TITOLO II - Del fallimento
Capo II - Degli organi preposti al fallimento
Sez. I - Del tribunale fallimentare

Art. 24

Competenza del tribunale fallimentare
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Il tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, qualunque ne sia il valore.



(abrogato il secondo comma) (1)


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(1) Comma abrogato dall’art. 3 del D. Lgs. 12 settembre 2007, n. 169. La modifica si applica ai procedimenti per dichiarazione di fallimento pendenti alla data del 1 gennaio 2008, nonché alle procedure concorsuali e di concordato aperte successivamente (art. 22 d.lgs. cit.).

GIURISPRUDENZA

Tribunale fallimentare - Competenza - Fattispecie - Azione revocatoria ex art. 66 L. Fall. su quote societarie - Azione derivante direttamente dal fallimento - Sussistenza

Tribunale delle imprese - Competenza - Fattispecie - Azione revocatoria su quote societarie - Pretesa estranea al rapporto societario - Insussistenza
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Deve affermarsi la competenza inderogabile del tribunale fallimentare nella controversia avente ad oggetto l’azione revocatoria ordinaria esercitata dal curatore su quote societarie, in quanto trattasi di azione derivante direttamente dal fallimento avente finalità di ricostruzione del patrimonio del fallito. (Monica Ceravolo) (riproduzione riservata)
 
Non rientra nella competenza del tribunale delle imprese l’azione revocatoria avente ad oggetto quote societarie, in quanto esula dall’ambito operativo delle sezioni specializzate in materia di impresa. Il perimetro della competenza di queste ultime deve infatti essere delimitato avuto riguardo al petitum sostanziale, che postula la verifica in concreto della sussistenza di un legame diretto della stessa con i rapporti sociali, e quindi che la pretesa sia causalmente connotata dall’inerenza al rapporto di società. (Monica Ceravolo) (riproduzione riservata)
Tribunale Torre Annunziata, 19 Luglio 2018.


Domanda di accertamento del credito proposta in via ordinaria -  Accertamento del passivo ex artt. 93 e ss. l.fall. - Improcedibilità o inammissibilità domanda - Ammissione al passivo - Domanda proposta dalla curatela - In sede ordinaria.
Qualora, nel giudizio promosso dal curatore per il recupero di un credito contrattuale del fallito, il convenuto proponga domanda riconvenzionale diretta all'accertamento di un proprio credito nei confronti del fallimento, derivante dal medesimo rapporto, la suddetta domanda, per la quale opera il rito speciale ed esclusivo dell'accertamento del passivo ai sensi degli artt. 93 e ss. della l. fall., deve essere dichiarata inammissibile (o improcedibile se formulata prima della dichiarazione di fallimento e riassunta nei confronti del curatore) nel giudizio di cognizione ordinaria, e va eventualmente proposta con domanda di ammissione al passivo su iniziativa del presunto creditore, mentre la domanda proposta dalla curatela resta davanti al giudice per essa competente, che pronuncerà al riguardo nelle forme della cognizione ordinaria. Tale principio opera anche quando, in un processo promosso da un soggetto ‘in bonis’ per ottenere il proprio credito, il convenuto si costituisca e proponga domanda riconvenzionale per il pagamento di un credito nascente dal medesimo rapporto contrattuale e, successivamente, a seguito del fallimento del convenuto, il curatore si costituisca per coltivare la domanda riconvenzionale da quest’ultimo proposta, sicchè in tal caso la domanda del fallito può essere coltivata dalla curatela in sede ordinaria, mentre quella nei confronti del fallito, divenuta improcedibile in sede ordinaria, deve essere necessariamente riproposta in sede fallimentare nel procedimento di accertamento del passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 Novembre 2017, n. 28833.


Controversia tra ex socio e società successivamente fallita - Clausola compromissoria presente nello statuto sociale (nella specie per arbitrato irrituale) - Eccezione di opponibilità della detta clausola anche al Fallimento - Sussistenza .
In ordine all’opponibilità della clausola compromissoria al Fallimento che agisca vantando un proprio credito verso un terzo, la giurisprudenza ha chiarito che - a differenza dell’opposto caso in cui il credito sia azionato nei confronti dell’impresa fallita, sicché la clausola arbitrale non consente di derogare al procedimento di verifica del passivo e all’accertamento nelle forme previste dall'art. 52, secondo comma, l.f., al fine di assicurare il rispetto della par condicio creditorum – il curatore, che subentri in un contratto stipulato dal fallito contenente una clausola compromissoria, non può disconoscere ta-le clausola (Cass. n. 13089/2015 e n. 6165/2003). A ciò si aggiunge che “l'eccezione con la quale si deduca l'esistenza (o si discuta dell'ampiezza) di una clausola compromissoria per arbitrato irrituale non pone una questione di competenza dell'autorità' giudiziaria (come nel diverso caso di clausola compromissoria per arbitrato rituale), ma contesta la proponibilità della domanda per avere i contraenti scelto la risoluzione negoziale della controversia rinunziando alla tutela giurisdizionale. La suddetta eccezione non ha pertanto natura processuale ma sostanziale e introduce una questione preliminare di merito in relazione all'esistenza o meno della suddetta rinuncia” (Cass. n. 7525/2007 e n. 4845/2000). (Antonello Falco) (riproduzione riservata) Tribunale Bari, 29 Novembre 2017.


Azioni che derivano dal fallimento – Azione ex art. 2467 c.c. per la restituzione del rimborso di un finanziamento sociale – Legittimazione del curatore fallimentare – Competenza del tribunale falimentare.
Nell'ambito della disciplina introdotta dall'art. 2467 cod. civ., comma 1, occorre distinguere tra la regola dettata dalla prima parte, che dispone la postergazione del rimborso dei finanziamenti effettuati dai soci, rispetto al soddisfacimento degli altri creditori, ed il rimedio previsto dalla seconda parte della medesima disposizione, che pone a carico dei soci l'obbligo di restituire i rimborsi ottenuti nell'anno precedente alla dichiarazione di fallimento della società.
L’obbligo di restituzione dei rimborsi dei finanziamenti di cui il socio ha beneficiato è destinato ad operare esclusivamente in caso di fallimento della società, e di conseguenza, la legittimazione all'esercizio dell'azione restitutoria è riconosciuta al curatore, in rappresentanza della massa dei creditori.
Non essendo la domanda proposta dal curatore ai sensi dell’art. 2467 c.c. annoverabile tra le azioni rinvenute nel patrimonio della società fallita, nel cui esercizio egli riveste la medesima posizione sostanziale e processuale, ma trattandosi di un'azione che trae origine dal fallimento, non può trovare applicazione la speciale competenza delle sezioni specializzate in materia d'impresa, prevista dal D.Lgs. n. 168 del 2003, art. 3, come modificato dal D.L. n. 1 del 2012, art. 2, comma 1, lett. d), restando la controversia devoluta alla competenza funzionale del tribunale che ha dichiarato il fallimento, ai sensi dell'art. 24 L. Fall. (Gianni Tognoni) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 24 Ottobre 2017, n. 25163.


Fallimento – Finanziamento soci ex art. 2467 c.c. – Rimborso – Restituzione – Competenza Tribunale Fallimentare – Regolamento di Competenza.
Nell’ambito della disciplina introdotta dell’art. 2467, co. 1, c.c. occorre distinguere tra la regola dettata dalla prima parte, che dispone la postergazione del rimborso dei finanziamenti effettuati dai soci, come qualificati dal secondo comma, rispetto al soddisfacimento degli altri creditori, ed il rimedio previsto dalla seconda parte della medesima disposizione, che pone a carico dei soci l’obbligo di restituire i rimborsi ottenuti nell’anno precedente la dichiarazione di fallimento della società. Tale rimedio, pur costituendo applicazione della predetta regola, è destinato a operare esclusivamente in caso di fallimento della società, come reso evidente dal riferimento temporale adottato ai fini dell’individuazione dei rimborsi soggetti a restituzione, che, presupponendo l’intervenuta dichiarazione di fallimento, consente di riconoscere esclusivamente al curatore, in rappresentanza della massa dei creditori, la legittimazione all’esercizio dell’azione restitutoria.

L’azione di restituzione prevista dalla seconda parte dell’art. 2467, co. 1, c.c. trae origine dal fallimento. Pertanto, non può trovare applicazione la competenza speciale delle sezioni specializzate in materia di impresa, prevista dall’art. 3 del d.lgs. n. 168 del 2003, come modificato dall’art. 2, co. 1, lett. d), del d.l. n. 1 del 2012, restando la controversia devoluta alla competenza funzionale del tribunale che ha dichiarato il fallimento, ai sensi dell’art. 24 della legge fall. (Pietro Bianchi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 24 Ottobre 2017, n. 25163.


Fallimento – Decreto correttivo – Disciplina transitoria – Interpretazione dell’espressione “procedure concorsuali” – Azione revocatoria – Applicazione del rito camerale – Esclusione.
L’espressione “procedure concorsuali” di cui all'art. 22, del D. Lgs. n. 169 del 2007 (cd. decreto correttivo), che contiene la disciplina transitoria, dove stabilisce che le disposizioni si applicano "… alle procedure concorsuali... aperte successivamente alla sua entrata in vigore"  non può che intendersi riferita alla disciplina propria di tali procedure e perciò, sul piano processuale, ai soli procedimenti interni che tipicamente si innestano nel corso delle stesse (quali ad es., quello per l'accertamento del passivo), ma non anche alle controversie che, come l’azione revocatoria, pur originando dal fallimento, non sono regolate dalla legge speciale se non per quanto riguarda l'esclusiva competenza a conoscerle del tribunale che ha emesso la sentenza dichiarativa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 27 Settembre 2017, n. 22585.


Fallimento – Domanda di risoluzione del contratto a fine di risarcimento del danno proposta prima del fallimento – Art. 24 l. fall. – Proposizione in via incidentale in sede di opposizione allo stato passivo – Ammissibilità.
Dopo il fallimento del debitore, il creditore non può proporre domanda di risoluzione del contratto, neanche nell'ipotesi diretta ad accertare - con riferimento ad inadempimento anteriore - l'avveramento di una condizione risolutoria, a meno che la domanda non sia stata introdotta prima della dichiarazione di fallimento, atteso che la relativa pronuncia produrrebbe altrimenti effetti restitutori e risarcitori lesivi del principio di paritario soddisfacimento di tutti i creditori e di cristallizzazione delle loro posizioni giuridiche. Ne consegue che la domanda di risoluzione del contratto, quand'anche finalizzata ad ottenere il risarcimento del danno, è attratta dal foro fallimentare ex art. 24 l.fall., e può anche essere proposta incidentalmente in sede di opposizione allo stato passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 09 Agosto 2017, n. 19914.


Fallimento - Azione revocatoria ordinaria - Competenza del Tribunale fallimentare - Sussiste.
L’art.24 R.D. 267/42 prevede la competenza per materia del Tribunale Fallimentare per tutte le azioni che derivano dalla procedura fallimentare. Il legislatore ha voluto attrarre alla competenza del Tribunale fallimentare tutte le azioni che originano dalla dichiarazione di fallimento o che, in conseguenza dell’apertura della procedura concorsuale, subiscono un mutamento strutturale, in relazione alla causa petendi e/o al petitum, attesa la necessità di realizzare l’ “unità dell’esecuzione sul patrimonio del fallito”.
Ricorre l’esigenza di concentrare dinanzi al tribunale fallimentare le azioni revocatorie proprie dei creditori dell’imprenditore e dirette al recupero dei beni oggetto di atti di disposizione compiuti prima del fallimento.
Inoltre, l’art.66 comma 2 R.D. 267/42 prevede espressamente per l’azione revocatoria ordinaria esercitata dal curatore la competenza del Tribunale fallimentare. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli Nord, 24 Luglio 2017.


Domanda giudiziale di accertamento di credito - Fallimento del convenuto nel corso del giudizio - Riassunzione secondo il rito ordinario innanzi al tribunale ordinario - Questione di competenza - Esclusione - Questione di rito - Configurabilità - Conseguenze - Incompetenza del giudice adìto - Esclusione.
Le questioni concernenti l'autorità giudiziaria dinanzi alla quale va introdotta una pretesa creditoria nei confronti di un debitore dichiarato fallito costituiscono questioni attinenti al rito, che non implicano questioni di competenza, quando il tribunale fallimentare coincida con il tribunale ordinario; pertanto, qualora una domanda sia diretta a far valere, nelle forme ordinarie, una pretesa creditoria soggetta al regime del concorso, il giudice adìto è tenuto a dichiarare non la propria incompetenza bensì, secondo i casi, l'inammissibilità, l'improcedibilità o l'improponibilità della domanda, siccome proposta secondo un rito diverso da quello previsto come necessario dalla legge e, quindi, inidonea a conseguire una pronuncia di merito, configurando detta questione una vicenda "litis ingressum impediens", concettualmente distinta dalla incompetenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 10 Aprile 2017, n. 9198.


Domanda giudiziale di accertamento di credito - Fallimento del convenuto nel corso del giudizio - Riassunzione secondo il rito ordinario innanzi al tribunale ordinario - Questione di competenza - Esclusione - Questione di rito - Configurabilità - Conseguenze - Incompetenza del giudice adìto - Esclusione.
Le questioni concernenti l'autorità giudiziaria dinanzi alla quale va introdotta una pretesa creditoria nei confronti di un debitore dichiarato fallito costituiscono questioni attinenti al rito, che non implicano questioni di competenza, quando il tribunale fallimentare coincida con il tribunale ordinario; pertanto, qualora una domanda sia diretta a far valere, nelle forme ordinarie, una pretesa creditoria soggetta al regime del concorso, il giudice adìto è tenuto a dichiarare non la propria incompetenza bensì, secondo i casi, l'inammissibilità, l'improcedibilità o l'improponibilità della domanda, siccome proposta secondo un rito diverso da quello previsto come necessario dalla legge e, quindi, inidonea a conseguire una pronuncia di merito, configurando detta questione una vicenda "litis ingressum impediens", concettualmente distinta dalla incompetenza. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 10 Aprile 2017, n. 9198.


Fallimento - Fallimento del datore di lavoro successivo al licenziamento - Interesse del lavoratore alla reintegrazione nel posto di lavoro - Sussistenza - Fattispecie.
In caso di fallimento dell'impresa datrice di lavoro, persiste l’interesse del lavoratore in precedenza licenziato alla reintegrazione nel posto di lavoro, previa dichiarazione giudiziale dell'illegittimità del licenziamento, in quanto una tale pronuncia ha ad oggetto, non solo il concreto ripristino della prestazione di lavoro, ma anche le possibili utilità connesse al rapporto lavorativo, benchè posto in uno stato di quiescenza, quali la ripresa del lavoro o l’eventuale ammissione ad una serie di benefici previdenziali. (Nella specie, la S.C. ha cassato la decisione impugnata che, respinta la domanda di reintegra per la cessazione dell'attività della società fallita, aveva impedito di fatto al ricorrente il passaggio, insieme agli altri dipendenti, alla ditta che ne aveva preso in affitto un ramo d’azienda). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 03 Febbraio 2017, n. 2975.


Fallimento - Effetti - Per i creditori - Crediti di lavoro - Licenziamento individuale - Domanda di condanna generica al risarcimento del danno ex art. 18 st.lav. - Perdurante competenza del giudice del lavoro - Sussistenza.
In caso di fallimento della società datrice di lavoro, compete al giudice del lavoro la cognizione non soltanto sulle domande del lavoratore di impugnazione del licenziamento e di condanna del datore alla reintegrazione nel posto di lavoro, in quanto dirette ad ottenere una pronuncia costitutiva, ma anche su quella di condanna generica al risarcimento dei danni mediante il pagamento di una indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento a quello dell'effettiva reintegrazione, trattandosi di istanza meramente riproduttiva del contenuto dell'art. 18 st.lav., e conseguenziale alle richieste principali di dichiarazione di inefficacia del licenziamento, che non comporta alcun accertamento aggiuntivo sul "quantum" del risarcimento, né, quindi, impone lo scorporo della domanda per la preventiva verifica in sede di accertamento dello stato passivo avanti ai competenti organi della procedura fallimentare a tutela degli altri creditori, dovendosi ritenere, sul piano della "ratio legis", l'inutilità di una simile verifica, idonea ad appesantire ingiustificatamente la durata del processo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 29 Settembre 2016, n. 19308.


Società per azioni - Organi sociali - Amministratori - Responsabilità - In genere - Fallimento della società - Azione del curatore ex art. 146 l.fall. - Contenuto e caratteristiche - Competenza del tribunale delle imprese - Configurabilità - Competenza del tribunale fallimentare - Esclusione - Ragioni.
L'azione di responsabilità esercitata dal curatore ex art. 146, comma 2, l.fall. cumula in sé le diverse azioni previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c. a favore, rispettivamente, della società e dei creditori sociali, in relazione alle quali assume contenuto inscindibile e connotazione autonoma - quale strumento di reintegrazione del patrimonio sociale unitariamente considerato a garanzia sia degli stessi soci che dei creditori sociali - implicandone una modifica della legittimazione attiva, ma non dei presupposti, sicché, dipendendo da rapporti che si trovano già nel patrimonio dell'impresa al momento dell'apertura della procedura concorsuale a suo carico, e che si pongono con questa in relazione di mera occasionalità, non riguarda la formazione dello stato passivo e non è attratta alla competenza funzionale del tribunale fallimentare ex art. 24 l.fall., restando soggetta a quella del tribunale delle imprese, ex art. 3, comma 2, del d.lgs. n. 168 del 2003, propria di tutte le azioni di responsabilità nei confronti degli amministratori, da chiunque promosse. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 29 Settembre 2016, n. 19340.


Risarcimento del danno - Condanna generica - Domanda relativa - oggetto - Individuazione di un credito - Esclusione - Conseguenze - Sopravvenuto fallimento del convenuto - Irrilevanza - Sospensione della controversia in relazione alla pendenza di opposizione avverso la mancata ammissione al passivo del credito - Inammissibilità.
La domanda di condanna generica ex art. 278 c.p.c. al risarcimento dei danni non viola la norma di cui all'art. 52 legge fall. volta ad assoggettare tutti i crediti vantati nei confronti del fallito alla verifica degli organi della procedura concorsuale. La sentenza di condanna generica è, infatti, diretta al riconoscimento della mera astratta idoneità di un determinato fatto alla produzione di effetti dannosi, salva restando ogni ulteriore questione sulla concreta sussistenza del danno medesimo, e non ha, pertanto, ad oggetto la individuazione di un credito suscettibile di essere azionato esecutivamente nei confronti della società fallita, con la conseguenza che tale domanda resta insensibile alla dichiarazione del fallimento del convenuto, sottraendosi tanto alla cognizione del giudice fallimentare definita dall'art. 24 legge fall., quanto alle disposizioni dettate dall'art. 95 della stessa legge in tema di verificazione dei crediti. Diversamente la dichiarazione di fallimento del debitore osta a che il separato giudizio sul "quantum" possa essere proposto o proseguito in via ordinaria, ed impone che il credito stesso venga insinuato e quantificato nella procedura concorsuale, in sede di formazione e verificazione dello stato passivo (cfr. Cass. 1405/1980, 3294/1988). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. III, 27 Giugno 2016, n. 13226.


Fallimento - Azione revocatoria fallimentare - Azioni derivanti dal fallimento - Rito applicabile - Rito camerale di cui al d.lgs. 5/2006 - Azione promossa nella vigenza del d.lgs. 169/2007 - Esclusione.
In virtù del principio tempus regit actum, gli atti processuali sono regolati dalla legge sotto il cui imperio sono posti in essere; pertanto, all’azione revocatoria promossa dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 169 del 2007 non si applica il rito camerale previsto dall’articolo 24 l.f. nella formulazione introdotta dal d.lgs. n. 5 del 2006 e ciò anche nell’ipotesi in cui l’azione sia promossa nell’ambito di un fallimento dichiarato nella vigenza del decreto legislativo da ultimo citato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 24 Giugno 2016, n. 13165.


Fallimento - Opposizione allo stato passivo ex art. 98 l.fall., nel testo anteriore alla riforma - Domanda riconvenzionale - Ammissibilità - Limiti.
Nel giudizio di opposizione allo stato passivo, così come disciplinato dall'art. 98 l.fall., nel testo, utilizzabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche apportate dal d.lgs. n. 5 del 2006, la relazione di dipendenza della domanda riconvenzionale "dal titolo dedotto in giudizio dall'attore", che giustifica la trattazione simultanea delle cause, si configura non già come identità della "causa petendi" (richiedendo, appunto, l'art. 36 c.p.c. un rapporto di mera dipendenza), ma come comunanza della situazione o del rapporto giuridico dal quale traggono fondamento le contrapposte pretese delle parti, ovvero come comunanza della situazione o del rapporto giuridico sul quale si fonda la riconvenzionale con quello posto a base di una eccezione, così da delinearsi una connessione oggettiva qualificata della domanda riconvenzionale con l'azione o l'eccezione proposta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Aprile 2016, n. 7070.


Fallimento - Effetti - Soggetti solidalmente obbligati - Citazione in giudizio - Fallimento di uno dei coobbligati - Sopravvenienza - Conseguenze.
L'autonomia delle azioni proponibili da un creditore verso più soggetti solidalmente obbligati nei suoi confronti, opera anche nel caso del fallimento di uno di essi, con la conseguenza che l'azione verso il fallito comporta il ricorso alla procedura speciale dell'insinuazione al passivo del credito e, quindi, l'improcedibilità della domanda proposta, mentre l'azione nei confronti del coobbligato in "bonis" può proseguire in sede ordinaria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Febbraio 2016.


Clausola arbitrale – Inserita in un contratto azionato dal curatore fallimentare – Opponibilità al Fallimento – Sussiste – Necessità di subentro del Fallimento nel contratto – Non sussiste.
Non vi è, in linea di principio, incompatibilità tra fallimento e cognizione arbitrale; la vis actractiva del foro fallimentare non si estende anche alle azioni che già si trovino nel patrimonio del fallito all’atto del fallimento, e che quindi avrebbero potuto essere eseguite dall’imprenditore, a tutela del proprio interesse, ove non fosse fallito; in sintesi, la clausola arbitrale è opponibile al curatore del fallimento qualora egli agisca per il recupero di un credito nascente da un contratto al quale accede una clausola compromissoria (cfr. in tal senso: Cass. Sez. I, 17 aprile 2003 n. 6165).
Non rileva la circostanza che il Curatore non sia subentrato nel contratto né vi abbia dato esecuzione, se il Fallimento ha comunque fatto valere una pretesa che trova la propria origine e giustificazione nel contratto.
La clausola compromissoria che accede al vincolo negoziale da cui derivano le pretese azionate conserva piena efficacia anche nei confronti del curatore giacché,  diversamente opinando, si consentirebbe al curatore di sciogliersi da singole clausole del contratto di cui pure chiede l’adempimento. (Chiara Bosi) (riproduzione riservata)
Tribunale Torino, 10 Febbraio 2016.


Fallimento – Azione revocatoria fallimentare – Giurisdizione del giudice italiano – Sussistenza.
In tema di azione revocatoria fallimentare ex art. 67 l. fall., esperita dal curatore nei confronti di società avente sede nella Repubblica di San Marino, deve essere affermata la giurisdizione del giudice italiano a norma dell’art. 3 comma 2, ultima parte L. 218/1995 - posto che le azioni fallimentari rientrano tra le materie escluse dall’ambito di applicazione della Convenzione di Bruxelles del 1968 -, in forza dei criteri di collegamento stabiliti per la competenza per territorio.
In particolare, con specifico riferimento alla revocatoria fallimentare, detta competenza si determina in relazione al luogo di apertura del fallimento, per cui va individuato il giudice fornito di giurisdizione in quello che ha emesso la sentenza di fallimento, tanto ai sensi dell’art. 20 c.p.c., essendo il domicilio del curatore il luogo di adempimento dell’obbligazione restitutoria fatta valere con detta azione, quanto ai sensi dell’art. 24 l. fall. che attribuisce a quel giudice la competenza a conoscere di tutte le azioni derivanti dal fallimento (cfr. Sez. Un. n. 17912/2002 e 2692/2007; Cass. n. 8745/2001). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Rimini, 19 Settembre 2015.


Fallimento – Azione revocatoria fallimentare avente ad oggetto azienda contenente marchio ed insegna – Provvedimenti cautelari – Competenza della Sezione Specializzata in Materia di Impresa.
Nel caso di azione cautelare avente ad oggetto la richiesta di sequestro giudiziario di un ramo aziendale costituito da beni mobili, marchio registrato ed insegna la competenza è demandata alla Sezione Specializzata in Materia di Impresa e non al tribunale fallimentare competente ex art. 24 L.F.. (Giovanni Noschese) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli Nord, 11 Febbraio 2015.


Azione di responsabilità ex art. 146 L.F. (art. 36 D.Lgs. 270/99) – Competenza territoriale – Cumulo soggettivo ex art. 33 c.p.c. – Applicabilità

Domanda riconvenzionale per la condanna del fallimento al pagamento di un credito – Improcedibilità per applicabilità del rito speciale ex artt. 93 ss. L.F. – Sussiste

Eccezione riconvenzionale di controcredito avverso la domanda di pagamento proposta dal curatore – Ammissibilità
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L’azione di responsabilità promossa dal curatore (o dal commissario straordinario) non costituisce un tertium genus, ma cumula in sé le azioni di cui agli artt. 2393 c.c. (azione sociale) e 2394 c.c. (azione dei creditori) ed è finalizzata alla reintegrazione del patrimonio della società, inteso unitariamente come garanzia dei soci e dei creditori sociali, fermi gli oneri probatori inerenti a ciascuna azione. (Massimo Postiglione) (riproduzione riservata)

L’azione di responsabilità promossa dal curatore (o dal commissario straordinario), pertanto, non rientra nell’ambito applicativo dell’art. 24 L.F. (art. 13 D. Lgs. 270/99) restando sottratta alla competenza inderogabile del tribunale fallimentare, con conseguente applicazione degli ordinari criteri di competenza per valore e per territorio, ivi compreso quelle inerente alla modificazione della competenza territoriale semplice per cumulo di domande contro più persone presso il foro generale di una di esse. (Massimo Postiglione) (riproduzione riservata)

Ove nell’ambito di un’azione ordinaria di recupero di un credito del fallito, il convenuto proponga domanda riconvenzionale per l’accertamento di un proprio credito nei confronti del fallimento e la relativa condanna, essa deve essere dichiarata inammissibile o improcedibile in quanto soggetta al rito speciale previsto dagli artt. 93 ss. L.F., mentre la domanda del curatore prosegue innanzi al giudice adito. Il convenuto può però sollevare eccezione riconvenzionale diretta esclusivamente a neutralizzare la domanda attrice, atteso che, in tal caso, non trattandosi di una pronuncia idonea al giudicato, non è soggetta al rito fallimentare di accertamento dei crediti. (Massimo Postiglione) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 08 Agosto 2014.


Fallimento - Verifica del passivo - Competenza del tribunale fallimentare per le azioni di nullità, risoluzione, rescissione del contratto e accessoria di ripetizione dell’indebito - Principio di esclusività del giudizio di verifica dello stato passivo.
Alla luce del disposto dell’art. 52 L.F., si deve ritenere che, nel caso in cui, nel corso del processo avente a oggetto la domanda diretta a far valere la nullità, annullabilità, risoluzione, rescissione del contratto e la domanda accessoria di ripetizione dell’indebito, sia pronunciata la dichiarazione di fallimento del convenuto, tutte le istanze, concernenti i fatti costitutivi del diritto di credito da far valere nei confronti della massa dei creditori, devono essere sottoposte secondo le regole dettate dagli artt. 93 e ss. L.F. alla cognizione del giudice delegato nell’ambito del giudizio di verifica. La norma che assume rilievo al fine di individuare il regime processuale applicabile alle domande con le quali si fa valere il diritto di partecipare al riparto è l’art. 52 L.F. il quale detta il principio di esclusività del giudizio di verifica dello stato passivo, con il logico corollario che se la domanda di nullità, annullabilità, risoluzione, rescissione e revocatoria del contratto è proposta unitamente alla accessoria domanda di ripetizione ovvero di risarcimento del danno, tutte le istanze, essendo dirette a far valere il diritto di partecipare al riparto dell’attivo, devono essere proposte nell’ambito del giudizio di verifica dello stato passivo dinanzi al giudice delegato, in contraddittorio, quindi, con il curatore e con tutti i creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 06 Maggio 2014.


Pretese creditorie nei confronti di debitore fallito - Domanda introduttiva proposta nelle forme ordinarie - Pronuncia di improcedibilità da parte del giudice adito - Regolamento di competenza - Ammissibilità - Esclusione - Appellabilità - Fondamento.
Le questioni concernenti l'autorità giudiziaria dinanzi alla quale va introdotta una pretesa creditoria nei confronti di un debitore dichiarato fallito, anche se impropriamente formulate in termini di competenza, sono in realtà questioni di rito; pertanto, qualora sia proposta una domanda diretta a far valere, nelle forme ordinarie, una pretesa creditoria nei confronti del fallimento dell'obbligato e il giudice adito dichiari l'improcedibilità della domanda , perché non introdotta in sede concorsuale nelle forme dell'accertamento del passivo, la relativa pronuncia non è assoggettabile a regolamento di competenza ma è impugnabile con l'appello, in quanto, ancorché formalmente espressa in termini di declinatoria di competenza del giudice adito in favore di quello fallimentare, non è sostanzialmente una statuizione sulla competenza, ma sul rito che la parte deve seguire. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 20 Settembre 2013, n. 21669.


Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Esercizio, da parte del curatore, della facoltà di cui all'art. 72 legge fall. - Legittimità del suo operato - Controversia - Giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Fondamento - Fattispecie.
A norma dell'art. 3, secondo comma, ultima parte, della legge 31 maggio 1995, n. 218, nelle materie escluse dall'ambito di applicazione della Convenzione di Bruxelles 27 settembre 1968, resa esecutiva con la legge 21 giugno 1971, n. 804, e successive modificazioni, tra le quali ricade la materia fallimentare, la giurisdizione del giudice italiano sussiste in base ai criteri di collegamento stabiliti per la competenza per territorio. (Nella specie, è stata affermata la giurisdizione del giudice italiano in ordine alla domanda principale, formulata dal curatore di un fallimento apertosi in Italia, avente ad oggetto la legittimità dell'esercizio, da parte di quest'ultimo, della facoltà prevista dall'art. 72 legge fall., alla quale risultavano poi subordinate tutte le altre domande). (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 23 Luglio 2013, n. 17866.


Liquidazione coatta bancaria - Azioni derivanti dalla liquidazione - Interpretazione - Applicazione dei criteri elaborati in relazione all'articolo 24 L.F. - Azioni che trovano nelle liquidazione origine e fondamento.
Facendo ricorso ai criteri elaborati dalla giurisprudenza in relazione all'articolo 24 L.F., per "azioni derivanti dalla liquidazione" di cui all’art. 83 TUB devono intendersi quelle azioni che trovano nella liquidazione la loro origine e il loro fondamento come causa determinante ovvero quelle azioni che sono suscettibili di incidere nella procedura concorsuale e sulle norme che la regolano e mediante le quali si realizzano i fini fondamentali dell'istituto. (Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che non rientrasse nella previsione dell'articolo 83 TUB la domanda riconvenzionale svolta dalla SGR nell'ambito di un procedimento di sfratto). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 28 Maggio 2013, n. 13174.


Liquidazione coatta amministrativa - Provvedimento - In genere - Accertamento negativo di debito promosso da debitore "in bonis" - Successiva sua sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa - Prosecuzione del giudizio da parte del commissario liquidatore - Domanda riconvenzionale dell'asserito creditore di pagamento di quel credito - Inammissibilità o improcedibilità in sede ordinaria - Fondamento - Domanda proseguita dal commissario liquidatore - Permanenza presso il giudice adito..
Nell'ipotesi di domanda di accertamento negativo di debito proposta dal debitore "in bonis" e proseguita, successivamente alla sua sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa, dal commissario liquidatore, nonché di contrapposta domanda riconvenzionale formulata dal convenuto asserito creditore per il pagamento del corrispondente credito, quest'ultima, in quanto assoggettata alle forme dell'accertamento del passivo sancite, dall'art. 209 legge fall. (nella formulazione "ratione temporis" applicabile), deve essere dichiarata inammissibile o improcedibile, mentre quella proseguita dal commissario liquidatore resta davanti al Tribunale che pronuncerà al riguardo nelle forme del rito ordinario. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Maggio 2013, n. 12062.


Fallimento - Posizione fatta valere dal curatore non strettamente coincidente con quelle rinvenute nel patrimonio del fallito - Eccezione di arbitrato - Fondatezza - Esclusione - Fondamento - Fattispecie relativa a contratto d'appalto seguito da ulteriori negozi anche con terzi.

Arbitrato - Appalto - Successivo fallimento dell'appaltatore - Posizione fatta valere dal curatore, non strettamente coincidente con quelle rinvenute nel patrimonio del fallito - Eccezione di arbitrato fondata sul contratto originario - Successive modifiche dell'appalto e nuove pattuizioni anche con terzi - Competenza giurisdizionale sulle azioni del curatore - Sussistenza - Ragioni.
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Deve essere affermata la competenza dell'autorità giurisdizionale ed escluso, quindi, il fondamento dell'eccezione di arbitrato, qualora la posizione fatta valere dal curatore non sia strettamente rinvenuta nel patrimonio del fallito (nella specie, per un contratto di appalto contenente clausola compromissoria), bensì abbia carattere autonomo, proprio della rappresentanza della massa (avendo il lavoratore chiesto l'escussione di crediti inerenti a detto rapporto, ma successivamente oggetto di nuovi negozi, conclusi anche con terzi e ritenuti simulati ovvero revocabili), non potendosi rinvenire quella continuità di funzionamento del meccanismo negoziale presidiato dalla clausola compromissoria, tanto più che il deferimento di una controversia al giudizio degli arbitri comporta una deroga alla giurisdizione ordinaria e, quindi, in caso di dubbio in ordine alla sua portata, deve preferirsene un'interpretazione restrittiva. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Gennaio 2013, n. 1543.


Fallimento – Accertamento del passivo – Domanda di trasferimento coattivo ex art. 2932 c.c. o di risoluzione del contratto preliminare – Improponibilità nelle forme di cui agli artt. 93 sg. L.F. – Conseguenze. .
La domanda di trasferimento coattivo del bene non può essere proposta nelle forme dell’ammissione al passivo ed anzi, ai sensi dell’art. 24 L.F., non è neppure di competenza del giudice fallimentare, nel caso in cui il curatore, non solo non si sia avvalso della facoltà di sciogliersi dal contratto preliminare, ma abbia addirittura espressamente aderito alla domanda ex art. 2932 c.c. proposta dal promissario acquirente prima del fallimento; nemmeno la domanda di risoluzione del contratto preliminare può essere proposta nelle forme dell’ammissione al passivo, ancorché con tale forma debba esser fatto valere - ex art. 72, 5° comma, L.F. - il credito per le eventuali restituzioni che conseguano alla risoluzione del contratto. (Giorgio Musio) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 17 Aprile 2012.


Azione di simulazione - Contratto stipulato dal fallito - Competenza inderogabile del tribunale fallimentare - Sussistenza..
Sono devolute alla competenza inderogabile del tribunale fallimentare non solo le controversie che traggono origine e fondamento dal fallimento ma anche quelle destinate ad incidere sul patrimonio del fallito e tali, pertanto, da doversi dirimere in seno alla procedura. Rientrano, quindi, in tale novero le controversie proposte per far valere la simulazione assoluta di un contratto stipulato dal fallito. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 07 Aprile 2012.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Azione revocatoria fallimentare - In genere - Competenza a decidere l'inefficacia di un atto pregiudizievole - Spettanza - Al tribunale che ha dichiarato il fallimento - Configurabilità - Pronunzie restitutorie consequenziali - Competenza - Al tribunale che ha dichiarato il fallimento del beneficiario - Modalità - Principio di cristallizzazione del passivo e costitutività dell'azione revocatoria - Conseguenze - Improponibilità verso un fallimento - Ammissione al passivo del credito - Inamissibilità..
Il combinato disposto degli artt. 24 e 52 legge fall. implica che il tribunale da cui è stato dichiarato il fallimento del debitore che ha compiuto l'atto pregiudizievole ai creditori, per il quale si prospetti un'azione di revoca ex art. 67 legge fall., resta il solo competente a decidere l'inefficacia o meno dell'atto, mentre le successive e consequenziali pronunzie di restituzione competono al tribunale che ha dichiarato il fallimento del beneficiario del pagamento revocato, secondo le modalità stabilite per l'accertamento del passivo e dei diritti dei terzi; in ogni caso, la cristallizzazione della massa passiva alla data di apertura del concorso ed il carattere costitutivo dell'azione revocatoria non ne permettono l'esperimento contro un fallimento, dopo la sua pronuncia, conseguendone l'annullamento della eventuale ammissione al passivo in cui la domanda si sia trasfusa. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 08 Marzo 2012, n. 3672.


Pretese creditorie nei confronti di debitore fallito - Questioni di competenza - Esclusione - Questioni di rito - Fondamento - Conseguenze - Fattispecie.
Le questioni concernenti l'autorità giudiziaria dinanzi alla quale va introdotta una pretesa creditoria nei confronti di un debitore dichiarato fallito, anche se impropriamente formulate in termini di competenza, sono in realtà questioni di rito; pertanto, qualora una domanda sia diretta a far valere, nelle forme ordinarie, una pretesa creditoria soggetta al regime del concorso fallimentare, il giudice erroneamente adito è tenuto a dichiarare non la propria incompetenza, ma l'inammissibilità, l'improcedibilità o l'improponibilità della domanda, siccome proposta secondo un rito diverso da quello previsto come necessario dalla legge, quindi inidonea a conseguire una pronuncia di merito, configurando detta questione una vicenda "litis ingressus impediens", concettualmente distinta dalla incompetenza, che deve essere esaminata e rilevata dal giudice di merito prima ed indipendentemente dall'esame della questione di competenza che, eventualmente, concorra con essa.(Fattispecie relativa a domanda di condanna al pagamento di crediti pecuniari derivante dal rapporto di lavoro nei confronti di un imprenditore fallito). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 02 Agosto 2011, n. 16867.


Fallimento – Pendente alla data del 16.7.2006 – Azioni reali immobiliari – Competenza – Vecchio rito – Applicabilità (art. 24 l.f.; art. 150 d.lgs. 9.1.2006 n. 5)..
La competenza per le azioni reali immobiliari proposte nell’ambito di procedure fallimentari già pendenti alla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 5/2006 è regolata dal previgente art. 24 l.f.. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 06 Luglio 2011.


Tribunale fallimentare - Competenza - Azioni che derivano dal fallimento - Recupero di un credito scaturito da contratto stipulato dal fallito - Clausola compromissoria - Opponibilità al fallimento.

Fallimento - Competenza funzionale del Tribunale Fallimentare - Arbitrato - Conciliabilità.
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La regola dettata dall'articolo 24, legge fallimentare, secondo la quale il tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, qualunque ne sia il valore, riguarda solo le azioni che scaturiscono dallo stato di insolvenza e non anche quelle esperite dal curatore per recuperare i crediti del fallito, azioni, queste, che non derivano dal fallimento, in quanto sono già comprese nel patrimonio dell'impresa fallita nella cui posizione il curatore subentra. Pertanto, il curatore che intenda agire per il recupero di crediti sorti sulla base di un contratto regolato da clausola compromissoria non potrà fare a meno di far proprio il regolamento contrattuale originario e di rispettare la clausola compromissoria che ne faccia parte. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La presunta inconciliabilità dell’istituto della competenza funzionale ed inderogabile del Tribunale  Fallimentare e dell’arbitro è ad oggi esclusa dallo stesso dato normativo (art. 35 L.F.), ove cioè il curatore viene legittimato – con decreto motivato del tribunale fallimentare, su proposta del giudice delegato e previo parere del comitato dei creditori – a stipulare non solo transazioni, ma anche compromessi. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine, 14 Febbraio 2011.


Fallimento - Azione di restituzione proposta dal curatore nell'interesse della massa - Credito sotto successivamente al fallimento - Opponibilità al curatore della clausola di deroga alla competenza territoriale - Esclusione..
La clausola di deroga alla competenza territoriale stipulata dall'imprenditore prima del fallimento non può essere opposta alla curatela, la quale agisca nell'interesse della massa chiedendo la restituzione di somme in dipendenza di fatti successivi alla dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Como, 11 Febbraio 2011.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Tribunale fallimentare - Competenza funzionale - Operatività della "vis attractiva" ex art.24 legge fall. - Azioni derivanti dal fallimento - Criteri di individuazione. .
Sono azioni derivanti dal fallimento, ai sensi dell'art. 24 legge fall., quelle che comunque incidono sul patrimonio del fallito, compresi gli accertamenti che costituiscono premessa di una pretesa nei confronti della massa, anche quando siano diretti a porre in essere il presupposto di una successiva sentenza di condanna; ne consegue che non rientra invece nella competenza funzionale del foro fallimentare, prevista dalla predetta norma, la domanda del terzo che, volta alla declaratoria di nullità di un contratto (nella specie, di edizione) stipulato dalla società fallita, abbia come scopo solo tale accertamento, sia pur ai fini di ottenere - mediante l'inibizione ad effettuare lo sfruttamento delle opere - la libera disponibilità dei relativi diritti, non assumendo, al riguardo, alcun rilievo che essi siano stati nel frattempo inventariati nell'attivo del fallimento, sia perchè, comunque, in caso di nullità del contratto la società fallita non aveva acquisito alcun diritto, sia perchè l'art. 103 legge fall. prevede l'obbligo di insinuare al passivo la domanda di rivendica dei beni in possesso del fallimento, ma non che tale forma sia da utilizzarsi per le domande di inibitoria che non comportino anche una riconsegna dei beni. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Luglio 2010, n. 17279.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Opposizione allo stato passivo - Sentenza - Gravami - Termini - Opposizione allo stato passivo - Domanda riconvenzionale proposta nello stesso giudizio - Pronuncia di secondo grado - Ricorso per cassazione - Applicazione del termine breve ex art. 99 della legge fall. - Condizioni - Fattispecie..
In tema di opposizione allo stato passivo, il termine di trenta giorni dalla notifica della sentenza di secondo grado per la proposizione del ricorso per cassazione, prescritto dall'art. 99 della legge fall. (nel testo applicabile "ratione temporis") è applicabile non solo in ordine alle disposizioni della sentenza che attengano specificamente all'ammissione del credito insinuato o della garanzia fatta valere in relazione al credito stesso, ma anche in relazione alle domande riconvenzionali ed a quelle altre domande volte a far valere situazioni strettamente inerenti al giudizio di opposizione allo stato passivo. (Nella specie, a fronte di domanda di ammissione al passivo per crediti garantiti da pegno, il curatore aveva eccepito la nullità del pegno stesso e, in riconvenzionale, ne aveva chiesto la declaratoria di nullità; la S.C. ha ritenuto che ricorresse un caso di connessione intrinseca tra le domande che rendeva operante il termine d'impugnazione dimezzato di cui all'art. 99 della legge fall.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Maggio 2010, n. 10905.


Procedimenti speciali - Procedimenti in materia di lavoro e di previdenza - Controversie assoggettate - In genere - Controversie fra il creditore ed uno dei condebitori in solido - Improcedibilità per fallimento del secondo - Proseguibilità nei confronti degli altri condebitori "in bonis" - Ammissibilità - Nella sede ordinaria derivante dalla competenza per materia del giudice del lavoro - Estensione - Prosecuzione anche nei confronti del fallito - Limiti - Domanda di declaratoria dell'illegittimità di licenziamento - Configurabilità - Fattispecie relativa a fallimento di società cedente l'azienda..
L'improcedibilità del giudizio fra il creditore ed uno dei condebitori in solido, determinata dal fallimento del secondo, non impedisce che il giudizio prosegua nei confronti degli altri condebitori "in bonis" nella sede ordinaria, ivi compresa quella derivante dalla competenza per materia del giudice del lavoro, che pure non deroga alla "vis attractiva" del tribunale fallimentare, ferma la permanenza della giurisdizione del lavoro anche rispetto al fallito, ove nei suoi confronti sia proposta domanda di dichiarazione di illegittimità del licenziamento. (Nella specie una domanda di condanna al pagamento di spettanze retributive era stata proposta in via solidale contro due società, deducendosi che era intervenuto tra di esse un trasferimento d'azienda, e nel corso del giudizio la supposta cedente era stata dichiarata fallita). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 02 Febbraio 2010, n. 2411.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento – Tribunale fallimentare - Competenza funzionale - Solidarietà passiva - Sopravvenuta dichiarazione di fallimento di uno dei condebitori - Prosecuzione nella sede ordinaria della controversia relativa al rapporto tra creditore e condebitore non fallito - Omessa proposizione di domande, per la partecipazione al concorso, nei confronti del condebitore fallito - "Vis attractiva" ex art. 24 legge fall. del tribunale fallimentare - Esclusione - Fondamento - Fattispecie relativa a responsabilità del cessionario d'azienda..
In tema di obbligazioni solidali, la regola dell'improcedibilità nella sede ordinaria della domanda di adempimento e della conseguente attrazione a quella fallimentare, ai sensi dell'art. 24 legge fall., non trova applicazione in caso di sopravvenuto fallimento di uno dei condebitori, allorché contro tale soggetto non sia svolta alcuna domanda volta ad ottenere un titolo per partecipare al concorso e, dunque, il creditore possa proseguire il giudizio verso il condebitore "in bonis". (Principio affermato dalla S.C. con riguardo alla responsabilità in capo al cessionario, ex art. 2560 cod. civ., per i debiti dell'azienda cedutagli dal cedente poi fallito, situazione peraltro qualificabile come fonte di solidarietà impropria, cioè relativa a rapporti eziologicamente ricollegati a fonti diverse). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 03 Dicembre 2009, n. 25403.


Fallimento - Effetti - Sui rapporti preesistenti - Vendita - Non eseguita - Contratto preliminare di compravendita - Fallimento del promittente alienante - Scelta del curatore di scioglimento del contratto - Portata - Recesso dal contratto - Configurabilità - Esclusione - Efficacia retroattiva - Sussistenza - Conseguenze - Restituzioni - Crediti del contraente "in bonis" - Natura concorsuale e non di massa - Effetti - Fattispecie.
In caso di fallimento della parte promittente alienante di un contratto preliminare di vendita, la scelta del curatore di sciogliersi dal predetto contratto, effettuata ex art. art. 72 della legge fall., non è assimilabile all'esercizio della facoltà di recesso e fa venire meno il vincolo contrattuale con effetto "ex tunc", nel senso che deve essere ripristinata la situazione anteriore alla stipula del preliminare, così che le restituzioni ed i rimborsi opereranno secondo la disciplina dettata dalle norme dell'indebito, in quanto l'efficacia retroattiva della scelta priva di titolo sin dall'origine le prestazioni eseguite. Il corrispondente credito per restituzioni e rimborsi, spettante al contraente "in bonis", subirà peraltro gli effetti della sentenza dichiarativa di fallimento, dovendo, quale debito concorsuale e non di massa, essere soddisfatto nel rispetto della "par condicio". (In applicazione di tale principio, la S.C. ha cassato, sul punto, la sentenza impugnata, che aveva pronunciato invece condanna del fallimento alla restituzione della somma versata, quale acconto, dal promittente acquirente). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Luglio 2009.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Opposizione allo stato passivo - In genere - Domande riconvenzionali - Ammissibilità - Limiti.

Competenza civile - Connessione di cause - In genere - Opposizione alla stato passivo - Domande riconvenzionali - Ammissibilità - Limiti - Fattispecie.
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Anche nel giudizio di opposizione allo stato passivo, la relazione di dipendenza della domanda riconvenzionale "dal titolo dedotto in giudizio dall'attore", che giustifica la trattazione simultanea delle cause, si configura non già come identità della "causa petendi" (richiedendo, appunto, l'art. 36 cod. proc. civ. un rapporto di mera dipendenza), ma come comunanza della situazione o del rapporto giuridico dal quale traggono fondamento le contrapposte pretese delle parti, ovvero come comunanza della situazione o del rapporto giuridico sul quale si fonda la riconvenzionale con quello posto a base di una eccezione, sì da delinearsi una connessione oggettiva qualificata della domanda riconvenzionale con l'azione o l'eccezione proposta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Giugno 2009, n. 12985.


Fallimento – Controversie in materia di – Applicabilità del rito camerale – Illegittimità costituzionale – Esclusione – Violazione del principio del giusto processo – Esclusione..
E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 24, secondo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa), come sostituito dall'art. 21 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell'art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), sollevata, in riferimento agli artt. 3, primo comma, 24, secondo comma, 76 e 111, primo comma, della Costituzione. Infatti: i) l'applicazione alle controversie in materia fallimentare delle norme previste dagli artt. da 737 a 742 del codice di procedura civile soddisfa il principio della semplificazione e della accelerazione delle procedure imposto in sede di delega legislativa; ii) la previsione del rito camerale per la composizione di conflitti di interesse mediante provvedimenti decisori non è di per sé suscettiva di frustrare il diritto di difesa, in quanto l'esercizio di quest'ultimo può essere modulato dalla legge in relazione alle peculiari esigenze dei vari procedimenti, purché ne vengano assicurati lo scopo e la funzione; iii) può escludersi sia l'irragionevolezza della scelta legislativa sia la violazione del diritto di difesa sia, infine, la violazione della regola del giusto processo garantita dall'art. 111, primo comma, Cost., ove il modello processuale previsto dal legislatore, nell'esercizio del potere discrezionale di cui egli è titolare in materia, sia tale da assicurare il rispetto del principio del contraddittorio, lo svolgimento di un'adeguata attività probatoria, la possibilità di avvalersi della difesa tecnica, la facoltà della impugnazione – sia per motivi di merito che per ragioni di legittimità – della decisione assunta, la attitudine del provvedimento conclusivo del giudizio ad acquisire stabilità, quanto meno “allo stato degli atti”. Corte Costituzionale, 29 Maggio 2009, n. 170.


Fallimento - Azioni derivate e connesse - Ripetizione di indebito - Esclusione - Applicazione del regolamento CE 1346/2000 - Esclusione..
L’azione di ripetizione di indebito che appartenga al patrimonio del fallito già prima della dichiarazione di fallimento, per avere ad oggetto diritti sorti in epoca precedente, non può dirsi strettamente connessa al fallimento ed essere quindi qualificata come azione che da esso derivi; ne consegue che ai fini della individuazione della competenza giurisdizionale non si potrà far ricorso al regolamento 1346/2000 CE sull’insolvenza transnazionale. Cassazione civile, 27 Marzo 2009, n. 7428.


Concessione abusiva di credito – Fallimento – Danno diretto al patrimonio della società – Natura aquiliana plurioffensiva – Presupposti – Azione di massa – Esclusione – Rito camerale – Esclusione..
Qualora il curatore deduca un danno diretto al patrimonio sociale dell’impresa fallita la cui causa sia astrattamente riconducibile ad una abusiva concessione di credito ad opera di una o più banche, si deve ritenere che questi abbia inteso chiedere tutela e risarcimento per un danno che, avendo come presupposto l’aggravamento del dissesto e non già la dichiarazione di fallimento, era già presente nel patrimonio della società. L’azione risarcitoria così articolata, ove il ha curatore agito quale successore del fallito, ha natura aquiliana e, a differenza delle azioni revocatorie che hanno come presupposto la dichiarazione di fallimento, non può, essere qualificata come azione di massa che deriva dal fallimento ai sensi dell’art. 24 legge fall. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Piacenza, 07 Ottobre 2008.


Azioni derivanti dal fallimento – Revocatoria ordinaria ex art. 64 l.f. nei confronti dello straniero – Domanda proposta in via subordinata – Giurisdizione del giudice italiano – Valutazione con riferimento alla domanda principale – Necessità..
Posto che, ove siano state proposte nei confronti di un convenuto straniero non residente una domanda principale ed una subordinata, la sussistenza della giurisdizione del giudice italiano va verificata con esclusivo riferimento alla domanda principale, è estranea alla giurisdizione del giudice italiano la domanda di revocatoria ordinaria ex art. 64 l.f. proposta in via subordinata dal curatore di un fallimento italiano nei confronti di un convenuto straniero non residente qualora la domanda principale (nel caso di specie di nullità contrattuale o quella intesa a far valere la garanzia per vizi) possa essere esercitata dal contraente anche prima ed indipendentemente dal sopravvenuto fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 Aprile 2008, n. 9745.


Domande principali di nullità e di garanzia proposte da curatore fallimentare - Domanda subordinata di revocatoria ordinaria - Irrilevanza della domanda subordinata - Clausole di proroga di competenza in favore di giudice straniero nei contratti cui si riferiscono le domande principali - Opponibilità al curatore - Condizioni - Azioni non dipendenti dal fallimento - Configurabilità - Connessione con domande avanzate nei confronti di società italiana - Esclusione.
Con riferimento alle domande volte a far dichiarare in via principale la nullità di un contratto e a far valere la garanzia per vizi di un contratto di appalto - non rilevando ai fini della giurisdizione la domanda di revocatoria ordinaria proposta in via subordinata - proposte dal curatore di un fallimento dichiarato in Italia nei confronti di una società francese, la giurisdizione è del giudice francese sulla base delle clausole di attribuzione esclusiva della competenza in favore delle corti francesi contenute nei contratti ai quali le domande si riferiscono (art. 23 Regolamento CE n. 44 del 2000); clausole opponibili alla curatela, trattandosi di azioni facenti capo alla società fallita nella cui posizione la curatela subentra (art. 42 legge fall.) e non di azioni derivanti dal fallimento per le quali avrebbe operato il criterio di collegamento della Convenzione di Bruxelles del 1968 (resa esecutiva con legge n. 804 del 1971, ora sostituita con il suddetto Regolamento); né rileva la contestuale citazione in giudizio di una società avente sede in Italia, non presentando le domande avanzate nei confronti di questa elementi di connessione (art. 6 del Regolamento cit.) con quelle avanzate nei confronti della società francese. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 14 Aprile 2008, n. 9745.


Lavori pubblici realizzati prima della dichiarazione di fallimento - Pagamento successivo alla predetta dichiarazione - Azione di inefficacia - Competenza funzionale del tribunale fallimentare - Sussistenza.
In tema di dichiarazione di inefficacia di pagamenti, effettuati dopo la dichiarazione di fallimento e per lavori pubblici effettuati dall'impresa fallita in epoca anteriore  , sussiste la competenza funzionale a conoscere dell'azione in capo al tribunale fallimentare, ai sensi dell'art. 24 legge fall., in forza della quale il tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere tutte le azioni che ne derivano qualunque ne sia il valore, eccezion fatta per le azioni reali immobiliari, a prescindere dalla circostanza che i rapporti oggetto della predetta competenza siano preesistenti o successivi alla dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Settembre 2007.


Associazione temporanea di imprese - Appalto di opera pubblica - Impresa capogruppo costituita mandataria - Fallimento della stessa - Scioglimento del contratto rispetto alla mandataria - Sussistenza - Conseguenze - Riscossione dei corrispettivi per lavori successivi - Legittimazione della curatela - Esclusione.
In tema di appalto di opere pubbliche stipulato da due imprese riunite in associazione temporanea, qualora intervenga il fallimento della società costituita capogruppo   come mandataria dell'altra, ai sensi del d.lgs. 19 dicembre 1991 n. 406 (fatto salvo dall'art.81 legge fall.), il contratto si intende risolto, senza che rilevi una diversa volontà della stazione appaltante, che potrebbe solo proseguire il rapporto con altra impresa di gradimento ed in alternativa al recesso; l'irrevocabilità del mandato, prevista all'art.23 del predetto d.lgs.406 del 1991, è inoltre stabilita non nell'interesse del mandatario bensì della stazione appaltante pubblica ed è regola che, ex art.1723, secondo comma, cod. civ., si applica al mandato "in rem propriam" ma solo al caso del fallimento del mandante. (Nella fattispecie la S.C., confermando la decisione della corte d'appello, ha negato, in forza del predetto principio e scioltosi comunque anche il rapporto di mandato ex art.78 legge fall., la legittimazione della curatela della società mandataria ad esigere alcun credito per i lavori eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Settembre 2007.


Fallimento – Revocatoria fallimentare – Procedimento camerale – Lesione del contraddittorio e dei diritti di difesa – Insussistenza.

Fallimenti soggetti alla legge in vigore prima della riforma – Revocatoria fallimentare – Azioni promosse dopo il 16 luglio 2006 – Termine triennale di decadenza di cui all’art. 69 bis l.f. – Applicabilità – Esclusione.

Fallimenti soggetti alla legge in vigore prima della riforma – Revocatoria fallimentare – Azioni promosse dopo il 16 luglio 2006 – Rito camerale – Applicabilità.
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Non è configurabile alcuna incompatibilità tra il rito in camera di consiglio e i principi a tutela del contraddittorio e dei diritti della difesa delle parti poiché da un lato rientra nelle legittime facoltà del legislatore stabilire che la tutela giurisdizionale venga realizzata per alcuni diritti mediante il ricorso al rito semplificato della camera di consiglio piuttosto che a quello ordinario a cognizione piena e dall’altro la celerità del rito non pregiudica il diritto di difesa delle parti comunque garantito anche nell’ambito della camera di consiglio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Il termine di decadenza di cui all’art. 69 bis della legge fallimentare trova applicazione solo alle azioni revocatorie promosse nell’ambito di procedure di fallimento regolate dalla normativa introdotta dal d. lgs. n. 5/2006. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Alle azioni revocatorie promosse successivamente alla entrata in vigore della riforma della legge fallimentare si applica il rito camerale previsto dal nuovo articolo 24 l.f. e ciò anche nell’ipotesi in cui le azioni siano relative a procedure di fallimento dichiarate sulla base di ricorsi presentati in data anteriore al 16 luglio 2006. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso, 03 Maggio 2007.


Fallimento – Cessione del credito – Eccezione di titolarità del diritto azionato – Fallimento del cedente – Opponibilità e revocabilità del credito – Vis attractiva ex art. 24 l.f. – Dichiarazione di incompetenza – Revoca del decreto..
Nella controversia tra debitore ceduto e cessionario, qualora il debitore chieda una pronuncia diretta a stabilire chi sia, tra cedente e cessionario, il titolare del credito, se il cedente è dichiarato fallito ed il curatore contesta l’opponibilità al fallimento della cessione ovvero la revocabilità della stessa, la controversia rientra nella vis attractiva del tribunale fallimentare funzionalmente competente ai sensi dell’art. 24 l.f.. In tale ipotesi, la devoluzione al tribunale fallimentare è determinata anche dalla semplice proposizione dell’eccezione di opponibilità, non essendo necessaria a tal fine una specifica domanda e ove la domanda di pagamento sia proposta con decreto monitorio, la statuizione sull’incompetenza avrà come conseguenza la revoca del decreto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 27 Settembre 2006.


Competenza civile - Pretese creditorie nei confronti di debitore fallito o assoggettato a liquidazione coatta amministrativa - Domanda introduttiva - Questioni in ordine all'autorità giurisdizionale - Natura di questioni in ordine alla competenza - Esclusione - Natura di questioni in ordine al rito - Configurabilità - Conseguenze - Domanda proposta nelle forme ordinarie - Incompetenza del giudice adito - Configurabilità - Esclusione - Improponibilità della domanda - Sussistenza - Conseguenze - Rilevabilità di ufficio della questione in ogni stato e grado del giudizio.
Le questioni concernenti l'autorità giudiziaria dinanzi alla quale va introdotta una pretesa creditoria nei confronti di un debitore assoggettato a fallimento, anche se impropriamente formulate in termini di competenza, sono, in realtà (e prima ancora), questioni attinenti al rito. Pertanto, proposta una domanda volta a far valere, nelle forme ordinarie, una pretesa creditoria soggetta, invece, al regime del concorso, il giudice (erroneamente) adito è tenuto a dichiarare (non la propria incompetenza ma) l'inammissibilità, l'improcedibilità o l'improponibilità della domanda, siccome proposta secondo un rito diverso da quello previsto come necessario dalla legge, trovandosi in presenza di una vicenda "litis ingressus impediens", concettualmente distinta da un'eccezione d'incompetenza, con la conseguenza che la relativa questione, non soggiacendo alla preclusione prevista dall'art. 38 primo comma cod. proc. civ. (nella sua formulazione in vigore dopo il 30 aprile 1995), può essere dedotta o rilevata d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Aprile 2003, n. 6475.


Amministrazione straordinaria - Giudizio di opposizione alla esecuzione preesistente alla dichiarazione di insolvenza - Competenza del Tribunale fallimentare - Esclusione - Regole ordinarie di competenza - Operatività.
La competenza a conoscere della opposizione alla esecuzione forzata promossa dall'imprenditore "in bonis" che in corso di giudizio sia stato ammesso alla procedura dell'amministrazione straordinaria non spetta funzionalmente al Tribunale che abbia dichiarato lo stato di insolvenza, posto che non ricorre l'applicabilità ne' dell'art. 51 della legge fallimentare, ne' dell'art. 24 della stessa legge, trattandosi di una azione preesistente alla dichiarazione di insolvenza e sulla cui prosecuzione non influiscono le regole della concorsualità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 21 Febbraio 2001, n. 2487.


Pretese creditorie nei confronti di debitore fallito o assoggettato a liquidazione coatta amministrativa - Domanda introduttiva - Questioni in ordine all'autorità giurisdizionale - Natura di questioni in ordine alla competenza - Esclusione - Natura di questioni in ordine al rito - Configurabilità - Conseguenze - Domanda proposta nelle forme ordinarie - Incompetenza del giudice adito - Configurabilità - Esclusione - Improponibilità della domanda - Sussistenza - Conseguenze - Rilevabilità di ufficio della questione in ogni stato e grado del giudizio.
Le questioni concernenti l'autorità giudiziaria dinanzi alla quale va introdotta una pretesa creditoria nei confronti di un debitore assoggettato a fallimento o (come nella specie) a liquidazione coatta amministrativa, anche se impropriamente formulate in termini di competenza, sono, in realtà (e prima ancora), questioni attinenti al rito. Pertanto, proposta una domanda volta a far valere, nelle forme ordinarie, una pretesa creditoria soggetta, invece, al regime del concorso, il giudice (erroneamente) adito è tenuto a dichiarare (non la propria incompetenza ma) l'inammissibilità, l'improcedibilità o l'improponibilità della domanda, siccome proposta secondo un rito diverso da quello previsto come necessario dalla legge, trovandosi in presenza di una vicenda "litis ingressus impediens", concettualmente distinta da un'eccezione d'incompetenza, con la conseguenza che la relativa questione, non soggiacendo alla preclusione prevista dall'art. 38 primo comma cod.proc.civ. (nella sua formulazione in vigore dopo il 30 aprile 1995), può essere dedotta o rilevata d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Giugno 2000, n. 8018.


Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi - Crediti di massa e crediti inerenti alla gestione commissariale - Azioni esecutive individuali - Divieto - Assoggettamento alla procedura esecutiva collettiva - Necessità.
In tema di amministrazione straordinaria, anche i crediti cosiddetti di massa e quelli inerenti alla gestione commissariale, benché soddisfatti in prededuzione, sono assoggettati alla procedura esecutiva collettiva, con divieto di azioni esecutive individuali, posto che, secondo la regola fondamentale dell'istituto fallimentare (estensibile anche alla procedura di amministrazione straordinaria)' tutti i crediti che debbono essere soddisfatti sul patrimonio dell'imprenditore insolvente devono essere fatti valere e accertati secondo le norme che ne disciplinano il concorso e attesa altresì l'esigenza di concentrazione in un unico foro di tutte le controversie derivanti dalla dichiarazione dello stato di insolvenza, esigenza affermata in via generale dall'art. 6 legge n. 95 del 1979, norma che esplica, con riguardo alla procedura di amministrazione straordinaria, un funzione equivalente a quella svolta dall'art. 24 legge fallimentare in relazione al fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Agosto 1998, n. 7704.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Organi preposti al fallimento - Tribunale fallimentare - Competenza funzionale - Azioni relative ai rapporti di lavoro - Inclusione - Limiti - Accertamento del contratto di lavoro per finalità diverse da quello di un certo credito - Competenza del pretore quale giudice del lavoro. .
L'art. 24 della legge fallimentare - applicabile anche alla procedura di liquidazione coatta amministrativa - attribuisce alla "vis attractiva" del Tribunale fallimentare anche le azioni relative ai rapporti di lavoro, a tutela del principio della "par condicio" dei creditori concorrenti, salvo che si debba accertare il contratto di lavoro per finalità diverse da quelle dirette ad ottenere il riconoscimento di un determinato credito, nel qual caso la controversia rientra nella competenza per materia del Pretore quale giudice del lavoro (nella specie, l'attore aveva chiesto l'accertamento del carattere straordinario delle prestazioni svolte a termine di legge e del contratto collettivo, con riserva di quantificare nel prosieguo e nelle debite sedi le somme spettantegli). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 28 Novembre 1994, n. 10114.


Fallimento - Revocatoria fallimentare nei confronti di convenuto dichiarato fallito nelle more del giudizio - Prosecuzione davanti al foro del pregresso fallimento - Necessità - Pronunzia di pagamento o di restituzione conseguenziali alla dichiarazione d'inefficacia dell'atto - Tribunale della dichiarazione di fallimento del terzo - Competenza - Spettanza - Convenuto in revocatoria assoggettato a liquidazione coatta amministrativa - Predetti principi. Applicabilità.
Qualora il convenuto in revocatoria fallimentare sia dichiarato fallito nelle more del giudizio, tale giudizio prosegue davanti al foro del pregresso fallimento, in cui il curatore ha proposto la domanda revocatoria, atteso che il conflitto ravvisabile tra l'art. 24 legge Fall. (secondo cui il tribunale che ha dichiarato il fallimento è competente a conoscere delle azioni che ne derivano) e l'art. 52 legge Fall. (per il quale, aperto il fallimento, ogni credito deve essere accertato secondo le norme previste per la insinuazione e la verificazione dello stato passivo) deve essere risolto nel senso che, mentre il tribunale che ha dichiarato il fallimento del debitore che ha compiuto l'atto pregiudizievole ai creditori resta competente a decidere l'inefficacia (o meno) dell'atto, le pronunzie di pagamento o di restituzione, conseguenziali alla dichiarazione d'inefficacia, competono al tribunale che ha dichiarato il fallimento del terzo, secondo le modalità stabilite per l'accertamento del passivo e dei diritti dei terzi. Questo principio è del pari applicabile anche nel caso che il convenuto in revocatoria sia assoggettato a liquidazione coatta amministrativa per il rinvio contenuto nell'art. 201, primo comma, all'art. 52, secondo comma legge Fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 30 Agosto 1994, n. 7583.


Sanzioni amministrative - Ordinanza ingiunzione - Fallimento del contravventore - Credito dell'ente impositore - Relativa ordinanza ingiunzione - Inammissibilità - Rilevabilità da parte del giudice fallimentare nel procedimento di accertamento del passivo - Opposizione del curatore ex art. 22 della legge n. 689 del 1981 - Proponibilità - Conseguenze.
In materia di sanzioni amministrative, fermo il potere dell'ente impositore di determinare l'ammontare della sanzione pecuniaria dovuta dal contravventore fallito, il relativo credito, dovendo essere insinuato al passivo del fallimento, non può essere fatto valere mediante ordinanza-ingiunzione ex art. 18 legge n. 689 del 1981, la quale, se emessa, è priva di effetto ai fini del concorso collettivo; peraltro, la rilevabilità di tale inefficacia da parte del giudice fallimentare, nel procedimento di accertamento del passivo di cui agli artt. 93 e segg. del r.d. 16 marzo 1942 n. 267, non impedisce al curatore del fallimento di promuovere in via autonoma (stante la sussistenza del suo interesse a tale azione di accertamento negativo) il giudizio di opposizione ai sensi dell'art. 22 della stessa legge n. 689 del 1981 davanti al pretore competente per materia e per territorio, con la conseguenza, in tal caso, che il pretore, edotto della pendenza della procedura fallimentare, deve limitarsi a dichiarare, su eccezione di parte o anche d'ufficio, l'inefficacia dell'ordinanza-ingiunzione emessa nei confronti della massa, senza poter esaminare le altre ragioni eventualmente dedotte dall'opponente, essendo le stesse riservate al giudice del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 24 Settembre 1991, n. 9944.


Fallimento - Azione revocatoria fallimentare - In genere - Revocatoria proposta contro un terzo fallito, nelle more del giudizio - Competenza a pronunciare la revoca dell'atto - Competenza per le pronunce conseguenziali alla dichiarazione di revoca.
Nell'ipotesi in cui l'Azione revocatoria fallimentare venga proposta contro un terzo che, nelle more del giudizio, venga a sua volta dichiarato fallito, nel conflitto tra il principio di cui all'art 24 della legge fallimentare (per cui la Competenza funzionale a conoscere delle azioni revocatorie fallimentari, quali azioni che 'derivano' dal fallimento, spetta al tribunale che ha dichiarato il fallimento il curatore del quale ha proposto l'Azione revocatoria) e l'altro secondo il quale, apertosi il fallimento, ogni credito ed ogni diritto sulle cose inventariate, deve essere fatto valere nelle forme stabilite dal capo quinto della legge stessa (art 52 legge fallimentare), cioe attraverso l'insinuazione al passivo o la domanda di restituzione di cose mobili, innanzi al tribunale fallimentare, deve ritenersi che, mentre il tribunale che ha dichiarato il fallimento del debitore che ha posto in essere l'atto pregiudizievole ai creditori resta competente a decidere, nelle forme ordinarie, se la revoca dell'atto debba essere o meno pronunciata, le pronunzie conseguenziali alla dichiarazione di revoca, invece (e cioè restituzione della cosa oggetto dell'atto revocato o pagamento del tantundem), possono essere emesse solo dal tribunale che ha dichiarato il fallimento del terzo, e con le forme previste dagli artt. 93 e 103 della legge fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Ottobre 1963.