "in bonis", con la conseguenza che detta sentenza ove pronunciata è nulla insanabilmente per violazione del principio del contraddittorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Maggio 1987, n. 4709.


Procedimento civile - Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Costituzione in giudizio del fallimento - Chiusura della procedura concorsuale dopo la sentenza di primo grado - Notificazione dell'atto d'appello al procuratore costituito del fallimento - Validità - Interruzione del processo - Momento determinante.
Nel procedimento in cui sia parte il fallimento, in persona del curatore, la sopravvenuta chiusura della procedura concorsuale, implicando la cessazione dalla carica del curatore medesimo ed il conseguente venir meno della sua capacità processuale, configura evento interruttivo regolato dal disposto dell'art. 300 cod. proc. civ.. pertanto, quando il fallimento si sia costituito in primo grado per mezzo di procuratore, il verificarsi di detto evento, dopo la sentenza del primo giudice, non osta a che il processo d'appello venga validamente instaurato con atto notificato a quel procuratore e prosegua ritualmente nei confronti del fallimento, fino al momento in cui, secondo le Disposizioni del citato art. 300 cod. proc. civ., l'evento medesimo non sia certificato dall'ufficiale giudiziario, ovvero dichiarato o notificato dal procuratore (il quale resta a tal fine legittimato anche quando il fallimento rimanga contumace in Sede di gravame), tenendo conto che solo nel suddetto momento si determina l'interruzione del processo e l'inizio del decorso del termine per la sua riassunzione o prosecuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Giugno 1984, n. 3360.


Liquidazione coatta di un'azienda di credito verificatasi dopo la chiusura della discussione davanti al collegio - Perdita della capacità di stare in giudizio - Interruzione - Esclusione - Conseguenze in ordine al passaggio in giudicato della sentenza che neghi o accerti il credito.
La perdita della capacita di stare in giudizio, conseguente alla liquidazione coatta amministrativa di un'azienda di credito, verificatasi dopo la chiusura della discussione davanti al collegio, non produce, ai sensi dell'art. 300 ultimo comma cod proc civ, effetto interruttivo, e la sentenza (che neghi o accerti il credito), validamente emessa, acquista efficacia di giudicato se non e appellata nei modi e termini ordinari, senza che possa, a questo riguardo, invocarsi la vis actractiva della procedura concorsuale e nemmeno una sospensione del termine per l'impugnazione per effetto del divieto di prosecuzione di azioni individuali, stabiliti dall'art. 70 comma secondo RDL 17 luglio 1937 n 1400 e dagli artt. 51, 201 e 194 comma secondo legge fallimentare, trattandosi di normativa inapplicabile ad un rapporto processuale sul quale sia gia stata validamente pronunciata una sentenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Gennaio 1979, n. 314.