TITOLO II - Del fallimento
Capo VIII - Della cessazione della procedura fallimentare
Sez. I - Della chiusura del fallimento

Art. 119

Decreto di chiusura
Testo a fronte Mass. ragionato
TESTO A FRONTE

I. La chiusura del fallimento è dichiarata con decreto motivato del tribunale su istanza del curatore (*) o del debitore ovvero di ufficio, pubblicato nelle forme prescritte nell’art. 17.

II. Quando la chiusura del fallimento è dichiarata ai sensi dell’articolo 118, primo comma, n. 4), prima dell’approvazione del programma di liquidazione, il tribunale decide sentiti il comitato dei creditori ed il fallito.

III. Contro il decreto che dichiara la chiusura o ne respinge la richiesta è ammesso reclamo a norma dell’articolo 26. Contro il decreto della corte d’appello il ricorso per cassazione è proposto nel termine perentorio di trenta giorni, decorrente dalla notificazione o comunicazione del provvedimento per il curatore, per il fallito, per il comitato dei creditori e per chi ha proposto il reclamo o è intervenuto nel procedimento; dal compimento della pubblicità di cui all’articolo 17 per ogni altro interessato. (1)

IV. Il decreto di chiusura acquista efficacia quando è decorso il termine per il reclamo, senza che questo sia stato proposto, ovvero quando il reclamo è definitivamente rigettato. (2)

V. Con i decreti emessi ai sensi del primo e del terzo comma del presente articolo, sono impartite le disposizioni esecutive volte ad attuare gli effetti della decisione. Allo stesso modo si provvede a seguito del passaggio in giudicato della sentenza di revoca del fallimento o della definitività del decreto di omologazione del concordato fallimentare.

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(*) L'art. 20 del decreto legge 12 settembre 2014, n. 132, ha aggiunto all'art. 16-bis del decreto legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla legge 17 settembre 2012, n. 221, i seguenti commi:
9-ter. Unitamente all'istanza di cui all'articolo 119, primo comma, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, il curatore deposita un rapporto riepilogativo finale redatto in conformita' a quanto previsto dall'articolo 33, quinto comma, del medesimo regio decreto. Conclusa l'esecuzione del concordato preventivo con cessione dei beni, si procede a norma del periodo precedente, sostituendo il liquidatore al curatore.
9-quater. Il commissario giudiziale della procedura di concordato preventivo di cui all'articolo 186-bis del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 ogni sei mesi successivi alla presentazione della relazione di cui all'articolo 172, primo comma, del predetto regio decreto redige un rapporto riepilogativo secondo quanto previsto dall'articolo 33, quinto comma, dello stesso regio decreto e lo trasmette ai creditori a norma dell'articolo 171, secondo comma, del predetto regio decreto. Conclusa l'esecuzione del concordato si applica il comma 9-ter, sostituendo il commissario al curatore.
9-quinquies. Entro dieci giorni dall'approvazione del progetto di distribuzione, il professionista delegato a norma dell'articolo 591-bis del codice di procedura civile deposita un rapporto riepilogativo finale delle attivita' svolte.
9-sexies. I rapporti riepilogativi periodici e finali previsti per le procedure concorsuali e il rapporto riepilogativo finale previsto per i procedimenti di esecuzione forzata devono essere depositati con modalita' telematiche nel rispetto della normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici, nonche' delle apposite specifiche tecniche del responsabile per i sistemi informativi automatizzati del Ministero della giustizia. I relativi dati sono estratti ed elaborati, a cura del Ministero della giustizia, anche nell'ambito di rilevazioni statistiche nazionali.
Entrata in vigore L'art. 20 citato, al sesto comma, prevede che le modifiche di cui sopra si applicano, anche alle procedure di amministrazione straordinaria pendenti alla data del 13 settembre 2014, a decorrere dal novantesimo giorno dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dei decreti previsti all'articolo 40, comma 1-bis, e 75, comma 1, secondo periodo, del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270.
Circolare 27 giugno 2014 - Adempimenti di cancelleria conseguenti all'entrata in vigore degli obblighi di cui agli artt. 16 bis e sgg. d.l. n.179/2012 e del d.l. n. 90/2014.
(1) Periodo aggiunto dall’art. 9 del D. Lgs. 12 settembre 2007, n. 169. La modifica si applica ai procedimenti per dichiarazione di fallimento pendenti alla data del 1 gennaio 2008, nonché alle procedure concorsuali e di concordato aperte successivamente (art. 22 d.lgs. cit.).
(2) Comma aggiunto dall’art. 9 del D. Lgs. 12 settembre 2007, n. 169. La modifica si applica ai procedimenti per dichiarazione di fallimento pendenti alla data del 1 gennaio 2008, nonché alle procedure concorsuali e di concordato aperte successivamente (art. 22 d.lgs. cit.).

GIURISPRUDENZA

Provvedimenti in materia fallimentare - Pendenza del termine per impugnare il rendiconto del curatore - Possibilità per il tribunale di disporre la chiusura del fallimento .
La pendenza del termine per proporre impugnazione avverso i provvedimenti del tribunale fallimentare relativi al piano di riparto, alla revoca del curatore e alla approvazione del conto di gestione, non è ostativa alla chiusura del fallimento, spettando anche in tal caso agli organi fallimentari, nell'ambito del potere discrezionale di cui dispongono, apprezzare la convenienza, al fine della realizzazione delle finalità cui il fallimento e preordinato, di mantenere in vita la procedura in vista di un probabile incremento dell’attivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Agosto 2017, n. 19940.


Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - Domanda - Termine semestrale di decadenza - Procedure fallimentari - Definitività della loro chiusura - Portata - Decorrenza.
In tema di irragionevole durata delle procedure fallimentari cui siano applicabili le modificazioni introdotte dai d.lgs. n. 5 del 2006 e n. 169 del 2007, il termine semestrale di decadenza per la proponibilità della domanda di equa riparazione decorre dalla data di definitività del decreto che dispone la loro chiusura, da individuarsi in quella dello spirare del termine per la proposizione del reclamo avverso tale provvedimento, senza che questo sia stato esperito, ovvero del suo definitivo rigetto. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 27 Ottobre 2016, n. 21777.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti sui processi in corso - Interruzione - Effetto automatico - Esclusione - Dichiarazione dell'evento da parte del procuratore costituito - Necessità.
La chiusura del fallimento non produce effetti interruttivi automatici sui processi in cui sia parte il curatore, perché la perdita della capacità processuale che ne consegue non si sottrae alla regola, dettata a tal fine dall'art. 300 c.p.c., della necessità della dichiarazione in giudizio da parte del procuratore dell'evento interruttivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Ottobre 2016, n. 21742.


Fallimento - Chiusura - Definitività del provvedimento - Decorso del termine per il reclamo di cui all'articolo 26 legge fall..
Nella disciplina anteriore così come quella successiva alle cd. novelle fallimentari, una decisione va considerata "definitiva" se sia insuscettibile di essere revocata, modificata o riformata dal medesimo giudice o da altro giudice chiamato a provvedere in grado successivo: pertanto, nelle procedure fallimentari giunte a compimento, tale situazione si verifica dalla data in cui il decreto di chiusura del fallimento non è più reclamabile in appello (Cass. 12 luglio 2011, n. 15251, in relazione a fattispecie ratione temporis disciplinata dalla legge fallimentare nel testo anteriore alle modifiche apportate dai d.lgs. 9 gennaio 2006 n. 5 e 12 settembre 2007 n. 169), e, quindi, nell'ipotesi in cui la decisione che conclude il processo presupposto sia stata depositata ma non notificata, la sua definitività si identifica, nella procedura fallimentare, con il decorso del termine di cui all'art. 26 legge fall. (Cass. 21 gennaio 2015, n. 1091, quanto a fattispecie ratione temporis disciplinate dalle modifiche apportate dai d.lgs. predetti; Cass. 2 settembre 2014, n. 18538). Qualora, pertanto, il reclamo sia stato proposto, la definitività della chiusura del fallimento va individuata nel momento in cui il decreto reso dalla corte d'appello divenga definitivo, per mancata impugnazione per cassazione o per rigetto del ricorso per cassazione. Non si tratta di efficacia retroattiva dell'art. 119 1.f., ma di applicazione dei principi generali sugli effetti delle impugnazioni e della definitività dei provvedimenti. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 09 Ottobre 2015, n. 20292.


Fallimento - Istanza di chiusura - Rigetto - Ricorso per cassazione - Esclusione.
È privo di carattere decisorio il provvedimento che rigetta l'istanza di chiusura della procedura fallimentare in quanto si tratta di un provvedimento modificabile o revocabile che non definisce la procedura. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 29 Settembre 2015, n. 19318.


Fallimento - Chiusura della procedura - Riacquisto del libero esercizio delle azioni verso il debitore - Istanza di fallimento - Qualificazione come domanda giudiziale - Esclusione - Contenuto meramente processuale

Fallimento - Presentazione di successiva istanza di fallimento prima della chiusura di precedente fallimento - Sindacato del tribunale
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L'articolo 120, comma 3, L.F., nella parte in cui subordina il riacquisto da parte dei creditori del libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti, si riferisce alle azioni individuali, tra le quali non rientra l'istanza di fallimento, la quale non può parificarsi ad una domanda giudiziale in senso proprio, per la specifica finalità dell'istanza ed i limiti della cognizione giudiziale, dai quali è escluso l'accertamento sul credito e che si sostanzia nel suo contenuto proprio di azione a contenuto meramente processuale, intesa a pervenire alla dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Nel caso in cui, revocata la dichiarazione di fallimento non sia stato emesso il decreto di chiusura di cui all'articolo 119 L.F., la presentazione della successiva istanza di fallimento, basata su una prospettazione di fatti intervenuti rivelatori di insolvenza del debitore, non è di per sé preclusa, spettando al tribunale, in sede di decisione, verificare se sia stato medio tempore emesso il decreto di chiusura del primo fallimento, al fine di ritenere esaminabile nel merito la ricorrenza degli elementi costitutivi della pronuncia di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 11 Febbraio 2015, n. 2673.


Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Domanda - Termine semestrale di decadenza - Procedure fallimentari disciplinate dal d.lgs. n. 5 del 2006 e dal d.lgs. n. 169 del 2007 - Definitività della decisione - Portata - Decorrenza.
In tema di equa riparazione per la durata non ragionevole delle procedure fallimentari, il "dies a quo" del termine semestrale di decadenza per la proponibilità della domanda decorre dalla data in cui il decreto di chiusura del fallimento non è più reclamabile in appello, momento in cui la decisione può essere considerata "definitiva", anche in relazione alle fattispecie "ratione temporis" disciplinate dalle modifiche apportate dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 21 Gennaio 2015, n. 1091.


Fallimento - Decreto di chiusura - Reclamo - Termine - Applicabilità dell'art. 327, secondo comma, cod. proc. civ. - Esclusione - Limiti.
In tema di chiusura del fallimento, l'inapplicabilità, con riferimento al termine per la proposizione del reclamo avverso il corrispondente decreto, della disciplina dettata dall'art. 327, secondo comma, cod. proc. civ., deriva dalla peculiarità del procedimento fallimentare, nella specie giustificabile con la natura di procedimento incidentale da riconoscersi al reclamo endofallimentare, sicchè la "conoscenza del processo" di cui alla citata norma va riferita alla conoscenza del procedimento fallimentare, conseguendone, pertanto, che quella disposizione potrebbe fondatamente essere invocata solo dal creditore che non abbia ricevuto l'avviso di cui all'art. 92 legge fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 17 Aprile 2013, n. 9321.


Chiusura del fallimento - Pendenza di giudizio di opposizione o di domande tardive di ammissione al passivo - Impedimento alla chiusura - Esclusione..
Deve essere confermato l'orientamento della giurisprudenza di legittimità, formatosi in epoca precedente la riforma della legge fallimentare, secondo il quale la chiusura del fallimento, nei casi espressamente previsti, può essere dichiarata nonostante la pendenza di giudizi di opposizione allo stato passivo o di domande tardive di ammissione al passivo. L'applicazione di questo principio comporta che neppure la sopravvenuta ammissione al passivo della domanda proposta in via tardiva possa far venir meno la causa di chiusura del fallimento e comportare l'obbligo di accantonamento dell'importo ammesso. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 15 Giugno 2012.


Chiusura del fallimento - Casi di chiusura previsti dall'articolo 118 l.f. - Discrezionalità degli organi fallimentari di protrarre la chiusura - Esclusione..
In presenza di una delle ipotesi previste dall'articolo 118, legge fallimentare nessuna facoltà discrezionale e data agli organi fallimentari di protrarre la procedura e di differirne chiusura. (Stefano de' Micheli) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 15 Giugno 2012.


Chiusura del fallimento - Causa di chiusura prevista dall'articolo 118, comma 1, n. 1, l.f. - Domande tempestive di ammissione al passivo..
Il termine della presentazione delle domande di ammissione al passivo cui fa riferimento l'articolo 118, comma 1, n. 1, legge fallimentare, il quale prevede la causa di chiusura della procedura di fallimento, è esclusivamente quello di trenta giorni anteriori all'udienza fissata per l'accertamento delle domande tempestive. (Stefano de' Micheli) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 15 Giugno 2012.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Esdebitazione - Fallimento chiuso con decreto anteriore alla data del 16 luglio 2006 di entrata in vigore del d.lgs. n. 5 del 2006 - Ammissibilità dell'istanza - Sussistenza - Fondamento.
È ammissibile l'istanza di esdebitazione del debitore, il cui fallimento sia già chiuso alla data del 16 luglio 2006, momento di entrata in vigore del d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, nonostante l'art. 19 del d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169 estenda la disciplina dell'esdebitazione alle sole procedure fallimentari pendenti alla data del 16 luglio 2006 citata, in quanto la chiusura del fallimento non si verifica sino a che non sia divenuto definitivo il decreto di chiusura stesso; ne consegue che tale effetto si produce soltanto con l'inutile decorso del termine di quindici giorni previsti per il relativo reclamo, ai sensi dell'art. 119 legge fall. Cassazione civile, sez. I, 14 Giugno 2012.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Reclamo - Creditori che hanno proposto insinuazione tardiva - Legittimazione - Condizioni - Deduzione e prova d'interesse concreto al soddisfacimento con l'esecuzione concorsuale - Necessità.
Ai fini della legittimazione a proporre reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento da parte del creditore del fallito, la posizione di coloro che hanno proposto insinuazione tardiva oppure opposizione allo stato passivo e i cui relativi giudizi siano pendenti al momento dell'emanazione del decreto di chiusura non comporta l'assunzione della qualità di concorrenti nella procedura e, quindi, non determina di per sé una loro legittimazione al reclamo sulla base di tale posizione qualificata. I soggetti in questione, tuttavia, non possono considerarsi del tutto estranei alla procedura, proprio perché ne fanno comunque parte attraverso i subprocedimenti in corso ancorché la loro posizione di creditori della massa non sia stata ancora accertata e ciò comporta che, ai fini della loro legittimazione all'impugnazione del provvedimento di chiusura, occorre accertare l'interesse in concreto che essi hanno a contrastare tale provvedimento e, quindi, a soddisfare il proprio credito attraverso l'esecuzione concorsuale anziché a mezzo dell'azione individuale, che tali soggetti possono esperire nei confronti del fallito tornato "in bonis" e, dunque, dopo la chiusura del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Agosto 2011, n. 17308.


Ragionevole durata del processo - Domanda - Termine semestrale di decadenza - Procedure fallimentari - Definitività della decisione - Portata - Decorrenza - Fattispecie.
In tema di equa riparazione per l'irragionevole durata del processo , la decisione che conclude il procedimento nel cui ambito si assume verificata la violazione, la quale segna il "dies a quo" del termine semestrale di decadenza per la proponibilità della domanda, può essere considerata "definitiva" se insuscettibile di essere revocata, modificata o riformata dal medesimo giudice o da altro giudice, chiamato a provvedere in grado successivo; pertanto, nelle procedure fallimentari giunte a compimento, il predetto termine semestrale decorre dalla data in cui il decreto di chiusura del fallimento non è più reclamabile in appello. (Principio affermato in relazione a fattispecie "ratione temporis" disciplinata dalla legge fall. nel testo anteriore alle modifiche apportate dai d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5 e 12 settembre 2007, n. 169). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Luglio 2011, n. 15251.


Fallimento - Chiusura - Decreto motivato del tribunale - Reclamo - Decorrenza del termine dalla pubblicazione del decreto - Illegittimità costituzionale - Avviso del deposito a mezzo raccomandata - Necessità..
E’ costituzionalmente illegittimo l’art. 119, secondo comma, del r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa), nel testo anteriore alle modifiche apportate dal decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’art. 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), e dal decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169 (Disposizioni integrative e correttive al r. d. 16 marzo 1942, n. 267, nonché al d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell’articolo 1, commi 5, 5-bis della legge 14 maggio 2005, n. 80), nella parte in cui fa decorrere, nei confronti dei soggetti interessati e già individuati sulla base degli atti processuali, il termine per il reclamo avverso il decreto motivato del tribunale di chiusura del fallimento, dalla data di pubblicazione dello stesso nelle forme prescritte dall’art. 17 della stessa legge fallimentare, anziché dalla comunicazione dell’avvenuto deposito effettuata a mezzo lettera raccomandata con avviso di ricevimento ovvero a mezzo di altre modalità di comunicazione previste dalla legge. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 23 Luglio 2010, n. 279.


Fallimento – Chiusura del fallimento – Reclamo avverso il decreto di chiusura – Cognizione del giudice in sede di reclamo. (07/09/2010).
La cognizione rimessa al giudice in sede di reclamo ai sensi dell‘art. 119, 2° comma della  legge fallimentare avverso il decreto di chiusura del fallimento è limitata alla verifica della sussistenza di uno dei casi di chiusura di cui ai numeri da 1) a 4) dell'art. 118 della stessa legge, in quanto tale rimedio è predisposto  per  porre in discussione la configurabilità, in concreto, dello specifico caso. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Appello Reggio Calabria, 14 Maggio 2010, n. 0.


Fallimento – Chiusura del fallimento – Reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento – Inammissibilità. (07/09/2010).
E’ inammissibile il reclamo proposto avverso il decreto ex art. 119, legge fallimentare qualora il ricorrente non abbia dedotto l'insussistenza di una delle ipotesi di chiusura del fallimento, limitandosi, ad esempio, a censurare  tale decreto perché illegittimo e causa di grave  pregiudizio agli interessi della reclamante creditrice di elevati importi. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Appello Reggio Calabria, 14 Maggio 2010, n. 0.


Esdebitazione – Nuova disciplina di cui al  D.Lgs. n. 5/2006 – A plicazione ai fallimenti pendenti – Applicazione ai fallimenti chiusi – Condizioni – Limiti. (06/07/2010).
Il nuovo istituto della esdebitazione si applica anche alle procedure fallimentari aperte prima della entrata in vigore del D.Lgs. n. 5/2006, purché siano ancora pendenti a tale data, ed a quelle tra tali procedure che vengano chiuse nel periodo intermedio compreso tra detta data (16 giugno 2006) ed il primo gennaio 2008 (data di entrata in vigore del decreto correttivo n. 169/2007), a condizione, in tal caso, che la domanda di esdebitazione venga presentata entro un anno dalla entrata in vigore di detto ultimo decreto, cioè entro il termine di un anno a far data dal 1° gennaio 2008; ne consegue che l'istituto della esdebitazione non può essere applicato ai fallimenti che siano stati chiusi in epoca antecedente alla entrata in vigore del D.Lgs. n. 5/2006. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 13 Novembre 2009, n. 24121.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Decreto di rigetto del reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento - Ricorso per cassazione - Notifica al curatore - Necessità - Decesso del curatore - Notifica al curatore "pro tempore" presso il dirigente della cancelleria - Inesistenza.

Impugnazioni civili - Impugnazioni in generale - Notificazione - Dell'atti di impugnazione – In genere - Ricorso per cassazione avverso il decreto di rigetto del reclamo nei confronti del decreto di chiusura di fallimento - Notifica al curatore - Necessità - Decesso del curatore - Notifica al curatore "pro tempore" presso il dirigente della cancelleria - Inesistenza.
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Il ricorso per cassazione avverso il decreto di rigetto del reclamo proposto nei confronti del decreto di chiusura del fallimento deve essere notificato al curatore fallimentare, essendo lo stesso legittimato nonostante la chiusura del fallimento, in quanto si controverte proprio del suo corretto comportamento; pertanto, nel caso in cui il curatore sia "medio tempore" deceduto, è inammissibile il ricorso notificato al curatore "pro tempore" presso il dirigente della cancelleria del tribunale, dovendo considerarsi tale notificazione inesistente, in quanto effettuata nei confronti di una persona e presso una sede del tutto privi di collegamento con il soggetto intimato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2009, n. 5562.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Reclamo - Creditore non ammesso al passivo - Legittimazione - Condizioni - Interesse - Sussistenza - Necessità - Fattispecie.
Ai fini della sussistenza della legittimazione a proporre reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento da parte del creditore del fallito, non ammesso al passivo, che faccia valere la pendenza di un giudizio di opposizione allo stato passivo come causa ostativa della chiusura e deduca la mancanza dei presupposti di cui all'art. 118, 2° comma, legge fall., occorre accertare l'interesse in concreto che esso ha a contrastare detto provvedimento, come causa ostativa alla chiusura nella prospettiva dell'esito favorevole di causa dal medesimo promossa - nella specie, petizione ereditaria in via ordinaria di beni già ripartiti tra i creditori ammessi - perché comunque non potrebbe beneficiare di un eventuale ulteriore riparto, mentre d'altro canto il rimedio ai sensi dell'art. 119, secondo comma legge fall. è esperibile soltanto per contestare la sussistenza, in concreto, di una delle ipotesi previste dall'art. 118 legge fall., in presenza delle quali, invece, gli organi fallimentari non hanno nessun potere discrezionale di protrarre la procedura e quindi differirne la chiusura, a cui non osta pertanto l'opposizione allo stato passivo, nè la dichiarazione tardiva di credito. (Nella specie, la S.C. ha escluso la legittimazione ad agire del creditore che si è limitato a contestare l'effettiva consistenza della massa senza niente dedurre in ordine alla sussistenza di una massa attiva sulla quale potersi eventualmente soddisfare in caso di permanenza della procedura e di accoglimento della sua opposizione allo stato passivo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Dicembre 2006, n. 26927.


Fallimento - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - Opposizione - Decreto della corte di appello di annullamento del decreto di chiusura, su reclamo di un creditore - Ricorso per cassazione del curatore - Inammissibilità per difetto di interesse.
Il ricorso per cassazione del curatore fallimentare avverso il decreto della corte di appello che annulla il decreto di chiusura del fallimento emesso dal tribunale, in accoglimento del reclamo di un creditore, è inammissibile per difetto di interesse, non essendo espressione dei compiti del curatore di provvedere all'amministrazione del patrimonio fallimentare sotto la direzione del giudice delegato, nella prospettiva di acquisire le attività facenti capo all'imprenditore, procedere alla relativa liquidazione e curare quindi la ripartizione del ricavato tra i creditori nel rispetto della loro "par condicio". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Febbraio 2006, n. 2988.


Termine ragionevole - Legge n. 89 del 2001 - Equa riparazione - Ambito di applicazione - Procedura fallimentare - Inclusione - Titolarità del diritto alla ragionevole durata di tale procedura - Spettanza anche al fallito - Termine semestrale di proponibilità della relativa azione - Decorrenza - Dalla definitività della decisione - Coincidenza della definitività con la data di irreclamabilità in appello del decreto di chiusura del fallimento, allo scadere di quindici giorni dall'affissione - Procedimento per la riabilitazione del fallito - Inclusione nel computo del termine di decadenza dall'azione ex legge n. 89 del 2001 - Fondamento - Soggezione del procedimento di riabilitazione ad un termine di durata ragionevole autonomo rispetto a quello relativo alla procedura fallimentare - Sussistenza.
La disciplina dell'equa riparazione per l'irragionevole durata del processo trova applicazione anche nel caso in cui il ritardo lamentato si riferisca al procedimento esecutivo concorsuale cui dà vita la dichiarazione di fallimento, ed anche in favore del fallito, il quale, in quanto parte del processo fallimentare, è titolare del diritto alla ragionevole durata di esso. Con riferimento a detta procedura, il termine semestrale entro cui deve essere proposta, a pena di decadenza, la domanda di equa riparazione per irragionevole durata decorre dalla data in cui, allo scadere dei quindici giorni dall'affissione del decreto di chiusura del fallimento, tale decreto non è più reclamabile in appello. Ai fini del relativo computo, non va espunto il tempo che il fallito abbia dovuto attendere per la decisione della istanza di riabilitazione, in quanto detto istituto non costituisce la fase conclusiva naturale e necessaria della procedura fallimentare, bensì un procedimento di giurisdizione volontaria del tutto autonomo rispetto a quest'ultima, essendo diretto a far cessare le incapacità di natura tipicamente sanzionatoria e "sociale" conseguenti alla iscrizione nel registro dei falliti, concernendo, perciò, i limiti della capacità di agire del fallito ed essendo subordinato sia ad una istanza rimessa alla iniziativa di quest'ultimo, sia alle condizioni previste dall'art. 143 della legge fallimentare; e dovendo, inoltre, svolgersi attraverso lo specifico procedimento stabilito dall'art. 144 legge fall., e definito con sentenza del Tribunale sottoposta ad appositi mezzi di impugnazione. Ne consegue che detto procedimento è soggetto ad un termine di durata ragionevole autonomo rispetto a quello che deve essere osservato per la definizione della procedura fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Gennaio 2006, n. 1747.


Termine ragionevole del processo - Criteri di determinazione "ex" legge n. 89 del 2001 - Procedure prefallimentare e fallimentare - Diversità - Conseguenze - Computo della durata del processo presupposto - Criteri.
In tema di equa riparazione per la violazione del termine ragionevole di durata del processo ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, nel caso di fallimento, poiché la procedura prefallimentare e la procedura concorsuale si differenziano sotto più profili, la durata ragionevole delle due fasi va accertata distintamente ed è ammissibile il riferimento della domanda "ex" legge n. 89 del 2001 ad una sola di esse, nel qual caso, ove la denuncia del ritardo irragionevole attenga alla fase fallimentare, ai fini del computo il "dies a quo" coincide con la data della sentenza di fallimento ed il "dies ad quem" con il momento in cui diviene definitivo il decreto di chiusura della procedura concorsuale, cioè con il termine di improponibilità del reclamo ex art. 119, secondo comma, della legge fallimentare. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Settembre 2005, n. 18687.


Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Termine ragionevole del processo - Criteri di determinazione ex lege n. 89 del 2001 - Durata complessiva del processo presupposto - Procedura fallimentare - Termine conclusivo - Individuazione - Criteri.
In tema d'equa riparazione per la violazione del termine ragionevole di durata del processo ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89, per l'individuazione del momento iniziale e di quello conclusivo del procedimento presupposto occorre riferirsi ai criteri desumibili dalla disciplina del tipo di processo che si assume affetto da ritardo. In particolare, la procedura fallimentare, con riguardo al concorso dei creditori sul patrimonio del fallito, può considerarsi conclusa soltanto nel momento in cui si verifica il soddisfacimento integrale del credito ammesso al passivo, oppure, nelle ipotesi di soddisfacimento parziale o di totale inadempimento, quando sia intervenuto il decreto di chiusura del fallimento o perché è stata compiuta la ripartizione dell'attivo o perché la procedura non può essere utilmente continuata per insufficienza d'attivo e tale decreto sia divenuto definitivo per essere scaduto il termine di quindici giorni dalla sua affissione senza che sia stato impugnato con reclamo alla corte d'appello. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 11 Maggio 2005, n. 9922.


Convenzione europea dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali - Processo equo - Termine ragionevole - In genere - Procedura fallimentare - Ritardo allegato dal creditore - Giudizio di irragionevolezza della durata della procedura - Termine finale della procedura rilevante a detto fine - Ammissione del credito allo stato passivo - Esclusione - Soddisfacimento integrale del credito ammesso o intervenuta definitività del decreto di chiusura del fallimento - Mancata proposizione da parte del creditore di istanza di riparto provvisorio dell'attivo - Irrilevanza.
In tema di equa riparazione da durata irragionevole di una procedura fallimentare, ai fini della individuazione del momento finale del processo presupposto, in relazione al quale va valutata la ragionevolezza della durata dello stesso, deve tenersi conto non già del momento in cui è avvenuta la ammissione del credito al passivo, ma, avuto riguardo alla natura e alla finalità della procedura di cui si tratta, anche del periodo successivo della procedura stessa, che si deve considerare conclusa solo nel momento in cui si verifica il soddisfacimento integrale del credito ammesso, ovvero, nella ipotesi di soddisfacimento parziale o di totale inadempimento, nel momento in cui, intervenuto decreto di chiusura del fallimento per essere stata compiuta la ripartizione finale dell'attivo, o per non potere la stessa essere utilmente continuata per insufficienza di attivo, detto decreto sia divenuto definitivo per essere scaduto il termine di quindici giorni dalla sua affissione senza che lo stesso sia stato impugnato con reclamo alla corte di appello (artt. 118 e 119 legge fall.), non rilevando la mancata proposizione da parte del creditore di istanza diretta ad ottenere il riparto provvisorio dell'eventuale attivo, atteso che a tale riparto il curatore deve provvedere di ufficio, a norma dell'art. 110 legge fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Aprile 2005, n. 7664.


Fallimento del contribuente - Riferibile al periodo d'imposta compreso tra dichiarazione e chiusura del fallimento - Art. 10 d.P.R. n. 600 del 1973 - Termine di quattro mesi dalla chiusura del fallimento - Interpretazione - Presentazione della dichiarazione prima della chiusura formale della procedura - Affermazione - Fondamento.
In caso di fallimento la dichiarazione dei redditi relativa allo stato finale della procedura , riguardante il periodo d'imposta compreso tra l'inizio e la chiusura della medesima, deve essere presentata, ai sensi dell'art. 10, quarto comma, del d.P.R. n. 600 del 1973, abrogato a decorrere dal 22 settembre 1998 (dall'art. 9, comma nono, d.P.R. n. 322 del 1998) ma applicabile "ratione temporis", entro quattro mesi dalla chiusura del fallimento. Tale adempimento del curatore, che presuppone il compimento di tutte le operazioni, necessarie alla definizione dei rapporti giuridico - economici facenti capo al fallimento, in mancanza di una espressa previsione di legge che lo vieti e in considerazione del fatto che l'art. 10, comma quarto, si limita solo a prevedere il termine ultimo, ma non anche quello iniziale per ottemperarvi, deve ritenersi adempiuto in modo legittimo ed efficace anche prima della formale chiusura della procedura, ai sensi dell'art. 119 della legge fallimentare, quando sussista o una specifica esigenza della procedura o un oggettivo interesse della massa dei creditori e, da un lato, siano stati definiti tutti i rapporti pendenti e, dall'altro, siano noti al curatore tutti gli elementi che compongono il reddito da dichiarare. In caso di omissioni o di incompletezze della dichiarazione, infatti, compete sempre all'Ufficio finanziario, sulla base dei poteri di accertamento riconosciutigli dalla legge, di controllare la dichiarazione dei redditi finale, presentata dal curatore del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 01 Luglio 2003.


Termine ragionevole - Legge n. 89 del 2001 - Equa riparazione - Termine semestrale di proponibilità - Decorrenza - Definitività della decisione - Nozione - Procedura di fallimento - Coincidenza della definitività con la data di irreclamabilità in appello del decreto di chiusura del fallimento, allo scadere dei quindici giorni dall'affissione.
In tema di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo , per "definitività" della decisione concludente il procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata, la quale segna il "dies a quo" del termine di decadenza di sei mesi per la proponibilità della domanda, s'intende (salvi i casi in cui il provvedimento del giudice che pone termine al processo in corso dinanzi a lui presupponga un'ulteriore fase attuativa, destinata a consentire l'effettiva realizzazione del diritto la cui tutela in quel processo era stata invocata) l'insuscettibilità di quella decisione di essere revocata, modificata o riformata dal medesimo giudice che l'ha emessa o da altro giudice chiamato a provvedere in grado successivo; ne deriva che, con riferimento alle procedure di fallimento giunte a compimento, il termine semestrale entro cui deve essere proposta, a pena di decadenza, la domanda di equa riparazione per irragionevole durata della procedura di fallimento decorre dalla data in cui, allo scadere dei quindici giorni dall'affissione del decreto di chiusura del fallimento, tale decreto non è più reclamabile in appello. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Dicembre 2002, n. 17261.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Reclamo - Creditore non ammesso al passivo - Legittimazione - Esclusione - Prospettiva di esito favorevole di causa promossa in via ordinaria - Irrilevanza - Fondamento - Potere discrezionale degli organi fallimentari di protrarre la procedura in presenza delle ipotesi contemplate dall' art. 118 legge fallimentare - Esclusione - Opposizione allo stato passivo o dichiarazione tardiva di credito - Ostacolo alla chiusura - Esclusione.
Il creditore del fallito, non ammesso al passivo, non è legittimato a reclamare avverso il decreto di chiusura della procedura nella prospettiva dell'esito favorevole di causa dal medesimo promossa - nella specie petizione ereditaria in via ordinaria di beni già ripartiti tra i creditori ammessi - perché comunque non potrebbe beneficiare di un eventuale ulteriore riparto, mentre d'altro canto il rimedio ai sensi dell'art. 119 secondo comma legge fallimentare è esperibile soltanto per contestare la sussistenza, in concreto, di una delle ipotesi previste dall'art. 118 legge fall., in presenza delle quali, invece, gli organi fallimentari non hanno nessun potere discrezionale di protrarre la procedura e quindi differirne la chiusura, a cui non osta pertanto ne' l'opposizione allo stato passivo, ne' la dichiarazione tardiva di credito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Marzo 2001, n. 3819.


Fallimento - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - Decreto della Corte di Appello confermativo della chiusura disposta in primo grado - Ricorribilità per Cassazione ex art. 111 Cost. - Vizi di motivazione - Deducibilità - Limiti.
Il provvedimento pronunciato dalla Corte di Appello ai sensi dell'art. 119, comma secondo della legge fallimentare a seguito di reclamo avverso il provvedimento di chiusura del fallimento disposto dal Tribunale, se confermativo della chiusura dichiarata in primo grado, assume natura decisoria e definitiva ed è, pertanto, impugnabile con il ricorso straordinario per cassazione ex art. 111 Cost. In tale ambito, peraltro, il ricorso è proponibile solo per violazione di legge, in cui rientra anche l'inosservanza dell'obbligo della motivazione su questioni di fatto, la quale si configura non solo quando la motivazione manchi del tutto, con conseguente nullità della pronuncia per difetto della forma richiesta, ma anche in presenza di una motivazione apparente, cioè non idonea a rivelare la "ratio decidendi" ovvero di argomentazioni tra loro inconciliabili o perplesse o incomprensibili e che tali vizi emergano dallo stesso provvedimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Giugno 1999, n. 6580.


Fallimento - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - Opposizione - Legittimazione attiva del fallito - Sussistenza - Assistenza di un difensore - Necessità Fondamento.
Anche il fallito rientra (giusta disposto dell'art. 119 Legge Fall.) nel novero dei soggetti legittimati alla presentazione del reclamo avverso il decreto di chiusura del proprio fallimento mercè l'assistenza di un difensore, da ritenersi, peraltro, obbligatoria, a pena di inammissibilità dell'istanza, attesa la natura giurisdizionale del procedimento, che tende ad una pronuncia suscettibile di incidere, con autorità di giudicato, sullo "status" del fallito e sui diritti di quest'ultimo e delle persone che hanno avuto rapporti contrattuali con lui. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Marzo 1999, n. 2809.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - Opposizione - Reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento - Sospensione dei termini nel periodo feriale - Applicabilità.
La norma ricavabile dal combinato disposto degli artt. 3 legge 7 ottobre 1969 n. 742 e 92 R.D. 30 gennaio 1941 n. 12, secondo cui le controversie relative "alla dichiarazione ed alla revoca dei fallimenti" sono sottratte al regime di sospensione in periodo feriale, non si applica alla proposizione del reclamo contro il provvedimento del tribunale fallimentare che dichiari chiuso il fallimento, che resta invece soggetto alla sospensione dei termini nel predetto periodo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Marzo 1995, n. 3586.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Istanza di chiusura - Rigetto - Decreto del Tribunale fallimentare - Impugnazione con ricorso per Cassazione - Inammissibilità.
Il decreto con il quale il Tribunale fallimentare rigetti un'istanza di chiusura del fallimento non è impugnabile con ricorso per cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., per difetto del requisito della decisorietà , perché, limitandosi a lasciare "aperta la procedura fallimentare, è perciò stesso modificabile e revocabile dallo stesso giudice che lo ha emesso ed inidoneo ad acquistare autorità di giudicato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Marzo 1993, n. 3491.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - In genere - Creditore non ammesso al passivo - "Contestazioni" al rendiconto del curatore - Inammissibilità - Accantonamenti a garanzia dei creditori contestati - Diritto - Sussistenza - Esclusione.
Il creditore non ammesso al passivo fallimentare - pur potendo, come ogni interessato, presentare "osservazioni" - non è legittimato a proporre "contestazioni" al rendiconto predisposto dal curatore, a norma dell'art. 116 Legge fall., perché non ha un interesse concreto ed attuale ad interloquire nella fase della procedura che tende a rendere edotti i creditori ammessi ed il fallito sui risultati dell'amministrazione del patrimonio di quest'ultimo. In quanto estraneo a detta fase, il creditore non ammesso al passivo non ha neanche diritto agli accantonamenti, a garanzia dei creditori contestati, in presenza dei quali può dichiararsi la chiusura del fallimento, anche quando siano pendenti giudizi di opposizione allo stato passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Marzo 1993, n. 3500.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Rigetto della relativa istanza - Impugnabilità per cassazione ex art. 111 Cost. - Esclusione.
Il decreto con il quale il Tribunale fallimentare rigetti un'istanza di chiusura del fallimento , ancorché non soggetto a reclamo (previsto dall'art. 119 legge fall. per la sola ipotesi del decreto di chiusura), non è impugnabile per Cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., trattandosi di provvedimento di contenuto ordinatorio, come tale modificabile e revocabile, ed inidoneo ad acquistare autorità di giudicato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Settembre 1992, n. 10428.


Fallimento - Accertamento del passivo - Opposizione allo stato passivo - Deposito successivo alla chiusura della procedura concorsuale - Decreto del giudice delegato di non luogo a provvedere - Impugnabilità con ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. - Esclusione - Reclamo al Tribunale ex art. 26 legge fall. - Esperibilità.
In tema di fallimento non è impugnabile con ricorso per cassazione ex art. 111 Cost. il decreto con il quale il giudice delegato, anziché provvedere all'istruzione della causa a norma degli artt. 98 e 99 legge fall., ha dichiarato non luogo a provvedere su di una opposizione allo stato passivo in quanto depositata successivamente alla chiusura della procedura concorsuale, atteso che, mentre con riguardo al provvedimento di chiusura del fallimento va proposto reclamo alla Corte di Appello a norma dell'art. 119 legge fall., il detto decreto resta soggetto al reclamo al Tribunale e a norma dell'art. 26 legge fall.. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Maggio 1992, n. 6444.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Provvedimento del tribunale - Ordine di deposito di somme di denaro a garanzia di futuri crediti di imposta - Inesistenza giuridica - Idoneità al passaggio in giudicato - Esclusione.
Va considerato giuridicamente inesistente per assoluta carenza di potere (ed è perciò insuscettibile di passare in giudicato) il provvedimento del tribunale fallimentare che, all'atto della chiusura del fallimento, disponga il deposito di somme a garanzia di futuri crediti di imposta, in quanto la chiusura del fallimento comporta la decadenza degli organi fallimentari e la cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore tornato in bonis. ( Conf 1984/85, mass n 439896). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Settembre 1986, n. 5476.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Provvedimento del tribunale - Ordine di depositare somme di denaro a garanzia di futuri crediti d'imposta - Inesistenza giuridica - Impugnabilità con ricorso ex art. 111 cost. - Esclusione

Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Provvedimenti dei giudici ordinari (impugnabilità) - Provvedimenti in materia fallimentare
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Il provvedimento con il quale il tribunale fallimentare dispone, all'atto della chiusura del fallimento (nella specie: per avvenuto totale pagamento dei debiti) il deposito di somme di danaro a garanzia di futuri crediti di imposta, va considerato giuridicamente inesistente per assoluta carenza di potere, comportando la chiusura del fallimento la decadenza degli organi fallimentari e la cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore tornato in bonis, che, pertanto, non può essere assoggettato a vincoli a favore di creditori non insinuati. L'anzidetto provvedimento, in quanto estraneo alla tipologia degli Atti processuali ed insuscettibile di passare in giudicato, sfugge alla regola della conversione dei motivi di nullità in motivi di gravame, e così non è impugnabile con ricorso ex art. 111 cost., potendo l'inesistenza giuridica esser fatta valere senza limiti di tempo sia in via di Azione di accertamento, sia in via di eccezione nel corso delle procedure all'uopo previsto dall'ordinamento (d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602 e successive modificazioni). ( V 2270/84, mass n 434321; ( V 2259/84, mass n 434295; ( V 2258/84, mass n 434294; ( V 3078/79, mass n 399435). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Marzo 1985, n. 1984.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Istanza di chiusura - Decreto di rigetto del tribunale - Ricorso per cassazione ex art. 111 cost. - Inammissibilità.
Il decreto con il quale il tribunale fallimentare rigetta la istanza di chiusura del fallimento non è impugnabile con ricorso per Cassazione , ai sensi dell'art. 111 cost., per difetto del requisito della decisorietà, in quanto, limitandosi a lasciare aperta la procedura fallimentare, è perciò stesso modificabile e revocabile da parte dello stesso giudice che l'ha emesso, ed insuscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Aprile 1982, n. 2650.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere.
La pendenza del termine per proporre impugnazione ex art 111 Costituzione avverso i provvedimenti del tribunale fallimentare relativi al piano di reparto , alla revoca del curatore e alla approvazione del conto di gestione, non e ostativa alla chiusura del fallimento, spettando anche in tal caso agli organi fallimentari, nell'ambito del potere discrezionale di cui dispongono, apprezzare la convenienza, al fine della realizzazione delle finalità cui il fallimento e preordinato, di mantenere in vita la procedura in vista di un probabile incremento dell'attivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 16 Marzo 1979, n. 1569.