LIBRO PRIMO
Disposizioni generali
TITOLO VI
Degli atti processuali
CAPO I
Delle forme degli atti e dei provvedimenti
SEZIONE I
Degli atti in generale

Art. 122

Uso della lingua italiana. Nomina dell'interprete (1)
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. In tutto il processo è prescritto l'uso della lingua italiana.

II. Quando deve essere sentito chi non conosce la lingua italiana, il giudice può nominare un interprete.

III. Questi, prima di esercitare le sue funzioni, presta giuramento davanti al giudice di adempiere fedelmente il suo ufficio.



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(1) La Corte cost., con sentenza 24 febbraio 1992, n. 62, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di questo articolo, in combinato disposto con gli artt. 22 e 23 l. 24 novembre 1981, n. 689, nella parte in cui non consentono ai cittadini italiani appartenenti alla minoranza linguistica slovena nel processo di opposizione ad ordinanze-ingiunzioni applicative di sanzioni amministrative davanti al pretore avente competenza su un territorio dove sia insediata la predetta minoranza, di usare, su loro richiesta, la lingua materna nei propri atti, usufruendo per questi della traduzione nella lingua italiana, nonché di ricevere tradotti nella propria lingua gli atti dell'autorità giudiziaria e le risposte della controparte.

GIURISPRUDENZA

Procedure di insolvenza - Regolamento UE n. 1346 del 29 maggio 2000 - Insinuazione del credito nella lingua ufficiale dello Stato in cui si è aperta la procedura - Applicabilità a procedure interne in cui l'unico elemento di internazionalità o comunque di estraneità rispetto all'ordinamento dello Stato di apertura sia costituito dal fatto che alcuni dei creditori hanno domicilio, residenza o sede all'estero - Esclusione.
L'articolo 42, paragrafo 2, del regolamento UE n. 1346 del 29 maggio 2000, relativo alle procedure di insolvenza, dove prevede che ciascun creditore che ha la sua residenza abituale, il domicilio o la sede in uno Stato membro diverso dallo Stato di apertura, può insinuare il credito nella lingua ufficiale o in una delle lingue ufficiali di questo stato, pur pervenendo ad una nozione estensiva di procedura transfrontaliere, non giunge al punto di ricomprendere procedure interne in cui l'unico elemento di internazionalità o comunque di estraneità rispetto all'ordinamento dello Stato di apertura sia costituito dal fatto che alcuni dei creditori hanno domicilio, residenza o sede all'estero; ne consegue che la norma richiamata non è utilizzabile allo scopo di stabilire se alla domanda di ammissione al passivo presentata nell'ambito di una procedura aperta in uno degli Stati membri si applichi o meno la norma di diritto interno italiano contenuta all'articolo 122, comma 1, c.p.c., secondo la quale "in tutto il processo è prescritto l'uso della lingua italiana". (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 18 Giugno 2015.


Fallimento - Domanda di ammissione al passivo - Uso della lingua italiana - Necessità.
Alla domanda di ammissione al passivo si applica la norma di diritto interno di cui all'articolo 122, comma 1, c.p.c., secondo la quale "in tutto il processo è prescritto l'uso della lingua italiana"; la previsione contenuta nell'articolo 94 legge fall, secondo cui la domanda di cui all'articolo 93 produce gli effetti della domanda giudiziale per tutto il corso del fallimento, consente, infatti, di affermare che la domanda di ammissione al passivo è un atto processuale avente natura di vera e propria domanda giudiziale introduttiva di un'attività cognitiva idonea a produrre il giudicato formale e sostanziale sui crediti insinuati. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 18 Giugno 2015.