TITOLO II - Del fallimento
Capo III - Degli effetti del fallimento
Sez. I - Degli effetti del fallimento per il fallito

Art. 43

Rapporti processuali
Testo a fronte Mass. ragionato
TESTO A FRONTE

I. Nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento sta in giudizio il curatore.

II. Il fallito può intervenire nel giudizio solo per le questioni dalle quali può dipendere un’imputazione di bancarotta a suo carico o se l’intervento è previsto dalla legge.

III. L’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo.

IV. Le controversie in cui e' parte un fallimento sono trattate con priorita'. Il capo dell'ufficio trasmette annualmente al presidente della corte di appello i dati relativi al numero di procedimenti in cui e' parte un fallimento e alla loro durata, nonche' le disposizioni adottate per la finalita' di cui al periodo precedente. Il presidente della corte di appello ne da' atto nella relazione sull'amministrazione della giustizia. (1)

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(1)Comma aggiunto dall'art. 7 lett. 0b) del D.L. 27 giugno 2015 n. 83 in sede di conversione dalla L. 6 agosto 2015 n. 132, entrata in vigore il 21 agosto 2015. La modifica si applica a decorrere dalla data di entrata in vigore della citata legge di conversione.

GIURISPRUDENZA

Azione revocatoria ordinaria promossa dal creditore individuale - Pendenza del giudizio - Sopravvenuto fallimento del debitore - Improcedibilità dell’azione - Esclusione - Condizioni.
Il sopravvenuto fallimento del debitore non determina l'improcedibilità dell'azione revocatoria ordinaria promossa dal singolo creditore qualora il curatore non manifesti la volontà di subentrarvi, né risulti aver intrapreso, con riguardo al medesimo atto di disposizione già impugnato ex art. 2901 c.c., altra analoga azione a norma dell'art. 66 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Dicembre 2017, n. 29112.


Fallimento - Simulazione della quietanza rilasciata dal fallito in bonis - Confessione giudiziale nei confronti del fallimento - Esclusione.
Il curatore fallimentare che deduce in giudizio la simulazione della quietanza rilasciata dal fallito in bonis rappresenta la massa dei creditori, e non il fallito, sicchè la quietanza stessa non vale, nei confronti del fallimento, come confessione stragiudiziale dell'avvenuto pagamento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 22 Novembre 2017, n. 27743.


Modifica dell'art. 43 l.fall. per effetto dell'art. 41 del d.lgs. n. 5 del 2006 - Apertura del fallimento - Interruzione del processo - Applicabilità nel giudizio di cassazione - Esclusione - Fondamento.
L'intervenuta modifica dell'art. 43 l.fall. per effetto dell'art. 41 del d.lgs. n. 5 del 2006, nella parte in cui stabilisce che "l'apertura del fallimento determina l'interruzione del processo", non comporta l'interruzione del giudizio di legittimità, posto che in quest'ultimo, in quanto dominato dall'impulso d'ufficio, non trovano applicazione le comuni cause di interruzione del processo previste in via generale dalla legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Novembre 2017, n. 27143.


Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Giudizio promosso dal curatore del fallimento per il pagamento di un credito del fallito - Quietanza rilasciata da quest'ultimo - Valore confessorio nei confronti del fallimento - Esclusione - Valore di documento probatorio del pagamento - Configurabilità - Fattispecie.
In tema di fallimento, nel giudizio promosso dal curatore del fallimento del creditore per ottenere l'adempimento dell'obbligazione, la quietanza rilasciata dal creditore al debitore all'atto del pagamento non ha l'efficacia vincolante della confessione stragiudiziale ex art. 2375 c.c., ma unicamente il valore di documento probatorio dell'avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo, atteso che il curatore, pur ponendosi, nell'esercizio del diritto del fallito, nella stessa posizione di quest'ultimo, è una parte processuale diversa dal fallito medesimo. (Nella specie la S.C. ha negato l’efficacia di confessione stragiudiziale in relazione ad una quietanza contenuta nell’atto di mutuo nella quale si dava atto dell’effettiva erogazione dell’importo mutuato). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Ottobre 2017, n. 24690.


Istituti o enti di credito - Altre aziende di credito - Liquidazione - Istituto di credito - Cessione delle attività e passività - Debiti del cedente - Azione nei confronti del cedente - Improcedibilità - Responsabilità del cessionario - Limiti - Debiti risultanti dallo stato passivo - Fondamento.
L'azione proposta dal creditore di un istituto di credito, posto in liquidazione coatta amministrativa con cessione delle attività e passività, è improcedibile nei confronti della banca cedente, mentre nei confronti della banca cessionaria può trovare accoglimento solo per i debiti risultanti dallo stato passivo della liquidazione, come espressamente prevede l'art. 90 del d.lgs. n. 385 del 1993. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Ottobre 2017, n. 24181.


Fallimento – Interruzione del processo – Termine trimestrale per la riassunzione – Decorrenza – Conoscenza assistita da fede privilegiata.
La dichiarazione di fallimento determina l'automatica interruzione del processo, con termine trimestrale per la riassunzione che decorre dalla data della conoscenza "legale" dell'evento, conoscenza cioè acquisita non in via di mero fatto, ma per il tramite di una dichiarazione, notificazione o certificazione rappresentativa dell'evento che determina l'interruzione, assistita da fede privilegiata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 15 Settembre 2017.


Fallimento – Interruzione del processo – Comunicazione della dichiarazione dell'evento interruttivo – P.E.C. – Equivalente a notificazione effettuata per mezzo del servizio postale.
La comunicazione della dichiarazione dell'evento interruttivo del giudizio effettuata a mezzo P.E.C. (dal difensore della parte interessata dall'evento al difensore della controparte), essendo equivalente a notificazione effettuata per mezzo del servizio postale, deve ritenersi idonea a dimostrarne la conoscenza legale da parte del destinatario. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 15 Settembre 2017.


Fallimento – Termine per riassumere – Disciplina generale articolo 300 c.p.c. – Natura derogatoria articolo 43 L.F. – Automatica interruzione del processo – Decorrenza termine per riassumere da conoscenza legale – Non coincidenza con sentenza di fallimento o dichiarazione di interruzione – Necessità per curatela di conoscenza legale del singolo processo su cui interruzione opera – Conoscenza legale a seguito dichiarazione processuale resa dal difensore della parte – Sussiste.
L’articolo 43, comma 3, l.fall., con specifico riferimento al fallimento, detta una disciplina derogatoria rispetto a quella generale posta dall’articolo 300 c.p.c. per tutti gli altri eventi interruttivi, prevedendo l’interruzione automatica del processo a seguito del verificarsi dell’evento.

Il dies a quo per riassumere il processo decorre dalla conoscenza legale dell’evento, acquisita non in via di mero fatto, ma per il tramite di una dichiarazione, notificazione o certificazione rappresentativa dell’evento che determina l’interruzione del processo, assistita da fede privilegiata; e tale conoscenza legale può quindi essere successiva alla sentenza di fallimento e precedente alla pronuncia dichiarativa di interruzione da parte del giudice.

Per la curatela fallimentare, la conoscenza legale deve essere riferita non già all’esistenza del fallimento, ma allo specifico processo sul quale l’evento interruttivo è in concreto destinato ad operare; ed atto idoneo a determinare il decorso del termine per la riassunzione è la dichiarazione resa nel processo dal difensore della parte, stante l’obbligo gravante sul procuratore della parte poi dichiarata fallita, quale mandatario, di rendere nota la circostanza alla curatela, obbligo scaturente dalla disciplina sostanziale in tema di mandato ed in particolare dal combinato disposto dagli articoli 1728 e 1710 c.c. (Gianluigi Morlini) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 14 Settembre 2017.


Fallimento soggetto alla disciplina del d.lgs. n. 5 del 2006 – Opposizione allo stato passivo – Revoca o chiusura del fallimento – Interruzione dei processi in cui sia parte il curatore – Riassunzione del giudizio nei confronti del debitore tornato "in bonis" – Esclusione – Improcedibilità della lite – Fondamento.
Nel caso di fallimento sottoposto al regime introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2006, la sopravvenuta revoca o chiusura della procedura concorsuale rende improcedibile il giudizio di opposizione allo stato passivo per la sua natura endofallimentare, restando esclusa ai sensi dell’art. 120 l.fall. l’efficacia ultrafallimentare del provvedimento con il quale il credito è stato ammesso al concorso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 2017, n. 19752.


Fallimento - Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Carattere relativo - Rilievo d'ufficio - Condizioni - Fattispecie.
La perdita della capacità processuale del fallito, conseguente alla dichiarazione di fallimento relativamente ai rapporti di pertinenza fallimentare, essendo posta a tutela della massa dei creditori, ha carattere relativo e può essere eccepita dal solo curatore, salvo che la curatela abbia dimostrato il suo interesse per il rapporto dedotto in lite, nel qual caso il difetto di legittimazione processuale del fallito assume carattere assoluto ed è perciò opponibile da chiunque e rilevabile anche d'ufficio. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione, proposto dal fallito, in quanto la curatela non aveva manifestato disinteresse per la vicenda processuale ma, comunicandogli l’intento di non impugnare la decisione, aveva espresso una valutazione negativa in ordine alla convenienza della prosecuzione della controversia). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 06 Giugno 2017, n. 13991.


Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Assuntore - Curatore che agisca in giudizio per recuperare una somma dovuta al fallito - Stessa posizione sostanziale e processuale del fallito - Conseguenze in tema di eccezione dei terzi e di applicabilità dell’art. 2704 c.c. - Assimilabilità dell’assuntore del concordato fallimentare al curatore - Sussistenza.
Il curatore fallimentare che agisca giudizialmente per ottenere il pagamento di una somma già dovuta al fallito esercita un’azione rinvenuta nel patrimonio di quest’ultimo, collocandosi nella medesima sua posizione, sostanziale e processuale, sicchè il terzo convenuto in giudizio dal curatore può legittimamente opporgli tutte le eccezioni che avrebbe potuto opporre all’imprenditore fallito, comprese le prove documentali e senza i limiti di cui all’art. 2704 c.c. Ne deriva che, in caso di chiusura del fallimento per concordato fallimentare, l’assuntore che prosegua o intraprenda analoghe iniziative giudiziarie verso il terzo viene a trovarsi nella medesima posizione processuale che aveva o avrebbe avuto il curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Maggio 2017, n. 13762.


Fallimento - Accertamento dei redditi in forma societaria - Notifica non solo al curatore ma anche al contribuente.
In tema di accertamento dei redditi in forma societaria, di cui all’art. 5 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, (ora D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917), se inerente a crediti i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo d'imposta in cui tale dichiarazione è intervenuta, l'accertamento tributario deve essere notificato non solo al curatore - in ragione della partecipazione di detti crediti al concorso fallimentare o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione dei beni e delle attività acquisiti al fallimento - ma anche al contribuente, il quale, restando esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, conseguenti alla definitività dell'atto impositivo, è eccezionalmente abilitato ad impugnarlo, nell'inerzia degli organi fallimentari, non potendo attribuirsi carattere assoluto alla perdita della capacità processuale conseguente alla dichiarazione di fallimento, che può essere eccepita esclusivamente dal curatore, nell'interesse della massa dei creditori (Cass. n. 9434 del 2014; Cass. n. 5671 del 2006, id. n. 4235 del 2006, id. n. 2910 del 2006).

Nell'inerzia degli organi fallimentari, ravvisabile, ad esempio, nell'omesso esercizio da parte del curatore, del diritto alla tutela giurisdizionale nei confronti dell'atto impositivo, il fallito è eccezionalmente abilitato ad esercitare egli stesso tale tutela, alla luce dell'interpretazione sistematica del combinato disposto dell'art. 43 legge fall. e dell’art. 16 del D.P.R. n. 636 del 1972, conforme ai principi, costituzionalmente garantiti (art. 24 Cost.), del diritto alla tutela giurisdizionale ed alla difesa (Cass. n. 3667 del 1997, n. 14987 del 2000, n. 6937 del 2002). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. V, tributaria, 11 Maggio 2017, n. 11618.


Fallimento – Cessione del credito litigioso – Fallimento del creditore – Automatica interruzione del processo – Costituzione volontaria in giudizio del cessionario del credito controverso – Irrilevanza – Mancato rilievo da parte del giudice d'appello dell'interruzione automatica – Nullità degli atti processuali successivamente compiuti e della sentenza.
Ove la curatela del fallimento ceda il credito oggetto di lite, trova applicazione l’art. 43 legge fall. (come modificato dal D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 41 ed operante, ai sensi dell'art. 153 D.Lgs. citato, anche nei giudizi anteriormente pendenti, a partire dal 16 luglio 2006), con consequenziale automaticità dell'interruzione del processo a seguito della dichiarazione di fallimento del creditore, purché quest'ultima sia intervenuta successivamente a tale data. Né l'interruzione automatica del processo, in conseguenza del fallimento della parte creditrice, può dirsi impedita, agli effetti dell'art. 299 c.p.c., dall'avvenuta costituzione volontaria in giudizio del cessionario del credito controverso, non rientrando costui fra coloro ai quali spetta di proseguirlo contemplati dalla citata norma.

Il mancato rilievo da parte del giudice d'appello dell'interruzione automatica del processo implica la nullità degli atti processuali successivamente compiuti e di riflesso la nullità della sentenza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. II, 07 Aprile 2017, n. 9124.


Dichiarazione di fallimento di una delle parti - Interruzione del processo - Applicabilità al giudizio di cassazione - Esclusione - Fondamento.
In tema di ricorso per cassazione, la dichiarazione di fallimento di una delle parti non integra una causa di interruzione del relativo giudizio, posto che in quest’ultimo opera il principio dell'impulso d'ufficio e non trovano, pertanto, applicazione i comuni eventi interruttivi del processo contemplati in via generale dalla legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Marzo 2017, n. 7477.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Art. 43, comma 3, l.fall. - Interruzione automatica del processo in corso - Configurabilità - Onere di riassumere il processo ad opera della parte non fallita a prescindere dall'interruzione - Esclusione.
L’art. 43, comma 3, l.fall. va interpretato nel senso che, intervenuto il fallimento, l'interruzione è sottratta all'ordinario regime dettato in materia dall'art. 300 c.p.c., nel senso, cioè, che è automatica e deve essere dichiarata dal giudice non appena sia venuto a conoscenza dall'evento, ma non anche nel senso che la parte non fallita sia tenuta alla riassunzione del processo nei confronti del curatore indipendentemente dal fatto che l'interruzione sia stata, o meno, dichiarata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 01 Marzo 2017, n. 5288.


Fallimento – Rapporti non compresi – Reiezione o dichiarazione di inammissibilità della domanda di ammissione al passivo – Legittimazione processuale del fallito – Riassunzione del giudizio interrotto – Decorrenza del termine.
Oltre ai rapporti per loro natura non compresi nel fallimento, per i quali il fallito, ai sensi dell’art. 46 legge fall. mantiene la capacità processuale, ve ne sono altri che possono diventare tali in conseguenza della reiezione o della dichiarazione di inammissibilità della domanda di ammissione al passivo o della decisione sull’impugnazione ex artt. 98 e 99 legge fall.

In tali casi, il fallito ha facoltà di riassumere il processo interrotto a causa della dichiarazione di fallimento nel termine di cui all’art. 305 c.p.c. termine che, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata che tenga conto del diritto sancito dall’art. 24 Cost., non può decorrere nel tempo in cui il soggetto titolare di detta facoltà (l’imprenditore fallito) non abbia capacità processuale e gli sia perciò impedito l’esercizio delle proprie prerogative processuali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 13 Febbraio 2017.


 .
L'art. 43 della legge fallimentare ha natura innovativa e non si applica alle dichiarazioni di fallimento intervenute prima della sua entrata in vigore (16/7/2006 ). Ne consegue che ai fini della tempestività della riassunzione si applica l'art. 300 cod. proc, civ, ed il termine decorre dalla dichiarazione in udienza del procuratore costituito. (Antonio Tanza) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 07 Febbraio 2017.


Tributi - "Solve Et Repete" - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - Legittimazione processuale del contribuente fallito - Durante la procedura fallimentare - Incapacità relativa - Rilevabilità solo su eccezione della curatela fallimentare.
In tema di contenzioso tributario, sussiste la legittimazione processuale del contribuente dichiarato fallito (nella specie successivamente alla notifica dell'atto impositivo), atteso che la sua incapacità processuale ha carattere meramente relativo e può essere fatta valere solo dal curatore fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 28 Dicembre 2016, n. 27277.


Concordato preventivo - Legittimazione del liquidatore giudiziale a chiedere la risoluzione del concordato del proprio debitore - Sussistenza.
L'acquisto, da parte del liquidatore giudiziale, della disponibilità dei beni facenti parte del patrimonio del debitore il cui concordato sia stato omologato, determina quale conseguenza logico-giuridica che l'organo di promanazione giudiziale della fase esecutiva del concordato subentri nelle cause di contenuto patrimoniale di cui sia parte la debitrice, quantomeno nella forma della legittimazione concorrente, in applicazione del principio di carattere generale espresso nell'art. 43 legge fall., da ritenersi applicabile in via analogica alla fattispecie del concordato liquidatorio.

L'interpretazione evolutiva della disciplina inerente alle prerogative del liquidatore giudiziale, imperniata tra l'altro sulla vigenza dell'art. 14-decies della legge n. 3/12 e successive modifiche, che delimita in termini esattamente coerenti con quanto asserito la legittimazione ad agire del liquidatore della procedura di liquidazione del patrimonio del sovraindebitato, induce a ritenere la piena legittimazione del liquidatore a rappresentare il debitore il cui concordato sia stato omologato nei giudizi rilevanti ai fini dello svolgimento della propria funzione di mandatario della massa dei creditori.

La legittimazione alla presentazione del ricorso diretto ad ottenere la risoluzione del concordato preventivo non appartiene, pertanto, soltanto alla società creditrice, qualora anche quest'ultima si trovi nella fase esecutiva di un concordato preventivo, bensì al liquidatore giudiziale che, nell'interesse della massa dei creditori, è nelle condizioni di valutare se la società debitrice sia inadempiente rispetto alla proposta omologata. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Bergamo, 15 Dicembre 2016.


Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore che agisca in ripetizione dell'indebito pagato dal fallito "in bonis" - Identità tra le posizioni del curatore e del fallito - Fondamento - Conseguenze - Inapplicabilità dell'art. 2704 c.c..
Il curatore fallimentare che agisce in giudizio per la ripetizione di una somma indebitamente pagata dal fallito in epoca antecedente all'apertura del fallimento esercita un'azione rinvenuta nel patrimonio del fallito, collocandosi nella sua stessa posizione, sostanziale e processuale. Ne consegue che il terzo convenuto in giudizio dal curatore può a questi legittimamente opporre tutte le eccezioni che avrebbe potuto opporre all'imprenditore fallito, comprese le prove documentali da questi provenienti, senza i limiti di cui all'art. 2704 c.c. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Novembre 2016, n. 23630.


Fallimento - Cessazione - Concordato Fallimentare - Riapertura del Fallimento - Effetti - Garanzia prestata dal terzo - Conservazione - Escussione - Legittimazione del curatore - Esclusione - Fondamento.
In ipotesi di fallimento riaperto in seguito alla risoluzione di un concordato fallimentare per inadempimento agli obblighi assunti con la proposta di concordato, la legittimazione ad agire in giudizio, per far valere la garanzia prestata da un terzo per l'esecuzione del concordato poi risolto, non spetta al curatore del fallimento, bensì ai singoli creditori ammessi al passivo prima del concordato, atteso che sono questi ultimi a conservare, nel caso di riapertura del fallimento, ai sensi dell'art. 140, comma 3, l.fall., il diritto di garanzia verso il terzo, nonostante la risoluzione del concordato; pertanto, in mancanza di una espressa previsione normativa, non ricorre un’ipotesi di sostituzione processuale ai sensi dell'art. 81 c.p.c.

Va soggiunto che la garanzia prestata dal terzo assuntore del concordato, benché corrisponda anche all'interesse del debitore che formula la proposta di concordato cui essa serve da supporto, è ovviamente prestata a beneficio esclusivo dei creditori. La titolarità attiva del rapporto di garanzia non è dunque certamente in capo al fallito; e tanto basta a escludere che la pretesa legittimazione del curatore a escuterla possa trovare fondamento nella previsione dell'art. 43 l.fall., giacché tale norma attribuisce al curatore la legittimazione a far valere in giudizio i diritti esistenti nel patrimonio del fallito, ma non quelli facenti capo a terzi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 03 Novembre 2016.


Dichiarazione di fallimento – Giudizio di legittimità – Cause di interruzione del giudizio.
Nel giudizio di cassazione, dominato dall'impulso d'ufficio, non trovano applicazione le comuni cause di interruzione del processo previste in via generale dalla legge, tra cui quella dettata dall’art. 43 legge fall., come modificato dall’art. 41 del d.lgs. 9 gennaio 2006. Pertanto, una volta instaurato il contraddittorio con la notifica del ricorso, l’intervenuto fallimento della società non comporta l’interruzione del giudizio in corso in sede di legittimità. (Vincenzo d'Ambra) (Andrea Grecuzzo) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 28 Settembre 2016, n. 19119.


Termini - Termine annuale dalla pubblicazione della sentenza - Dichiarazione di fallimento di una parte intervenuta trascorsi sei mesi dalla pubblicazione della sentenza - Proroga del termine - Fattispecie.
L'art. 328, ultimo comma, c.p.c., secondo il quale il termine annuale di cui all'art. 327 c.p.c. è prorogato qualora, trascorsi sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, sia sopravvenuto uno degli eventi contemplati dall'art. 299 c.p.c., si applica anche nel caso della perdita della capacità di stare in giudizio a seguito del fallimento di una delle parti. (Fattispecie relativa a giudizio introdotto anteriormente alla l. n. 69 del 2009). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 23 Settembre 2016, n. 18759.


Dichiarazione di fallimento di una parte intervenuta trascorsi sei mesi dalla pubblicazione della sentenza - Proroga del termine - Fattispecie.
L'art. 328, ultimo comma, c.p.c., secondo il quale il termine annuale di cui all'art. 327 c.p.c. è prorogato qualora, trascorsi sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, sia sopravvenuto uno degli eventi contemplati dall'art. 299 c.p.c., si applica anche nel caso della perdita della capacità di stare in giudizio a seguito del fallimento di una delle parti. (Fattispecie relativa a giudizio introdotto anteriormente alla l. n. 69 del 2009). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 23 Settembre 2016, n. 18759.


Fallimento – Prescrizione dei diritti del fallito nei confronti dei terzi – Interruzione – Esclusione.
Gli articoli 2941 e 2942 c.c. non contemplano il fallimento tra le ipotesi di sospensione della prescrizione, la cui dichiarazione, pertanto, non impedisce, per la durata della procedura, il decorso del termine di prescrizione nei rapporti con i terzi, dal momento che i diritti vantati dal fallito nei confronti dei propri debitori o sui beni compresi nel fallimento possono essere esercitati dal curatore, in virtù della legittimazione attribuita di dagli articoli 42 e 43 legge fall., mentre l’inerzia o il disinteresse degli organi della procedura legittimano il fallito ad agire, in via eccezionale, per la tutela dei propri diritti, senza che i terzi possano opporre il difetto di capacità processuale previsto esclusivamente la tutela degli interessi della massa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 19 Luglio 2016.


Fallimento - Efficacia - Ora zero del giorno della sua pubblicazione - Fondamento - Fattispecie.
Nella disciplina anteriore al d.lgs. n. 5 del 2006, la legge non prescrive, tra gli elementi di individuazione della data della sentenza dichiarativa di fallimento, l'annotazione della ora in cui è stata emessa la decisione, sicché il fallito resta privo dell'amministrazione e della disponibilità dei beni sin dall'ora zero del giorno della sua pubblicazione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, ritenendo inefficace il pagamento effettuato dal terzo pignorato in favore del creditore pignorante in esecuzione di un'ordinanza di assegnazione emessa lo stesso giorno della pubblicazione della sentenza di fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 19 Luglio 2016, n. 14779.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Rapporti patrimoniali compresi nel fallimento - Legittimazione processuale del curatore - Esclusività - Limiti - Inerzia dell'amministrazione fallimentare - Conseguenze - Legittimazione del fallito - Condizioni.
La dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta, a norma dell'art. 43 l.fall., la perdita della sua capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando la legittimazione processuale esclusivamente al curatore. Se, però, l'amministrazione fallimentare rimane inerte, il fallito conserva, in via eccezionale, la legittimazione ad agire per la tutela dei suoi diritti patrimoniali, sempre che l'inerzia del curatore sia stata determinata da un totale disinteresse degli organi fallimentari e non anche quando consegua ad una negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 06 Luglio 2016, n. 13814.


Fallimento – Interruzione del processo – Automatismo – Officiosità.
In caso di fallimento di una delle parti, il giudice dichiara l’interruzione della causa ex officio non appena ne viene a conoscenza: ai sensi dell’art. 43, comma 3, l.f., l’apertura del fallimento determina l’interruzione automatica del processo, senza che trovi applicazione l’art. 300 cod. proc. civ. (Franco Stefanelli) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 21 Giugno 2016.


Procedimento amministrativo - Fallimento - Dichiarazione - Effetti - Perdita della capacità di stare in giudizio - Interruzione - Deposito della documentazione attestante l'evento interruttivo - Dichiarazione formale in udienza del procuratore costituito - Non necessità.
Ritenuto che la società appellata ha perso la capacità di stare in giudizio, per effetto della dichiarazione del suo fallimento, e che, ai fini della conseguente interruzione del processo, ai sensi del combinato disposto degli artt.79 c.p.a. e 300 c.p.c., è sufficiente il deposito in giudizio della documentazione attestante l’evento interruttivo, non essendo necessaria la dichiarazione formale in udienza del procuratore costituito (Cons. St., sez. V, 25 gennaio 2016, n. 223). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Consiglio di Stato, 09 Maggio 2016.


Ammissibilità dell’azione di condanna promossa dal creditore ipotecario nei confronti del fallito personalmente al fine di ottenere un titolo esecutivo valido per l’escussione del terzo datore di ipoteca.
È legittima e ammissibile l’azione di condanna che il creditore svolge in via ordinaria nei confronti del fallito personalmente, per ottenere una pronuncia sullo stesso credito, al fine di procedere esecutivamente nei confronti di un terzo che, anteriormente al fallimento, abbia dato ipoteca su un proprio immobile per obbligazioni del futuro fallito. In questo caso, invero, il fallito è processualmente capace. (Pieranna Buizza) (Andrea Fenaroli) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia, 13 Aprile 2016.


Natura e limiti della perdita di capacità processuale del fallito - Soggetti legittimati ad eccepire il difetto di capacità processuale del fallito.
Essendo la perdita della capacità processuale del fallito non assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, soltanto a questi, per il tramite del curatore, è consentito eccepire l’eventuale difetto di capacità, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte il giudice non può rilevare d’ufficio tale difetto. (Pieranna Buizza) (Andrea Fenaroli) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia, 13 Aprile 2016.


Fallimento – Interruzione del processo – Decorrenza del termine per la riassunzione per il curatore – Deposito sentenza di fallimento.
L’interruzione del processo, ai sensi dell’art. 43 l.f., si verifica all’atto del deposito della sentenza di fallimento, a prescindere dalla dichiarazione di interruzione da parte del giudice. L’atto di costituzione del fallimento deve essere considerato quale atto di riassunzione del giudizio, anche in assenza di precedente dichiarazione di interruzione del processo. per il curatore, il dies a quo per la riassunzione decorre dalla data di deposito della sentenza di fallimento, salvo che venga dimostrato che, per una condotta negligente del liquidatore, lo stesso non sia stato informato tempestivamente della pendenza del giudizio. (Francesco Lonardi) (riproduzione riservata) Tribunale Pavia, 31 Marzo 2016.


Fallimento del contribuente - Atto impositivo non notificato al fallito - Invalidità - Esclusione - Fondamento.
In materia di accertamento, l'omessa notifica al fallito dell'atto impositivo, pur in presenza di regolare notifica al curatore del fallimento e conseguente impugnazione da parte della curatela non determina irritualità, nullità o inesistenza di tale atto, poiché l'obbligo di notificazione al contribuente fallito è strumentale a consentire allo stesso l'esercizio in via condizionata del diritto di difesa, azionabile solo nell'inerzia degli organi della procedura fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 18 Marzo 2016, n. 5384.


Accertamento tributario - Notifica - Al solo curatore del fallimento - Conseguenze - Definitività dell'atto nei confronti del fallito - Esclusione.
L'avviso di accertamento, concernente crediti fiscali i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente, deve essere notificato non solo al curatore, ma anche al fallito, il quale conserva la qualità di soggetto passivo del rapporto tributario, pur essendo condizionata la sua impugnazione all'inerzia della curatela, sicché, in caso contrario, la pretesa tributaria è inefficace nei suoi confronti e l'atto impositivo non diventa definitivo, tenuto conto che, peraltro, costui non è parte necessaria del giudizio d'impugnazione instaurato dal curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 18 Marzo 2016, n. 5392.


Società cooperative - Scioglimento - Cause - Atto dell'autorità - Liquidazione coatta amministrativa per scioglimento di società cooperativa ex art. 2545 septiesdecies c.c. - Giudizio d'appello pendente - Improcedibilità - Esclusione - Prosecuzione del giudizio nei confronti del commissario liquidatore - Ragioni.
Lo scioglimento d'ufficio della società cooperativa, disposto, ai sensi dell'art. 2545 septiesdecies c.c., pendente, nei suoi confronti, un giudizio di appello, non comporta l'improcedibilità del gravame, ma - in applicazione delle norme dettate per la liquidazione coatta amministrativa, ivi compreso l'art. 96, comma 2, n. 3, l.fall., nel testo introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2006 - la sua prosecuzione e decisione nei confronti del nominato commissario liquidatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Gennaio 2016, n. 1083.


Fallimento - Effetti - Sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Rapporti con l'azione revocatoria ordinaria - Azione revocatoria ordinaria - Dichiarazione di fallimento del debitore pendente il giudizio - Subingresso del curatore nell'azione - Modalità.
Il curatore che, in forza della legittimazione accordatagli dall'art. 66 l.fall., intenda subentrare nell'azione revocatoria ordinaria intrapresa da un creditore per fare dichiarare inopponibile, nei suoi confronti, un atto di disposizione patrimoniale compiuto dal debitore poi fallito durante quel giudizio, accetta la causa nello stato in cui si trova, sicchè l'esercizio di tale facoltà non è soggetto ai limiti entro i quali le parti possono formulare nuove domande o eccezioni nel processo di primo grado, né, ove la lite già penda in appello, al termine previsto per la proposizione del gravame incidentale o alle preclusioni di cui all'art. 345, comma 1, c.p.c., poiché, al contrario, è sufficiente che egli si costituisca in giudizio, anche in appello, dichiarando di voler far propria la domanda proposta ex art. 2901 c.c., per investire il giudice del dovere di pronunciare sulla stessa nei confronti dell'intera massa dei creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Gennaio 2016.


Fallimento - Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Eccezione della controparte o rilievo di ufficio - Ammissibilità - Esclusione - Conseguenze.
La perdita della capacità processuale del fallito, a seguito della dichiarazione di fallimento, non è assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto è consentito eccepirla, sicché, se il curatore rimane inerte, il processo continua validamente tra le parti originarie, tra le quali soltanto avrà efficacia la sentenza finale (salva la facoltà del curatore di profittare dell'eventuale risultato utile del giudizio in forza del sistema di cui agli artt. 42 e 44 l.fall.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Gennaio 2016.


Fallimento - Formazione dello stato passivo - Impugnazione dei crediti ammessi - Fideiussore del fallito - Legittimazione all'impugnazione - Configurabilità - Esclusione - Fondamento.
Il fideiussore dell'imprenditore fallito non è attivamente legittimato alle impugnazioni allo stato passivo di cui all'art. 98 l.fall., atteso che, da un lato, la sua posizione è accessoria a quella del debitore principale, a sua volta privo di interesse a veder ridotta la consistenza del proprio passivo, essendo stata la relativa legittimazione attribuita, in sua vece, al curatore fallimentare, e, dall'altro, è estraneo alle ragioni sottostanti all'ammissione dei crediti e, quindi, alla stessa formazione dello stato passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Gennaio 2016, n. 119.


Procedimenti sommari - Opposizione - In genere - Procedimenti sommari - D'ingiunzione - Decreto - Opposizione - In genere - Opposizione a decreto ingiuntivo - Interruzione per fallimento dell'opponente - Interesse alla riassunzione da parte dell'opposto per far dichiarare l'estinzione del processo - Sussistenza - Ragioni .
Nel caso in cui il debitore sia dichiarato fallito nelle more dell'opposizione da lui proposta contro il decreto ingiuntivo e venga conseguentemente dichiarata l'interruzione del processo , il creditore opposto ha interesse alla riassunzione allo scopo di farne dichiarare l'estinzione, onde munire il decreto di efficacia esecutiva e renderlo opponibile al debitore una volta tornato "in bonis". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Novembre 2015, n. 23394.


Fallimento - Legittimazione suppletiva del fallito - Disinteresse o inerzia degli organi della procedura - Negativa valutazione circa la convenienza della controversia - Esclusione della legittimazione suppletiva.
In tema di legittimazione processuale suppletiva del fallito relativamente a rapporti patrimoniali compresi nel fallimento per l'ipotesi di disinteresse o di inerzia degli organi fallimentari, la negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia è sufficiente ad escludere dette legittimazione, essendo inconcepibile una sovrapposizione di ruoli tra fallimento e fallito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello L'Aquila, 12 Novembre 2015.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Azione revocatoria ordinaria - Dichiarazione di fallimento successiva alla proposizione dell'azione revocatoria - Subentro del curatore fallimentare - Esclusività del diritto di proseguire il giudizio - Limiti - Giudizio coinvolgente un terzo - Legittimazione del creditore originario - Permanenza - Fondamento.
Il principio secondo cui, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento dopo la proposizione dell'azione revocatoria ordinaria , ove il curatore subentri nel giudizio, ai sensi dell'art. 66 della l.fall., vengono meno la legittimazione e l'interesse ad agire dell'attore originario, opera solo quando si tratti di azione revocatoria ordinaria proposta esclusivamente nei confronti del debitore poi fallito, sicché, qualora l'originaria domanda sia stata proposta anche nei confronti di un terzo, rispetto al quale la curatela fallimentare non vanta alcuna pretesa, il creditore che ha introdotto il giudizio è legittimato a riassumerlo dopo l'interruzione conseguente alla dichiarazione di fallimento nei confronti del litisconsorte non attinto dalla procedura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 27 Ottobre 2015, n. 21810.


Fallimento - Effetti per il fallito - Legittimazione del fallito - Controversie non comprese nel fallimento - Inerzia del curatore - Valutazione negativa del giudice delegato sulla utilità del giudizio.
La legittimazione del fallito, oltre ad essere conservata per le controversie non comprese nel fallimento (quali, appunto, quelle relative a diritti strettamente personali o in ipotesi di rischio di imputazione di bancarotta) è riconosciuta nel caso di inerzia del curatore, ma non quando vi sia stata una valutazione negativa del giudice delegato sulla utilità della proposizione del giudizio o del gravame. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. II, 07 Ottobre 2015, n. 20163.


Fallimento - Accertamento del passivo - Opposizione allo stato passivo - Interrogatorio formale o giuramento del fallito - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie relativa al cd. regime intermedio.
Nel giudizio di opposizione allo stato passivo (nel regime cd. intermedio di cui al d.lgs. n. 5 del 2006), il fallito, per quanto destinatario della notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza, non assume la qualità di parte del giudizio e non può, quindi, rendere interrogatorio formale sui fatti oggetto della domanda, né gli è deferibile il giuramento suppletorio o decisorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Luglio 2015, n. 15570.


Fondi comuni di investimento - Fondi immobiliari chiusi - Autonoma soggettività giuridica - Esclusione.
I fondi comuni d'investimento disciplinati dal d.lgs n. 58 del 1998, e succ. mod., sono privi di un'autonoma soggettività giuridica in quanto costituiscono patrimoni separati della società di gestione del risparmio (cfr. Cass. n. 16605 del 2010). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 10 Giugno 2015.


Fondi comuni di investimento - Fondi immobiliari chiusi sottoposti a liquidazione coatta ex articolo 57 TUB - Improseguibilità delle azioni giudiziarie.
L’art. 57, comma 6-bis, d.lgs. n. 58 del 1998, prevede che, in caso di messa in liquidazione del fondo, i liquidatori nominati dalla Banca d’Italia provvedano secondo il disposto del precedente comma 3-bis, il quale dichiara applicabili alla liquidazione alcuni articoli del d.lgs. n. 385 del 1993, tra i quali l’art. 83, secondo cui nei confronti del soggetto posto in liquidazione non può essere iniziata né proseguita alcuna azione giudiziaria. Pertanto, dalla data di insediamento degli organi liquidatori non può essere più promossa o proseguita alcuna azione nei confronti del fondo in liquidazione, dovendo ogni eventuale pretesa nei confronti dello stesso essere fatta valere dinanzi all’organo liquidatorio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 10 Giugno 2015.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Fallito tornato "in bonis" - Giudizio promosso dal curatore fallimentare - Sostituzione del primo al secondo - Conflitto di interessi - Esclusione - Fondamento.
La pubblica funzione svolta dal curatore fallimentare nell'ambito dell'amministrazione della giustizia esclude che possa configurarsi un contrasto di interessi tra lo stesso ed il fallito, sicchè quest'ultimo, una volta tornato "in bonis", potrà solo sostituirsi al primo nel giudizio da lui intrapreso, nel punto e nello stato in cui esso si trova, accettandolo come tale e senza poter invalidare quanto sia stato legittimamente compiuto dal curatore medesimo allorquando questi lo rappresentava. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 09 Giugno 2015, n. 11854.


Procedimento civile - Interruzione del processo - Dichiarazione resa dal procuratore della parte costituita al solo fine di ottenere il rinvio della causa - Effetto interruttivo - Esclusione - Fondamento.
In tema di interruzione del processo, la dichiarazione resa dal procuratore della parte costituita, ai sensi dell'art. 300 cod. proc. civ., pur avendo la struttura di una dichiarazione di scienza, ha carattere negoziale e suppone la volontà del dichiarante di provocare l'interruzione stessa, con la conseguenza che quest'ultima non si realizza allorché la causa interruttiva (nella specie, l'intervenuto fallimento della parte, anteriormente all'entrata in vigore dell'art. 43, terzo comma, legge fall., introdotto dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5) risulti esposta soltanto per fini diversi, quale quello di ottenere il rinvio della trattazione della causa per esigenze di difesa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 19 Maggio 2015, n. 10210.


Fallimento - Interruzione del processo - Decorrenza del termine per la riassunzione - Conoscenza legale - Necessità.
La conoscenza legale dalla quale decorre il termine per la riassunzione del giudizio interrotto ai sensi dell'art. 43 legge fall. deve essere riferibile a una dichiarazione, notificazione o certificazione, non essendo sufficiente, al fine di garantire una piena tutela del diritto di difesa, una mera acquisizione aliunde della notizia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Asti, 18 Maggio 2015.


Fallimento - Interruzione del processo - Riassunzione del giudizio - Eccezione di tardività - Onere della prova.
Al fine di dimostrare la tardività della riassunzione del giudizio interrotto ai sensi dell'art. 43 legge fall., l'onere della prova della legale conoscenza dell'evento interruttivo incombe sulla parte che eccepisce la tardività, non potendosi far carico all'altra parte di dare una prova negativa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Asti, 18 Maggio 2015.


Fallimento - Interruzione del processo - Riassunzione del giudizio - Decorrenza del termine per la riassunzione - Dichiarazione di interruzione da parte del giudice.
Il dies a quo per la riassunzione del giudizio interrotto ai sensi dell'art. 43 legge fall. può essere individuato, in mancanza di altre indicazioni, nella dichiarazione di interruzione da parte del giudice. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Asti, 18 Maggio 2015.


Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Giudizio promosso dal curatore del fallimento per il pagamento di un credito del fallito - Quietanza rilasciata da quest'ultimo - Valore confessorio nei confronti del fallimento - Esclusione - Valore di documento probatorio del pagamento - Configurabilità.
La quietanza, rilasciata dal creditore al debitore all'atto del pagamento, ha natura di confessione stragiudiziale in ordine al fatto estintivo dell'obbligazione ai sensi dell'art. 2735 cod. civ., e, come tale, solleva il debitore dal relativo onere probatorio, vincolando il giudice circa la verità del fatto stesso, se e nei limiti in cui la stessa sia fatta valere nella controversia in cui siano parti, anche in senso processuale, l'autore e il destinatario di quella dichiarazione di scienza. Ne consegue che, nel giudizio promosso dal curatore del fallimento del creditore per ottenere l'adempimento dell'obbligazione, la suddetta quietanza non ha l'efficacia vincolante della confessione stragiudiziale, ma unicamente il valore di documento probatorio dell'avvenuto pagamento, apprezzabile dal giudice al pari di qualsiasi altra prova desumibile dal processo, atteso che il curatore, pur ponendosi, nell'esercizio del diritto del fallito, nella stessa posizione di quest'ultimo, è una parte processuale diversa dal fallito medesimo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 08 Ottobre 2014, n. 21258.


Fallimento della parte - Dopo la pubblicazione della sentenza e durante la decorrenza del termine per il ricorso per cassazione - Notificazione del ricorso al soggetto "in bonis" presso il procuratore domiciliatario - Nullità del ricorso - Notifica in rinnovazione al curatore - Sanatoria.
In tema di impugnazioni, qualora dopo la sentenza di secondo grado ed in pendenza del termine per la proposizione del gravame, intervenga il fallimento della parte, il ricorso per cassazione dev'essere proposto e notificato nei confronti del fallimento, mentre ove sia proposto nei confronti del soggetto "in bonis" e notificato al procuratore domiciliatario nel giudizio d'appello, è nullo ai sensi degli artt. 163 e 164 cod. proc. civ., ma la nullità è sanata dalla notifica effettuata, in rinnovazione, al curatore fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 14 Luglio 2014, n. 16070.


Fallimento del contribuente - Atti del procedimento tributario successivi a tale dichiarazione - Intestazione alla curatela - Necessità - Fattispecie in tema di notificazione di cartella esattoriale a società fallita.
La dichiarazione di fallimento non comporta il venir meno dell'impresa, ma solo la perdita della legittimazione sostanziale e processuale da parte del suo titolare, nella cui posizione subentra il curatore fallimentare. Ne consegue che gli atti del procedimento tributario formati in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento del contribuente, ancorché intestati a quest'ultimo, sono opponibili alla curatela, mentre quelli formati in epoca successiva debbono indicare quale destinataria l'impresa assoggettata alla procedura concorsuale e, quale legale rappresentante della stessa, il curatore. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto che l'accertamento notificato, dopo la dichiarazione di fallimento, alla società fallita non costituisse valido presupposto per una cartella esattoriale a carico del fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 06 Giugno 2014, n. 12789.


Fallimento - Accertamento del passivo - Formazione dello stato passivo - Decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo - Dichiarazione di fallimento dell'ingiunto in pendenza del giudizio di opposizione - Opponibilità alla curatela del decreto e dell'ipoteca giudiziale - Esclusione - Fondamento.
Nel caso in cui la dichiarazione di fallimento del debitore sopravvenga nelle more dell'opposizione da lui proposta contro il decreto ingiuntivo, il curatore non è tenuto a riassumere il giudizio, poiché il provvedimento monitorio, quand'anche provvisoriamente esecutivo, non è equiparabile ad una sentenza non ancora passata in giudicato, che viene emessa nel contraddittorio delle parti, ed è, come tale, totalmente privo di efficacia nei confronti del fallimento, al pari dell'ipoteca giudiziale iscritta in ragione della sua provvisoria esecutività. Né può trovare applicazione l'art. 653 cod. proc. civ., norma che si giustifica unicamente nell'ambito di un procedimento monitorio ormai divenuto inefficace. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 27 Maggio 2014.


Fallimento del contribuente - Impugnazione dell'avviso di accertamento - Legittimazione del fallito - Condizioni - Maturazione dei presupposti dell'imposta prima della dichiarazione di fallimento o nel relativo periodo d'imposta - Inerzia del curatore - Difetto di capacità processuale - Eccezione - Legittimazione - Curatore - Rilevabilità d'ufficio - Esclusione - Conseguenze in tema di fallimento di società in accomandita semplice.
L'accertamento tributario (nella specie, in materia di IVA), se inerente a crediti i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo d'imposta in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato non solo al curatore - in ragione della partecipazione di detti crediti al concorso fallimentare o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione dei beni e delle attività acquisiti al fallimento - ma anche al contribuente, il quale, restando esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, conseguenti alla definitività dell'atto impositivo, è eccezionalmente abilitato ad impugnarlo, nell'inerzia degli organi fallimentari, non potendo attribuirsi carattere assoluto alla perdita della capacità processuale conseguente alla dichiarazione di fallimento, che può essere eccepita esclusivamente dal curatore, nell'interesse della massa dei creditori. Ne consegue che, in caso di fallimento di una società in accomandita semplice, il socio accomandatario dichiarato fallito ai sensi dell'art. 147 della legge fall., in qualità di legale rappresentante, è legittimato ad agire in giudizio nell'inerzia del curatore, la cui legittimazione esclusiva a far valere il difetto di capacità processuale dell'attore esclude che lo stesso possa essere rilevato d'ufficio o su eccezione della controparte. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 30 Aprile 2014, n. 9434.


Processo civile - Dichiarazione di fallimento - Interruzione automatica - Decorrenza del termine per la riassunzione - Data della legale conoscenza dell'evento interruttivo..
Il termine per la riassunzione del processo interrotto a causa dell'apertura del fallimento di una delle parti ai sensi dell’art. 43, comma 3, L. Fall. decorre, secondo l'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 305 cod. proc. civ., dalla data della conoscenza effettiva e legale che dell'evento interruttivo ha avuto la parte interessata alla prosecuzione, con la conseguenza che per il curatore del soggetto il cui fallimento ha determinato l’interruzione del processo il termine per la riassunzione decorre dalla data, necessariamente successiva a quella della pubblicazione della sentenza dichiarativa del fallimento, in cui il curatore medesimo ha avuto la conoscenza legale della pendenza dello specifico processo in osservanza dei principi sanciti da Cass., 7 marzo 2013, n. 5650. (Francesco Mainetti) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 02 Aprile 2014.


Fondo comune di investimento immobiliare tipo chiuso - Liquidazione ex articolo 57 TUF - Improseguibilità delle azioni

Fondo comune di investimento immobiliare tipo chiuso - Segregazione patrimoniale - Autonoma soggettività giuridica - Esclusione - Capacità di stare in giudizio autonomamente - Esclusione
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In virtù del combinato disposto di cui agli artt. 83, terzo comma del D.lgs 1 settembre 1993, n. 385 (TUB) e 57, terzo comma del D.lgs 24 febbraio 1998, n. 58 (TUF), dalla data di insediamento degli organi liquidatori del fondo comune di investimento immobiliare di tipo chiuso e, comunque, dal terzo giorno successivo alla data di adozione del provvedimento che dispone la liquidazione coatta amministrativa non può essere promossa o proseguita alcuna azione. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Ancorché i Fondi comuni di investimento immobiliare di tipo chiuso abbiano un patrimonio separato rispetto a quello della società che li gestisce, essi sono privi di autonoma soggettività giuridica e non hanno, pertanto, la capacità di stare in giudizio autonomamente, sicché legittimata ad agire in giudizio per far accertare diritti di pertinenza del patrimonio immobiliare del Fondo è la società di gestione (Cass. 15 luglio 2010, n. 16605). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Roma, 01 Aprile 2014.


Processo civile - Dichiarazione di fallimento - Interruzione - Decorrenza dalla conoscenza legale dell'evento introduttivo.

Dichiarazione di fallimento - Interruzione del processo - Decorrenza del termine per la riassunzione - Comunicazione della controparte.
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Il termine per la riassunzione del processo interrotto - per declaratoria di fallimento di una parte - decorre dalla data della legale conoscenza che dell'evento interruttivo ha avuto la parte interessata alla prosecuzione. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)

La conoscenza legale della declaratoria di fallimento da cui far decorrere il termine per la riassunzione deve intendersi in senso processualcivilistico con riferimento (non alla data di iscrizione della sentenza di fallimento nel registro delle imprese ma) alla data nella quale l'intervenuto fallimento sia stato portato a conoscenza della parte ad opera della controparte a mezzo di dichiarazione in udienza ovvero di atto notificato. (Laura De Simone) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 27 Marzo 2014.


Condono fiscale - Art. 16 della legge n. 289 del 2002 - Chiusura delle liti fiscali pendenti - Fallimento del contribuente - Istanza di definizione agevolata - Legittimazione del fallito - Sussistenza - Fondamento.
In tema di condono fiscale, e con riferimento alla chiusura delle liti fiscali pendenti prevista dall'art. 16 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, legittimato a proporre istanza di definizione agevolata, a seguito del fallimento del contribuente, dev'essere considerato, in caso d'inerzia del curatore, anche il fallito; quest'ultimo, infatti, non è privato, per effetto della dichiarazione di fallimento, della qualità di soggetto passivo del rapporto tributario, restando esposto ai riflessi anche sanzionatori che conseguono alla definitività dell'atto impositivo, ed essendo per tale motivo legittimato, nell'inerzia degli organi fallimentari, anche a ricorrere alla tutela giurisdizionale, tenuto conto che la perdita della capacità processuale derivante dalla dichiarazione di fallimento ha carattere relativo, potendo essere fatta valere soltanto dal curatore, nell'interesse della massa dei creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 18 Marzo 2014, n. 6248.


Fallimento - Perdita della capacità di stare in giudizio - Domanda proposta personalmente nei suoi confronti - Ammissibilità - Limiti - Condizioni.
La perdita della capacità processuale del fallito nel periodo compreso tra la dichiarazione di fallimento e la chiusura della procedura non è assoluta, ma relativa, con la conseguenza che il creditore può convenire in giudizio il fallito personalmente, per chiedere nei suoi confronti la condanna al pagamento di un credito estraneo alla procedura fallimentare, da far valere subordinatamente al ritorno «in bonis» del convenuto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 05 Febbraio 2014, n. 2608.


Regolamento (CE) N. 1346/2000 del Consiglio del 29 maggio 2000 - Apertura procedura di insolvenza in Belgio - Legge applicabile al processo pendente - Applicabilità legge fallimentare italiana.

Regolamento (CE) N. 1346/2000 del Consiglio del 29 maggio 2000 - Apertura procedura di insolvenza in Belgio - Processo pendente in Italia - Improcedibilità della domanda.

Regolamento (CE) N. 1346/2000 del Consiglio del 29 maggio 2000 - Apertura procedura di insolvenza in Belgio - Riassunzione del processo nei confronti del curatore in Italia - Esclusione - Violazione del principio del ne bis idem.
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Ai sensi dell’art. 15 del Regolamento (CE) N. 1346/2000 del Consiglio del 29 maggio 2000, si applica la legge fallimentare italiana al processo pendente in Italia volto all’accertamento di un credito nei confronti di una persona giuridica la cui procedura di insolvenza viene aperta in Belgio. (Eugenia Italia) (riproduzione riservata)

Pertanto, a seguito della dichiarazione dell’apertura della procedura di insolvenza, la domanda già proposta in Italia nei confronti del debitore dichiarato insolvente in Belgio e riassunta nei confronti del curatore, subentrato all'originaria parte, dev'essere dichiarata improcedibile e il creditore è onerato a far valere la propria pretesa nella procedura di insolvenza aperta in Belgio. (Eugenia Italia) (riproduzione riservata)

Il creditore ha la facoltà di procedere alla riassunzione nei confronti del curatore in Italia soltanto se intenda espressamente precostituirsi un titolo da far valere nei confronti del fallito tornato in bonis, qualora tuttavia non abbia già optato per la riproposizione della sua domanda nella sede e con le forme processuali imposte dalla legge della procedura di insolvenza. (Eugenia Italia) (riproduzione riservata)

Ne consegue che il creditore, che abbia optato per la riproposizione della propria domanda nei confronti del debitore fallito nel procedimento di accertamento concorsuale in Belgio, non può contemporaneamente, in contrasto con il principio del ne bis in idem, pretendere di coltivare le proprie ragioni anche in Italia con la prosecuzione del giudizio ordinario, tranne che provi l’avvenuta preclusione della possibilità di insinuazione nel passivo ovvero l’esito negativo della domanda di ammissione al passivo. (Eugenia Italia) (riproduzione riservata)
Tribunale Venezia, 06 Dicembre 2013.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Eccezionale legittimazione suppletiva del fallito - Configurabilità - Limiti - Disinteresse od inerzia degli organi fallimentari - Valutazione negativa della convenienza del giudizio da parte degli organi fallimentari - Rilevanza - Fattispecie.
La dichiarazione di fallimento, pur non sottraendo al fallito la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, comporta la perdita della capacità di stare in giudizio nelle relative controversie, spettando la legittimazione processuale esclusivamente al curatore; a questa regola, enunciata dall'art. 43 del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, fanno eccezione soltanto l'ipotesi in cui il fallito agisca per la tutela di diritti strettamente personali e quella in cui, pur trattandosi di rapporti patrimoniali, l'amministrazione fallimentare sia rimasta inerte, manifestando indifferenza nei confronti del giudizio,.situazione che non si verifica ove l'inerzia degli organi fallimentari costituisca il risultato di una ponderata valutazione negativa. (Nella specie, il curatore aveva espresso disinteresse all'intervento in sede di legittimità, in ragione della scarsa consistenza della pretesa azionata). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Ottobre 2013, n. 24159.


Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Esercizio, da parte del curatore, della facoltà di cui all'art. 72 legge fall. - Legittimità del suo operato - Controversia - Giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Fondamento - Fattispecie.
A norma dell'art. 3, secondo comma, ultima parte, della legge 31 maggio 1995, n. 218, nelle materie escluse dall'ambito di applicazione della Convenzione di Bruxelles 27 settembre 1968, resa esecutiva con la legge 21 giugno 1971, n. 804, e successive modificazioni, tra le quali ricade la materia fallimentare, la giurisdizione del giudice italiano sussiste in base ai criteri di collegamento stabiliti per la competenza per territorio. (Nella specie, è stata affermata la giurisdizione del giudice italiano in ordine alla domanda principale, formulata dal curatore di un fallimento apertosi in Italia, avente ad oggetto la legittimità dell'esercizio, da parte di quest'ultimo, della facoltà prevista dall'art. 72 legge fall., alla quale risultavano poi subordinate tutte le altre domande). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 Luglio 2013, n. 17866.


Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Disciplina dell'equa riparazione di cui alla legge n. 89 del 2001 - Applicabilità alla procedura fallimentare - Sussistenza - Titolarità del diritto alla ragionevole durata in capo al fallito - Configurabilità - Fondamento..
La disciplina dell'equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo, di cui alla legge 24 marzo 2001, n. 89, trova applicazione anche nel caso in cui il ritardo lamentato si riferisca al procedimento esecutivo concorsuale cui dà vita la dichiarazione di fallimento, ed anche in favore del fallito, il quale, in quanto parte del processo fallimentare, è titolare del diritto alla ragionevole durata di esso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 30 Maggio 2013, n. 13605.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Interruzione dei processi in cui sia parte il curatore - Opposizione allo stato passivo - Riassunzione del giudizio nei confronti del debitore tornato "in bonis" - Possibilità - Conclusioni formulate in termini di insinuazione al passivo piuttosto che di condanna al pagamento del preteso credito - Irrilevanza - Fondamento.
Il riacquisto della capacità processuale del fallito determinato dalla chiusura (o dalla revoca) del fallimento provoca l'interruzione dei processi in cui sia parte il curatore della procedura, per cui il giudizio ex art. 98 legge fall. può essere riassunto nei confronti del debitore tornato "in bonis", o da lui proseguito, al fine di giungere all'accertamento giudiziale sull'esistenza, o meno, del credito di cui si era chiesta l'insinuazione, dovendosi ritenere irrilevante, la circostanza che le conclusioni del creditore continuino ad essere formulate in termini di ammissione al passivo, piuttosto che di condanna al pagamento dell'invocato credito, atteso che la domanda di insinuazione, inserendosi in un processo esecutivo concorsuale e tendendo all'accertamento del credito in funzione esecutiva mediante la sua collocazione sul ricavato dell'attivo fallimentare, ricomprende quella di condanna richiesta nel giudizio ordinario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 29 Maggio 2013, n. 13337.


Fallimento - Azione di riduzione - Legittimazione attiva del curatore fallimentare del legittimario - Spettanza - Fondamento.
In tema di successione necessaria, il curatore fallimentare del legittimario può esercitare azione di riduzione , in virtù della legittimazione a stare in giudizio per i rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento attribuitagli dall'art. 43 legge fall., oltre che per effetto dello spossessamento fallimentare che priva il fallito della disponibilità di suoi beni (tra i quali sono da ricomprendere i diritti patrimoniali spettanti al fallito quale legittimario). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 15 Maggio 2013, n. 11737.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Ricorso per cassazione proposto dal fallito - Ammissibilità - Esclusione - Condizioni..
È inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal fallito avverso la sentenza sfavorevole al fallimento, non impugnata dal curatore, quando il giudice delegato abbia autorizzato il curatore a non impugnare e a non proseguire il giudizio in sede di legittimità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 10 Maggio 2013, n. 11117.


Processo tributario - Interruzione del processo - Morte o perdita della capacità della parte successivamente alla notifica dell'atto di appello o durante il termine per la costituzione - Interruzione automatica del processo dal verificarsi dell'evento interruttivo..
Anche nel processo tributario la morte o la perdita della capacità della parte successivamente alla notifica dell'atto di appello e durante il termine concesso per la costituzione nel relativo giudizio comporta l'interruzione automatica del processo sin dal momento nel quale si è verificato l'evento interruttivo, indipendentemente dalla conoscenza che dell'evento abbia avuto il giudicante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Calabria, 22 Aprile 2013.


Processo tributario - Interruzione del processo - Provvedimento dichiarativo dell'interruzione - Necessità - Computo del termine per la riassunzione..
Nel processo tributario, il termine per la riassunzione del processo ininterrotto decorre sempre dal momento della dichiarazione dell'interruzione e non da quello in cui si è verificato l'evento interruttivo, con la conseguenza che la decorrenza del termine per la riassunzione richiede la pronuncia del provvedimento interruttivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Calabria, 22 Aprile 2013.


Procedimento civile - Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Principio dell'irrilevanza degli eventi interruttivi verificatisi dopo l'udienza di discussione - Attinenza - Conseguenze - Decisione pronunciata nei confronti del debitore - Opponibilità al fallimento - Configurabilità - Esclusione - Fondamento.
Il principio di irrilevanza degli eventi interruttivi verificatisi dopo la chiusura dell'udienza di discussione , attiene alla sola possibilità dell'interruzione del processo, non anche al distinto profilo della opponibilità al fallimento (o alla liquidazione coatta amministrativa) della decisione che venga comunque pronunciata nei confronti del debitore, perchè l'inopponibilità deriva dalla perdita di legittimazione processuale di questo, che si verifica automaticamente, ai sensi dell'art. 43 legge fall., per effetto della dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Aprile 2013, n. 8238.


Fallimento - Impugnazione dei crediti ammessi - Formazione dello stato passivo - Regime intermedio di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 ed anteriore al d.lgs. n. 169 del 2007 - Provvedimenti del giudice delegato - Impugnabilità da parte del fallito - Ammissibilità - Esclusione - Ragioni.
In tema di procedure concorsuali, non sussiste - anche nel regime intermedio di cui al d.lgs. n. 5 del 2006 ed anteriore al d.lgs. n. 169 del 2007 - la legittimazione del fallito ad impugnare i provvedimenti adottati dal giudice delegato in sede di formazione dello stato passivo , non solo perché privi di definitività e con efficacia meramente endoconcorsuale, ma anche per quanto disposto dall'art. 43 legge fall., che sancisce, per i rapporti patrimoniali del fallito compresi nel fallimento, la legittimazione esclusiva del curatore, nonché per l'espressa previsione di cui all'art. 98 legge fall., a tenore del quale il decreto con cui il giudice rende esecutivo lo stato passivo non è suscettibile di denunzia con rimedi diversi dalle impugnazioni tipiche ivi disciplinate, esperibili soltanto dai soggetti legittimati, tra i quali non figura il fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 25 Marzo 2013, n. 7407.


Fallimento - Contratti stipulati dal fallito - Azione proposta dal curatore fallimentare in rappresentanza di quest'ultimo per il recupero di un suo credito - Eccezione di pagamento sollevata dalla controparte - Quietanza - Dimostrazione della sua simulazione da parte del curatore - Prova testimoniale - Ammissibilità - Esclusione.
In tema di simulazione, il curatore del fallimento che agisca in rappresentanza del fallito (nella specie per ottenere il pagamento di un residuo suo credito derivante da un contratto di appalto concluso dall'imprenditore "in bonis"), e non della massa dei creditori, non può provare per testimoni la simulazione della quietanza di pagamento rilasciata dal primo alla controparte contrattuale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 22 Marzo 2013, n. 7263.


Fallimento - Appalto - Corrispettivo - Pagamento - Simulazione - Quietanza - Opponibilità al curatore del sopravvenuto fallimento dell'appaltatore - Data certa - Necessità.
In tema di simulazione, la quietanza priva di data certa non è opponibile al curatore del fallimento che agisca per il recupero del corrispondente credito sorto in favore dell'imprenditore "in bonis", assumendone la simulazione del relativo pagamento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 22 Marzo 2013, n. 7263.


Processo civile - Dichiarazione di fallimento - Interruzione automatica - Decorrenza del termine della riassunzione - Data della legale conoscenza dell'evento interruttivo - Facoltà di prova dell'evento..
In riferimento all'effetto interruttivo automatico conseguente all'apertura del fallimento ai sensi della L. Fall., art. 43, comma 3, come novellato a dal D.Lgs. n. 5 del 2006, art. 41, il termine per la riassunzione del processo decorre, secondo l'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 305 cod. proc. civ., dalla data della legale conoscenza che dell'evento interruttivo ha avuto la parte interessata alla prosecuzione; la parte che eccepisce l'estinzione per tardiva riassunzione, può comunque dimostrare che la conoscenza in forma legale dell'evento (la quale per la curatela fallimentare si estende anche alla conoscenza della pendenza del processo) si è verificata antecedentemente alla dichiarazione in giudizio dell'evento medesimo. Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 07 Marzo 2013, n. 5650.


Procedimento civile - Dichiarazione di fallimento - Interruzione del processo - Termine per la riassunzione - Decorso dalla effettiva conoscenza dell'evento interruttivo..
Qualora la causa venga dichiarata interrotta per l'intervenuto fallimento di una delle parti, il termine per la riassunzione per la parte diversa da quella dichiarata fallita o, comunque, diversa dai soggetti che hanno partecipato al procedimento per la dichiarazione di fallimento, decorre dalla data di effettiva conoscenza dell'evento interruttivo e non dal suo verificarsi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Venezia, 06 Febbraio 2013.


Quietanza rilasciata dal fallito "in bonis" - Opponibilità al fallimento - Quale confessione stragiudiziale - Esclusione - Fondamento.
Il curatore fallimentare che deduce in giudizio la simulazione della quietanza rilasciata dal fallito "in bonis" rappresenta la massa dei creditori, e non il fallito, sicché la quietanza stessa non vale, nei confronti del fallimento, come confessione stragiudiziale dell'avvenuto pagamento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Dicembre 2012, n. 23318.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Incapacità - Contenuto e limiti - Citazione del fallito notificata al curatore - Effetti..
Per effetto del fallimento l'imprenditore non perde completamente ed a tutti gli effetti la capacità di stare in giudizio, ma solo riguardo alla massa dei creditori. Ciò vuol dire che se il fallito viene convenuto in giudizio personalmente, con atto di citazione notificato al curatore, non ricorre né una causa di interruzione del processo ex art. 299 cod. proc. civ., né un'ipotesi di inesistenza della notificazione, ma solo una causa di nullità della citazione, che resta sanata nel caso di mancata impugnazione della sentenza sfavorevole al fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 13 Dicembre 2012, n. 22925.


Controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale compresi del fallimento - Interruzione automatica del processo - Incapacità del fallito - Rilevabilità d'ufficio e ad opera di soggetti diversi dal curatore - Inerzia degli organi della procedura - Autorizzazione al fallito ad agire in proprio..
L'introduzione, al terzo comma dell'articolo 43 L.F., della disposizione secondo la quale l'apertura del fallimento determina l'interruzione automatica del processo relativo a rapporti di diritto patrimoniale compresi nel fallimento, implica il carattere assoluto della incapacità del fallito e la sua rilevabilità d'ufficio anche ad opera di soggetti diversi dal curatore. Deve dunque essere necessariamente rivisto, alla luce della nuova formulazione della norma, l'orientamento che individuava in capo al fallito una sorta di legittimazione concorrente, se non surrogatoria, in caso di inerzia o disinteresse degli organi della procedura fallimentare, prospettandosi la tesi della necessità per il fallito di dotarsi, in caso di urgenza o inerzia della procedura, di una preventiva autorizzazione ad agire in proprio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Roma, 05 Dicembre 2012.


Curatore - Declaratoria di nullità di decreto di acquisizione di titoli reso dal giudice delegato ex art. 25 legge fall. e condanna del curatore alla restituzione degli stessi - Allegata risoluzione di una permuta anteriore al fallimento - Qualità di terzo del curatore convenuto - Esclusione - Fondamento - Conseguenze - Fattispecie.
Il curatore del fallimento, nei cui confronti siano proposte una domanda di nullità di un decreto di acquisizione di titoli reso dal giudice delegato ex art. 25 legge fall. ed altra di condanna alla restituzione di detti titoli, sul presupposto dell'avvenuta risoluzione per mutuo dissenso, in epoca anteriore al fallimento, di un contratto di permuta dei titoli medesimi, concluso dall'imprenditore poi fallito, non sta in giudizio in sostituzione dei creditori al fine della ricostruzione del patrimonio originario del fallito (e, dunque, nella veste processuale di terzo), bensì nella stessa posizione sostanziale e processuale che sarebbe spettata a quest'ultimo, trattandosi di azione vertente su poste passive entrate a far parte del patrimonio già prima della dichiarazione di fallimento ed indipendentemente dal dissesto, successivamente verificatosi. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha confermato la decisione censurata dal curatore, assumendo che questi, senza impugnare l'atto, ne aveva contestato gli effetti in sé, così assumendo la medesima posizione del fallito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Ottobre 2012, n. 18844.


Controversie sui rapporti di diritto patrimoniale instaurate dal fallito - Intervento adesivo del curatore - Effetti - Cessazione della legittimazione suppletiva del fallito - Esclusione - Fondamento.
Nelle controversie sui rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento, l'intervento "ad adiuvandum" spiegato dal curatore nel processo instaurato dal fallito non fa cessare la legittimazione cosiddetta vicaria o suppletiva del fallito stesso, né priva quest'ultimo della legittimazione ad impugnare la sentenza, atteso che la mera adesione all'iniziativa del fallito non vale a revocare l'originario disinteresse della curatela. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Ottobre 2012, n. 17367.


Apertura del fallimento - Interruzione del processo pendente - Riassunzione - Decorrenza del termine.

Apertura del fallimento - Interruzione del processo - Dies a quo per la riassunzione da parte del curatore - Processo litisconsortile - Riassunzione del processo ad opera delle altre parti - Riassunzione del processo ad opera del curatore - Necessità - Esclusione.
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Il provvedimento del giudice dichiarativo dell'interruzione del processo a seguito dell'apertura del fallimento, avente natura meramente ricognitiva, è privo di rilevanza ai fini della decorrenza del termine per la riassunzione. (Andrea Gibelli) (riproduzione riservata)

Qualora il processo si interrompa per effetto della dichiarazione di fallimento di una delle parti, la riassunzione tempestivamente e validamente effettuata da una delle parti con atto notificato alla curatela è sufficiente a determinare l'ulteriore corso del giudizio, essendo irrilevante la mancata riassunzione da parte della curatela qualora la stessa si sia costituita in giudizio a seguito della riassunzione ad opera delle altre parti. In proposito, va precisato che la mancata riassunzione non è equiparabile alla mancata impugnazione nel caso in cui tutte le parti abbiano tempestivamente impugnato e il processo poi interrotto sia stato comunque ritualmente riassunto da una delle parti nei confronti di tutte le altre. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova, 02 Ottobre 2012.


Controversie sui rapporti patrimoniali del fallito compresi nel fallimento - Legittimazione processuale del curatore - Spettanza - Legittimazione processuale del fallito - Eccezionale sussistenza - Fondamento - Fattispecie relativa ad intervento del fallito in appello con impugnazione autonoma.
Nelle controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito, compresi nel fallimento, sta in giudizio il curatore, ai sensi dell'art. 43, primo comma, legge fall., spettando al fallito una legittimazione processuale di tipo suppletivo soltanto nel caso di totale disinteresse degli organi fallimentari, ipotesi da escludere dunque allorché il curatore sia parte, indipendentemente dalla sua concreta condotta processuale; il fallito può svolgere attività processuale unicamente nei limiti dell'intervento ex art. 43, secondo comma, legge fall., cioè per le questioni dalle quali può dipendere un'imputazione di bancarotta a suo carico, o nei limiti dell'intervento adesivo dipendente, che comunque non gli attribuisce il diritto di impugnare la sentenza in autonomia dal curatore. (Nella specie, il soggetto, convenuto in giudizio per la risoluzione di un preliminare, era fallito nel corso del processo di primo grado, ove aveva proposto domanda riconvenzionale ex art. 2932 cod. civ. ed al medesimo era subentrato il curatore, che viceversa aveva esercitato la facoltà di sciogliersi dal contratto, con gli effetti dichiarati dal tribunale; la S.C. ha cassato la decisione di appello che, ammettendo l'intervento del fallito in sede di gravame quale esercizio di un autonomo potere di impugnazione e accogliendone la domanda di trasferimento del bene "col vincolo di legge a favore della curatela", aveva violato, alla luce del principio enunciato, il giudicato interno alla sentenza di primo grado). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Maggio 2012, n. 7448.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Formazione dello stato passivo - Impugnazione dei crediti ammessi - Formazione dello stato passivo - Provvedimenti del giudice delegato - Impugnabilità ex art. 111 Cost. su ricorso del fallito - Ammissibilità - Esclusione - Ragioni.
Non sono impugnabili dal fallito, con il ricorso per cassazione ex art. 111 Cost., i provvedimenti adottati dal giudice delegato nel subprocedimento di formazione dello stato passivo, non solo perchè privi di definitività, ma anche per l'espressa previsione dell'art. 100 legge fall., che delinea il procedimento di verifica dei crediti come interno alla procedura concorsuale, con efficacia endofallimentare dei provvedimenti conseguenti; inoltre, il difetto di legittimazione è desumibile anche dall'art. 43 legge fall., che prevede, in relazione ai rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento, la legittimazione esclusiva del curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Marzo 2012, n. 5095.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Rapporti patrimoniali compresi nel fallimento - Disinteresse od inerzia degli organi fallimentari - Eccezionale legittimazione suppletiva del fallito - Condizioni - Valutazione negativa della convenienza del giudizio ad opera degli organi fallimentari - Rilevanza - Limiti - Espresso riconoscimento della facoltà del fallito di agire in proprio - Sufficienza ai fini della legittimazione - Fattispecie.
In tema di cosiddetta eccezionale legittimazione processuale suppletiva del fallito relativamente a rapporti patrimoniali compresi nel fallimento per il caso di disinteresse od inerzia degli organi fallimentari, la negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia è sufficiente ad escludere detta legittimazione, allorquando venga espressa con riguardo ad una controversia della quale il fallimento sia stato parte, poiché, in tal caso, è inconcepibile una sovrapposizione di ruoli fra fallimento e fallito, mentre non lo è allorquando si tratti di una controversia alla quale il fallimento sia rimasto del tutto estraneo, ed in particolare quando alla negativa valutazione si accompagni l'espresso riconoscimento della facoltà del fallito di provvedere in proprio e con suo onere. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha dichiarato infondata l'eccezione di inammissibilità del ricorso per cassazione proposto dalle fallite in proprio, a tanto facoltizzate dal giudice delegato, avverso sentenza di cui era parte la curatela del fallimento, la quale aveva deciso di non proporre impugnazione e di prestare acquiescenza alla pronuncia). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 20 Marzo 2012, n. 4448.


Esecuzione forzata - Ordinanza di assegnazione in favore del creditore procedente fallito - Opposizione del debitore - Carenza di interesse - Fondamento.
In tema di esecuzione mobiliare presso terzi, il debitore esecutato che non possa più, anche per ragioni di rito, contestare l'esistenza del proprio debito, non ha interesse a dolersi dell'ordinanza di assegnazione di un suo credito in favore di un suo creditore, anche se quest'ultimo abbia intrapreso l'espropriazione mobiliare presso terzi dopo la dichiarazione del fallimento, ove il provvedimento di assegnazione specifichi che il pagamento deve essere effettuato agli organi della curatela, atteso che la normativa sull'incapacità processuale del fallito è dettata nell'esclusivo interesse della massa e non del singolo debitore del fallito medesimo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Gennaio 2012, n. 694.


Legittimazione processuale del fallito - Spossessamento fallimentare - Coincidenza - Fondo patrimoniale - Acquisizione al fallimento - Esclusione - Revocatoria ordinaria del fondo - Legittimazione processuale del fallito - Sussistenza.
Ai sensi dell'articolo 43 della legge fallimentare, la perdita della legittimazione processuale del fallito coincide con l'ambito dello spossessamento fallimentare e, pertanto, poiché i rapporti relativi alla costituzione di un fondo patrimoniale non sono compresi nel fallimento (trattandosi di beni che, pur appartenendo al fallito, rappresentano un patrimonio separato, destinato al soddisfacimento di specifici scopi che prevalgono sulla funzione di garanzia per la generalità dei creditori), permane rispetto a essi la legittimazione del debitore. Sussiste, pertanto, la legittimazione processuale del fallito nel giudizio avente a oggetto la revocatoria ordinaria del fondo patrimoniale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Ottobre 2011, n. 21494.


Fallimento - Effetti - Rapporti processuali - Posizione di terzo del curatore - Esercizio di diritti e di azioni compresi nel fallimento - Esplosione..
Per quanto attiene agli oneri probatori, va precisato che il curatore si colloca nella posizione di terzo solo quando fa valere la pretesa espropriativa e, quindi, quando contesta l'opponibilità di un atto di disposizione anteriore al fallimento, quando impugna un atto simulato, un atto pregiudizievole creditori ed altresì quando si oppone a pretese di terzi volte ad escludere dall'esecuzione concorsuale beni acquisiti al fallimento. Quando, invece, il curatore esercita diritti ed azioni compresi nel fallimento, egli si sostituisce al debitore fallito e si colloca nella sua stessa posizione restando, quindi, soggetto agli ordinari principi che regolano l'onere probatorio nei casi in cui svolga contro un terzo pretese creditorie vantate dal fallito allorché era ancora in bonis. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 21 Settembre 2011.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Omologazione (giudizio di) - In genere - Sentenza di omologazione passata in giudicato - Effetti - Decadenza degli organi fallimentari - Limiti - Procedimento pendente ex art. 26 l.f. - Perdurante "vis attractiva" del tribunale fallimentare - Sussistenza - Provvedimenti del giudice delegato - Impugnazione da parte dell'assuntore - Ammissibilità - Fondamento.
La chiusura della procedura di fallimento per effetto del passaggio in giudicato della sentenza di omologazione del concordato fallimentare, ancorchè possa comportare l'assunzione dei relativi obblighi da parte di un terzo, non incide di per sè sul procedimento pendente ex art.26 legge fall., in tema di reclamo avverso i provvedimenti del giudice delegato di liquidazione di compensi al CTU ed al legale della curatela, nè priva il curatore della legittimazione processuale - nella specie, passiva - atteso che tale concordato, fino a quando non sia interamente eseguito e salvo il caso in cui preveda l'immediata liberazione del debitore, non determina la decadenza degli organi fallimentari, i quali rimangono in carica, per il buon fine del concordato medesimo; ne consegue che la "vis attractiva" del tribunale fallimentare, e non del giudice ordinario, continua a permettere il sindacato degli atti emanati nel corso della procedura giurisdizionale, con l'impugnativa promuovibile dal citato assuntore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Luglio 2011, n. 16040.


Responsabilità delle agenzie di rating – Emissione di obbligazioni Parmalat – Legittimazione del curatore fallimentare – Danno al patrimonio della società..
Il provvedimento viene pubblicato in anteprima in attesa che ne venga completata la redazione delle massime. Tribunale Milano, 01 Luglio 2011.


Fallimento – Revoca – Effetti del fallimento sui rapporti processuali in corso – Difetto di legittimazione processuale del curatore – Prosecuzione ex latere fallimento..
Con la revoca del fallimento, si verifica - diversamente da quel che accade con la dichiarazione dl fallimento - la perdita della legittimazione processuale del curatore, con conseguente applicazione dell'articolo 300 c.p.c., salva la possibilità per il debitore di proseguire o riassumere laddove siano stati interrotti quei giudizi che avrebbero potuto essere promossi anche prima del fallimento e a prescindere da quest’ultimo. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 12 Maggio 2011.


Fallimento – Revoca – Istanze restitutore – Riassunzione..
Le istanze restitutorie dei creditori e dei terzi, in caso di revoca del fallimento, non posso essere esaminate dal Tribunale Fallimentare, ma devono essere riassunte nelle alle sedi ordinariamente competenti, nei confronti dell’ex fallito, poiché le somme ed i beni residui rientrano nel patrimonio dello stesso. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 12 Maggio 2011.


Azione revocatoria ordinaria - Dichiarazione di fallimento successiva alla proposizione dell'azione revocatoria - Subentro del curatore fallimentare - Esclusività del diritto di proseguire il giudizio - Sussistenza - Limiti - Giudizio che coinvolge anche un terzo - Legittimazione del creditore originario - Permanenza - Fondamento.
Il principio secondo cui, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento dopo la proposizione dell'azione revocatoria ordinaria, ove il curatore subentri nel giudizio, ai sensi dell'art. 66 della legge fallimentare, vengono meno la legittimazione e l'interesse ad agire dell'attore originario, opera solo quando si tratti di azione revocatoria ordinaria proposta esclusivamente nei confronti del debitore poi fallito; ne consegue che, qualora l'originaria domanda sia stata proposta anche nei confronti di un terzo, rispetto al quale la curatela fallimentare non vanta alcuna pretesa, il creditore che ha introdotto il giudizio è legittimato a riassumerlo dopo l'interruzione conseguente alla dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 19 Aprile 2011, n. 8984.


Fallimento - Incapacità del fallito - Incapacità relativa - Creditore estraneo alla procedura concorsuale che agisca contro il fallito personalmente - Interesse ad agire - Sussistenza - Interesse del fallito a resistere - Efficacia ed esecutività dopo la chiusura del fallimento..
L'incapacità del fallito non è assoluta ma, in relazione alle finalità per le quali è prevista, relativa, tanto che il suo rilievo è rimesso all'iniziativa degli organi della massa dei creditori, nell'interesse di quali è prevista ed ai quali soltanto è così concesso eccepirla. Pertanto, il creditore che si mantenga estraneo alla procedura concorsuale ben può agire contro il fallito per ottenere un provvedimento che, pur non essendo opponibile al momento alla massa dei creditori, diviene eseguibile quando il debitore sia ritornato in bonis; ne consegue che, se il fallito non si difende a seguito della notifica del decreto ingiuntivo da parte di un creditore per un credito estraneo alla massa, il provvedimento, decorsi i termini di opposizione, diviene definitivo ed acquista esecutività dopo la chiusura del fallimento. Deve quindi ritenersi: da un lato, possibile per il creditore agire contro il suo debitore in proprio, anche quando sia fallito, potendo egli conseguire un titolo per la tutela post fallimentare delle sue ragioni di credito; dall'altro, necessario per il debitore fallito, destinatario di un'ingiunzione in proprio, opporsi in tale qualità nell'inerzia (del resto comprensibile, per l'inopponibilità alla massa di quel titolo) alla curatela. Sulla scorta di questi principi, deve concludersi nel senso che, spettando comunque al fallito una limitata capacità processuale, egli ha l'onere di proporre opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, verificandosi, in mancanza, anche nei suoi confronti l'effetto della definitività del decreto monitorio stesso. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 24 Marzo 2011.


Società di persone - Ingiunzione di pagamento nei confronti della società - Efficacia nei confronti dei soci - Sussistenza - Onere dei soci di proporre opposizione - Prescrizione - Sospensione per la durata del fallimento..
Il decreto ingiuntivo pronunciato nei confronti di una società in nome collettivo estende i suoi effetti anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili e, pertanto, ciascuno di questi ha l'onere di proporvi opposizione, con la conseguenza che, in mancanza, il monitorio stesso diviene definitivo anche nei confronti del socio e questi non può opporre l'eventuale prescrizione maturata in precedenza. Per l'interruzione della prescrizione, la quale resta sospesa per tutta la durata della procedura fallimentare anche se revocata, rileva la domanda di insinuazione al passivo fallimentare e non anche il successivo eventuale provvedimento di ammissione al medesimo. Spetta al fallito una limitata capacità processuale e, pertanto, egli ha l'onere di proporre opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso nei suoi confronti, verificandosi, in mancanza, anche nei suoi confronti, l'effetto della definitività del monitorio stesso. (Stefania Piacentini) Cassazione civile, sez. III, 24 Marzo 2011.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Rilevabilità d'ufficio - Condizioni - Fattispecie in tema di processo tributario.
La perdita della capacità processuale del fallito, conseguente alla dichiarazione di fallimento, relativamente ai rapporti di pertinenza fallimentare, essendo posta a tutela della massa dei creditori, ha carattere relativo e può essere eccepita dal solo curatore, salvo che la curatela abbia dimostrato il suo interesse per il rapporto dedotto in lite, nel qual caso il difetto di legittimazione processuale del fallito assume carattere assoluto ed è perciò opponibile da chiunque e rilevabile anche d'ufficio. (In applicazione del principio, la S.C. ha ritenuto ammissibile la proposizione del ricorso per cassazione da parte del fallito avverso sentenza della Commissione tributaria regionale, in un caso in cui la curatela aveva partecipato ai due gradi di giudizio di merito ma non aveva ritenuto di impugnare la decisione emessa dalla Commissione tributaria regionale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 09 Marzo 2011, n. 5571.


Procedimento civile - Interruzione automatica del processo per fallimento di parte costituita - Decorrenza del termine per la riassunzione del processo, ad opera della curatela fallimentare, dalla data di pubblicazione della sentenza dichiarativa del fallimento, anziché dalla data di effettiva conoscenza della pendenza del giudizio o della sua dichiarata interruzione - Interruzione del processo - Effetti - Termine per la riassunzione - Decorrenza dalla conoscenza legale dell'evento interruttivo..
Il termine perentorio per la riassunzione del processo ai sensi dell’art. 305 c.p.c. decorre – nei confronti della curatela – dalla data di pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento, giacché da tale momento la parte fallita ha conoscenza legale dell’evento interruttivo. (Alberto Anelli) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 08 Marzo 2011.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Eccezione della controparte o rilievo di ufficio - Ammissibilità - Esclusione - Conseguenze - Inefficacia di acquisto immobiliare per revocabilità dell'atto ex art. 67 legge fall. - Omessa instaurazione del rapporto processuale nei confronti del curatore del terzo subacquirente - Inopponibilità della pronuncia - Fondamento.
La perdita della capacità processuale del fallito, a seguito della dichiarazione di fallimento, non è assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto - e per essa al curatore - è consentito eccepirla, con la conseguenza che, se il curatore rimane inerte e il fallito agisce per proprio conto, la controparte non è legittimata a proporre l'eccezione, nè il giudice può rilevare d'ufficio il difetto di capacità, e il processo continua validamente tra le parti originarie, tra le quali soltanto avrà efficacia la sentenza finale (salva la facoltà del curatore di profittare dell'eventuale risultato utile del giudizio in forza del sistema di cui agli artt. 42 e 44 legge fall.); pertanto, nel caso di pronuncia di revocatoria ex art. 67 legge fall. della vendita, effettuata da società poi fallita nei confronti di altra società, con rivendita del bene ad ulteriore società, a sua volta dichiarata fallita e rimasta contumace, come curatela, senza comunicazione in giudizio del fallimento nè interruzione ex art. 300 cod. proc. civ., la predetta sentenza deve intendersi resa nei confronti dei soggetti originariamente convenuti, non esplicando effetto nei confronti del curatore del fallimento della società subacquirente. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Marzo 2011, n. 5226.


Fallimento – Sopravvenuto fallimento di una delle parti in causa – Interruzione automatica del processo pendente – Non indispensabilità della dichiarazione da parte del difensore/ notificazione dell’evento interruttivo..
Ai fini dell’interruzione automatica del processo in cui è parte in causa il fallito, ex art. 43 comma 3, l.f., non è necessaria la dichiarazione da parte del procuratore  o la notificazione dell’evento interruttivo alle controparti, qualora detto evento sia notificato o certificato dall’ufficiale giudiziario nella relazione di notificazione di uno dei provvedimenti di cui all’art. 292, c.p.c.. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 21 Febbraio 2011.


Fallimento – Sopravvenuto fallimento di una delle parti in causa – Interruzione automatica – Provvedimento dichiarativo dell’interruzione – Necessità..
L’automatismo dell’interruzione prevista dall’art. 43, comma 3, l.f., non esclude che il giudice debba comunque provvedere a dichiarare interruzione, poiché la ricostituzione del contradditorio (per spontanea costituzione di coloro ai quali spetta di proseguire il giudizio o di loro citazione in riassunzione) non impedisce il verificarsi dell’interruzione del giudizio stesso. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 21 Febbraio 2011.


Fallimento – Sopravvenuto fallimento di una delle parti in causa – Interruzione automatica – Pronuncia dichiarativa svincolata dall’udienza – Decorrenza dell’evento interruttivo..
La dichiarazione con efficacia ricognitiva di cui all’art. 43, comma 3, l.fall. non necessariamente deve essere effettuata in udienza e, dunque, il giudice non deve attendere quella eventualmente già fissata per dichiarare l’interruzione del giudizio a causa dell’intervenuto fallimento di una delle parti. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 21 Febbraio 2011.


Fallimento – Sopravvenuto fallimento di una delle parti in causa – Interruzione automatica – Disciplina applicabile – Parte colpita dall’evento interruttivo (fallimento) contumace..
Nella nuova fattispecie di interruzione automatica a seguito dell’intervenuta dichiarazione di fallimento ex art. 43, comma 3, l. fall., deve trovare applicazione analogica non già la disciplina prevista nell’art. 300, comma 4, c.p.c., ma quella dettata per le ipotesi di interruzione automatica dell’art. 299, c.p.c., e anche nell'ipotesi in cui la parte fallita sia contumace. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 21 Febbraio 2011.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Beni del fallito - Beni non compresi - Riduzione della capacità lavorativa specifica - Danno patrimoniale - Riconducibilità - Danno da perdita della capacità di guadagno futura - Somme riconosciute a tale titolo - Massa attiva del fallimento - Ricomprensione - Sussistenza - Fondamento.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Assuntore - Azione di risarcimento danni proposta dal curatore fallimentare - Sinistro stradale verificatosi in epoca antecedente la dichiarazione di fallimento - Azione facente parte del patrimonio del fallito - Configurabilità - Identità di posizione processuale - Sussistenza - Concordato fallimentare - Assuntore - Posizione processuale identica a quella del curatore fallimentare.
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La menomazione della capacità lavorativa specifica, configurando un pregiudizio patrimoniale, deve essere ricondotta nell'ambito del danno patrimoniale e non del danno biologico; ne consegue che le somme riconosciute a titolo di danno da perdita della capacità di guadagno futuro, integrando un danno patrimoniale, rientrano nella massa attiva del fallimento e devono essere in questa ricomprese, non potendo essere sussunte nelle fattispecie di cui all'art. 46, primo comma, nn. 1) e 2), della legge fallimentare. (massima ufficiale)

Il curatore del fallimento che proponga domanda giudiziale di risarcimento dei danni conseguenti ad un sinistro stradale verificatosi, in danno del fallito, in epoca antecedente al fallimento, non agisce in sostituzione dei creditori al fine della ricostruzione del patrimonio originario del fallito stesso, e cioè nella veste di terzo, ma esercita un'azione rinvenuta nel patrimonio di quest'ultimo, come suo avente causa, ponendosi, conseguentemente, nella sua stessa posizione sostanziale e processuale; ne consegue che, in caso di chiusura del fallimento per concordato, l'eventuale assuntore del concordato fallimentare che prosegua il giudizio iniziato dal curatore viene a trovarsi nella medesima posizione processuale di quest'ultimo. (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. III, 27 Gennaio 2011, n. 1879.


Fallimento - Interruzione del processo - Effetti - Termine per la riassunzione - Decorrenza dalla conoscenza legale dell'evento interruttivo..
Il termine per la riassunzione del processo interrotto ai sensi dell'articolo 43, comma 3, legge fallimentare, il quale prevede che l'apertura del fallimento determina l'interruzione del processo, decorre dal giorno in cui l'evento interruttivo è venuto a conoscenza del curatore quale parte interessata alla riassunzione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Bari, 14 Dicembre 2010.


Fallimento della società - Interruzione del Processo - Rilevabilità d’Ufficio - Art. 43 Legge Fall. come modificato dall’art. 41 d.lgs. 5/2006 - Sulla base di mera intervenuta notizia - Sussiste..
L’interruzione del processo in caso di fallimento della società è sottoposta al regime della rilevabilità d’ufficio, alla luce della modifica introdotta dall’art. 41 Dlgs n 5/2006, che ha previsto, al terzo comma dell’art. 43, legge fallimentare, che: ”l’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo”. Tale disposizione, invero, ha introdotto un regime speciale per la causa interruttiva del fallimento perché ha determinato il venire meno della distinzione tra giudizi in cui la costituzione intervenga prima della data del fallimento e quelli in cui la costituzione non sia intervenuta, derogando alle disposizioni di cui agli artt. 299 e 300 c.p.c., che prevedono, nella seconda ipotesi, di mancanza di costituzione, l’interruzione automatica e nella prima l’interruzione solo a seguito di dichiarazione del procuratore della parte nei cui confronti si è verificata la causa interruttiva. Nel caso di fallimento, quindi, il vigente art. 43, legge fallimentare, prevede l’interruzione automatica del giudizio, rilevabile anche d’ufficio, senza che siano necessarie particolari formalità e dunque anche a seguito della semplice acquisizione della notizia dell’intervenuto fallimento. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Monza, 27 Novembre 2010.


Fallimento della società - Interruzione del Processo - Rilevabilità d’ufficio- Art. 43 Legge Fall. come modificato dall’art. 41 d.lgs. 5/2006 - Sulla base di mera intervenuta notizia - Sussiste..
Per effetto del terzo comma dell’art. 43, legge fallimentare, introdotto dall’art. 41 D.lgs. n 5/2006, l’apertura del fallimento della parte opera come evento interruttivo automaticamente ed indipendentemente dalla dichiarazione del difensore. (Nunzio Salice) (riproduzione riservata) Appello Firenze, 01 Ottobre 2010.


Procedimento civile - Interruzione del processo - In genere - Rappresentanza legale del minore - Raggiungimento della maggiore età - Successiva dichiarazione di fallimento - Interruzione del processo - Sua prosecuzione da parte del curatore fallimentare - Notifica dell'atto di riassunzione al genitore del minore ed al fallito - Necessità - Esclusione - Fondamento. .
In tema di processo instaurato dal minore legalmente rappresentato dal genitore esercente la potestà parentale, al raggiungimento della maggiore età da parte del rappresentato che venga successivamente dichiarato fallito, con conseguente interruzione del procedimento, l'iniziativa del curatore fallimentare che intenda riassumere il predetto processo non necessità di essere promossa con atto di riassunzione nè nei confronti del genitore (che ha perso la rappresentanza processuale e non è perciò contraddittore necessario), nè nei confronti del fallito (la cui capacità processuale è relativa, in quanto subordinata all'eventuale inerzia del curatore, cui spetta la legittimazione a far valere gli interessi della massa). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Settembre 2010, n. 20285.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento – Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Sentenza pronunziata nei confronti del curatore e da questi non impugnata - Ricorso per cassazione proposto dal legale rappresentante della società fallita - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento..
È inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal legale rappresentante di una società fallita contro una sentenza pronunciata nei confronti del curatore del fallimento e da costui non impugnata, in quanto il fallito, privato dalla legge della disponibilità dei beni e della capacità di stare in giudizio nelle controversie relative, non può sovrapporre la propria volontà a quella contraria del curatore (nella specie, peraltro, espressamente dispensato dall'impugnazione con decreto del giudice delegato), al quale la legge, invece, espressamente affida, sotto la sorveglianza del giudice delegato e del tribunale fallimentare, la gestione dei rapporti dedotti in giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 17 Giugno 2010, n. 14624.


Fallimento – Curatore – Azione di simulazione – Sostituzione processuale..
Il curatore che agisce in simulazione, per fare accertare il carattere simulato di un contratto posto in essere dal fallito, non si pone quale mero sostituto processuale del fallito medesimo, ma esercita, come quando agisce in revocatoria, un'azione concessa dall'ordinamento ai terzi, - e tra questi i creditori del fallito -, per far valere la simulazione che pregiudica i loro diritti (art. 1415, 2 co., cod. civ.). (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Nola, 01 Febbraio 2010.


Fallimento – Azione di simulazione – Sostituzione processuale – Legittimazione “cumulata” del curatore..
L’azione diretta all’accertamento del carattere simulato di un contratto posto in essere dal fallito, dopo la dichiarazione di fallimento, in quanto strumentale all'esercizio di azioni esecutive, può essere iniziata o proseguita soltanto dal curatore (art. 51 l. fall.). Pertanto, il curatore, nel giudizio in cui esercita l'azione di simulazione compresa nel patrimonio del contraente poi fallito, cumula la legittimazione già spettante al fallito (art. 43 l. fall.) con quella già spettante ai creditori. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Nola, 01 Febbraio 2010.


Procedimento civile – Interruzione automatica del processo per fallimento di parte costituita – Decorrenza del termine per la riassunzione del processo, ad opera di parte diversa da quella dichiarata fallita, dalla data dell'interruzione per intervenuta dichiarazione di apertura di fallimento, anziché dalla data di effettiva conoscenza dell'evento interruttivo – Asserita disparità di trattamento nonché violazione del diritto di difesa e del principio di parità delle parti processuali – Esclusione. (07/06/2010) .
Non è fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 305 cod. proc. civ., impugnato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, comma secondo, Cost., nella parte in cui fa decorrere dalla data dell'interruzione del processo per intervenuta dichiarazione di apertura di fallimento ex art. 43, comma terzo, della legge fallimentare, e non dalla data di effettiva conoscenza dell'evento interruttivo, il termine per la riassunzione del processo ad opera di parte diversa da quella dichiarata fallita. Posto che nessuna norma può essere ritenuta costituzionalmente illegittima ove possa essere interpretata in senso conforme alla Costituzione, nell’ipotesi in questione, si deve ritenere che il termine per la riassunzione o per la prosecuzione del processo civile interrotto debba decorrere dalla data di effettiva conoscenza dell'evento interruttivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 21 Gennaio 2010, n. 71.


Interruzione del processo per fallimento di uno dei convenuti – Riassunzione solo contro i convenuti non falliti – Necessità della notifica dell’atto di riassunzione pure nei confronti della parte fallita – Non sussiste – cd. Riassunzione Parziale – Condizioni..
E’ ammissibile la riassunzione parziale pur laddove sia stato interrotto il processo in toto per fallimento di una delle parti convenute, poi non rievocata in giudizio dall’attore. (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata) Tribunale Varese, 12 Dicembre 2009.


Processo – Interruzione – Dichiarazione di fallimento – Effetto immediato – Riassunzione – Decorso del termine – Dichiarazione in udienza. .
La modifica dell’art. 43 della legge fallimentare, introdotta dal d.lgs. n. 5/2006 secondo la quale “L’apertura del fallimento determina l’interruzione del processo” deve essere interpretata nel senso che pur ammettendo l’immediato prodursi dell’interruzione del processo per effetto della dichiarazione di fallimento, ugualmente il termine per la sua riassunzione decorre dal momento in cui la parte interessata ne ha avuto conoscenza nel processo. (Nel caso di specie, l'intervenuto fallimento era stato dichiarato in udienza dal procuratore del fallito). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Catania, 22 Ottobre 2009.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Locazione - Contratto relativo ad immobile destinato ad abitazione del fallito e della sua famiglia - Assoggettabilità al fallimento - Esclusione - Conseguenze - Azione di ripetizione promossa dal fallito per l'eccedenza dei canoni pagati - Legittimazione - Sussistenza - Condizioni - Fattispecie..
La locazione, quando abbia ad oggetto un immobile destinato esclusivamente ad abitazione propria del fallito e della sua famiglia, non integra un rapporto di diritto patrimoniale compreso nel fallimento del conduttore, secondo la previsione dell'art. 43 legge fall., ma un rapporto di natura strettamente personale, ai sensi dell'art. 46 n. 1 del citato testo di legge, rivolto al soddisfacimento di un'esigenza primaria di vita, il quale è indifferente per il fallimento e resta correlativamente sottratto al potere di recesso del curatore; ne consegue che il conduttore fallito è da considerarsi legittimato all'esercizio, ex art. 79 della legge n. 392 del 1978, dell'azione di ripetizione dell'eccedenza dei canoni convenzionali pagati rispetto a quelli dovuti, la cui relativa somma non può, peraltro, ritenersi acquisita al fallimento stesso prima che la suddetta azione sfoci in una sentenza di condanna del locatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 29 Settembre 2009, n. 20804.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Avviso di accertamento relativo ad imposte sui redditi - Notifica a società in accomandita semplice - Intervenuta cessazione dell'attività senza liquidazione - Conseguenze - Impugnazione - Legittimazione del socio accomandatario - Sussistenza - Intervenuta dichiarazione di fallimento in proprio - Irrilevanza - Fondamento.

Tributi (in generale) - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - Procedimento di primo grado - Ricorso introduttivo - In genere - Avviso di accertamento relativo ad imposte sui redditi - Notifica a società in accomandita semplice - Intervenuta cessazione dell'attività senza liquidazione - Conseguenze - Impugnazione - Legittimazione del socio accomandatario - Sussistenza - Intervenuta dichiarazione di fallimento in proprio - Irrilevanza - Fondamento.
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Nel caso in cui un avviso di accertamento relativo ad imposte sui redditi sia notificato ad una società in accomandita semplice che abbia cessato l'attività senza fase di liquidazione, e quindi senza nomina di un liquidatore, la legittimazione all'impugnazione può essere riconosciuta al socio accomandatario, in via eccezionale, anche se quest'ultimo sia stato dichiarato fallito in proprio, dovendo ritenersi - alla luce di un'interpretazione sistematica dell'art. 43 della legge fall. e dell'art. 10 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, conforme ai principi costituzionali del diritto alla tutela giurisdizionale ed alla difesa - che egli conservi la rappresentanza legale della società, non essendo individuabile in tempo utile alcun soggetto in grado di rappresentarla in giudizio, e non potendo negarsi il suo interesse all'impugnazione, avuto riguardo alla necessaria ricaduta degli esiti dell'accertamento a suo carico ed a carico degli altri soci, ai sensi dell'art. 5 del d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 25 Giugno 2009, n. 14980.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - In genere - Quietanza - Azione di simulazione del curatore - Prova per presunzioni della mancanza del pagamento - Condizioni.

Contratti in genere - Simulazione - Prova - Presunzioni - Quietanza - Azione di simulazione del curatore - Prova per presunzioni della mancanza del pagamento - Condizioni.
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Il curatore fallimentare che agisca per la dichiarazione di simulazione di una quietanza di pagamento, al fine di recuperare il relativo importo al fallimento, può validamente dimostrare l'assenza dell'effettivo versamento della somma in contanti attraverso il collegamento tra presunzioni concordanti, quali l'assoluta mancanza di plausibilità dell'allegazione, in quanto riferita ad un importo assoggettato per la sua ingente entità ai divieti della normativa antiriciclaggio e alla conseguente necessità di una traccia documentale dell'effettivo versamento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Maggio 2009, n. 11144.


Fallimento – Processo civile – Interruzione – Effetto dell’evento interruttivo – Riassunzione – Decorrenza. .
L’art. 43 legge fallimentare, nella nuova formulazione ad opera dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, che disciplina l’interruzione del processo per effetto della dichiarazione di fallimento, deve essere interpretato nel senso che l’interruzione opera di diritto dal momento dell’apertura del fallimento e non da quello della dichiarazione che in udienza ne faccia il procuratore. Questione diversa dal fatto interruttivo è però la decorrenza del termine per la riassunzione del processo, termine che, anche in tale fattispecie, si deve ritenere debba decorrere dal momento in cui la parte interessata alla riassunzione venga a conoscenza dell’evento interruttivo. (Nel caso di specie, Il Tribunale ha ritenuto che il termine per la riassunzione del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo interrotto a seguito del fallimento di una delle parti decorra dalla conoscenza legale dell’evento interruttivo ossia dal momento in cui il procuratore dell’imprenditore avvisa il curatore o in occasione della prima udienza utile per iniziativa del procuratore nei cui confronti l’evento si è verificato). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 10 Febbraio 2009.


Tributi (in generale) - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - Procedimento di primo grado - Termini per ricorrere - Decorrenza - In genere - Avviso di accertamento tributario inerente a crediti antecedenti al fallimento - Notifica al solo curatore - Omessa impugnazione - Legittimazione del fallito - Fondamento - Fattispecie.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Avviso di accertamento tributario inerente a crediti antecedenti al fallimento - Notifica anche al fallito - Necessità - Fondamento - Fattispecie.
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L'accertamento tributario, se inerente a crediti i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo d'imposta in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato non solo al curatore - in ragione della partecipazione di detti crediti al concorso fallimentare, o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione delle attività e dei beni acquisiti al fallimento - ma anche al contribuente, il quale non è privato, a seguito della dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario e resta esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, che conseguono alla definitività dell'atto impositivo; ne consegue che il fallito, nell'inerzia degli organi fallimentari ed a prescindere dalla valutazione da essi compiuta sul predetto accertamento, è eccezionalmente abilitato ad esercitare egli stesso tale tutela, una volta che abbia piena cognizione anche dei motivi della pretesa tributaria. (In base a detto principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, che da un lato aveva negato la legittimazione dei ricorrenti e dall'altro lato aveva fatto decorrere, per i contribuenti non destinatari dell'avviso di accertamento, il termine per proporre il ricorso sin dalla verifica dello stato passivo, anzichè, semmai, dalla trasmissione ai medesimi dell'intera documentazione relativa alle pretese erariali). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 06 Febbraio 2009, n. 2910.


Domande principali di nullità e di garanzia proposte da curatore fallimentare - Domanda subordinata di revocatoria ordinaria - Irrilevanza della domanda subordinata - Clausole di proroga di competenza in favore di giudice straniero nei contratti cui si riferiscono le domande principali - Opponibilità al curatore - Condizioni - Azioni non dipendenti dal fallimento - Configurabilità - Connessione con domande avanzate nei confronti di società italiana - Esclusione.
Con riferimento alle domande volte a far dichiarare in via principale la nullità di un contratto e a far valere la garanzia per vizi di un contratto di appalto - non rilevando ai fini della giurisdizione la domanda di revocatoria ordinaria proposta in via subordinata - proposte dal curatore di un fallimento dichiarato in Italia nei confronti di una società francese, la giurisdizione è del giudice francese sulla base delle clausole di attribuzione esclusiva della competenza in favore delle corti francesi contenute nei contratti ai quali le domande si riferiscono (art. 23 Regolamento CE n. 44 del 2000); clausole opponibili alla curatela, trattandosi di azioni facenti capo alla società fallita nella cui posizione la curatela subentra (art. 42 legge fall.) e non di azioni derivanti dal fallimento per le quali avrebbe operato il criterio di collegamento della Convenzione di Bruxelles del 1968 (resa esecutiva con legge n. 804 del 1971, ora sostituita con il suddetto Regolamento); né rileva la contestuale citazione in giudizio di una società avente sede in Italia, non presentando le domande avanzate nei confronti di questa elementi di connessione (art. 6 del Regolamento cit.) con quelle avanzate nei confronti della società francese. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 Aprile 2008, n. 9745.


Procedimento Civile – Interruzione del processo – Morte o perdita della capacità processuale della parte costituita – Dichiarazione del suo procuratore in udienza o notificazione dell'evento alle altre parti – Effetto – Conseguente interruzione automatica del processo – Termine semestrale per la riassunzione – Decorrenza dal momento della sopravvenuta dichiarazione in udienza o dalla notificazione dell'evento da parte del suddetto procuratore alle altre parti – Sussistenza – Provvedimento giudiziale dichiarativo della intervenuta interruzione – Incidenza sullo spostamento della decorrenza del termine per la riassunzione – Esclusione. .
L'evento della morte o della perdita della capacità processuale della parte costituita che sia dichiarato in udienza o notificato alle altre parti dal procuratore della stessa parte colpita da uno di detti eventi produce, ai sensi dell'art. 300, comma secondo, cod. proc. civ., l'effetto automatico dell'interruzione del processo dal momento di tale dichiarazione o notificazione e il conseguente termine per la riassunzione, in tale ipotesi, come previsto in generale dall'art. 305 cod. proc. civ., decorre dal momento in cui interviene la dichiarazione del procuratore o la notificazione dell'evento, ad opera dello stesso, nei confronti delle altre parti, senza che abbia alcuna efficacia, a tal fine, il momento nel quale venga adottato e conosciuto il provvedimento giudiziale dichiarativo dell'intervenuta interruzione (avente natura meramente ricognitiva) pronunziato successivamente e senza che tale disciplina incida negativamente sul diritto di difesa delle parti. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione Sez. Un. Civili, 20 Marzo 2008, n. 7443.


Revocatoria ordinaria - Proposizione dell'azione da parte del creditore individuale - Successivo fallimento del debitore - Legittimazione del curatore - Sussistenza - Mancata costituzione in giudizio - Legittimazione del creditore alla prosecuzione dell'azione - Effetti - Inefficacia dell'atto di disposizione patrimoniale - Conseguente configurabilità del diritto alla soddisfazione del credito mediante espropriazione forzata individuale.
L'azione revocatoria ordinaria può essere validamente proseguita dal singolo creditore, anche dopo il fallimento del debitore, in quanto la sopravvenuta legittimazione del curatore non ha carattere esclusivo e non determina l'improseguibilità dell'azione individuale. Pertanto, in caso di sopravvenuto fallimento del debitore dopo la sentenza di primo grado e di mancata costituzione del curatore nel giudizio d'appello, il creditore può, comunque, ottenere la declaratoria d'inefficacia dell'atto di disposizione patrimoniale e soddisfare il proprio credito mediante l'espropriazione forzata del bene oggetto della pronuncia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 28 Febbraio 2008, n. 5272.


Domanda tardiva di ammissione al passivo - Rigetto - Appello - Revoca del fallimento - Interruzione del giudizio - Riassunzione nei confronti dei soci già falliti - Domanda di accertamento del credito e di condanna al pagamento - Diversità tra le due domande - Non sussistenza - Fattispecie.
In tema di riassunzione, da parte del creditore, del giudizio di appello interposto avverso la sentenza di rigetto della originaria domanda di insinuazione tardiva al passivo fallimentare, dopo la sua interruzione per effetto della revoca del fallimento, la domanda con cui si chiede l'accertamento del credito verso i soci già falliti tornati "in bonis" e la condanna degli stessi anche al pagamento di quanto dovuto non riveste carattere di novità rispetto all'azione originariamente dedotta, trattandosi per entrambe di espressioni processuali diverse di un giudizio unico; infatti anche la domanda di insinuazione al passivo tende all'accertamento del credito e la sua deduzione in funzione esecutiva mira solo ad assicurarne, nel concorso con gli altri creditori, la collocazione utile. Così la revoca del fallimento importa, quale effetto proprio della interruzione del processo in cui era parte il curatore, il riacquisto della capacità processuale del fallito che può (o nei cui confronti appare ammissibile) promuovere la prosecuzione della medesima controversia (con salvezza degli atti legalmente compiuti dagli organi fallimentari ex art. 21 legge fall.), non potendo assumersi una generale diversità di regime probatorio, caratteristica attinente ai soli giudizi che presuppongono la esistenza stessa di una procedura fallimentare e riguardano interessi propri della massa dei creditori e non del soggetto fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Luglio 2007, n. 15934.


Perdita della legittimazione sostanziale e processuale - Conseguenze - Atti del procedimento tributario - Intestazione alla curatela - Necessità - Fattispecie in tema di notificazione di cartella esattoriale a società fallita.
La dichiarazione di fallimento non comporta il venir meno dell'impresa, ma solo la perdita della legittimazione sostanziale e processuale da parte del suo titolare, nella cui posizione subentra il curatore fallimentare: pertanto gli atti del procedimento tributario formati in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento del contribuente, ancorché intestati a quest'ultimo, sono opponibili alla curatela, mentre quelli formati in epoca successiva debbono indicare quale destinataria l'impresa assoggettata alla procedura concorsuale, e quale legale rappresentante della stessa il curatore. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato la sentenza impugnata, la quale aveva annullato una cartella esattoriale emessa nei confronti di una società dopo la dichiarazione di fallimento della stessa, ed intestata al curatore, al quale era stata notificata). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 01 Giugno 2007, n. 12893.


Risarcimento del danno - Abusiva concessione di credito ad imprenditore poi fallito - Domanda del curatore di risarcimento del danno da illecito aquiliano causato alla massa dei creditori - Successiva deduzione della responsabilità del finanziatore verso il fallito per pregiudizio immediato causato al suo patrimonio - Domanda nuova - Configurabilità - Conseguenze - Proposizione per la prima volta in sede di legittimità - Ammissibilità - Esclusione.
Costituisce domanda nuova, inammissibile ove proposta per la prima volta in sede di legittimità, quella con la quale il curatore fallimentare - dopo aver richiesto, nei confronti del finanziatore responsabile (nella specie, una banca), il risarcimento del danno da illecito aquiliano causato alla massa dei creditori dall'abusiva concessione di credito ad una impresa in stato di insolvenza, poi fallita, allo scopo di mantenerla artificiosamente in vita - deduca a fondamento della sua pretesa la responsabilità del finanziatore verso il soggetto finanziato per il pregiudizio diretto ed immediato causato al patrimonio di questo dall'attività di finanziamento, quale presupposto dell'azione che al curatore spetta come successore nei rapporti del fallito. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 28 Marzo 2006.


Tributi (in generale) - Contenzioso tributario (disciplina posteriore alla riforma tributaria del 1972) - Procedimento - Procedimento di primo grado - Termini per ricorrere - Decorrenza - In genere - Avviso di accertamento in tema di IVA inerente a crediti antecedenti al fallimento - Notifica anche al fallito - Necessità - Fondamento - Conseguenze - Impugnazione diretta dell'atto impositivo - Ammissibilità - Limiti

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Avviso di accertamento in tema di IVA inerente a crediti antecedenti al fallimento - Notifica anche al fallito - Necessità - Fondamento - Conseguenze - Impugnazione diretta dell'atto impositivo - Ammissibilità - Limiti
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L'accertamento tributario in materia di I.V.A., ove inerente a crediti i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo d'imposta in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato non solo al curatore - in ragione della partecipazione di detti crediti al concorso fallimentare, o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione delle attività e dei beni acquisiti al fallimento - ma anche al contribuente, il quale non è privato, a seguito della dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario e resta esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, che conseguono alla "definitività" dell'atto impositivo. Da ciò deriva che il fallito, nell'inerzia degli organi fallimentari - ravvisabile, ad es., nell'omesso esercizio, da parte del curatore, del diritto alla tutela giurisdizionale nei confronti dell'atto impositivo -, è eccezionalmente abilitato ad esercitare egli stesso tale tutela alla luce dell'interpretazione sistematica del combinato disposto degli art. 43 della legge fallimentare e dell'art. 16 del d.P.R. n. 636 del 1972, conforme ai principi, costituzionalmente garantiti (art. 24, comma primo e secondo, Cost.) del diritto alla tutela giurisdizionale ed alla difesa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 24 Febbraio 2006, n. 4235.


Eccezionale legittimazione suppletiva del fallito - Configurabilità - Disinteresse od inerzia degli organi fallimentari - Limiti - Valutazione negativa della convenienza del giudizio da parte degli organi fallimentari - Fattispecie.
La eccezionale legittimazione processuale suppletiva del fallito sussiste nel caso di inerzia dell'amministrazione fallimentare; ne consegue che tale legittimazione è ammissibile solo quando l'inerzia sia stata determinata da un totale disinteresse degli organi fallimentari e non anche quando consegua ad una negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia (Nella specie la Corte Cass. ha escluso tale legittimazione, atteso che la curatela si era attivata per chiedere al giudice delegato, senza ottenerla, l'autorizzazione a proporre ricorso avverso la sentenza d'appello, relativa a pretese ereditarie del fallito, rispetto alle quali non poteva valere il riferimento al preteso "diritto personalissimo" dell'individuo a vedersi riconosciuta la qualità di erede, in quanto questione prospettata per la prima volta in sede di legittimità). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 22 Luglio 2005, n. 15369.


Accertamento della violazione del termine ragionevole - Condanna al pagamento di una somma - Natura - Prestazione patrimoniale - Conseguenze - Fallimento - Acquisizione alla massa della somma già liquidata o da liquidare per riparazione - Conseguenze in tema di legittimazione - Del curatore - Sussistenza - Del fallito - Esclusione - Limiti - Assoluta inerzia degli organi fallimentari - Nozione - Oneri probatori a carico del fallito - Contenuto.
Il diritto all'equa riparazione dei danni patrimoniali sofferti per l'eccessiva durata di un processo, pur se ancorato all'accertamento della violazione dell'art. 6 della Convenzione CEDU e cioè di un evento "ex se" lesivo di un diritto della persona alla definizione del processo in un termine ragionevole, ha per oggetto un indennizzo per il pregiudizio sofferto dal soggetto per il periodo eccedente tale durata. Il suddetto diritto, peraltro, si trasforma in diritto patrimoniale all'adempimento di un'obbligazione, riconducibile, ai sensi dell'art. 1173 cod. civ., agli altri atti o fatti idonei a produrla, secondo l'ordinamento giuridico e, quindi, in diritto a percepire la somma sostitutiva. Ne consegue che, in caso di fallimento dell'istante, poichè il relativo credito, se costituente bene sopravvenuto al fallimento, deve essere automaticamente acquisito alla massa fallimentare, e, se derivante da pronuncia sulla domanda di equa riparazione intervenuta prima della dichiarazione di fallimento, costituisce un bene compreso nella massa fallimentare, legittimato a proporre la relativa azione, nel termine perentorio stabilito dagli artt. 4 e 6 della legge 24 marzo 2001, n. 89, è solo il curatore fallimentare, dovendosi peraltro riconoscere al fallito una legittimazione straordinaria o suppletiva - che vale ad escludere la violazione dell'art. 24 Cost. - solo nel caso di inerzia degli organi fallimentari (che deve tuttavia essere allegata dal fallito stesso e che deve ritenersi integrata dal totale disinteresse degli organi fallimentari, non potendo essa discendere dalla negativa valutazione, da parte dei medesimi organi della convenienza di iniziare una controversia). Nè la legittimazione del fallito può ritenersi sussistente nel caso in cui il procedimento della cui irragionevole durata egli si lamenta sia costituito da un giudizio di opposizione ad una precedente dichiarazione di fallimento, giacchè la legittimazione del fallito a proporre l'opposizione, ai sensi dell'art. 18 legge fall., in tanto si giustifica, in quanto è finalizzata a rimuovere gli effetti riflessi che il soggetto abbia ricevuto o possa ricevere in futuro dalla dichiarazione di fallimento: finalità, questa, che non ricorre nell'azione di cui alla legge n. 89 del 2001, avendo essa comunque ad oggetto un'acquisizione patrimoniale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Febbraio 2005, n. 3117.


Legittimazione processuale - Del fallito - Esclusione - Limiti - Conseguenze - Sentenza pronunciata nei confronti del fallimento - Termine di impugnazione - Decorso - Dalla notificazione della sentenza al curatore.
In materia fallimentare, la legittimazione processuale del fallito rispetto ai diritti patrimoniali astrattamente suscettibili di entrare a far parte della massa fallimentare sussiste esclusivamente nel caso di inerzia degli organi fallimentari ed ha, quindi, carattere sostitutivo della legittimazione spettante a questi ultimi, sicchè il termine breve per l'impugnazione della sentenza pronunciata nei confronti del fallimento decorre in ogni caso dalla notificazione della sentenza al curatore fallimentare, essendo quest'ultimo l'unico soggetto processualmente legittimato a riceverla. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Gennaio 2005, n. 292.


Rapporti patrimoniali compresi nel fallimento - Disinteresse od inerzia degli organi fallimentari - Eccezionale legittimazione suppletiva del fallito - Valutazione negativa della convenienza del giudizio da parte degli organi fallimentari - Rilevanza - Fattispecie.
In tema di cosiddetta eccezionale legittimazione processuale suppletiva del fallito relativamente a rapporti patrimoniali compresi nel fallimento per il caso di disinteresse od inerzia degli organi fallimentari, la negativa valutazione di questi ultimi circa la convenienza della controversia è sufficiente ad escludere detta legittimazione, allorquando venga espressa con riguardo ad una controversia della quale il fallimento sia stato parte, poichè, in tal caso è inconcepibile una sovrapposizione di ruoli fra fallimento e fallito, mentre non lo è, allorquando si tratti di una controversia alla quale il fallimento sia rimasto del tutto estraneo ed in particolare quando alla negativa valutazione si accompagni l'espresso riconoscimento della facoltà del fallito di provvedere in proprio e con suo onere (principio affermato dalla Corte Cass. con riferimento ad un caso in cui il fallito aveva rivolto agli organi fallimentari istanza per la riassunzione di una controversia rimasta interrotta per effetto del fallimento e l'istanza, su conforme parere del curatore, era stata rigettata dal giudice delegato in considerazione dell'aleatorietà del giudizio, ma con salvezza della riassunzione in proprio da parte del fallito ed a sue spese). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 16 Dicembre 2004, n. 23435.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Carattere relativo - Rilevabilità d'ufficio o eccezione della controparte - Esclusione - Presupposti.
La perdita della capacità processuale del fallito a seguito della dichiarazione di fallimento non è assoluta ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto - e per essa al curatore - è concesso eccepirla, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte ed il fallito agisce per conto proprio, la controparte non è legittimata a proporre l'eccezione ne' il giudice può rilevare d'ufficio il difetto di capacità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 Agosto 2004, n. 17418.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Limiti - Mancata impugnazione di sentenza sfavorevole al fallimento - Legittimazione del fallito ad impugnare - Configurabilità - Esclusione - Conseguenze - Inammissibilità - Rilevabilità d'ufficio .
La legittimazione processuale di un soggetto dichiarato fallito, per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, può eccezionalmente riconoscersi soltanto nel caso di disinteresse o inerzia degli organi preposti al fallimento e non anche quando detti organi si siano concretamente attivati e abbiano ritenuto non conveniente intraprendere o proseguire la controversia. Pertanto il fallito difetta di legittimazione ad impugnare una decisione emessa nei confronti del curatore del fallimento, non essendo in tal caso ravvisabile disinteresse degli organi fallimentari, ma una valutazione di opportunità sulla proposizione del gravame. In questi casi la conseguente inammissibilità dell'impugnazione può essere eccepita dalla controparte o rilevata d'ufficio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 21 Maggio 2004, n. 9710.


Sopravvenuto fallimento del ricorrente - Interruzione del processo - Esclusione.
Nel giudizio di Cassazione, che è dominato dall'impulso d'ufficio, il sopravvenuto fallimento del ricorrente non determina l'interruzione del processo. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 Novembre 2003, n. 17295.


Fallimento - Effetti - Perdita della capacità del fallito - Natura relativa - Automatico subingresso del curatore - Esclusione.
Ai sensi dell'art. 43 legge fall., il fallito perde la propria capacità processuale in modo non assoluto, ma relativo alla massa dei creditori, alla quale soltanto è consentito eccepirla tramite il curatore che la rappresenta; con la conseguenza che, se ciò non avviene, il giudizio arbitrale può continuare nei confronti del fallito e il lodo pronunciato non è "inutiliter datum", ma è destinato ad esplicare i propri effetti nei confronti del fallito una volta che questi sarà ritornato "in bonis". Pertanto, il curatore del fallimento può disinteressarsi del procedimento arbitrale in corso lasciando che lo stesso prosegua nei confronti del fallito, senza divenirne perciò parte, a meno che non manifesti l'intenzione di parteciparvi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Maggio 2003, n. 8545.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Incapacità - Chiusura della procedura - Perdita della capacità processuale del curatore e riacquisto della stessa da parte del fallito - Dichiarazione del procuratore costituito - Mancanza - Interruzione del processo - Esclusione.
Il riacquisto della capacità processuale, allo stesso modo della perdita della medesima capacità, determina l'interruzione del processo soltanto a seguito di dichiarazione del procuratore costituito, in difetto della quale il giudizio prosegue tra le parti originarie, fino a quando non si verifichi la costituzione del soggetto legittimato. Pertanto, nel procedimento in cui sia parte il fallimento, in persona del curatore, costituito a mezzo di procuratore, la sopravvenuta chiusura della procedura concorsuale nel corso di un grado del giudizio, implicando la cessazione dalla carica del curatore ed il conseguente venir meno della sua capacità processuale, con riacquisto della capacità processuale da parte del fallito, configura evento interruttivo regolato dal disposto dell'art. 300 cod. proc. civ. ed è irrilevante ai fini della prosecuzione del giudizio nei confronti del curatore ove sia mancata la dichiarazione suddetta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 26 Maggio 2003, n. 8327.


Ricorso per cassazione proposto dal legale rappresentante di società successivamente alla dichiarazione di fallimento di questa - Ammissibilità - Esclusione - Revoca del fallimento - Sanatoria della procura alla lite - Esclusione.
È inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal legale rappresentante di una società successivamente alla dichiarazione di fallimento di questa, ancorché il fallimento sia revocato nelle more del giudizio di legittimità, perché il vizio della procura rilasciata al difensore non potrebbe essere sanato "ex tunc" dalla sopravvenuta revoca del fallimento, atteso che, sulla base delle norme degli artt. 125, terzo comma, e 370 cod. proc. civ., deve escludersi la possibilità della sanatoria del vizio che invalida l'instaurazione del rapporto processuale tutte le volte in cui sia richiesta una procura speciale, come avviene per il ricorso per cassazione, per la valida proposizione del quale si richiede, dall'art. 365 cod. proc. civ., che detta procura sia validamente conferita in epoca anteriore alla notificazione del ricorso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Aprile 2003, n. 6589.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Perdita della capacità di stare in giudizio - Limiti - Condizioni - Azioni in giudizio nei confronti del fallimento e del fallito - Inammissibilità della domanda nei confronti del fallito - Sussistenza - Fondamento - Chiusura del fallimento - Libero esercizio nei confronti del debitore per le obbligazioni insoddisfatte - Sussistenza.
La perdita della capacità processuale del fallito (dalla dichiarazione di fallimento alla chiusura della procedura) non è assoluta, ma relativa, onde è ancora possibile ottenere la condanna del fallito, sempre che, però, essa sia fondata su di un rapporto di cui gli organi fallimentari si siano disinteressati, e purché il creditore procedente si sia mantenuto estraneo alla procedura concorsuale, optando esclusivamente per la tutela post - fallimentare; la temporanea perdita di capacità processuale del fallito è invece incontestabile nell'ipotesi in cui il creditore abbia citato in giudizio sia il fallito che il suo fallimento, atteso, tra l'altro, che il creditore non avrebbe alcun interesse a munirsi di un titolo anche nei confronti del fallito, giacché la chiusura del fallimento non implica la liberazione di quest'ultimo dalle obbligazioni non soddisfatte nel corso della procedura concorsuale, onde, dopo la chiusura del fallimento, i creditori possono sempre agire per ottenere dal fallito tornato in BONIS il pagamento dei crediti che, accertati nei confronti del fallimento, non abbiano trovato (completa) soddisfazione nel corso della procedura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 05 Marzo 2003, n. 3245.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Eccezione della controparte o rilievo di ufficio - Ammissibilità - Esclusione - Conseguenze - Decreto ingiuntivo in favore del fallito notificato dopo il fallimento - Valida instaurazione del rapporto processuale - Sussistenza.
La perdita della capacità processuale del fallito, a seguito della dichiarazione di fallimento, non è assoluta, ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto - e per essa al curatore - è consentito eccepirla, con la conseguenza che, se il curatore rimane inerte e il fallito agisce per proprio conto, la controparte non è legittimata a proporre l'eccezione, ne' il giudice può rilevare d'ufficio il difetto di capacità, e il processo continua validamente tra le parti originarie, tra le quali soltanto avrà efficacia la sentenza finale (salva la facoltà del curatore di profittare dell'eventuale risultato utile del giudizio in forza del sistema di cui agli artt. 42 e 44 legge fall.). Pertanto, nel caso di decreto ingiuntivo emesso prima della dichiarazione di fallimento del richiedente e notificato, dal difensore di quest'ultimo, al debitore dopo la dichiarazione di fallimento, il relativo rapporto processuale è validamente instaurato con la predetta notifica e prosegue tra le parti originarie, anche in sede di opposizione, sino a quando il difensore dichiari in giudizio l'evento interruttivo o il curatore si costituisca. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Febbraio 2003, n. 2965.


Perdita della capacità di stare in giudizio del fallito - Automatismo - Esclusione - Condizioni - Conseguenze dell'inerzia degli organi fallimentari.
La perdita della capacità processuale del fallito non si determina automaticamente per effetto della dichiarazione di fallimento, ma solo a seguito del concreto esercizio, da parte del curatore, del potere di "stare in giudizio" nelle controversie contemplate dall'art. 43, primo comma, legge fall. Ne consegue che, prima di tale momento, gli atti compiuti dal fallito o posti in essere nei suoi confronti non sono nulli (e, come tali, totalmente privi di effetti), ma solo inopponibili alla massa dei creditori, in quanto l'eventuale definizione del processo, pur non potendo in alcun modo vincolare tali soggetti, rimasti estranei al suo svolgimento, è invece pienamente efficace nei confronti del fallito tornato "in bonis". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 Gennaio 2003, n. 1396.


Sentenza pronunziata nei confronti del curatore e da questi non impugnata - Ricorso per Cassazione avverso la stessa proposta dal legale rappresentante di società fallita - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento.
Il ricorso per Cassazione proposto dal legale rappresentate di una società fallita, contro una sentenza pronunciata nei confronti del curatore del fallimento e da costui non impugnata, deve essere dichiarato inammissibile, in quanto il fallito (o il legale rappresentate di società fallita), privato dalla legge della disponibilità dei beni e della capacità di stare in giudizio nelle controversie relative, non può sovrapporre la propria volontà a quella contraria del curatore, al quale la legge, invece, espressamente affida, sotto la sorveglianza del giudice delegato e del tribunale fallimentare, la gestione dei rapporti dedotti in giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 15 Gennaio 2003, n. 529.


Revocatoria ordinaria - Proposizione da parte del creditore - Sopravvenienza del fallimento del debitore - Conseguenze - Legittimazione esclusiva del curatore alla prosecuzione dell'azione - Sussistenza - Legittimazione del creditore procedente - Esclusione - Conseguenze processuali - Subingresso del curatore nel giudizio di appello - Partecipazione a titolo di terzo interveniente in causa - Esclusione - Partecipazione in forza di una propria ed autonoma legittimazione - Configurabilità.
Il principio secondo il quale, dopo la dichiarazione di fallimento, la legittimazione a proporre le azioni a tutela della massa - tra cui la revocatoria ordinaria - spetta, in via esclusiva, al curatore comporta che, ove l'"actio pauliana" sia stata introdotta dal creditore individuale prima dell'apertura della procedura concorsuale, egli perde ogni legittimazione alla prosecuzione del giudizio (nella specie, di appello), essendo destinato a subentrargli il curatore fallimentare, in forza, peraltro, di una propria ed autonoma legittimazione, non assimilabile a quella dell'interveniente in qualità di terzo, ex art. 105 cod. proc. civ. (qualità cui conseguirebbe, per converso, un'ipotesi di preclusione alla prosecuzione del giudizio, in grado di appello, ex artt. 304, 404 cod. proc. civ.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Luglio 2002, n. 10921.


Processi in corso - Interruzione automatica - Ammissibilità - Esclusione - Intervenuta dichiarazione di fallimento di una parte - Dichiarazione in udienza o notificazione alle altre parti ad opera del procuratore della stessa - Omissione - Conseguenza - Sentenza - Inopponibilità alla massa dei creditori - Impugnazione della sentenza da parte della curatela fallimentare - Richiesta di pronuncia di detta inopponibilità - Inammissibilità.
La dichiarazione di fallimento di una parte, avvenuta dopo la sua costituzione in giudizio, non determina l'automatica interruzione del processo, non esistendo in materia fallimentare alcuna disposizione che deroghi al principio sancito dall'art. 300 cod. proc. civ., secondo cui l'interruzione del processo a seguito della perdita della capacità della parte costituita si verifica soltanto quando il procuratore della stessa dichiari in udienza o notifichi alle altre parti l'evento interruttivo. In difetto di tale dichiarazione o notificazione il processo prosegue tra le parti originarie e l'eventuale sentenza pronunciata nei confronti del fallito non è nulla, ne' "inutiliter data", bensì soltanto inopponibile alla massa dei creditori, rispetto ai quali il giudizio in tal modo proseguito costituisce "res inter alios acta". Tuttavia, qualora la sentenza di primo grado venga appellata dalla curatela fallimentare, il curatore del fallimento non può pretendere che la sentenza stessa sia dichiarata inopponibile al fallimento, dal momento che la dichiarazione di inopponibilità presuppone il permanere di una situazione di terzietà che con la impugnazione viene meno, avendo la curatela in tal modo fatto proprio il processo in corso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 22 Giugno 2001, n. 8530.


Capacità processuale- Perdita - Eccezione di difetto di legittimazione processuale del fallito - Sollevata dal curatore - Ammissibilità - Sollevata dalla controparte - Esclusione - Fondamento.
La perdita della capacità processuale del fallito è stabilita dalla legge nell'interesse esclusivo delle ragioni del fallimento. Ne consegue che il difetto di legittimazione processuale ex art. 43 legge fall. può essere eccepito soltanto dal curatore, e non anche dalla controparte. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Luglio 2000, n. 8975.


Perdita della capacità processuale del fallito - Processi in corso - Interruzione automatica - Esclusione - Dichiarazione in giudizio dell'evento interruttivo - Necessità - Sentenza emessa nei confronti del fallito - Nullità - Esclusione - Inopponibilità ai creditori - Sussistenza.
L'inizio della procedura fallimentare non produce effetti interruttivi automatici sui processi in corso in cui il fallito sia parte , atteso che la perdita della capacità processuale a seguito di dichiarazione di fallimento non si sottrae alla disciplina di cui all'art. 300 cod. proc. civ., prevedente, a tal fine, la necessità della dichiarazione in giudizio dell'evento; in difetto di tale dichiarazione, il processo prosegue tra le parti originarie (almeno fino a quando non si costituisca il soggetto legittimato) e l'eventuale sentenza pronunciata nei confronti del fallito non è nulla, ne' "inutiliter data", bensì soltanto inopponibile alla massa dei creditori, rispetto ai quali il giudizio in tal modo proseguito costituisce "res inter alias acta". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Giugno 2000, n. 8363.


Sanzioni amministrative - Fallimento del trasgressore - Ordinanza/ingiunzione - Emissione e notificazione al trasgressore - Ammissibilità - Opposizione del trasgressore dichiarato fallito - Legittimità.
In tema di sanzioni amministrative, il fallimento del trasgressore, sopravvenuto alla commissione della violazione amministrativa non impedisce l'emanazione dell'ordinanza-ingiunzione di pagamento della sanzione pecuniaria, ne' la notifica del provvedimento al trasgressore medesimo. In siffatta ipotesi l'interessato è legittimato a proporre opposizione nonostante la sua dichiarazione di fallimento, posto che l'art. 43 legge fallimentare prevede la perdita della sua legittimazione processuale solo per i rapporti compresi nel fallimento, mentre l'ordinanza-ingiunzione è destinata a produrre effetti soltanto al di fuori del fallimento, quando il trasgressore sia tornato in "bonis". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 18 Maggio 2000, n. 6459.


Difetto di legittimazione processuale del fallito - Rilevabilità esclusiva da parte del curatore del fallimento - Rilevabilità d'ufficio o su eccezione della controparte - Esclusione.
Il difetto di legittimazione processuale del fallito è eccezione rilevabile solo dal curatore del fallimento e non può, quindi, essere rilevata d'ufficio o proposta dalla controparte. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 19 Novembre 1999, n. 12879.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Omologazione (giudizio di) - In genere -  Sentenza di omologazione - Effetti - Passività fallimentari - Accertamento del passivo - Formazione dello stato passivo - Opposizione - Riassunzione del giudizio dopo l'omologazione del concordato - Rito fallimentare - Applicazione - Necessità.
La chiusura della procedura di fallimento per effetto della omologazione del concordato fallimentare non fa venire meno la competenza del tribunale originariamente adito in ordine al giudizio di opposizione allo stato passivo, giudizio che, in forza del principio della "perpetuatio iurisdictionis", deve essere riassunto, dopo la eventuale sospensione disposta per l'ammissione del fallito al predetto concordato, davanti allo stesso tribunale, onde proseguire con il rito proprio del giudizio fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Agosto 1998, n. 8521.


Legittimazione processuale del fallito - Difetto - Carattere relativo - Rilevabilità d'ufficio o esecuzione della controparte - Esclusione - Presupposti.
La perdita della capacità processuale del fallito a seguito della dichiarazione di fallimento non è assoluta ma relativa alla massa dei creditori, alla quale soltanto - e per essa al curatore - è concesso eccepirla, con la conseguenza che se il curatore rimane inerte ed il fallito agisce per conto proprio, la controparte non è legittimata a proporre l'eccezione ne' il giudice può rilevare d'ufficio il difetto di capacità. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 21 Luglio 1998, n. 7132.


Capacità del fallito - Nel caso di azione personale di un creditore (richiesta di decreto ingiuntivo) rivolta a far valere l'ipoteca concessa da un terzo - Sussistenza.
Se il creditore, il quale abbia chiesto l'ammissione al passivo di un suo credito, agisca in via ordinaria nei confronti del fallito personalmente, per ottenere una pronuncia (nella specie : decreto ingiuntivo) sullo stesso credito, al fine di procedere esecutivamente nei confronti di un terzo che, anteriormente al fallimento, abbia dato ipoteca su un proprio immobile per obbligazioni del futuro fallito, quest'ultimo è processualmente capace. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 04 Aprile 1998, n. 3495.


Avviso di accertamento per crediti conseguenti a presupposti verificatisi prima della dichiarazione di fallimento - Relativa notifica anche al fallito - Necessità - Impugnazione - Legittimazione del fallito - Ammissibilità - Condizioni - Termini per l'impugnazione - Decorrenza dalla data dell'avvenuta consegna dell'accertamento - Configurabilità - Impugnazione del fallito - Rimessione in termini del curatore - Esclusione.
L'accertamento tributario inerente a crediti, i cui presupposti si siano verificati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato non solo al curatore, ma anche al contribuente il quale non è privato, a seguito della dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario e resta esposto ai riflessi, anche sanzionatori, che conseguono alla definitività dell'atto impositivo. Da ciò deriva che il fallito, nell'inerzia degli organi fallimentari, è eccezionalmente abilitato a provvedere alla tutela giurisdizionale ad essi correlata, sicché, pur in mancanza di una esplicita prescrizione normativa al riguardo, deve ritenersi che il curatore non è gravato da un mero onere di informazione nei confronti del fallito, ma è obbligato a trasmettergli tutti gli atti relativi a quelle situazioni giuridiche che siano suscettibili di incidere, dopo la chiusura del fallimento, nella sua sfera patrimoniale; pertanto, allorquando il curatore si sia disinteressato del rapporto tributario sorto nei confronti del fallito, il termine per impugnare l'atto di accertamento non decorre nei suoi confronti se non dal momento in cui l'accertamento stesso sia portato a sua conoscenza. Peraltro la opposizione del fallito non vale a rimettere in termini il curatore che, ricevuta la notificazione dell'avviso di accertamento, abbia tralasciato di attivarsi con la proposizione dell'opposizione nei termini di legge. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Aprile 1997, n. 3667.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore - Obblighi - Responsabilità - Revoca del curatore - Azione di responsabilità - Prescrizione decennale - Sospensione della prescrizione nei confronti del fallito - Esclusione.
L'azione di responsabilità contro il curatore revocato, che ai sensi dell'art. 38 della legge fallimentare durante il fallimento è proponibile dal nuovo curatore autorizzato dal giudice delegato, è soggetta a prescrizione decennale con decorrenza dalla data della revoca e il termine prescrizionale decorre anche nei confronti del fallito (legittimato in ogni caso a proporla dopo la chiusura del fallimento, purché l'azione non sia prescritta), giacché la prescrizione non rimane sospesa nei suoi confronti durante la procedura fallimentare, in mancanza di una tassativa previsione legislativa, per la inapplicabilità al caso di specie della disposizione contenuta nell'art. 2941 n. 6 cod. civ. (cominciando a decorrere la prescrizione solo dopo la sostituzione del curatore revocato e il rendimento del conto), nonché per la natura relativa della incapacità processuale del fallito, a lui opponibile solo nell'interesse dalla massa dei creditori, con la conseguenza che in assenza di qualsiasi iniziativa degli organi fallimentari egli può agire per responsabilità contro il curatore revocato anche durante il fallimento, a tutela di diritti patrimoniali dei quali quegli organi si siano disinteressati. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 04 Ottobre 1996, n. 8716.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Sentenza pronunziata nei confronti del curatore e da questi non impugnata - Ricorso per Cassazione avverso la stessa proposta dal legale rappresentante di società fallita - Ammissibilità.
Il ricorso per Cassazione proposto dal legale rappresentate di una società fallita, contro una sentenza pronunciata nei confronti del curatore del fallimento e da costui non impugnata, deve essere dichiarato inammissibile, in quanto il fallito (o il legale rappresentate di società fallita), privato dalla legge della disponibilità dei beni e della capacità di stare in giudizio nelle controversie relative, non può sovrapporre la propria volontà a quella contraria del curatore, al quale la legge, invece, espressamente affida, sotto la sorveglianza del giudice delegato e del tribunale fallimentare, la gestione dei rapporti dedotti in giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 1996, n. 7320.


Prova civile - Confessione - Stragiudiziale - Alla parte - Giudizio promosso dal curatore per l'adempimento di obbligazioni assunte dal convenuto verso il fallito - Quietanza rilasciata dal creditore successivamente fallito - Produzione in giudizio - Effetti di confessione stragiudiziale - Ammissibilità - Esclusione - Valore probatorio.
Gli effetti di una dichiarazione avente valore di confessione stragiudiziale si producono se e nei limiti in cui essa sia fatta valere nella controversia in cui sono parti, anche in senso processuale, gli stessi soggetti, rispettivamente, autore e destinatario della dichiarazione. Pertanto, nel giudizio promosso dal curatore del fallimento del creditore per ottenere l'adempimento di obbligazioni assunte dal convenuto verso il fallito, la quietanza, che il debitore assuma essergli stata rilasciata all'atto del pagamento del creditore (successivamente fallito), non può produrre, nei confronti del curatore, gli effetti di confessione stragiudiziale, perché il curatore, pur trovandosi rispetto al rapporto sostanziale dedotto in giudizio nella stessa posizione assunta dal fallito, è una parte processuale diversa da questi, con la conseguenza che l'indicata quietanza è priva di effetti vincolanti e rappresenta solo un documento probatorio dell'avvenuto pagamento, liberamente valutabile dal giudice del merito, al pari di ogni altra prova acquisita al processo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Aprile 1996, n. 3055.


Controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale - Interrogatorio formale del fallito - Inammissibilità.
Nelle controversie relative a rapporti di diritto patrimoniale l'interrogatorio formale del fallito è inammissibile, atteso che costui (tranne che nella ipotesi prevista dal II comma dell'art. 43 legge fallimentare) non assume la veste di parte e l'interrogatorio è finalizzato ad una confessione che sarebbe relativa a diritti di cui il fallito non può, nella pendenza del fallimento, disporre. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 20 Gennaio 1995, n. 629.


Prova civile - Testimoniale - Capacità a testimoniare - Persone aventi interesse nel giudizio - Rapporti patrimoniali compresi nel fallimento - Controversie inerenti - Fallito - Capacità a testimoniare - Esclusione.
La perdita della legittimazione processuale attiva e passiva del fallito, conseguente alla dichiarazione di fallimento, non impedisce allo stesso fallito di conservare la titolarità dei rapporti patrimoniali compresi nel fallimento e, quindi, la qualità di parte in senso sostanziale nelle controversie inerenti a tali rapporti. Ne consegue che nei predetti giudizi il fallito non può assumere la veste di testimone, operando nei suoi confronti il generale principio di incompatibilità tra la qualità di teste e quella di parte nel medesimo giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Marzo 1993, n. 2680.


Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Fallimento del convenuto debitore - Riassunzione del creditore attore - Nei confronti del curatore del fallimento - Notificazione personale al fallito - Effetti - Valida partecipazione del fallito al giudizio - Efficacia nei suoi confronti della successiva rinuncia alla domanda proposta dalle controparti - Esclusione - Conseguenze - Nullità insanabile della sentenza

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Nel caso di interruzione del giudizio per fallimento della parte convenuta, la riassunzione effettuata nei confronti del curatore fallimentare, che sia stata notificata personalmente al fallito, non comporta la valida partecipazione di quest'ultimo al giudizio, ne', correlativamente l'efficacia nei suoi riguardi della successiva rinuncia alla domanda manifestata dalle controparti nei confronti del solo fallimento con la espressa volontà di ottenere sentenza di condanna del fallito da far valere al suo rientro "in bonis", con la conseguenza che detta sentenza ove pronunciata è nulla insanabilmente per violazione del principio del contraddittorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 26 Maggio 1987, n. 4709.


Credito fondiario - Esecuzione individuale nei confronti del debitore fallito - Legittimazione passiva del debitore.
Qualora un istituto di credito fondiario od agrario, esercitando la facoltà conferitagli dall'art. 42 del R.d. 16 luglio 1905 n. 646, promuova esecuzione individuale dei confronti del debitore, nonostante l'apertura a suo carico di procedura fallimentare, la legittimazione passiva rispetto a tale esecuzione, e, conseguentemente, la legittimazione a ricevere gli Atti ad essa relativi, incluso il precetto ed il pignoramento, nonché a proporre le opposizioni di cui agli artt. 615 e 617 cod. proc. civ., spetta esclusivamente al debitore medesimo, non al curatore, considerato che i collegamenti fra le due procedure, comportanti, fra l'altro, la possibilità del curatore di intervenire nella esecuzione individuale e l'Obbligo dell'istituto di insinuarsi al passivo fallimentare secondo le regole del concorso dei creditori, non incidono sull'autonomia delle procedure stesse ai fini della suddetta legittimazione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 1987, n. 2532.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - In genere - Cessazione - Concordato fallimentare - Omologazione (giudizio di) - Effetti - Estinzione del procedimento fallimentare - Esclusione - Legittimazione processuale del curatore - Persistenza - Giudizio di opposizione allo stato passivo - Competenza del tribunale fallimentare - Persistenza.
L'omologazione del concordato fallimentare, ancorché comporti l'assunzione dei relativi obblighi da parte di un terzo, non incide di per sè sul procedimento pendente nei confronti del fallimento, ne' priva il curatore della legittimazione processuale, atteso che tale concordato, fino a che non sia interamente eseguito e salvo il caso in cui preveda l'immediata liberazione del debitore, non determina la decadenza degli organi fallimentari, i quali rimangono in carica (in relazione al perdurante interesse dei creditori alla conservazione del patrimonio del fallito) per il buon fine del concordato medesimo (o l'eventualità della sua risoluzione od annullamento), ne' fa venir meno la Competenza del tribunale fallimentare in ordine al giudizio di opposizione allo stato passivo, il quale, per il principio della perpetuatio iurisdictionis, deve essere riassunto, dopo la sua eventuale interruzione, davanti allo stesso tribunale e deve continuare a svolgersi con il medesimo rito con il quale si era iniziato. (nella specie, l'appello avverso la sentenza di primo grado era stato dichiarato inammissibile perché questa era stata impugnata quando il termine, di quindici giorni dall'affissione, era di già decorso alla data del 27 novembre 1980 di pronuncia della sentenza n. 152 della Corte costituzionale). ( V 2578/77, mass n 386281; (Conf 3052/83, mass n 427959; ( Conf 953/82, mass n 418815). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Aprile 1986, n. 2565.


Procedimento civile - Interruzione del processo - Perdita della capacità processuale di una delle parti - Costituzione in giudizio del fallimento - Chiusura della procedura concorsuale dopo la sentenza di primo grado - Notificazione dell'atto d'appello al procuratore costituito del fallimento - Validità - Interruzione del processo - Momento determinante.
Nel procedimento in cui sia parte il fallimento, in persona del curatore, la sopravvenuta chiusura della procedura concorsuale, implicando la cessazione dalla carica del curatore medesimo ed il conseguente venir meno della sua capacità processuale, configura evento interruttivo regolato dal disposto dell'art. 300 cod. proc. civ.. pertanto, quando il fallimento si sia costituito in primo grado per mezzo di procuratore, il verificarsi di detto evento, dopo la sentenza del primo giudice, non osta a che il processo d'appello venga validamente instaurato con atto notificato a quel procuratore e prosegua ritualmente nei confronti del fallimento, fino al momento in cui, secondo le Disposizioni del citato art. 300 cod. proc. civ., l'evento medesimo non sia certificato dall'ufficiale giudiziario, ovvero dichiarato o notificato dal procuratore (il quale resta a tal fine legittimato anche quando il fallimento rimanga contumace in Sede di gravame), tenendo conto che solo nel suddetto momento si determina l'interruzione del processo e l'inizio del decorso del termine per la sua riassunzione o prosecuzione. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Giugno 1984, n. 3360.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Curatore - Poteri - Rappresentanza giudiziale - Giudizio di cassazione promosso dal curatore - Sopravvenienza della chiusura del fallimento - Legittimazione processuale del curatore - Persistenza - Documentazione della chiusura del fallimento - Produzione - Inammissibilità

Impugnazione civili - Cassazione (ricorso per) - Deposito di atti - Di documenti nuovi
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Nel giudizio di Cassazione, promosso dal fallimento in persona del suo curatore, l'eventuale sopravvenienza della chiusura del fallimento, in data successiva alla notificazione del ricorso, non incide sulla legittimazione processuale del curatore stesso, ne' può essere dedotta e documentata dalle parti, ostandovi il divieto dell'art. 372 cod. proc. civ.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 1983, n. 5333.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Assuntore - Effetti - Giudizi in corso intrapresi dal curatore - Prosecuzione da parte del fallito o nei suoi confronti - Necessità - Limiti - Giudizio di revocatoria ordinaria o fallimentare - Mancata cessione all'assuntore della relativa azione - Prosecuzione di detto giudizio tra le parti originarie - Ammissibilità - Intervento o chiamata in causa dell'assuntore - Facoltà.
Sopravvenuto il concordato fallimentare, mentre i giudizi in corso intrapresi dal curatore del fallimento che riguardano rapporti facenti capo al fallito devono essere proseguiti da lui o nei suoi confronti, avendo egli riacquistato la capacità di stare in giudizio personalmente relativamente ad essi, invece, il giudizio di revocatoria ordinaria o fallimentare, in cui il curatore agisce per conto dei creditori che ne sono titolari e del quale il concordato non comporti l'improcedibilità per essere stata l'Azione ceduta all'assuntore in esecuzione del concordato stesso, prosegue tra le parti originarie, secondo la disciplina dell'art. 111 cod. proc. civ., salva la facoltà dell'assuntore cessionario di intervenirvi o la facoltà delle altre parti di chiamarlo, con la possibilità di estromissione del dante causa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 09 Maggio 1983, n. 3186.


Diritto del creditore di far valere la simulazione degli atti del debitore - Estinzione - Legittimazione del curatore - Sussistenza.
Poiche a seguito della dichiarazione di fallimento nelle controversie in corso relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento sta in giudizio il curatore (art 43 legge fallimentare) ed in considerazione del divieto di iniziare o proseguire sui beni compresi nel fallimento qualsiasi Azione esecutiva individuale (art 51 legge fallimentare), il creditore perde il diritto di far valere la simulazione degli Atti del debitore, la quale puo essere fatta valere esclusivamente dal curatore. Tale disciplina manifestamente non si pone in contrasto con l'art 3 cost dal momento che tutti i creditori del fallito si trovano nella stessa condizione, mentre la pretesa disparita di trattamento nei confronti dei creditori di soggetto non fallito si giustifica per la tutela di interessi generali e pubblici connessi con la funzione e le finalita della procedura concorsuale. Ne viola l'art 24 cost in quanto l'Esercizio del diritto di difesa, lungi dall'essere impedito e solamente disciplinato con riguardo alle esigenze pubblicistiche del processo fallimentare ed inoltre tale disciplina, attraverso il previsto controllo sull'operato del curatore, attraverso il comitato dei creditori, il giudice delegato ed il tribunale (artt 41, 25, 23 legge fallimentare) nonche il potere di reclamo relativamente a tale operato, tutela il creditore anche per quanto attiene l'eventuale inerzia del curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Aprile 1981, n. 2564.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Incapacità - Carattere relativo - Conseguenze - Notifica di decreto ingiuntivo da parte di un creditore estraneo alla massa - Mancata difesa del fallito - Decorso dei termini di opposizione - Definitività ed esecutività del provvedimento - Limiti.
La perdita della capacita processuale che consegue alla dichiarazione di fallimento non e assoluta, ma e relativa alla massa dei creditori, dimodoche il creditore che si mantenga estraneo alla procedura concorsuale ben puo agire contro il fallito per ottenere un provvedimento che pur non essendo opponibile al momento, alla massa dei creditori, diviene eseguibile quando il debitore ritorna in bonis. Conseguentemente, se il fallito non si difende a seguito della notifica di un decreto ingiuntivo da parte di un creditore estraneo alla massa, il provvedimento, decorsi i termini di opposizione, diviene definitivo ed acquista esecutivita dopo la chiusura del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 27 Aprile 1981, n. 2542.