TITOLO I
Disposizioni generali


Art. 1

Imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo (1)
Testo a fronte
TESTO A FRONTE

I. Sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori che esercitano una attività commerciale, esclusi gli enti pubblici [...].

II. Non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori di cui al primo comma, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;

b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;

c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

III. I limiti di cui alle lettere a), b e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della giustizia, sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento.

________________

(1) Articolo sostituito dall’art. 1 del D. Lgs. 12 settembre 2007, n. 169. La norma si applica ai procedimenti per dichiarazione di fallimento pendenti alla data del 1 gennaio 2008, nonché alle procedure concorsuali e di concordato aperte successivamente (art. 22 d.lgs. cit.).

GIURISPRUDENZA

Procedure concorsuali – Società cd. “in house” – Accesso alle procedure concorsuali – Amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza – Dichiarazione dello stato di insolvenza di società a partecipazione pubblica.
Le società cd. “in house”, sulle quali un'amministrazione pubblica esercita il controllo analogo o più amministrazioni pubbliche esercitano il controllo analogo congiunto, rientrano nel novero delle società a partecipazione pubblica e, pertanto, ai sensi dell’art. 14 del D. Lgs. 175/2016, sono soggette alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo, nonché, ove ne ricorrano i presupposti, a quelle in materia di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza di cui al D. Lgs. 270/1999.

Sussistendo i requisiti dimensionali di cui all’art. 2 del D. Lgs. n. 270/1999, il tribunale può dichiarare - d’ufficio - lo stato di insolvenza di una società a partecipazione pubblica, nella specie cd. “in house”, soggetta alle disposizioni in materia di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza di cui al citato D. Lgs. 270/1999. (Marco Spadaro) (riproduzione riservata)
Tribunale Catania, 20 Luglio 2018.


Fallimento - Imprese soggette Esercizio in forma organizzata di attività di intermediazione o consulenza finanziaria - Attività di impresa commerciale - Sussistenza - Fattispecie.
Ai fini della dichiarazione di fallimento, l'esercizio in forma organizzata di un'attività di intermediazione o di consulenza finanziaria determina la soggezione alla procedura concorsuale, poiché l'art. 1 l.fall. rimanda alla nozione di imprenditore commerciale di cui all'art. 2195 c.c., che vi annovera, tra gli altri, coloro che esercitano un'attività industriale diretta alla produzione di beni o servizi, un'attività intermediaria nella circolazione di beni (comprese quindi le imprese finanziarie), un'attività bancaria o assicurativa e in genere le "altre attività ausiliarie delle precedenti". (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto fallibile il soggetto dedito ad una attività consistente in servizi di intermediazione e di consulenza finanziaria, con l'utilizzazione di personale dipendente). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 12 Giugno 2018, n. 15285.


Fallimento - Dichiarazione - Presupposti - Soglie di fallibilità - Abbreviazione dell'esercizio compiuta dall'imprenditore - Irrilevanza.
Il disposto della L. Fall., art. 1, comma 2, lett. a) e b), predetermina soglie calibrate su una prospettiva temporale annua di valutazione che non possono essere vanificate da un scelta di abbreviazione dell'esercizio compiuta dall'imprenditore; i tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento da apprezzare ai fini della verifica dei presupposti di fallibilità devono pertanto intendersi come esercizi aventi ciascuno durata annuale, a meno che non sia trascorso un lasso di tempo inferiore dall'inizio dell'attività dell'impresa. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 24 Maggio 2018, n. 12963.


Fallimento - Requisiti - Start up innovative - Iscrizione nella speciale sezione del registro delle imprese - Accertamenti sulla sussistenza in concreto dei requisiti richiesti dalla citata disposizione per il mantenimento dello status di start up innovativa - Ammissibilità

Fallimento - Requisiti - Start up innovative - Esenzione - Onere della prova

Fallimento - Start up innovative - Requisiti - Deposito di domanda di brevetto
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L’iscrizione nella speciale sezione del registro delle imprese e il periodico aggiornamento dei requisiti secondo la disciplina dei commi 8, 9, 12 e 14 dell'art. 25 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, non hanno natura costitutiva e non precludono pertanto al tribunale adito in sede prefallimentare, una volta verificata positivamente la formale iscrizione nella sezione speciale e i suoi successivi aggiornamenti, di procedere ad ulteriori accertamenti sulla sussistenza in concreto dei requisiti richiesti dalla citata disposizione per il mantenimento dello status di start up innovativa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Compete alla società resistente in sede prefallimentare l’onere di provare la sussistenza dei requisiti di legge del suo status di start up innovativa ai sensi dell’art. 25 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, essendo l’iscrizione nell’apposita sezione del registro delle imprese condizione necessaria, ma non sufficiente per quanto sin qui esposto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La mera presentazione di una domanda di brevetto non integra il concetto di depositario di privativa industriale di cui alla citata disposizione di cui all’art. 25 del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Udine, 22 Maggio 2018.


Società c.d. legali – Società c.d. di diritto singolare – Società a partecipazione pubblica – Organismi di diritto comune – Procedure concorsuali – Applicabilità.
Alle società c.d. legali o di diritto singolare, figure dottrinali volte a considerare unitariamente il complesso fenomeno delle società a partecipazione pubblica, si applica il diritto comune, non essendo possibile un tipo sociale del tutto estraneo al principio di responsabilità verso terzi, senza grave compromissione dei princìpi di eguaglianza e di affidamento dei soggetti che entrano in contatto con dette compagini.

La riforma c.d. Madia (d.lgs. n. 175 del 2016) ha esteso alla variegata galassia delle società con partecipazione pubblica la disciplina del diritto comune e del diritto concorsuale (nel caso di specie, il Tribunale ha dichiarato la fallibilità del Casinò di Campione S.p.A., accogliendo altresì la domanda di concessione di termini per la presentazione di domanda di ammissione al concordato preventivo, riconoscendo che la società medesima non è un ente pubblico). (Marta Gilli) (riproduzione riservata)
Tribunale Como, 27 Marzo 2018.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Imprese soggette - Requisito dell'indebitamento ex art. 1, comma 2, lett. c) l. fall. - Tempo con riferimento al quale deve essere valutata l'esistenza - Momento della dichiarazione di fallimento - Fondamento.
Il requisito di fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, lett. c) l. fall., costituito da un indebitamento complessivo almeno pari ad euro 500.000, deve essere valutato, stando al tenore letterale della norma, confrontato con quello delle lettere a) e b) dello stesso comma, solo con riferimento al momento della dichiarazione di fallimento, non anche con riferimento al periodo di tempo corrispondente ai tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 08 Febbraio 2018, n. 3158.


Start up innovativa - Fallimento - Effetti dell'iscrizione nel registro imprese sezione speciale.
La natura amministrativa degli atti sottesi all’iscrizione della società alla sezione speciale del registro delle imprese con la qualifica di start up innovativa non preclude di per sé l’accertamento in sede prefallimentare dell’effettiva sussistenza dei requisiti di legge per l’attribuzione di tale qualifica al fine di verificare l’assoggettabilità o meno, sotto il profilo soggettivo, al fallimento, in considerazione del potere di disapplicazione degli atti amministrativi eventualmente non conformi a legge da parte dell’Autorità Giudiziaria Ordinaria. (Paolo Persello) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 18 Gennaio 2018.


Concordato preventivo - Inadempimento ai debiti falcidiati - Istanza di fallimento - Ammissibilità.
Non vi sono preclusioni alla dichiarazione di fallimento di società con concordato preventivo omologato ove si faccia questione dell'inadempimento di debiti già sussistenti alla data del ricorso per concordato che con l'omologazione siano stati modificati, dovendosi comunque verificare all'epoca della decisione così sollecitata i presupposti di cui agli artt. 1 e 5 l.fall.

In tal caso, l'azione esperita dal creditore costituisce legittimo esercizio della propria autonoma iniziativa ex art. 6 l.fall., non condizionata dal precetto di cui all'art. 184 l.fall. e dunque a prescindere dalla risoluzione del concordato preventivo, il cui procedimento andrebbe attivato solo se l'istante facesse valere non il credito nella misura ristrutturata (e dunque falcidiata) ma in quella originaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 11 Dicembre 2017.


Concordato preventivo - Inadempimento - Istanza di fallimento - Eccezione opponibile dal debitore.
Al creditore che chieda il fallimento del debitore ammesso a concordato concordato preventivo omologato, è possibile opporre la pendenza dell'esecuzione dello stesso e che dunque l'inadempimento di una o più obbligazioni concordatarie si giustifica con la sequenza dei pagamenti previsti nel piano.

Quando tuttavia possa considerarsi cessata la fase esecutiva con esaurimento dell'attivo o sia dimostrata l'inidoneità delle attività al rispetto degli obblighi assunti con il concordato, è possibile provocare il giudizio sulla solvibilità dell'impresa ai sensi degli artt. 6, 7 e 15 l.fall. assumendo, ove necessario, come fatto sopravvenuto ogni circostanza successiva alla omologazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. VI, 11 Dicembre 2017.


Concordato preventivo - Inadempimento - Istanza di fallimento - Ammissibilità - Decorso dell'anno di cui all'art. 184 l.f. - Irrilevanza - Istanza proponibile anche dal PM e dai nuovi creditori .
Una volta che sia stato omologato il concordato preventivo e sia scaduto il termine per la sua risoluzione (o rigettata la relativa domanda), il debitore continua ad essere obbligato agli obblighi di adempimento, per cui si riapre lo scenario comune delle possibili iniziative dirette a farne accertare l'insolvenza, con possibilità di proporre istanza di fallimento non solo per i creditori già concorsuali nella misura falcidiata, ma anche dal P.M. e dallo stesso debitore, oltre che dai nuovi creditori. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 11 Dicembre 2017.


Fallimento - Dichiarazione - Deposito della documentazione relativa alla situazione patrimoniale ex art. 15, comma 4, l.fall. - Omissione - Rilevanza probatoria - In danno del fallendo - Ragioni - Fattispecie.
In tema di istruttoria prefallimentare, l'omesso deposito da parte dell'imprenditore, nei cui confronti sia proposta istanza di fallimento, della situazione patrimoniale, economica e finanziaria aggiornata (al pari dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi), in violazione dell'art. 15, comma 4, l.fall. (come sostituito dall'art. 2 del d.lgs. n. 169 del 2007), si risolve in danno dell'imprenditore medesimo, essendo egli onerato della prova del non superamento dei limiti dimensionali, che ne escludono la fallibilità.

(In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che a sua volta aveva rigettato il reclamo avverso la dichiarazione di fallimento, in quanto aveva rilevato che il fallito aveva prodotto come documenti semplici fogli, privi di data e di ogni altra indicazione, e che i ricavi attestati riguardavano i soli ultimi due anni di attività, sebbene la società risultasse costituita molti anni prima della presentazione dell'istanza di fallimento). (massima ufficiale)
Cassazione civile, sez. VI, 24 Ottobre 2017, n. 25188.


Fallimento – Dichiarazione – Requisiti dimensionali – Attivo patrimoniale – Piccolo imprenditore – Rimanenze di magazzino.
Nella valutazione del capitale investito, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, trovano applicazione i principi di logica contabile, cui si richiama la art. 1, comma 2, lett. a) l.fall., (nel testo modificato dal D.Lgs. 12 settembre 2007, n. 169, art. 1) e di cui è espressione lo stesso art. 2424 c.c., con la conseguenza che, pur non essendo il piccolo imprenditore tenuto alla redazione di un bilancio come quello previsto per le società di capitali, tra le poste attive della situazione patrimoniale vanno incluse anche le rimanenze di magazzino, mentre nel passivo devono essere computati i debiti contratti per l'acquisto degli stessi beni. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 04 Ottobre 2017, n. 23196.


Fallimento – Dichiarazione – Soglie di fallibilità – Prova del mancato superamento – Dichiarazioni dei redditi che siano state trasmesse tardivamente all’anagrafe tributaria.
Non è idonea a provare il mancato superamento delle soglie di fallibilità di cui all’art. 1 l.fall. la produzione di dichiarazioni dei redditi che siano state trasmesse tardivamente all’anagrafe tributaria, tanto più nel caso in cui detti documenti presentino dati contabili incongruenti rispetto alle dichiarazioni I.R.A.P. relative al medesimo anno di imposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Salerno, 04 Agosto 2017.


Fallimento - Imprenditore agricolo - Affitto dell'azienda - Attività di importazione e rivendita di prodotti.
Non può considerarsi imprenditore agricolo ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 2135 c.c. il soggetto che, dopo aver affittato a terzi l'azienda agricola, abbia modificato l'attività svolgendo esclusivamente quella di importazione dall'estero di prodotti poi rivenduti all'affittuaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Bolzano, 18 Luglio 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Presupposti – Reclamo – Prova – Bilanci degli ultimi tre esercizi, approvazione, deposito presso il registro imprese, ed inattendibilità da valutarsi circa tempi e modi della loro approvazione.
In tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, legge fall., è necessaria l’allegazione dei bilanci degli ultimi tre esercizi (che peraltro l'imprenditore è già tenuto a depositare, ex art. 15, comma 4, legge fall.), in quanto questi costituiscono la base documentale imprescindibile, pur non integrando anche una prova legale, tant’è che possono essere ritenuti motivatamente inattendibili dal giudice, qualora, ad esempio, detti bilanci non siano stati ritualmente approvati, o non siano stati depositati nel registro delle imprese, oppure tenendo conto dei relativi tempi di approvazione e di deposito rispetto alle tempistiche della procedura prefallimentare, con la conseguenza che, in tale eventualità, l'imprenditore rimane diversamente onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità da se invocati. (Matteo Nerbi) (Paolo Martini) (riproduzione riservata) Appello Genova, 17 Luglio 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Presupposti – Reclamo – Prova – Inattendibilità dei bilanci degli ultimi tre esercizi, a causa dei tempi e modi della loro approvazione – Documenti probatori equipollenti ai bilanci degli ultimi tre esercizi, ai fini della prova dei requisiti di non fallibilità di cui all’art. 1, comma 2 LF..
In tema di fallimento, ai fini della prova da parte dell'imprenditore della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all’art. 1, comma 2 legge fall., qualora i bilanci degli ultimi tre esercizi siano stati allegati nel giudizio, ma nondimeno siano stati considerati motivatamente inattendibili dal Giudice, l'imprenditore comunque potrà provare la sussistenza dei requisiti di non fallibilità mediante diversi documenti, altrettanto significativi, quali, i conti di mastro, le situazioni contabili di fine anno, i partitari clienti e fornitori, il libro giornale, i registri iva, e le dichiarazioni fiscali, tutti da valutarsi tenendo conto dell’assenza di circostanze di fatto che ne mettano in dubbio l’attendibilità, e dell’assenza di altri elementi di giudizio eventualmente contrastanti con le risultanze di tale documentazione. (Matteo Nerbi) (Paolo Martini) (riproduzione riservata) Appello Genova, 17 Luglio 2017.


Fallimento – Dichiarazione – Soglie di fallibilità – Prova del mancato superamento – Dichiarazioni dei redditi trasmesse tardivamente all’anagrafe tributaria.
Non è idonea a provare il mancato superamento delle soglie di fallibilità di cui all’art. 1 l.fall. la produzione di dichiarazioni dei redditi che siano state trasmesse tardivamente all’anagrafe tributaria, tanto più nel caso in cui detti documenti presentino dati contabili incongruenti rispetto alle dichiarazioni I.R.A.P. relative al medesimo anno di imposta. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 05 Luglio 2017.


Fallimento – Accertamento del passivo – Domande tardive – Carattere unitario – decreto di esecutività – Impugnazione.
In materia di fallimento, anche il procedimento di accertamento dello stato passivo riguardante le domande di insinuazione tardiva ai sensi dell’art. 101 l.fall., benchè la loro trattazione sia frazionabile in più udienze, si conclude con il decreto di esecutività reso ex art. 96, ultimo comma, l.fall., unico e tipico provvedimento a contenuto precettivo, il cui termine per l'impugnazione decorre solo dalla sua comunicazione, mentre è inammissibile un’impugnazione del provvedimento di ammissione di singoli crediti perché in contrasto con l’esigenza di definizione unitaria di tutte le questioni concernenti lo stato passivo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Giugno 2017, n. 13886.


Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Formazione dello stato passivo - Privilegio artigiano ex art. 2751-bis, n. 5, c.c., nel testo ante riforma di cui al d.l. n. 5 del 2012 - Spettanza - Riferimento ai criteri di cui all’art. 2083 c.c. - Necessità - Rilevanza dei presupposti di cui agli artt. 5 della l. n. 443 del 1985 o 1 l.fall. - Esclusione.
In tema di accertamento del passivo, ai fini dell’ammissione ivi di un credito come privilegiato ai sensi dell’art. 2751-bis, n. 5, c.c., nel testo, applicabile "ratione temporis", anteriore alla novella introdotta dal d.l. n. 5 del 2012, conv., con modif., dalla l. n. 35 del 2012, la natura artigiana dell'impresa va valutata esclusivamente in relazione al concetto di prevalenza del lavoro evocato dall’art. 2083 c.c., mentre sono irrilevanti la sua iscrizione nell'albo delle imprese artigiane di cui all'art. 5 della l. n. 443 del 1985 ed il non superamento delle soglie di fallibilità ex art. 1 l.fall. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Giugno 2017, n. 13887.


Fallimento – Dichiarazione – Presupposti – Prova – Bilanci degli ultimi tre esercizi – Approvazione e deposito presso il registro imprese – Necessità.
In tema di fallimento, ai fini della prova della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, legge fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi che l'imprenditore è tenuto a depositare, ai sensi dell'art. 15, comma 4, legge fall., sono quelli già approvati e depositati nel registro delle imprese, ai sensi dell'art. 2435 c.c.; sicché, ove difettino tali requisiti, o essi non siano ritualmente osservati, il giudice può motivatamente non tenere conto dei bilanci prodotti, rimanendo l'imprenditore onerato della prova circa la sussistenza dei requisiti della non fallibilità. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 31 Maggio 2017, n. 13746.


Società tra professionisti – Assoggettabilità a fallimento – Esclusione.
Malgrado il superamento delle soglie relative ai limiti dimensionali, non è assoggettabile a fallimento la società tra professionisti (S.t.p.) costituita ai sensi della l. 12 novembre 2011 n.183 per l’esercizio in via esclusiva di attività professionale - nel caso specifico di commercialista con iscrizione nell’apposita sezione dell’albo - e che abbia effettivamente svolto in via esclusiva detta attività professionale, non potendo essere assimilata alle altre società commerciali, non esercitando un’attività di carattere commerciale e non rivestendo dunque la qualità di imprenditore.

(Fattispecie di società tra socio commercialista e soci/dipendenti con mansione di ausiliari in possesso di qualità tecniche; il Tribunale di Forlì perviene alla decisione osservando peraltro che “la legge n.183/2011 ed il successivo regolamento di attuazione con d.m. 34/2013 non dettano alcuna specifica disposizione in merito all’assoggettabilità o meno al fallimento delle società tra professionisti, a differenza di quanto invece espressamente previsto dalla successiva l. 247/2012 che, in relazione alla professione forense, ne esclude l’assoggettabilità al fallimento proprio in considerazione del fatto che quest’ultima non costituisce attività d’impresa, principio richiamato nella delega al Governo che, mutatis mutandis, può essere certamente applicato anche alla società tra professionisti organizzati in ordini”)

Non constano precedenti in termini. (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)
Tribunale Forlì, 25 Maggio 2017.


Fallimento – Società cooperativa – Scopo di lucro – Qualità di imprenditore commerciale – Irrilevanza – Individuazione dell'attività di impresa ove sussista una obiettiva economicità dell'attività esercitata – Proporzionalità tra costi e ricavi.
Lo scopo di lucro (c.d. lucro soggettivo) non è elemento essenziale per il riconoscimento della qualità di imprenditore commerciale, essendo individuabile l'attività di impresa tutte le volte in cui sussista una obiettiva economicità dell'attività esercitata, intesa quale proporzionalità tra costi e ricavi (cd. lucro oggettivo), requisito quest'ultimo che, non essendo inconciliabile con il fine mutualistico, ben può essere presente anche in una società cooperativa, pur quando essa operi solo nei confronti dei propri soci. Tant'è che anche tale società ove svolga attività commerciale può, in caso di insolvenza, essere assoggettata a fallimento in applicazione dell'art. 2545-terdecies c.c."

[Con riguardo al caso di specie, la Corte di cassazione ha, poi, rilevato che “a maggior ragione la predetta commercialità risulta esattamente affermata allorché, prescindendo dalle enunciazioni dell'oggetto sociale e dai requisiti iscrizionali, nonché dal parere ministeriale (elementi non vincolanti), l'attività dell'ente - indagata ai fini fallimentari in contraddittorio con i creditori - risulti contaminata da rilevanti operazioni che, per natura e complessità, appaiano incompatibili con lo scopo mutualistico. Esse oltretutto, nella vicenda, non risultano né ipotizzate di una qualche strumentalità occasionale rispetto alle principali finalità dell'ente, né circoscritte a singole deviazioni di gestione ed in realtà appaiono, nell'accertamento condotto dal giudice di merito, prive di qualunque giustificazione rispetto alla rivendicata esenzione concorsuale.”] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 13 Aprile 2017, n. 9567.


Fallimento – Dichiarazione – Procedimento – Reclamo – Poteri officiosi del giudice del merito – Limiti – Valutazione d'ufficio della ricorrenza dei presupposti oggettivi o soggettivi di fallibilità non contestati – Esclusione.
Il solo limite che giudice del merito investito del reclamo ex art. 18 legge fall. incontra è quello di non potersi spingere sino al punto di valutare d'ufficio la ricorrenza di quei presupposti, oggettivi o soggettivi, della fallibilità che non siano in contestazione tra le parti e, anche per tale via, possano comunque dirsi positivamente sussistenti.

La selettività delle soluzioni concorsuali di cui all'articolo 1, comma 1, legge fall. non permette peraltro, quale limite di sistema, di far discendere dal principio della domanda di parte una regola decisoria che, valorizzando la mera non contestazione in giudizio, faccia entrare in una delle procedure ivi previste soggetti che vi sono estranei ponendo, pertanto, requisiti di inammissibilità rilevabili  anche d'ufficio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 28 Marzo 2017.


Concordato preventivo - Omologazione - Assoggettabilita delle società c.d. in house alla procedura di concordato preventivo - Ammissibilità.
Dopo il lungo dibattito giurisprudenziale degli ultimi anni la fallibilità delle società c.d. in house e, dunque, anche l'assoggettabilità alla procedura di concordato preventivo è da ritenersi un fatto pacifico alla luce delle due recenti prese di posizione della Corte di Cassazione con la sentenza 7 febbraio 2017, n. 3196 e del legislatore, che con l'art. 14 del d.lgs. 19 agosto 2016, n. 175 (Testo Unico in materia di società a partecipazione pubblica) ha chiarito che le società a partecipazione pubblica sono soggette a fallimento e alle altre procedure concorsuali e all'art. 16 non ha inserito alcuna deroga a tale principio generale per le società in house. (Tiziana Merlini) (riproduzione riservata) Tribunale Livorno, 08 Marzo 2017.


Impresa - Imprenditore - Commerciale e industriale - Promotore finanziario - Qualifica di imprenditore commerciale - Requisiti.
Ai fini della configurabilità dell'esercizio di attività imprenditoriale da parte del promotore finanziario di cui all'art. 31, comma 2, del d.lgs. n. 58 del 1998, è sufficiente che egli svolga la propria attività sulla base di un'autonoma organizzazione di mezzi ed a proprio rischio, considerato che gli altri elementi che caratterizzano l'attività di impresa sono già presenti, per definizione, in quella del promotore finanziario, la quale rientra tra le cd. attività ausiliarie previste dall'art. 2195, n. 5, c.c. e costituisce, dunque, impresa commerciale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 07 Marzo 2017, n. 5660.


Fallimento - Dichiarazione - Imprese soggette - Imprenditore ritirato - Termine annuale di cui all'art. 10 l.fall. - Eguale momento di decorrenza per gli imprenditori collettivi e individuali - Imprenditori non iscritti - Inapplicabilità del termine - Fondamento.
Il termine di un anno dalla cessazione dell'attività, previsto dall'art. 10 l.fall. ai fini della dichiarazione di fallimento, decorre, tanto per gli imprenditori individuali quanto per quelli collettivi, dalla cancellazione dal registro delle imprese e non può trovare, quindi, applicazione per quegli imprenditori che neppure siano stati iscritti nel menzionato registro, in quanto, da un lato, si tratta di beneficio riservato soltanto a coloro che abbiano assolto all’adempimento formale dell’iscrizione, e, dall’altro, i creditori ed il Pubblico Ministero, ai sensi dell’art. 10, comma 2, l.fall., possono dare la prova della data di effettiva cessazione dell’attività d’impresa soltanto nei confronti di soggetti cancellati dal registro delle imprese, d’ufficio o su richiesta, e, quindi, comunque in precedenza necessariamente iscritti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2017, n. 5520.


Fallimento - Imprese soggette - "Holding" di tipo personale - Estremi - Assoggettabilità a fallimento - Condizioni - Fattispecie.
È configurabile una "holding" di tipo personale allorquando una persona fisica, che sia a capo di più società di capitali in veste di titolare di quote o partecipazioni azionarie, svolga professionalmente, con stabile organizzazione, l'indirizzo, il controllo ed il coordinamento delle società medesime, non limitandosi, così, al mero esercizio dei poteri inerenti alla qualità di socio. A tal fine è necessario che la suddetta attività, di sola gestione del gruppo (cosiddetta “holding” pura), ovvero anche di natura ausiliaria o finanziaria (cosiddetta “holding” operativa), si esplichi in atti, anche negoziali, posti in essere in nome proprio, fonte, quindi, di responsabilità diretta del loro autore, e presenti, altresì, obiettiva attitudine a perseguire utili risultati economici, per il gruppo e le sue componenti, causalmente ricollegabili all'attività medesima. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della corte d’appello che aveva respinto il reclamo dell’“holder” persona fisica dichiarato fallito, il quale, sebbene con la coesistenza di una società capogruppo - anch’essa dichiarata fallita - delle società dirette dal primo, aveva svolto un'attività diversa ed ulteriore da tale soggetto, con spendita diretta del proprio nome, autonoma organizzazione e connotazione imprenditoriale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2017, n. 5520.


Fallimento - Imprese soggette - "Holding" di tipo personale suscettibile di fallimento - Nozione - Stato soggettivo - Mezzi negoziali - Irrilevanza.
È configurabile una "holding" di tipo personale, costituente impresa commerciale suscettibile di fallimento, per essere fonte di responsabilità diretta dell'imprenditore, quando si sia in presenza di una persona fisica che agisca in nome proprio, per il perseguimento di un risultato economico, ottenuto attraverso l'attività svolta, professionalmente, con l'organizzazione ed il coordinamento dei fattori produttivi, relativi al proprio gruppo di imprese, restando irrilevanti sia lo stato soggettivo dell’imprenditore, sia i mezzi negoziali utilizzati per l’esercizio dell’attività imprenditoriale. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Marzo 2017.


Società pubblica - Natura - Società in house - Fallibilità.
Se è vero che l'ente pubblico in linea di principio può partecipare alla società soltanto se la causa lucrativa sia compatibile con la realizzazione di un proprio interesse (secondo norme e vincoli resi più stringenti dal d.lgs. n.175 del 2016), una volta che comunque la società sia stata costituita, l'interesse che fa capo al socio pubblico si configura come di rilievo esclusivamente extrasociale, con la conseguenza che le società partecipate da una pubblica amministrazione hanno comunque natura privatistica (Cass. s.u. 17287/2006).

Il rapporto tra società ed ente è perciò di assoluta autonomia, non essendo consentito al secondo di incidere unilateralmente sullo svolgimento dello stesso rapporto e sull'attività della società mediante poteri autoritativi, ma solo avvalendosi degli strumenti previsti dal diritto societario e mediante la nomina dei componenti degli organi sociali. Né un eventuale abuso di tali poteri pubblicistici ovvero la previsione di accordi anche contrattuali tra società ed ente, in costanza del tipo societario operativo, possono farne aggirare il modello di responsabilità con efficacia verso i terzi, ciò altrimenti dipendendo, sostanzialmente, da imprevedibili scelte di mera convenienza, ancora una volta incompatibili con l'adozione a monte dell'istituto societario.

La disciplina di convivenza così sintetizzata permette, come efficacemente spiegato in dottrina, che le società a partecipazione pubblica siano assoggettate a regole analoghe a quelle applicabili ai soggetti pubblici nei settori di attività in cui assume rilievo preminente rispettivamente la natura sostanziale degli interessi pubblici coinvolti e la destinazione non privatistica della finanza d'intervento; saranno invece assoggettate alle normali regole privatistiche ai fini dell'organizzazione e del funzionamento. E ciò vale anche per l'istituzione, la modificazione e l'estinzione, ove gli atti propedeutici alla formazione della volontà negoziale dell'ente sono soggetti alla giurisdizione amministrativa, ma gli atti societari rientrano certamente nella giurisdizione del giudice ordinario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 07 Febbraio 2017.


Fallimento - Società e consorzi - In genere - Società pubbliche costituite in forma di società di capitali - Fallibilità - Sussistenza - Fondamento.
In tema di società partecipate dagli enti locali, la scelta del legislatore di consentire l'esercizio di determinate attività a società di capitali, e dunque di perseguire l'interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico, comporta che queste assumano i rischi connessi alla loro insolvenza pena la violazione dei principi di uguaglianza e di affidamento dei soggetti che con esse entrano in rapporto ed attesa la necessità del rispetto delle regole della concorrenza, che impone parità di trattamento tra quanti operano all'interno di uno stesso mercato con identiche forme e medesime modalità. Del resto, da un lato, l’art. 1 l.fall. esclude dall’area della concorsualità gli enti pubblici e non anche le società pubbliche, per le quali trovano applicazione le norme del codice civile (art. 4, comma 13, del d.l. n. 95 del 2012, conv., con modif., dalla l. n. 135 del 2012, e, quindi, art. 1, comma 3, del d.lgs. n. 175 del 2016), nonché quelle sul fallimento, sul concordato preventivo e sull’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi (art. 14 d.lgs. n. 175 del 2016); dall’altro, vanno respinte le suggestioni dirette alla compenetrazione sostanzialistica tra tipi societari e qualificazioni pubblicistiche, al di fuori della riserva di legge di cui all’art. 4 della l. n. 70 del 1975, che vieta la istituzione di enti pubblici se non in forza di un atto normativo. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 07 Febbraio 2017, n. 3196.


Fallimento – Misure di prevenzione antimafia – Compatibilità tra le due procedure.
Le due procedure del sequestro preventivo antimafia e del fallimento si fondano su presupposti differenti, tra cui - quanto al fallimento - l'insolvenza, i requisiti soggettivi temporalmente determinati, la non cessazione dell'attività: tutte circostanze il cui accertamento non è ripetibile in epoche diverse, risultando pertanto irrazionale una posticipazione della tutela dei creditori a fronte di un interesse pubblico (tutelato dal sequestro in questione) che può nel frattempo divenire recessivo.

Nel caso di specie, la S.C. ha confermato la decisione della corte di merito che aveva respinto la richiesta di revoca del fallimento di una società il cui intero patrimonio era stato sottoposto a misura di prevenzione antimafia. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 Gennaio 2017, n. 608.


Fallimento – Dichiarazione – Requisiti dimensionali – Indebitamento – Debiti contestati – Rilevanza – Fattispecie in tema di fondo rischi ed oneri.
L'accertamento del requisito di fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, lettera c) legge fall. va compiuto procedendo alla valutazione dell'esposizione complessiva dell'imprenditore, nella quale deve tenersi conto non solo dei debiti già sorti, ed appostati al passivo del bilancio, ma anche di quelli ulteriori, contestati in tutto o in parte ed ancora sub iudice. Tale circostanza, infatti, non ne impedisce, di per sé sola, l'inclusione nel computo dell'indebitamento rilevante quale dato dimensionale dell'impresa per stabilirne l'assoggettabilità al fallimento, in quanto attiene a un dato oggettivo, che non dipende dall'opinione del debitore a riguardo e, al pari di ogni altro presupposto della dichiarazione di fallimento, non si sottrae alla valutazione del giudice chiamato a decidere dell'apertura della procedura concorsuale.

Nel caso di specie la debitrice aveva iscritto oltre 1.400.000 euro nel fondo rischi ed oneri, a copertura di debiti litigiosi "certi" o "probabili", per cui la S.C. ha ritenuto che non fosse precluso al giudice del merito, cui compete in via esclusiva l'apprezzamento dei fatti rilevanti e decisivi per il giudizio, di ritenere detta appostazione indicativa dell'effettiva esistenza di quei debiti, ancorché non ancora giudizialmente accertati, anche in ragione del rapporto anomalo e squilibrato tra il loro elevato ammontare e quello, pressoché insignificante, dei debiti già esposti al passivo del bilancio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 12 Gennaio 2017, n. 601.


Fallimento - Società e consorzi - Società commerciali - Fallimento - Assoggettabilità - Attività commerciale - Effettivo esercizio - Necessità - Esclusione - Differenza dall'imprenditore commerciale individuale - Fattispecie.
Le società costituite nelle forme previste dal codice civile ed aventi ad oggetto un'attività commerciale sono assoggettabili al fallimento indipendentemente dall'effettivo esercizio di una siffatta attività, in quanto esse acquistano la qualità di imprenditore commerciale dal momento della loro costituzione, non dall'inizio del concreto esercizio dell'attività d'impresa, al contrario di quanto avviene per l'imprenditore commerciale individuale. Sicché, mentre quest'ultimo è identificato dall'esercizio effettivo dell'attività, relativamente alle società commerciali è lo statuto a compiere tale identificazione, realizzandosi l'assunzione della qualità in un momento anteriore a quello in cui è possibile per l'impresa non collettiva stabilire che la persona fisica abbia scelto, tra i molteplici fini potenzialmente raggiungibili, quello connesso alla dimensione imprenditoriale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza che aveva attribuito la qualità di impresa commerciale alla società nel cui oggetto sociale erano compresi l'acquisto, la vendita, la permuta e l'edificazione di immobili in genere). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Dicembre 2016, n. 25730.


Fallimento - Requisiti - Criteri dimensionali - Carenza formale dei  rendiconti economici - Ricostruzione della dinamica societaria.
In materia di condizioni dimensionali di fallibilità, non ogni carenza formale dei rendiconti economici li rende a priori inattendibili, se essi risultino coerenti nella sostanza con la dinamica societaria per come ricostruibile sulla base degli altri elementi disponibili e quindi comunque vi siano elementi sufficienti ad una valutazione concreta dei requisiti dimensionali rilevanti. (Davide De Bartolo) (riproduzione riservata) Appello Genova, 01 Dicembre 2016.


Requisiti di non fallibilità - Prova - Bilanci degli ultimi tre esercizi - Base documentale necessaria - Prova legale - Esclusione - Motivata valutazione di inattendibilità - Conseguenze.
Ai fini della prova, da parte dell'imprenditore, della sussistenza dei requisiti di non fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., i bilanci degli ultimi tre esercizi costituiscono la base documentale imprescindibile, ma non anche una prova legale, sicché, ove ritenuti motivatamente inattendibili dal giudice, l'imprenditore rimane onerato della prova circa la ricorrenza dei requisiti della non fallibilità. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 01 Dicembre 2016, n. 24548.


Fallimento – Dichiarazione – Società occulta – Notificazione – Modalità – Holding personale – Requisiti – Spendita del nome.
In tema di dichiarazione di fallimento di società occulta, che per definizione non intende manifestarsi ai terzi e pertanto non ha sede, la notificazione a coloro che nell’istanza sono indicati come soci dell’ente vale ad integrare in maniera adeguata il contraddittorio processuale.

“Secondo la giurisprudenza ormai consolidata la holding personale ricorre ogni qualvolta una persona fisica agisca in nome proprio, per il perseguimento di un risultato economico ottenuto attraverso attività svolta professionalmente, con organizzazione e coordinamento dei fattori produttivi: il che consente la configurabilità di una autonoma impresa assoggettabile a fallimento, sia quando la suddetta attività si esplichi nella sola gestione del gruppo (cd. holding pura), sia quando abbia natura ausiliaria o finanziaria (cd. holding operativa). La ricostruzione non muta se si discuta di una holding resa in forma societaria invece che da una singola persona fisica.

La configurabilità della holding è stata elaborata dalla nota “sentenza Caltagirone” (Cass. SSUU n. 1439/1990) e poi confermata dalle successive decisioni delle Corti di legittimità e merito (Cass. n. 405/1999, Cass. n. 3724/2003, Cass. n. 25275/2006; App. Catania, 18.1.1997; Trib. Padova 2.11.2001; Trib. Vicenza 23.11.2006; Trib. Napoli 8.1.2007; App. Milano 17.6.2008; Trib. Milano, 7.4.2011; Trib. Roma, 8.11.2011).

I dubbi inizialmente posti dalla dottrina e dalla giurisprudenza in ordine alla necessità ai fini del riconoscimento della società di fatto holding del presupposto della spendita del nome della società medesima nei rapporti esterni è stato risolto da Cass. n. 15346/2016, che in modo convincente ha statuito che la società di fatto holding “esiste come impresa commerciale per il solo fatto di essere stata costituita tra i soci col fine della direzione unitaria delle società commerciali figlie, vale a dire per l’effettivo esercizio dell’attività di direzione e controllo oggi esplicitamente considerata dall’art. 2497 e seg. Cod. civ.” (in motivazione). La spendita del nome della società, nel momento in cui si discuta non tanto di una società di fatto quanto specificamente di una società occulta, ove evidentemente il rapporto sociale tra i soci di fatto non è stato reso noto all’esterno “non ha senso”: “non ha senso perché (…) è propria di quella fattispecie giustappunto la concordata volontà dei soci che ogni rapporto con i terzi venga posto in essere per conto della società ma non in suo nome. Sicché (…) è assolutamente pacifico che in casi del genere, gli atti di impresa, se esistenti in termini oggettivi, sono sempre stati posti in essere “per conto” di un soggetto diverso da quello che appare. E se ricorrono gli altri elementi previsti dall’art. 2247 cod. civ. l’esistenza della società di fatto (occulta) non può essere messa in dubbio” (ibidem in motivazione).
Per costante insegnamento giurisprudenziale, l’esistenza di una società di fatto trova conferma in presenza dei “consolidati tratti dell’esercizio in comune dell’attività economica, della esistenza di fondi comuni (da apporti attivi patrimoniali) e dall’effettiva partecipazione ai profitti ed alle perdite, dunque di un agire nell’interesse (ancorché diversificato e non però contro l’interesse) dei soci” (da ultimo in motivazione Cass. n. 12120/2016, che anch’essa decide un caso di holding di fatto); in particolare l’esistenza della holding di fatto è provata dalla ricorrenza di una serie di indici sintomatici, quali: la detenzione da parte dei soggetti – imprenditori individuali o soci della società di fatto holding – di quote societarie delle società cd figlie; lo svolgimento da parte dei medesimi soggetti di ruoli preponderanti nell’amministrazione delle medesime; la coincidenza tra le attività e l’organizzazione delle società di capitali controllate; lo svolgimento dell’attività di impresa in locali anche parzialmente coincidenti; l’esistenza di ricavi derivanti soprattutto da fatturati intercompany (vedasi, da ultimo, Cass. 18.11.2010 n. 23344).” (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Padova, 24 Novembre 2016.


Imprenditore agricolo - Individuazione e definizione - Collegamento con un ciclo biologico e con il fondo inteso in senso lato - Dimensione dell’impresa, modalità di organizzazione e attività connesse - Irrilevanza.
Non più il collegamento con la terra, né i rischi connessi all’imponderabile evoluzione metereologica rappresentano i confini qualificanti dell’imprenditore agricolo - che hanno giustificato storicamente una diversa disciplina normativa in tema di iscrizione al registro delle imprese, tenuta delle scritture contabili ed esenzione dalla dichiarazione di fallimento - bensì il collegamento con un ciclo biologico, il legame con un fondo inteso in senso lato.

Non assumono alcun rilievo la dimensione della impresa o le modalità di organizzazione della stessa, ovvero i parametri quantitativi di cui all’art. 1, comma 2, della legge fall., né l’eventuale svolgimento di attività connesse – in quanto tali non principali, ma accessorie alla attività agricola ai fini della distinzione: l’impresa agricola si fonda sul ciclo biologico, mentre quello imprenditoriale sulle attrezzature, sulla modifica del prodotto. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Rovigo, 20 Settembre 2016.


Fallimento - Notifica del ricorso e del decreto di convocazione a mezzo polizia giudiziaria - Inesistenza - Esclusione - Nullità - Sussistenza - Sanatoria - Configurabilità - Fondamento.
La notificazione tramite polizia giudiziaria del ricorso di fallimento e del decreto di convocazione non è inesistente, bensì nulla, in quanto non totalmente incompatibile con le regole della procedura prefallimentare, sicché il vizio resta sanato ove la notifica sia giunta a buon fine per aver raggiunto lo scopo di portare l'atto a conoscenza del destinatario, nonché, a maggior ragione, quando il debitore, informato del deposito del ricorso e della fissazione dell'udienza, si sia costituito ovvero sia comparso senza nulla eccepire innanzi al tribunale chiamato a pronunciarsi sulla dichiarazione di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Agosto 2016, n. 17444.


Imprese soggette al fallimento - Impresa agricola - Oggetto sociale - Svolgimento in concreto di attività commerciale - Situazione in essere all’epoca della presentazione della domanda di fallimento.
Allo scopo di stabilire se una società agricola che abbia come oggetto sociale l’esercizio esclusivo delle attività agricole previste dall’articolo 2315 c.c. sia assoggettabile a fallimento, occorre accertare se essa svolga in concreto attività commerciale all’epoca della presentazione della domanda di fallimento, senza che possa farsi riferimento ai criteri temporali posti dall’articolo 1, comma 2, legge fall che opera invece una distinzione all’interno della categoria degli imprenditori commerciali. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Appello Brescia, 12 Agosto 2016.


Fallimento - Imprenditore agricolo - Esenzione dal fallimento - Limiti - Imprenditore agricolo per connessione - Requisiti - Onere della prova - Fattispecie.
L'esenzione dell'imprenditore agricolo dal fallimento viene meno ove non sussista, di fatto, il collegamento funzionale della sua attività con la terra, intesa come fattore produttivo, o quando le attività connesse di cui all'art. 2135, comma 3, c.c. assumano rilievo decisamente prevalente, sproporzionato rispetto a quelle di coltivazione, allevamento e silvicoltura, gravando su chi invochi l'esenzione, sotto il profilo della connessione tra la svolta attività di trasformazione e commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli e quella tipica di coltivazione ex art. 2135, comma 1, c.c., il corrispondente onere probatorio. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione impugnata, che aveva negato la qualità di imprenditore agricolo alla odierna ricorrente in mancanza di prova che le attività di conservazione e commercializzazione da lei esercitate riguardassero prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del proprio fondo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Agosto 2016, n. 16614.


Fallimento - Dichiarazione di fallimento - Holding - Società di fatto - Fallibilità - Condizioni - Insolvenza relativa ai debiti assunti - Obbligazioni risarcitorie ex art. 2497 c.c. - Spendita del nome - Irrilevanza.
La società di fatto "holding" esiste come impresa commerciale per il solo fatto di essere stata costituita tra i soci per l'effettivo esercizio dell'attività di direzione e coordinamento di altre società ed è, pertanto, autonomamente fallibile, a prescindere dalla sua esteriorizzazione mediante la spendita del nome, ove sia insolvente per i debiti assunti, ivi comprese le obbligazioni risarcitorie derivanti dall'abuso sanzionato dall'art. 2497 c.c., nonché al danno così arrecato all'integrità patrimoniale delle società eterodirette e, di riflesso, ai loro creditori. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 25 Luglio 2016.


Fallimento – Soggetti fallibili – Società cooperativa – Lucro oggettivo – Fine mutualistico – Esclusione.
Lo scopo di lucro (c.d. lucro soggettivo) non è elemento essenziale per il riconoscimento della qualità di imprenditore commerciale, essendo individuabile l'attività di impresa tutte le volte in cui sussista una obiettiva economicità dell'attività esercitata, intesa quale proporzionalità tra costi e ricavi (cd. lucro oggettivo), requisito quest'ultimo che, non essendo inconciliabile con il fine mutualistico, ben può essere presente anche in una società cooperativa, pur quando essa operi solo nei confronti dei propri soci. Ne consegue che anche tale società, ove svolga attività commerciale, in caso di insolvenza, può essere assoggettata a fallimento in applicazione dell'art. 2545 terdecies cod. civ.". (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 12 Luglio 2016.


Fallimento – Requisiti dimensionali – Attivo patrimoniale – Principi contabili – Contenuto del bilancio di esercizio – Risultanze della dichiarazione dei redditi.
Il legislatore nell'art. 1, comma 2, lett. a (già nel testo introdotto dal D.Lgs. n. 5 del 2006 ed ancor più in quello sostituito dal D.Lgs. n. 169 del 2007) fa implicito ma inequivoco richiamo ai principi contabili, dei quali è espressione il disposto dell'art. 2424 c.c. e, nel determinare il contenuto del bilancio di esercizio, indica tra le componenti dell'attivo patrimoniale la voce ratei e risconti attivi, nella quale (cfr. art. 2424 bis c.c., comma 6) debbono iscriversi, tra l'altro, i costi sostenuti nell'esercizio che siano di competenza di esercizi successivi.

Il riferimento al bilancio di esercizio, oltre a trovare riscontro nell'obbligo di deposito previsto dalla L. Fall., artt. 14 e 15, è contenuto nella Relazione ministeriale al D.Lgs. n. 5 del 2006, e trova spiegazione non solo nella considerazione, ivi espressa, della agevole accertabilità in sede prefallimentare dei dati in esso indicati, ma anche nella generale conoscibilità di tali dati, oltre che nel carattere vincolante dei criteri di valutazione dettati dal legislatore, in corrispondenza peraltro dei principi contabili elaborati dall'Organismo Italiano di Contabilità.

Ai fini della verifica dei presupposti per la dichiarazione di fallimento di cui all’art. 1 legge fall. non è, pertanto, rilevante il riferimento alle risultanze della sola dichiarazione dei redditi.

(Nel caso di specie, il ricorrente ha lamentato che i dati reali, dai quali trarre elementi di giudizio in ordine ai requisiti dimensionali, erano contenuti nella dichiarazione dei redditi e non nel bilancio d’esercizio e che di essi si sarebbe dovuto tener conto anche in considerazione del fatto che il complesso aziendale dell’impresa era stato sottoposto a sequestro.) (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 16 Giugno 2016, n. 12455.


Società – S.r.l. – Partecipazione a società di persone – Società di fatto – Delibera autorizzativa – Nullità – Amministratori – Rappresentanza – Limiti ai poteri

S.r.l. – Partecipazione a società di persone – Società di fatto – Delibera autorizzativa – Nullità – Liquidazione – Società di fatto in liquidazione

Partecipazione di società di capitali a società di persone – Società di fatto holding – Fallimento – Estensione – Soci illimitatamente responsabili – Società occulta – Art. 147 comma 5 l. fall. – Responsabilità da eterodirezione

Fallimento – Soggetti – Società di fatto – Partecipazioni di società – Affectio societatis – Vincolo sociale – Comune intento sociale – Prova – Prova a favore – Prova contraria

Imprenditore individuale – Imprenditore occulto – Società occulta – Estensione fallimento – Applicazione estensiva
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Non può ammettersi che la società di capitali che abbia svolto attività di impresa, operando in società di fatto con altri, possa in seguito sottrarsi alle eventuali conseguenze negative derivanti dal suo agire (ivi compreso il fallimento per ripercussione nel caso in cui sia accertata l’insolvenza della società di fatto) in forza di una violazione di legge perpetrata dai suoi amministratori non rispettando le disposizioni di cui all’art. 2361, 2° comma, c.c. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

Quand’anche si volesse aderire all’opposta opinione, secondo cui il mancato rispetto delle prescrizioni di cui all’art. 2361, 2° comma, c.c. comporta l’invalidità o l’inefficacia dell’assunzione della partecipazione o del vincolo associativo, il fenomeno non resterebbe irrilevante per l’ordinamento, in quanto non varrebbe a determinare la caducazione retroattiva dell’esistenza dell’ente, attesa la disciplina peculiare del contratto di società, espressa dall’art. 2332 c.c., ritenuto applicabile anche alle società di persone. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

Come è stato correttamente rilevato in dottrina, l’art. 147 l. fall. non si presta all’estensione al dominus (società o persona fisica) dell’insolvenza del gruppo di società organizzate verticalmente e da questi utilizzate in via strumentale, ma piuttosto all’estensione ad un gruppo orizzontale di società, non soggetto ad attività di direzione e coordinamento, che partecipano, eventualmente anche insieme a persone fisiche, e controllano una società di persone (la c.d. supersocietà di fatto). (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

La prova della sussistenza di tale società deve essere fornita in via rigorosa, in primo luogo attraverso la dimostrazione del comune intento sociale perseguito, che deve essere conforme, e non contrario, all’interesse dei soci. Il fatto che le singole società perseguano invece l’interesse delle persone fisiche che ne hanno il controllo (anche solo di fatto) costituisce, piuttosto, prova contraria all’esistenza della supersocietà di fatto e, viceversa, prova a favore dell’esistenza di una holding di fatto, nei cui confronti il curatore potrà eventualmente agire in responsabilità e che potrà eventualmente essere dichiarata autonomamente fallita, ove ne sia accertata l’insolvenza a richiesta di un creditore. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)

Il riferimento all’imprenditore individuale contenuto nell’art. 147, 5° comma l. fall. valenza meramente indicativa dello “stato dell’arte” dell’epoca in cui la norma, pur eccezionale, è stata concepita, che non può essere di ostacolo ad una sua interpretazione estensiva, tenuto conto del mutato contesto nel quale essa deve attualmente trovare applicazione, ne adegui la portata in senso evolutivo, includendovi fattispecie non ancora prospettabili alla data della sua emanazione. Un’interpretazione che conducesse all’affermazione dell’applicabilità della norma al solo caso (di fallimento dell’imprenditore individuale) in essa espressamente considerato, risulterebbe in contrasto col principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 Cost. (Giovanni Esposito) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 20 Maggio 2016, n. 10507.


Sovraindebitamento – IPAB – Inammissibilità del ricorso alla procedura di risanamento ex l. 3/2012 – Finalità e scopo della procedura di risanamento.
La volutas legis della composizione della crisi da sovra indebitamento è quella di introdurre, in linea con molti altri ordinamenti europei e non, uno strumento di risoluzione della crisi del consumatore – definito come debitore o persona fisica che ha assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta – e dell’imprenditore non fallibile, soggetti altrimenti privi di un qualsiasi meccanismo negoziale di composizione delle situazioni di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte ed il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte.

Pertanto, non appare coerente con la volontà del legislatore l’estensione della normativa fino a ricomprendere situazioni del tutto diverse tra loro (né può dirsi che l’ente pubblico rientri tout court nella categoria degli imprenditori non fallibili, categoria formata dai soggetti non aventi i limiti dimensionali ex art. 1 L.F. per i quali non sia prevista una diversa disciplina per la regolamentazione od il risanamento della crisi).

La struttura del procedimento, il limitato controllo giudiziale e lo stesso accostamento tra il consumatore con l’imprenditore non fallibile sono elementi che, già di per sé, portano a ritenere come il legislatore abbia inteso disciplinare situazioni di insolvenza civile non particolarmente complesse, riferibili ai c.d. debitori “deboli”; del resto, se il legislatore avesse voluto includere gli enti pubblici, lo avrebbe detto espressamente così come ha fatto per l’imprenditore agricolo (art. 7, comma 2 bis, L. 3/12). (Marco Schievano) (riproduzione riservata)
Tribunale Treviso, 12 Maggio 2016.


Dichiarazione di fallimento - Fallimento dell'holder - Centro di imputazione di interessi - Esercizio di attività imprenditoriale - Prova della eterodirezione societaria - Presupposti e caratteristiche.
La responsabilità risarcitoria è causa di mera aggressione patrimoniale nei confronti del responsabile (e non di assoggettamento a fallimento, con conseguente spossessamento e cristallizzazione delle masse passive), laddove l’assoggettamento a fallimento richiede comunque l’individuazione di un centro di imputazione di interessi che eserciti una attività imprenditoriale come tale considerata (e, quindi, assuma debiti in proprio quale imprenditore), il cui esercizio è postulato necessario per qualsiasi dichiarazione di fallimento a termini dell’art. 1, comma 1, legge fall. Solo in caso di prova che l’eterodirezione societaria si sia tradotta in esercizio di attività imprenditoriale, può dedursi che l’esercizio abusivo di attività di direzione comporti l’assoggettabilità a dichiarazione di fallimento (assunzione di attività imprenditoriale in nome proprio con spendita del nome, perseguimento di un risultato economico, utilizzazione di una attività svolta professionalmente e con stabile organizzazione, autonoma rispetto a quella delle singole società eterodirette, volta a determinare l’indirizzo, il controllo e il coordinamento di altre società). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Dichiarazione di fallimento - Fallimento dell'holder - Mancanza della spendita espressa dal nome - Presupposti.
Il coinvolgimento dell’holder quale soggetto fallibile senza espressa spendita del nome può avvenire principalmente nel caso in cui il centro di imputazione del soggetto insolvente sia già stato individuato altrove e l’holder entri in gioco quale socio occulto (e, quindi, non come imprenditore) di cui si chieda il fallimento in estensione ex art. 147 legge fall., non anche laddove si predichi ex abrupto la qualità di imprenditore del medesimo, che non può prescindere dallo svolgimento ex professo di una attività imprenditoriale propriamente intesa, perché diversamente dovrebbe accedersi alla non condivisa opinione dell’imprenditore occulto che svolga indirettamente attività imprenditoriale tramite terzi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Fallimento - Assoggettabilità a fallimento dell'holder - Presupposti.
Perché possa parlarsi di un holder assoggettabile fallimento occorre che l'holder, ancorché persona fisica:
a) eserciti una attività imprenditoriale in nome proprio e, quindi, un'attività, anche negoziale, con spendita del nome, in cui l'holder si avvalga organizzativamente e finanziariamente di vari soggetti imprenditoriali (es. società commerciali), procacciando clienti, negoziando con i creditori, impartendo direttive, influendo sulle scelte gestionali, concedendo incarichi, procurando finanziamenti alle società "del gruppo", rilasciando fideiussioni personali e recuperando liquidità dalle società distribuendola all'interno del "gruppo", etc.;
b) svolga questa attività con economicità e con perseguimento dell'utile, volto quest'ultimo sia all'incremento del valore delle proprie partecipazioni nelle società, sia all'incremento della capitalizzazione del gruppo, nonché del patrimonio personale;
c) eserciti questa attività con professionalità e organizzazione imprenditoriale, avvalendosi stabilmente di una struttura, composta eventualmente anche di personale dipendente.
(Questi criteri, già preconizzati da Cass., Sez, I, 26 febbraio 1990, n. 1439, sono oramai richiamati in tutti i precedenti di legittimità, tanto da costituire giurisprudenza consolidata, declinata sotto le diverse fattispecie della holding pura, intesa come gestione del gruppo e della holding operativa, quale gestione di attività di natura ausiliaria o finanziaria (Cass., Sez. I, 18 novembre 2010, n. 23344; Cass., Sez. Un., 29 novembre 2006, n. 25275; Cass., Sez. I, 13 marzo 2003, n. 3724; Cass., Sez. I, 9 agosto 2002, n. 12113).
L'assoggettamento a dichiarazione di fallimento dell'holder richiede, pertanto —pur in caso di accertamento della sussistenza di una attività di direzione strategica delle società del "gruppo"- l'accertamento di profili paradigmatici dello status di imprenditore individuale (arg. ex art. 2082 c.c.), quali la spendita del nome (atti anche negoziali, nei quali la direzione del gruppo si esplica, posti in essere dal capogruppo in nome proprio), l'attitudine a produrre un incremento di risultati economici del gruppo nel suo insieme e nelle sue componenti e che appaiano diretta derivazione dell'attività di governo (in termini Cass. n. 1439/90, cit.), anche avvalendosi di una struttura organizzativa stabile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Fallimento - Assoggettabilità a fallimento dell'holder - Presupposti - Attività di direzione e coordinamento di un gruppo societario quale fonte di responsabilità ex art. 2497 c.c. - Irrilevanza.
Appare, quindi, evidente come non basti, di per sé, al fine dell'assoggettamento a dichiarazione di fallimento, l'esercizio anche abusivo da parte dell'holder di attività di direzione e coordinamento di un gruppo societario, fonte di responsabilità ex art. 2497 c.c. per l'holder. Lo status di holder fallibile, ossia di titolare di holding unipersonale assoggettabile a fallimento, non coincide di per sé con l'esercizio abusivo (in violazione di quanto previsto dall'ad. 2497 c.c.) di una attività di coordinamento del gruppo. Chi esercita una attività di coordinamento di altre società e agisce in violazione dei principi di corretta gestione delle società (sia societaria sia imprenditoriale), assume una responsabilità risarcitoria diretta "per il pregiudizio arrecato alla redditività ed al valore della partecipazione sociale, nonché nei confronti dei creditori sociali per la lesione cagionata all'integrità del patrimonio della società" (art. 2497 c.c.), azione risarcitoria che in caso di fallimento della società affidata all'altrui coordinamento spetta al curatore del fallimento. Pertanto, ancorché venga allegato l'esercizio abusivo dell'attività di direzione e coordinamento da parte di una persona fisica (arg. ex art. 2497-sexies c.c.), come nel caso di abusiva ingerenza del socio titolare di partecipazioni quasi totalitarie (il cd. socio "quasi unico"), tale circostanza non comporta di per sé lo status di imprenditore fallibile dell'holder o socio tiranno.

Invero, la responsabilità risarcitoria è causa di mera aggressione patrimoniale nei confronti del responsabile (e non di assoggettamento a fallimento, con conseguente spossessamento e cristallizzazione delle masse passive), laddove l'assoggettamento a fallimento richiede comunque l'individuazione di un centro di imputazione di interessi che eserciti una attività imprenditoriale come tale considerata (e, quindi, assuma debiti in proprio quale imprenditore), il cui esercizio è postulato necessario per qualsiasi dichiarazione di fallimento a termini dell'art. 1, comma 1, legge fall. Solo in caso di prova che l'eterodirezione societaria si sia tradotta in esercizio di attività imprenditoriale, può dedursi che l'esercizio abusivo di attività di direzione comporti l'assoggettabilità a dichiarazione di fallimento (assunzione di attività imprenditoriale in nome proprio con spendita del nome, perseguimento di un risultato economico, utilizzazione di una attività svolta professionalmente e con stabile organizzazione, autonoma rispetto a quella delle singole società eterodirette, volta a determinare l'indirizzo, il controllo e il coordinamento di altre società). (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Fallimento - Assoggettabilità a fallimento dell'holder - Coinvolgimento dell'holder quale soggetto fallibile senza espressa spendita del nome - Socio occulto - Accertamento della qualità di imprenditore - Necessità.
Il coinvolgimento dell'holder quale soggetto fallibile senza espressa spendita del nome può avvenire principalmente nel caso in cui il centro di imputazione del soggetto insolvente sia già stato individuato altrove e l'holder entri in gioco quale socio occulto (e, quindi, non come imprenditore) di cui si chieda il fallimento in estensione ex art. 147 legge fall., non anche laddove si predichi ex abrupto la qualità di imprenditore del medesimo, che non può prescindere dallo svolgimento ex professo di una attività imprenditoriale propriamente intesa, perché diversamente dovrebbe accedersi alla non condivisa (in giurisprudenza) opinione dell'imprenditore occulto che svolga indirettamente attività imprenditoriale tramite terzi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 04 Febbraio 2016.


Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - Requisiti di fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, l.fall., nel testo riformato dal d.lgs. n. 5 del 2006 - Onere della prova a carico dell'imprenditore - Fondamento.
L'onere della prova del mancato superamento dei limiti di fallibilità previsti dall'art. 1, comma 2, l.fall., nella formulazione derivante dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis", grava sul debitore, atteso che la menzionata disposizione, anche prima delle ulteriori modifiche ad essa apportate dal d.lgs. n. 169 del 2007, già poneva come regola generale l'assoggettamento a fallimento degli imprenditori commerciali e, come eccezione, il mancato raggiungimento dei ricordati presupposti dimensionali. Né osta a tale conclusione la natura officiosa del procedimento prefallimentare, che impone al tribunale unicamente di attingere elementi di giudizio dagli atti e dagli elementi acquisiti, anche indipendentemente da una specifica allegazione della parte, senza che, peraltro, il giudice debba trasformarsi in autonomo organo di ricerca della prova, tanto meno quando l'imprenditore non si sia costituito in giudizio e non abbia, quindi, depositato i bilanci dell'ultimo triennio, rilevanti ai fini in esame. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 15 Gennaio 2016, n. 625.


Fallimento - Imprese soggette - In genere - Esonero dalla fallibilità - Requisiti dimensionali ex art. 1, comma 2, l.fall. - Attivo patrimoniale - Computo del triennio - Criteri.
In tema di requisiti dimensionali per l'esonero dalla fallibilità dell'imprenditore commerciale, ai fini del computo del triennio cui fa riferimento l'art. 1, comma 2, lett. a), l.fall. (nel testo modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007) per la determinazione dell'attivo patrimoniale occorre fare riferimento agli ultimi tre esercizi antecedenti alla data del deposito dell'istanza di fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Gennaio 2016, n. 501.


Impresa individuale - Cancellazione dal registro delle imprese - Estinzione - Irrilevanza - Effettivo svolgimento dell'attività di impresa.
La disciplina di cui all'art. 2495 cod. civ. (nel testo introdotto dall'art. 4 del d.lgs. n. 6 del 2003), secondo la quale l'iscrizione della cancellazione delle società di capitali e delle cooperative dal registro delle imprese, avendo natura costitutiva, estingue le società, anche se sopravvivono rapporti giuridici dell'ente, non è estensibile alle vicende estintive della qualità di imprenditore individuale, il quale non si distingue dalla persona fisica che compie l'attività imprenditoriale, sicché l'inizio e la fine della qualità di imprenditore non sono subordinati alla realizzazione di formalità, ma all'effettivo svolgimento o al reale venir meno dell'attività imprenditoriale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 07 Gennaio 2016, n. 98.


Concordato preventivo - Concordato di gruppo - Distinzione delle singole masse - Partecipazione di imprese con sede nel circondario dello stesso tribunale - Ammissibilità - Fattispecie - Conferimento delle aziende in società in accomandita semplice.
La problematica in ordine all'ammissibilità del concordato di gruppo deve ritenersi limitata agli aspetti procedurali, con particolare riferimento alla conformazione del voto in sede di adunanza dei creditori ed alla competenza territoriale del tribunale; deve, pertanto, ritenersi ammissibile il concordato di un gruppo di imprese dove vengano tenute distinte le attività e le passività di ogni singola impresa del gruppo, così da consentire ad ogni creditore di verificare la propria posizione creditoria e l'impatto della proposta sul soddisfacimento della stessa, e dove le società proponenti abbiano tutte sede nel circondario dello stesso tribunale e risultino altresì in possesso dei requisiti di cui all'articolo 1, comma 2, legge fall.

Nel caso di specie, le società proponenti il concordato hanno conferito le proprie aziende in una società in accomandita semplice costituita allo scopo di presentare un ricorso per concordato preventivo con conservazione e continuità dell'attività delle singole imprese; la costituzione di detta società è stata sottoposta alla condizione risolutiva della mancata definitiva omologazione del concordato e l'atto di conferimento di ogni azienda prevede espressamente il mantenimento dell'autonomia organizzativa e contabile di ciascuna di esse nonché l'acquisizione della partecipazione nella conferitaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Teramo, 05 Gennaio 2016.


Concordato preventivo - Esecuzione - Impossibilità di realizzazione del piano concordatario - Dichiarazione di fallimento in assenza di risoluzione del concordato - Ammissibilità.
Il fallimento può essere dichiarato anche in assenza della declaratoria di risoluzione del concordato preventivo qualora nella fase di esecuzione risulti evidente l'impossibilità di realizzazione del piano concordatario. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Tribunale Venezia, 06 Novembre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Soglie dimensionali - Imprese soggette all'obbligo di deposito del bilancio di esercizio - Individuazione dell'attivo patrimoniale ex art. 2424 c.c. - Attivo dello stato patrimoniale - Crediti ed acconti per caparre - Rilevanza ex art. 1 l. fall..
Anche i ‘crediti’ o ‘acconti’ della società fallenda - nella specie caparra ed acconti versati dalla stessa a promittenti venditori di beni immobili – sono voci rientranti rientranti nell’ambito dell’attivo patrimoniale ex art. 2424 c.c., rilevante ai fini del riscontro della soglia di fallibilità di cui all’art. 1 l. fall. ove superiori a 300.000 euro (cfr. Cass. 2010/22150; Cass. 2009/17533). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) Appello Bologna, 13 Ottobre 2015.


Dichiarazione di fallimento - Imprese soggette - Piccolo imprenditore - Requisiti - Capitale investito nell'azienda - Portata dell'art.1, comma 2, lett. a), legge fall. dopo la novella del d.lgs. n. 5 del 2006 - Criteri di valutazione - Riferimento ai parametri contabili validi per la formazione del bilancio - Obbligatorietà - Fondamento - Conseguenze - Fattispecie relativa alle immobilizzazioni materiali.
In tema di presupposti dimensionali per l'esonero dalla fallibilità dell'imprenditore commerciale, nella valutazione del capitale investito, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, trovano applicazione i principi contabili, cui si richiama il legislatore nell'art. 1, comma 2, lett. a), legge fall. (nel testo modificato dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis", ed anche successivamente in quello sostituito dal d.lgs. n. 169 del 2007) e di cui è espressione l'art. 2424 cod. civ., con la conseguenza che, con riferimento agli immobili, iscritti tra le poste attive dello stato patrimoniale, opera - al pari che per ogni altra immobilizzazione materiale - il criterio di apprezzamento del loro costo storico al netto degli ammortamenti, quale risultante dal bilancio di esercizio, ai sensi dell'art. 2426, numeri 1 e 2, cod. civ., e non il criterio del valore di mercato al momento del giudizio. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 01 Ottobre 2015, n. 19654.


Fondazione - Assoggettabilità a fallimento - Attività tesa al conseguimento di entrate remunerative dei fattori utilizzati.
Una fondazione può svolgere attività imprenditoriale di natura commerciale quale modalità di realizzazione dei propri scopi statutari, attesa la compatibilità tra lo scopo lucrativo, tipico della fondazione, e lo svolgimento di attività economica previsto dall'articolo 2082 c.c.; a tal fine si deve, infatti, ricordare che l'impresa non consiste nello svolgimento di un'attività necessariamente lucrativa, ben potendo caratterizzarsi per il compimento di attività produttiva oggettivamente economica tesa al conseguimento di entrate remunerative dei fattori utilizzati, così da consentire nel lungo periodo la copertura dei costi con i ricavi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 20 Luglio 2015.


Impresa - Attività - Assoggettabilità a fallimento - Presupposti - Produzione di servizi destinati ad applicazioni della ricerca scientifica.
Integra la fattispecie dell'attività di impresa anche la produzione di servizi destinati ad applicazioni della ricerca scientifica, con la precisazione che il requisito della organizzazione di mezzi non comporta necessariamente l'ausilio di collaboratori autonomi o subordinati, poiché fattore produttivo e anche solo il capitale finanziario utilizzato e coordinato dall'imprenditore per tale scopo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 20 Luglio 2015.


Dichiarazione di fallimento - Requisiti dimensionali - Attivo patrimoniale - Riferimento ai tre esercizi antecedenti la data di deposito della prima istanza di fallimento.
In tema di presupposti dimensionali per l'esonero dalla fallibilità del debitore, nel computo dell'attivo patrimoniale, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, il triennio cui si richiama il legislatore nell'art. 1, comma 2, lett. a), legge fall., nel testo modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007, va riferito agli ultimi tre esercizi antecedenti alla data di deposito dell'unica (o della prima) istanza di fallimento. Cassazione civile, sez. I, 27 Maggio 2015.


Dichiarazione di fallimento - Presupposti - Stato d'insolvenza - Situazione irreversibile - Debiti accertati nel corso dell'istruttoria prefallimentare.
In tema di dichiarazione di fallimento, lo stato di insolvenza dell'impresa, che esso presuppone, da intendersi come situazione irreversibile, e non già come una mera temporanea impossibilità di regolare l'adempimento delle obbligazioni assunte, può essere desunto, ai sensi dell'art. 15 ult. co. della L.F., dal complesso dei debiti, purché almeno pari all'ammontare stabilito, secondo il periodico aggiornamento previsto dal terzo comma dell'art. 1 L.F., dallo stesso art. 15 ult. co. L.F., accertati nel corso dell'istruttoria prefallimentare. Cassazione civile, sez. I, 27 Maggio 2015.


Dichiarazione di fallimento - Opposizione - Accertamento della situazione d'insolvenza - Accertamento di fatti diversi da quelli che hanno fondato la dichiarazione di fallimento - Fatti anteriori alla pronuncia - Risultanze non contestate dello stato passivo - Acquisizione d'ufficio degli elementi rilevanti.
Nel giudizio di opposizione alla sentenza di fallimento, l'accertamento della situazione di insolvenza, pur se va compiuto con riferimento alla data di dichiarazione del fallimento, può fondarsi anche su fatti diversi da quelli in base ai quali il fallimento è stato dichiarato, purché si tratti di fatti anteriori alla pronuncia, anche se conosciuti successivamente. La sussistenza della insolvenza può essere pure desunta dalle risultanze non contestate dello stato passivo mediante l'acquisizione, anche ufficiosa, degli elementi rilevanti (Sez. 1, Sentenza n. 5869 del 1993). Cassazione civile, sez. I, 27 Maggio 2015.


Dichiarazione di fallimento - Opposizione - Accertamento dello stato d'insolvenza - Accertamento di fatti diversi da quelli che hanno fondato la dichiarazione di fallimento - Fatti anteriori alla pronuncia - Risultanze del fascicolo fallimentare.
L'accertamento dello stato di insolvenza, anche in sede di opposizione alla dichiarazione di fallimento, pur dovendo essere compiuto con riferimento alla data di dichiarazione del fallimento, può fondarsi anche su fatti diversi da quelli sulla base dei quali il fallimento è stato dichiarato, purché anteriori alla dichiarazione, anche se successivamente conosciuti e desunti da circostanze non contestate dello stato passivo, avendo il giudice il potere - dovere di riscontrare la sussistenza dei presupposti della dichiarazione di fallimento sulla base degli atti acquisiti al fascicolo fallimentare (Sez. 1, Sentenza n. 184 del 1988). Cassazione civile, sez. I, 27 Maggio 2015.


Fallimento - Apertura della procedura - Istruzione probatoria - Poteri d'indagine officiosa spettanti al tribunale - Discrezionalità - Oggetto - Limitazione ai fatti dedotti dalle parti quali allegazioni difensive - Necessità - Fondamento - Condizioni - Fattispecie regolata dal d.lgs. n. 169 del 2007.
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'art. 1, secondo comma, legge fall., nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento, così gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri ivi prescritti, mentre il potere di indagine officiosa è residuato in capo al tribunale, pur dopo l'abrogazione dell'iniziativa d'ufficio e tenuto conto dell'esigenza di evitare la pronuncia di fallimenti ingiustificati, potendo il giudice tuttora assumere informazioni urgenti, ex art. 15, quarto comma, legge fall., utilizzare i dati dei ricavi lordi in qualunque modo essi risultino e dunque a prescindere dalle allegazioni del debitore, ex art. 1, secondo comma, lettera b), legge fall., assumere mezzi di prova officiosi ritenuti necessari nel giudizio di impugnazione ex art. 18 legge fall.; tale ruolo di supplenza, volgendo a colmare le lacune delle parti, è però necessariamente limitato ai fatti da esse dedotti quali allegazioni difensive ma non è rimesso a presupposti vincolanti, richiedendo una valutazione del giudice di merito competente circa l'incompletezza del materiale probatorio, l'individuazione di quello utile alla definizione del procedimento, nonchè la sua concreta acquisibilità e rilevanza decisoria (nello stesso senso, Cass. 23 luglio 2010 n. 17281). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

(Le decisioni richiamano espressamente Cass. 23 luglio 2010 n.17281 che può essere estratta per esteso al link:
http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/fal.php?id_cont=4693.php) Tribunale Rimini, 07 Maggio 2015.


Società cd. in house - Assoggettabilità a fallimento - Requisiti.
È condivisibile l’interpretazione fatta propria dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 26283 del 2013 in ordine ai criteri da utilizzarsi per valutare l’assoggettabilità della cd. società in house alla disciplina del fallimento: la natura esclusivamente pubblica dei soci, l'esercizio dell'attività in prevalenza a favore dei soci stessi e la sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici; presupposti che, per poter parlare di società in house, è necessario sussistano tutti contemporaneamente e che devono tutti trovare il loro fondamento in precise e non derogabili disposizioni dello statuto sociale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli Nord, 06 Maggio 2015.


Società cd. in house - Assoggettabilità a fallimento - Requisiti - Divieto di ingresso dei privati nella compagine sociale - Necessità.
Il requisito della natura esclusivamente pubblica della società cd. in house, che ne impedisce la assoggettabilità al fallimento, può ritenersi soddisfatto soltanto qualora lo statuto dell'ente inibisca in modo assoluto la possibilità di cessione ai privati delle partecipazioni societarie di cui gli enti pubblici siano titolari (Cass. S.U. n. 26283/2013): deve cioè sussistere il divieto formale, a livello statutario, di ingresso di privati all'interno della compagine sociale. (Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che la mancanza nello statuto di tale divieto non avrebbe impedito le ordinarie forme di circolazione delle azioni nominative). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli Nord, 06 Maggio 2015.


Fallimento - Apertura della procedura - Istruzione probatoria - Poteri d'indagine officiosa spettanti al tribunale - Discrezionalità - Oggetto - Limitazione ai fatti dedotti dalle parti quali allegazioni difensive - Necessità - Fondamento - Condizioni - Fattispecie regolata dal d.lgs. n. 169 del 2007.
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'art. 1, secondo comma, legge fall., nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento, così gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri ivi prescritti, mentre il potere di indagine officiosa è residuato in capo al tribunale, pur dopo l'abrogazione dell'iniziativa d'ufficio e tenuto conto dell'esigenza di evitare la pronuncia di fallimenti ingiustificati, potendo il giudice tuttora assumere informazioni urgenti, ex art. 15, quarto comma, legge fall., utilizzare i dati dei ricavi lordi in qualunque modo essi risultino e dunque a prescindere dalle allegazioni del debitore, ex art. 1, secondo comma, lettera b), legge fall., assumere mezzi di prova officiosi ritenuti necessari nel giudizio di impugnazione ex art. 18 legge fall.; tale ruolo di supplenza, volgendo a colmare le lacune delle parti, è però necessariamente limitato ai fatti da esse dedotti quali allegazioni difensive ma non è rimesso a presupposti vincolanti, richiedendo una valutazione del giudice di merito competente circa l'incompletezza del materiale probatorio, l'individuazione di quello utile alla definizione del procedimento, nonchè la sua concreta acquisibilità e rilevanza decisoria (nello stesso senso, Cass. 23 luglio 2010 n. 17281). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata)

(Le decisioni richiamano espressamente Cass. 23 luglio 2010 n.17281 che può essere estratta per esteso al link:
http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio/fal.php?id_cont=4693.php) Tribunale Rimini, 23 Aprile 2015.


Fallimento – Applicabilità ad associazioni – Sussiste – Necessità di svolgimento di attività commerciale – Affermazione.
La riforma dell’art.147 L.F. – il cui 5° comma prevede esplicitamente la fallibilità della società occulta – consente in concreto di verificare la sussistenza di una società celata ai terzi, svolgente attività commerciale in concreto.
Non esiste alcuna astratta incompatibilità tra fallimento della società di fatto e fondazione.
[Nella fattispecie, il Tribunale ha dichiarato il fallimento di un’associazione che, dotata di autonomia gestionale, contabile e finanziaria, di piena capacità negoziale e di patrimonio iniziale e dotazione di fondi annuale, svolgeva un’attività tale da potere rientrare tra le attività tipiche dell’imprenditore commerciale, e il cui oggetto statutario non aveva scopo solidaristico né escludeva il perseguimento di utili.] (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Nocera Inferiore, 27 Marzo 2015.


Procedimento per dichiarazione di fallimento – Società in liquidazione – Accertamento dello stato di insolvenza

Procedimento per dichiarazione di fallimento – Società in liquidazione – Accertamento dello stato di insolvenza – Mancato deposito dei bilanci di esercizio
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Quando la società debitrice è in liquidazione, la valutazione del giudice, ai fini dell’applicazione dell’art. 5 l.f., deve essere diretta unicamente ad accertare se gli elementi attivi del patrimonio sociale consentano di assicurare l’uguale ed integrale soddisfacimento dei creditori sociali, e ciò in quanto non è più richiesto che la società in liquidazione disponga, come invece la società in piena attività, di credito e di risorse, e quindi di liquidità, necessari per soddisfare le obbligazioni contratte. (Riccardo Cammarata) (riproduzione riservata)

Depone senza dubbio in senso sfavorevole alla società debitrice il mancato deposito presso il registro delle imprese, prima da parte dell’amministratore e poi da parte del liquidatore, dei bilanci di esercizio sin dal 2012, circostanza questa, invero, già di per sé altamente sintomatica del superamento in negativo, per la società in liquidazione, del rapporto tra l’attivo e il passivo. (Riccardo Cammarata) (riproduzione riservata)
Tribunale Palermo, 19 Marzo 2015.


Dichiarazione di fallimento - Requisiti dimensionali - Ricavi lordi - Ricavi in senso tecnico - Voci 1 e 5 dello schema di conto economico di cui all'articolo 2425 c.c., lett. A - Variazioni delle rimanenze - Esclusione.
In tema di requisiti dimensionali di esonero dalla fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, lett. b, l. fall. (nel testo risultante dalla riforma di cui al d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169), per l'individuazione dei "ricavi lordi", che vanno considerati ricavi in senso tecnico, occorre fare riferimento alle voci n. 1 («ricavi delle vendite e delle prestazioni») e n. 5 («altri ricavi e proventi») dello schema obbligatorio di conto economico previsto dall'art. 2425, lett. A, c.c. Non rientrano, invece, in tale nozione le voci dalla n. 2 alla n. 4 del menzionato schema e, in particolare, le variazioni delle rimanenze, le quali rappresentano dei costi comuni a più esercizi, che vengono sospesi, in conformità del principio di competenza economica di cui all'art. 2423 bis c.c., per essere rinviati ai successivi esercizi, in cui si conseguiranno i relativi ricavi. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. VI, 05 Marzo 2015, n. 4526.


Società in house - Parificazione agli enti pubblici - Fallibilità - Esclusione.
Le cd. società in house sono sostanzialmente parificate agli enti pubblici e, come tali, non assoggettabili al fallimento. (Nel caso di specie, il capitale della società è interamente pubblico, suddiviso tra 4 comuni, a favore dei quali la società svolge in via esclusiva la propria attività, con il divieto di operare al di fuori dei relativi ambiti territoriali; lo statuto della società prevede inoltre che "per tutta la durata della società, il capitale sociale deve essere posseduto interamente da enti pubblici o da altri soggetti pubblici" e che "potranno assumere la qualità di socio i comuni, le comunità montane, i consorzi fra gli enti pubblici, le aziende pubbliche, nonché le società a capitale totalmente pubblico"). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello L'Aquila, 03 Marzo 2015.


Società “in house” - Esercizio di servizio pubblico essenziale di esclusiva competenza pubblicistica - Esclusione - Società operante sul mercato con finalità di lucro - Fallimento - Ammissibilità.
Può dichiararsi il fallimento della società “in house” (totalmente partecipata da enti pubblici) che non esercita un servizio pubblico essenziale di esclusiva competenza pubblicistica, poiché la stessa agisce sul mercato con finalità di lucro e si atteggia – nei rapporti coi terzi – come un soggetto privato, non potendosi invece desumere un ostacolo alla fallibilità dall’affermata giurisdizione del giudice contabile sulla responsabilità degli amministratori. (Giovanni Fanticini) (riproduzione riservata) Tribunale Reggio Emilia, 18 Dicembre 2014.


Società di Gestione del Risparmio – Credito vantato nei confronti di un Fondo Comune di Investimento (immobiliare chiuso) – Istanza di fallimento nei confronti della Società di gestione del Risparmio – Infondatezza

Società di Gestione del Risparmio – Istanza di fallimento – Inammissibilità
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E’ infondata la pretesa fatta valere contro la Società di Gestione del Risparmio per un credito vantato nei confronti di un Fondo Comune di Investimento (immobiliare chiuso), attesa la separatezza patrimoniale che caratterizza la prima rispetto al secondo, e che la rende insensibile alle obbligazione assunte nella gestione dello stesso. (Sido Bonfatti) (riproduzione riservata)

Le Società di Gestione del Risparmio non sono soggette al fallimento e in generale alle procedure concorsuali di diritto comune. (Sido Bonfatti) (riproduzione riservata)
Tribunale Milano, 21 Novembre 2014.


Imprenditore agricolo - Assoggettabilità a fallimento - Oggetto sociale dell'attività - Irrilevanza - Indagine sull'attività effettivamente svolta - Necessità - Fattispecie in tema di coltivazione di ortaggi in serra.
Solamente l'indagine dell'attività effettivamente svolta dall'imprenditore può rivelarne la eventuale natura agricola e, di conseguenza, la assoggettabilità o meno al fallimento. La mera indicazione dell'oggetto sociale di un'attività imprenditoriale non può, infatti, essere indice univoco della natura giuridica dell'impresa, poiché è la concreta attività svolta che la qualifica, non la potenziale attività indicata sul piano meramente lessicale. Questa impostazione trova conferma nel consolidato orientamento giurisprudenziale che attribuisce la natura di impresa artigiana - ai fini del riconoscimento del privilegio per i relativi crediti - a prescindere dalla iscrizione nel registro delle imprese artigiane, sulla base di un accertamento di fatto compiuto dal giudice con riferimento al momento dell'insorgenza del credito. (Nel caso di specie, è stata ritenuta agricola e, quindi, non assoggettabile a fallimento l'impresa la cui attività consisteva nell'acquisto di semi di specie orticole, nella germinazione in apposite camere in polistirolo o di materiale plastico, nell'accrescimento delle piantine in serra sino al momento in cui le stesse erano idonee alla vendita per il successivo trapianto in campo). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Rovigo, 20 Novembre 2014.


Fallimento - Requisito soggettivo - Imprenditore agricolo - Concessione in affitto dei fondi e delle attrezzature - Valutazione dell’attività anche con riferimento al periodo precedente.
Il fatto che una società non eserciti più direttamente l’attività agricola, ma abbia concesso in affitto i fondi rustici di cui è proprietaria, unitamente ad attrezzature e fabbricati agricoli, non è di per sé sufficiente per qualificare come commerciale l’attività svolta ai fini della dichiarazione di fallimento, ove il tipo di attività dovrà essere valutato nel suo complesso anche con riferimento al periodo anteriore alla concessione in affitto dei fondi e delle attrezzature. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 18 Novembre 2014.


Fallimento - Imprenditore agricolo - Insufficienza qualifica formale - Attività commerciale prevalente od esclusiva.
La sola qualifica formale di imprenditore agricolo non legittima l’esclusione dal fallimento, essendo invece necessario che l’impresa non eserciti in modo esclusivo o prevalente un’attività commerciale e che un’attività commerciale può dirsi connessa ai sensi per gli effetti di cui all’art. 2135 c.c. solo se deriva in via prevalente dall’esercizio dell’attività agricola. (Tommaso Sannini, Tommaso Stanghellini) (riproduzione riservata) Tribunale Pistoia, 14 Novembre 2014.


Fallimento - Presupposto - Natura imprenditore commerciale - Applicazione del principio di non contestazione .
La natura di imprenditore commerciale soggetto al fallimento ai sensi dell’art. 1 L.F. è da considerarsi il presupposto stesso posto a fondamento del ricorso del creditore ai sensi dell’art. 6 L.F. per cui, in assenza di contestazioni e di elementi in senso contrario, eventualmente desumibili dagli atti, la circostanza deve considerarsi alla stregua di un elemento di fatto acquisito. (Tommaso Sannini, Tommaso Stanghellini) (riproduzione riservata) Tribunale Pistoia, 14 Novembre 2014.


Fallimento - Poteri d’iniziativa d’ufficio - Esclusione - Funzione integrativa del tribunale di disporre mezzi istruttori .
Nel procedimento fallimentare i poteri di iniziativa d’ufficio devono essere considerati espunti dall’ordinamento una volta abrogata la disposizione contenuta nell’art. 6 L.F. ante riforma, relativa all’iniziativa di ufficio per la dichiarazione di fallimento che di tali poteri costituiva l’antecedente logico e giuridico. Riprova ne è che, allo stato, il potere del tribunale di disporre d’ufficio “accertamenti necessari” e “mezzi istruttori” è esercitabile soltanto nel contraddittorio tra le parti (salve le informazioni urgenti) quale misura integrativa dei mezzi di prova rimessi alle parti stesse (commi 4 e 6 dell’art. 15 L.F.) ovvero di elementi comunque già acquisiti agli atti. (Tommaso Sannini, Tommaso Stanghellini) (riproduzione riservata) Tribunale Pistoia, 14 Novembre 2014.


Dichiarazione di fallimento - Ricostruzione dell'attivo e del passivo mediante ricerca con modalità telematiche - Autorizzazione al curatore contenuta nella sentenza dichiarativa di fallimento.
Con la sentenza che dichiara il fallimento, il tribunale può autorizzare il curatore a servirsi della ricerca con modalità telematiche di cui all'articolo 155 sexies disp. att. c.p.c., secondo il quale "le disposizioni in materia di ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare si applicano anche per l'esecuzione del sequestro conservativo e per la ricostruzione dell'attivo e del passivo nell'ambito di procedure concorsuali, di procedimenti in materia di famiglia e di quelli relativi alla gestione di patrimoni altrui". (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Caltagirone, 13 Novembre 2014.


Dichiarazione di fallimento - Ricostruzione dell'attivo e del passivo mediante ricerca con modalità telematiche - Autorizzazione del presidente del tribunale - Esclusione.
Poiché le ragioni che giustificano la previsione, contenuta nell'articolo 492 bis c.p.c (Ricerca con modalità telematiche dei beni da pignorare), dell'autorizzazione del presidente del tribunale consistono nell'esigenza di garantire la privacy del debitore da eventuali abusi, in caso di fallimento, può ritenersi all'uopo sufficiente l'autorizzazione del tribunale fallimentare, in modo che il curatore possa ritenersi legittimato, sin dall'apertura della procedura, ad effettuare le ricerche necessarie per la ricostruzione dell'attivo e del passivo della società fallita mediante la consultazione delle banche dati pubbliche. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Caltagirone, 13 Novembre 2014.


Concordato preventivo - Fallimento - Consecuzione tra le procedure - Collegamento causale - Retrodatazione degli effetti dell’insolvenza.
Qualora, a seguito di una verifica a posteriori, venga accertato che lo stato di crisi in base al quale la società debitrice ha chiesto l’ammissione al concordato preventivo era in realtà uno stato di insolvenza, la efficacia della sentenza dichiarativa di fallimento intervenuta a seguito della declaratoria di inammissibilità della domanda di concordato preventivo, deve essere retrodatata alla data di presentazione di tale prima domanda, atteso che la ritenuta definitività̀ anche della insolvenza che è alla base della procedura minore, come comprovata ex post dalla sopravvenienza del fallimento, porta ad escludere la possibilità di ammettere, l'autonomia delle due procedure (così Cass. 6.8.2010 n. 18437);  la ratio della retrodatazione non ha infatti come presupposto la continuità temporale fra le procedure, bensì la continuità causale, di modo che, in presenza di un rilevante intervallo temporale fra le due procedure, ai fini della retrodatazione del periodo sospetto alla data di pubblicazione della domanda di concordato sarà necessario verificare se il fallimento sia stato dichiarato in base all'accertamento dell'evoluzione negativa di quel medesimo stato di insolvenza che aveva portato al deposito del primo ricorso; nel caso di specie, malgrado sia trascorso un rilevante lasso temporale fra la revoca dell’apertura del primo concordato e la dichiarazione di fallimento, la società ha cessato la propria attività sin dalla prima procedura concorsuale, potendosi cosi ritenere che tra la procedura concorsuale minore e il fallimento non sia intercorsa una soluzione di continuità, in quanto quest'ultimo ha costituito lo sviluppo logico dell'unica e comune insolvenza che ha dato causa alla prima procedura; il credito chirografario relativo agli interessi maturati sul debito bancario deve pertanto essere cristallizzato alla data di deposito della prima domanda di concordato. (Fattispecie relativa ad una prima domanda di concordato "in bianco” cui ha fatto seguito la revoca dell’ammissione e, a distanza di quattro mesi, la presentazione di una seconda domanda di concordato completa poi sfociata in fallimento per mancato raggiungimento delle maggioranze di legge). (Astorre Mancini) (riproduzione riservata) Tribunale Forlì, 22 Ottobre 2014.


Società in house - Disciplina del codice civile - Applicabilità - Applicazione delle procedure concorsuali - Società costituite nelle forme del codice civile ed aventi ad oggetto attività commerciale - Assoggettabilità fallimento - Fattispecie in tema di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi

Società in house - Società costituite nelle forme del codice civile ed avente ad oggetto l’attività commerciale - Assoggettabilità a fallimento - Irrilevanza dell’effettivo esercizio dell’attività - Qualità di imprenditore commerciale acquisita al momento della costituzione - Identificazione sulla base dello statuto
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E’ di interpretazione autentica la norma di cui al D.L. n.95/12, convertito in L. 135/2012, che ha dettato, in materia di società a partecipazione pubblica, una disposizione di generale rinvio alla disciplina codicistica delle società di capitali, precisando che: “Le disposizioni del presente articolo e le altre disposizioni, anche di carattere speciale, in materia di società a totale o parziale partecipazione pubblica si interpretano nel senso che, per quanto non diversamente stabilito e salvo deroghe espresse, si applica comunque la disciplina dettata dal codice civile in materia di società di capitali” (art. 4, comma 13). (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)

Le società costituite nelle forme previste dal codice civile ed aventi ad oggetto un’attività commerciale sono assoggettabili a fallimento, indipendentemente dall’effettivo esercizio di una siffatta attività, in quanto esse acquistano la qualità di imprenditore commerciale dal momento della loro costituzione, non dall’inizio del concreto esercizio dell’attività d’impresa, al contrario di quanto avviene per l’imprenditore commerciale individuale. Sicché, mentre quest’ultimo è identificato dall’esercizio effettivo dell’attività, relativamente alle società commerciali è lo statuto a compiere tale identificazione, realizzandosi l’assunzione della qualità in un momento anteriore a quello in cui è possibile, per l’impresa non collettiva, stabilire che la persona fisica abbia scelto, tra i molteplici fini potenzialmente raggiungibili, quello connesso alla dimensione imprenditoriale. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata)
Tribunale Palermo, 13 Ottobre 2014.


Concordato preventivo - Risoluzione - Dichiarazione di fallimento - Istanza del creditore o del pubblico ministero - Necessità.
Il tribunale, quando dichiara la risoluzione del concordato, non può dichiarare anche il fallimento del debitore in mancanza di apposita istanza da parte dei creditori o del pubblico ministero. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Genova, 07 Agosto 2014.


Fallimento – Attribuzione della qualifica di fallito alla persona fisica – Contrasto con i principi che tutelano la dignità della persona e l’uguaglianza tra i cittadini.
Gli artt. 1, co. 1, e 5, co. 1, l.f. contrastano con gli artt. 2, 3 e 41 della Costituzione, per: 1) la lesione del principio di uguaglianza, per la disparità di trattamento tra un imprenditore soprasoglia ed uno sottosoglia (e tra un soggetto fallibile ed uno non fallibile) nel subire la capitis deminutio sociale conseguente alla attribuzione dell’appellativo “fallito”, che viene dato con sentenza ad una persona fisica, per l’insolvenza della sua impresa, o della società di cui è socio illimitatamente responsabile; 2) lo iato di sensibilità (sociale e giuridica) rispetto alla vigente Costituzione materiale, che più non tollera nel proprio sentire che un soggetto persona fisica debba essere qualificato “fallito”, sol perché la sua impresa commerciale (e solo essa) non abbia funzionato a dovere, eventualmente anche per cause esterne al suo volere, come è dimostrato nei fatti dalla mutata sensibilità del Legislatore, che nella L. n. 3/2012 ha adoperato espressioni e fatto riferimento a procedure affatto diverse, comunque svincolate da una logica nominalmente punitiva fallimentaristica, ed implicanti soltanto procedure di regolazione concordata della crisi, oppure di liquidazione giudiziale, non traumatiche per la persona fisica e per la sua dignità. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 13 Giugno 2014.


Dichiarazione di fallimento - Significativa esposizione debitoria emergente dalle dichiarazioni dei redditi - Mancanza di protesti e di ipoteche giudiziali - Mancato esperimento di esecuzione immobiliare da parte del creditore istante - Revoca del fallimento.
Deve essere revocato il fallimento qualora, pur in presenza di una significativa esposizione debitoria emergente dalle dichiarazioni dei redditi di vari anni, il debitore non abbia subito protesti o ipoteche giudiziali e il creditore che ha chiesto il fallimento non abbia prima tentato di dar corso ad un'esecuzione immobiliare sugli immobili del debitore. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Reggio Calabria, 12 Maggio 2014.


Concordato preventivo - Dichiarazione di fallimento - Rapporto tra le due procedure - Principio della prevalenza del concordato preventivo sul fallimento - Funzione preventiva del concordato attraverso una soluzione alternativa basata sull'accordo del debitore con la maggioranza dei creditori - Contrasto con la sentenza delle Sezioni unite n. 1521 del 2013..
La prima sezione della Corte di cassazione ha rimesso alle Sezioni Unite la questione relativa al rapporto tra le procedure di concordato preventivo e di fallimento, affermando che la sentenza delle Sezioni unite n. 1521 del 2013, non si sarebbe limitata a negare che l'esame della domanda di concordato condizioni quello della richiesta di fallimento, ma, valutando il rapporto tra le due procedure nel loro complesso, abbia negato che l'apertura della seconda sia condizionata all'esaurimento della soluzione concordata della crisi.
Il Collegio è, invece, dell'avviso che la pendenza della procedura di concordato preventivo precluda la possibilità di dichiarare il fallimento e che, più in generale, il principio della prevalenza della procedura di concordato non possa dirsi superato per effetto della eliminazione dell'inciso contenuto nell'articolo 160 L.F., secondo il quale all'imprenditore veniva concessa la facoltà di proporre il concordato preventivo fino a che il suo fallimento non fosse stato dichiarato.
Non può, infatti, escludersi, prosegue la Corte, che il principio della prevalenza sul fallimento del concordato preventivo sia altrimenti ricavabile dal sistema, il quale attribuisce al secondo la funzione di prevenire il fallimento attraverso una soluzione alternativa basata sull'accordo del debitore con la maggioranza dei creditori. Tale funzione preventiva comporta che, prima di dichiarare il fallimento, debba essere esaminata l'eventuale domanda di concordato, per far luogo, poi, alla dichiarazione del fallimento solo in caso di mancata apertura della procedura minore. Inoltre, una volta aperta quest'ultima ai sensi dell'articolo 163 L.F., il fallimento non potrà più essere dichiarato sino alla conclusione di essa in senso negativo, ossia con la mancata approvazione ai sensi dell'articolo 169, il rigetto ai sensi dell'articolo 180, ultimo comma, ovvero la revoca dell'ammissione ai sensi dell'articolo 173.
La Corte afferma, quindi, che, allorché sia pendente anche la domanda di concordato, l'istanza (o richiesta) di fallimento non è sospesa ai sensi dell'articolo 295 c.p.c., in quanto manca il rapporto di pregiudizialità tecnico-giuridica tra le due domande e che, in tal caso, non è nemmeno corretto parlare di temporanea improcedibilità della domanda di fallimento, dato che nulla osta ad una decisione di rigetto. Semplicemente il fallimento non potrà essere dichiarato sino all'esito negativo della domanda di concordato.
La Corte precisa, poi, che la regola della temporanea non dichiarabilità del fallimento non trova applicazione con riguardo alle fasi di impugnazione dei provvedimenti che pongono fine alla prospettiva concordataria, per cui non è necessario attendere l'esito dell'impugnazione per dichiarare il fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 30 Aprile 2014, n. 9476.


Dichiarazione di fallimento - Accertamento dei parametri dimensionali sulla base dei bilanci prodotti dal debitore con la domanda di concordato preventivo poi e rinunciata - Successiva produzione dei bilanci effettivamente approvati e depositati - Mancata prosecuzione dell'attività - Rinuncia al rimborso dei finanziamenti eseguiti dai soci - Riduzione della esposizione debitoria della società - Non assoggettabilità a fallimento ex articolo 1 L.F...
  Tribunale Padova, 04 Aprile 2014.


Fallimento - Società cooperativa - Imprenditore commerciale - Presupposti - Lucro oggettivo - Necessità - Fine mutualistico - Compatibilità - Fallibilità - Fattispecie.
Lo scopo di lucro (c.d. lucro soggettivo) non è elemento essenziale per il riconoscimento della qualità di imprenditore commerciale, essendo individuabile l'attività di impresa tutte le volte in cui sussista una obiettiva economicità dell'attività esercitata, intesa quale proporzionalità tra costi e ricavi (cd. lucro oggettivo), requisito quest'ultimo che, non essendo inconciliabile con il fine mutualistico, ben può essere presente anche in una società cooperativa, pur quando essa operi solo nei confronti dei propri soci. Ne consegue che anche tale società ove svolga attività commerciale può, in caso di insolvenza, può essere assoggettata a fallimento in applicazione dell'art. 2545 terdecies cod. civ. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza dichiarativa di fallimento di una società cooperativa avente quale oggetto la commercializzazione verso terzi di prodotti agricoli conferiti dai soci, dei quali la società incassava il prezzo, senza che sia risultato provato che tutte le operazioni di vendita ed incasso compiute dalla società siano state seguite dal completo versamento del denaro ai soci). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 24 Marzo 2014.


Ricorso per dichiarazione di fallimento - Soglie di fallibilità - Elementi presuntivi dai quali presumere il mancato superamento - Fattispecie - Rigetto della richiesta di fallimento..
Il fatto che l'ultimo bilancio depositato risalente a cinque anni prima del ricorso per dichiarazione di fallimento evidenzi valori inferiori alle soglie di fallibilità, con un conto economico privo di ricavi, indicativo della sostanziale inattività della società, unitamente alla circostanza che il credito fatto valere dal ricorrente risale ad una sentenza pronunciata sette anni prima e che l'amministratore, deceduto da circa tre anni, non si sia costituito, sono elementi che consentono oggettivamente di presumere che nell'ultimo triennio la società non abbia operato, non abbia effettuato acquisizioni di attivo tali da superare la soglia di € 300.000 di attivo patrimoniale e che, in mancanza di prova positiva in ordine all'esistenza di debiti per importo superiore di euro 500.000, consentono di respingere la richiesta di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 10 Marzo 2014.


Concordato preventivo – Società unipersonale – Socio ente pubblico – Assoggettabilità alla procedura di concordato preventivo – Requisiti – Sussistenza congiunta..
L’assoggettabilità alla procedura di concordato preventivo di una società partecipata da un unico ente pubblico deriva dalla sussistenza congiunta di tre requisiti: l’esistenza di una società in house (id est la natura esclusivamente pubblica dei soci), l’esercizio dell’attività in prevalenza a favore dei soci stessi e la sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici. La mancanza anche di uno solo di tali requisiti consente l’applicabilità dell’art. 161 l.fall.. (Antonio Fico) (riproduzione riservata) Tribunale Nola, 30 Gennaio 2014.


Società cd. in house - Assoggettabilità procedura concorsuale - Ammissibilità - Irrilevanza del rapporto funzionale con l'ente pubblico proprietario..
Sono assoggettabili a procedura concorsuale le società cd. in house, in quanto la natura del rapporto funzionale con l'ente proprietario non si riflette sulla disciplina normativa applicabile all'organizzazione societaria, che rimane quella ordinaria prevista dal codice civile. Le società di capitali con partecipazione pubblica non mutano, infatti, la loro natura di soggetto di diritto privato solo perché lo Stato o gli enti pubblici (Comune, Provincia, etc.) ne posseggono le azioni, in tutto o in parte, non assumendo rilievo alcuno, per le vicende della medesima, la persona dell'azionista, dato che tale società, quale persona giuridica privata, opera "nell'esercizio della propria autonomia negoziale, senza alcun collegamento con l'ente pubblico" e gli strumenti utilizzati per regolare il rapporto tra società ed ente locale non possono essere quelli autoritativi di diritto pubblico spendibili nell'organizzazione diretta dell'ente, ma l'ente può avvalersi unicamente degli strumenti propri del diritto societario, da esercitare per il tramite dei membri di nomina pubblica presenti negli organi sociali. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Pescara, 14 Gennaio 2014.


Società cd. in house - Assoggettabilità a procedura concorsuale - Fattispecie in tema di concordato preventivo con riserva..
In difetto di diversa qualificazione legislativa, deve ritenersi valido il principio generale della assoggettabilità alle procedure concorsuali delle imprese che abbiano assunto la forma societaria iscrivendosi nell'apposito registro e quindi volontariamente assoggettandosi alla disciplina privatistica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Modena, 10 Gennaio 2014.


Società in house providing - Connotati qualificanti e requisiti - Natura esclusivamente pubblica dei soci - Prevalente destinazione dell’attività in favore dell’ente o degli enti partecipanti alla società - Sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici - Contemporanea sussistenza - Necessità.

Assoggettabilità a fallimento - Società in house providing - Inammissibilità - Tipo sociale attraverso cui è esercitata l’attività - Irrilevanza - Intervento Sezioni Unite (sent. n. 26283 del 25 novembre 2013).
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I connotati qualificanti della società in house, costituita per finalità di gestione di pubblici servizi, si individuano nei seguenti requisiti: la natura esclusivamente pubblica dei soci, l'esercizio dell'attività esclusivamente o quanto meno in prevalenza a favore dei soci stessi e la sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici, presupposti che, per poter parlare di società in house, è necessario sussistano tutti contemporaneamente e che trovino tutti il loro fondamento in precise e non derogabili disposizioni dello statuto sociale. (Giancarlo Borriello) (riproduzione riservata)

Ricorre la natura esclusivamente pubblica di una società in house providing - anche laddove il capitale sociale faccia capo ad una pluralità di soci ma purchè si tratti pur sempre di enti pubblici – quando lo statuto dell’ente inibisca in modo assoluto la possibilità di cessione a privati delle partecipazioni societarie di cui gli enti pubblici siano titolari. (Giancarlo Borriello) (riproduzione riservata)

Il requisito della prevalente destinazione dell'attività in favore dell'ente o degli enti partecipanti alla società postula che l’impresa sia preposta in via principale alla prestazione di un servizio d'interesse economico generale e che l'attività accessoria eventualmente esercitata non sia tale da implicare una significativa presenza della società quale concorrente con altre imprese sul mercato di beni o servizi. (Giancarlo Borriello) (riproduzione riservata)

I requisito del c.d. controllo analogo sussiste qualora l'ente pubblico partecipante abbia statutariamente il potere di dettare le linee strategiche e le scelte operative della società in house, i cui organi amministrativi vengono pertanto a trovarsi in posizione di vera e propria subordinazione gerarchica, e dunque la società sia soggetta ad un regime di gestione del tutto corrispondente a quello che l’ente partecipante esercita sulle proprie articolazioni interne. E’ chiaro, dunque, che non si allude all'influenza dominante che il titolare della partecipazione maggioritaria o totalitaria è di regola in grado di esercitare sull'assemblea della società, e, di riflesso, sulle scelte degli organi sociali, sulla scorta dell’esercizio degli ordinari diritti e facoltà di socio, in base alle norme del codice civile, ma di un potere di comando direttamente esercitato sulla gestione dell'ente, fino al punto che all’organo amministrativo della società non resta affidata nessuna autonoma rilevante autonomia gestionale. (Giancarlo Borriello) (riproduzione riservata)

Pur nella consapevolezza dell’orientamento giurisprudenziale che ritiene decisivo, ai fini dell’individuazione dei soggetti fallibili, il rilievo del tipo sociale attraverso cui è esercitata l’attività - e dunque sicuramente fallibile una società, pur integralmente partecipata da ente pubblico e costituita per la prestazione esclusiva di un servizio pubblico, c.d. in house providing, che però rivesta le forme delle società regolate dal codice civile - è possibile porre in discussione tale tesi prendendo le mosse dal recentissimo intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sent. n. 26283 del 25 novembre 2013) che hanno affermato l’impossibilità di configurare un rapporto di alterità tra l'ente pubblico partecipante e la società in house che ad esso fa capo. (Giancarlo Borriello) (riproduzione riservata)

Se è vero che gli enti pubblici sono sottratti al fallimento, anche la società in house integralmente partecipata dagli stessi, non potrà essere soggetta alla liquidazione fallimentare, in quanto concreta mero patrimonio separato dell’ente pubblico e non distinto soggetto giuridico, centro decisionale autonomo e distinto dal socio pubblico titolare della partecipazione, che esercita sullo stesso un potere di governo del tutto corrispondente a quello esercitato sui propri organi interni. (Giancarlo Borriello) (riproduzione riservata)
Tribunale Napoli, 09 Gennaio 2014.


Fallimento - Requisiti di non fallibilità ex art. 1, secondo comma, lett. b, legge fall. - Individuazione dei "ricavi lordi" - Riferimento alle sole voci n. 1 e n. 5 dello schema dell'art. 2425, lett. A, cod. civ. - Necessità - Variazioni delle rimanenze - Esclusione - Fondamento.
In tema di requisiti dimensionali di esonero dalla fallibilità di cui all'art. 1, comma 2, lett. b, legge fall. (nel testo risultante dalla riforma di cui al d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169), per l'individuazione dei "ricavi lordi", che vanno considerati ricavi in senso tecnico, occorre fare riferimento alle voci n. 1 («ricavi delle vendite e delle prestazioni») e n. 5 («altri ricavi e proventi») dello schema obbligatorio di conto economico previsto dall'art. 2425, lett. A, cod. civ.. Non rientrano, invece, in tale nozione le voci dalla n. 2 alla n. 4 del menzionato schema e, in particolare, le variazioni delle rimanenze, le quali rappresentano dei costi comuni a più esercizi, che vengono sospesi, in conformità del principio di competenza economica di cui all'art. 2423 bis cod. civ., per essere rinviati ai successivi esercizi, in cui si conseguiranno i relativi ricavi. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Dicembre 2013, n. 28667.


Dichiarazione di fallimento - Requisiti soggettivi - Società pubbliche - Società cd. in house providing..
L'esenzione dalle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo prevista per gli enti pubblici dall'articolo 1, comma 1, L.F. deve essere applicata anche alle società cd. “in house providing”, le quali possono essere individuate in base ai criteri indicati nella sentenza della
Corte di cassazione 25 novembre 2013, n. 26283, secondo la quale detta qualifica va attribuita alle società che presentino congiuntamente i seguenti tre requisiti: 1) natura esclusivamente pubblica dei soci; 2) lo svolgimento dell'attività in prevalenza a favore dei soci stessi; 3) la sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 19 Dicembre 2013.


Società in house – Organi della società come articolazione della p.a. – Rapporto di servizio – Esenzione dal fallimento..
Nelle società in house providing, aventi i requisiti espressi dalla Cassazione Sez. Un. 25 novembre 2013 n. 26283, non può configurarsi un rapporto di alterità, né una separazione patrimoniale, tra l’ente pubblico partecipante e la società stessa. Pertanto gli organi della società risultano preposti ad una struttura corrispondente ad un’articolazione interna alla pubblica amministrazione e ad essa legati da un vero e proprio rapporto di servizio. Conseguentemente, come accade nelle Amministrazioni pubbliche, gli amministrazioni della società sono sottoposti ad un controllo assoluto da parte delle amministrazioni, tali da privarli di effettivi e concreti poteri gestori. In qualità di articolazione di enti pubblici, a tali società deve essere estesa la previsione di esenzione di fallimento, ex art. 1 l.f.. (Dario Finardi) (riproduzione riservata) Tribunale Verona, 19 Dicembre 2013.


Procedure concorsuali – Reclamo avverso sentenza di fallimento – Associazione onlus – Svolgimento di attività idonea al conseguimento degli scopi consentiti – Attività economica ex art. 2195 c.c. – Assenza di concorrenza – Irrilevanza – Remunerazione – Assenza di un fine di lucro – Fallimento – Sussiste..
Ciò che caratterizza l’attività di impresa è lo scopo di lucro in astratto, cosicché non è necessario che l’imprenditore si proponga di ricavare dall’attività d’impresa un guadagno da destinare a scopi egoistici, essendo invece sufficiente la finalità di ricavare un guadagno che consenta, innanzitutto, di pareggiare i costi ed eventualmente di avere delle risorse da destinare al perseguimento di scopi predeterminati, quali quelli che l’ associazione o l’ente si è dato all’atto della sua costituzione.
Rimane, quindi, giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, che riguarda il movente soggettivo che induce l’imprenditore ad esercitare la sua attività.
Pertanto, il carattere imprenditoriale deve essere escluso quando l’attività viene resa in modo del tutto gratuito, dato che non può essere considerata imprenditoriale l’erogazione gratuita di beni e servizi. (Mauro Frigerio) (riproduzione riservata)
Appello Genova, 14 Dicembre 2013.


Società in house - Natura - Forma esteriore di diritto privato - Soggetti giuridici esterni ed autonomi alla pubblica amministrazione - Esclusione.

Società in house - Caratteristiche - Natura pubblica dei soci - Esercizio dell'attività in prevalenza a favore dei soci - Sottoposizione a controllo pubblico.

Società in house - Azione di responsabilità esercitata dalla procura della Repubblica diretta a far valere la responsabilità degli organi sociali - Giurisdizione della Corte dei conti - Sussistenza.
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Le società in house hanno della società solo la forma esteriore in quanto in realtà costituiscono delle articolazioni della pubblica amministrazione da cui promanano e non dei soggetti giuridici ad essa esterni e da essa autonomi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

E' possibile considerare ormai ben delineati nell'ordinamento i connotati qualificanti della società in house, costituita per finalità di gestione di pubblici servizi e definita dai tre requisiti già più volte ricordati: la natura esclusivamente pubblica dei soci, l'esercizio dell'attività in prevalenza a favore dei soci stessi e la sottoposizione ad un controllo corrispondente a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici, con la precisazione che, per poter parlare di società in house, è necessario che detti requisiti sussistano tutti contemporaneamente e che tutti trovino il loro fondamento in precise e non derogabili disposizioni dello statuto sociale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La Corte dei conti ha giurisdizione sull'azione di responsabilità esercitata dalla Procura della Repubblica presso detta corte quando l’azione sia diretta a far valere la responsabilità degli organi sociali per danni da essi cagionati al patrimonio di una società in house, per tale dovendosi intendere quella costituita da uno o più enti pubblici per l'esercizio di pubblici servizi, di cui esclusivamente tali enti possano esser soci, che statutariamente esplichi la propria attività prevalente in favore degli enti partecipanti e la cui gestione sia per statuto assoggettata a forme di controllo analoghe a quello esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici. (massima ufficiale)
Cassazione Sez. Un. Civili, 25 Novembre 2013, n. 26283.


Società a capitale pubblico - Applicazione dell'esenzione di cui all'articolo 2221 c.c. - Esclusione - Assoggettabilità a fallimento..
Sono soggette a fallimento e non godono, pertanto, dell'esenzione di cui all'articolo 2221 c.c. le società di capitali interamente partecipate da capitale pubblico che svolgano in concreto attività di natura privatistica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Nocera Inferiore, 21 Novembre 2013.


Società di capitali – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura pubblica o privata – Norme di settore.

Società di capitali – Società con partecipazione pubblica – Natura di soggetto di diritto privato – Ente pubblico – Istituzione o riconoscimento per legge.

Società di capitali – Società con partecipazione pubblica – Natura di soggetto di diritto privato – Norme speciali – Tutela dell’affidamento.

Società – Società per azioni – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura pubblica o privata – Causa lucrativa.

Società – Società per azioni – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura soggetto – Natura attività – Assoggettabilità a fallimento.

Società di capitali – Società con partecipazione pubblica – Assoggettabilità a fallimento – Principio di uguaglianza – Tutela della concorrenza.
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Una società non muta la sua natura di soggetto privato solo perché un ente pubblico ne possiede, in tutto o in parte, il capitale. Proprio dall'esistenza di specifiche normative di settore che, negli ambiti da esse delimitati, attraggono nella sfera del diritto pubblico anche soggetti di diritto privato, può ricavarsi a contrario, che, ad ogni altro effetto, tali soggetti continuano a soggiacere alla disciplina privatistica. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

L'art. 4 della legge n. 70/75, nel prevedere che nessun nuovo ente pubblico può essere istituito o riconosciuto se non per legge, evidentemente richiede che la qualità di ente pubblico, se non attribuita da una espressa disposizione di legge, debba quantomeno potersi desumere da un quadro normativo di riferimento chiaro ed inequivoco. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Eventuali norme speciali che siano volte a regolare la costituzione della società, la partecipazione pubblica al suo capitale e la designazione dei suoi organi, non incidono sul modo in cui essa opera nel mercato né possono comportare il venir meno delle ragioni di tutela dell'affidamento dei terzi contraenti contemplate dalla disciplina privatistica. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

L'eventuale divergenza causale rispetto allo scopo lucrativo non appare sufficiente ad escludere che, laddove sia stato adottato il modello societario, la natura giuridica e le regole di organizzazione della partecipata restino quelle proprie di una società di capitali disciplinata in via generale dal codice civile. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

Ciò che rileva nel nostro ordinamento ai fini dell'applicazione dello statuto dell'imprenditore commerciale non è il tipo dell'attività esercitata, ma la natura del soggetto. Se così non fosse  si dovrebbe giungere alla conclusione che anche le società a capitale interamente privato cui sia affidata in concessione la gestione di un servizio pubblico ritenuto essenziale sarebbero esentate dal fallimento. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)

La scelta del legislatore di consentire l'esercizio di determinate attività a società di capitali e dunque di perseguire l'interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico comporta anche che queste assumano i rischi connessi alla loro insolvenza, pena la violazione principi di uguaglianza e di affidamento dei soggetti che con esse entrano in rapporto ed attesa la necessità del rispetto delle regole della concorrenza. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata)
Cassazione civile, sez. I, 27 Settembre 2013, n. 22209.


Ricorso di fallimento – Requisiti dimensionali art. 1 l. fall. – Interpretazione – sussistenza..
Il mancato superamento dei limiti dimensionali soggettivi ed oggettivi, fissati dall’art. 1 l.f., che la parte interessata (debitore) – cui incombeva l’onere probatorio sulla insussistenza dei requisiti di fallibilità – non ha minimamente affrontato esonera da qualunque altra discussione sul punto. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata) Appello Bari, 23 Agosto 2013.


Ricorso di fallimento – Requisiti dimensionali art. 1 l. fall. – Interpretazione – Sussistenza..
Il nuovo testo dell’art. 1 l. fall., dopo il decreto correttivo del 2007, ha tra l’altro previsto, in primo luogo, che i ricavi lordi vengano considerati nel loro valore assoluto e non quale media degli “ultimi tre anni”; inoltre, diversamente dal testo precedente, il nuovo testo fa riferimento ai “tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento”. La norma individua espressamente, il momento dal quale far decorrere a ritroso i tre anni di esercizio, nella data di deposito dell’istanza di fallimento. A seguito del correttivo, la norma non opera alcun distinguo per cui i tre anni di esercizio vadano computati a ritroso dalla data di presentazione dell’istanza di fallimento anche con riferimento alle società che abbiano cessato l’attività o siano state poste in liquidazione e non dal precedente momento di conclusione di fatto dell’attività. Relativamente al requisito dell’ammontare dei debiti di cui alla lettera c) dell’attuale art. 1 l. fall., non è stata prevista dal legislatore la limitazione a ritroso di un periodo di limitazione dell’indagine, essendo l’indebitamento un dato che prescinde da qualsiasi periodicità. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata) Appello Catanzaro, 22 Luglio 2013.


Procedure concorsuali – Associazione onlus – Svolgimento di attività idonea al conseguimento degli scopi consentiti – Attività economica ex art. 2195 c.c. – Assenza di concorrenza – Irrilevanza – Remunerazione – Assenza di un fine di lucro – Fallimento – Sussiste..
In base al consolidato orientamento, le associazioni non riconosciute possono essere dichiarate fallite, quando abbiano svolto un’attività, oggettivamente, commerciale, che remuneri i fattori di produzione con i propri ricavi, anche in assenza nello statuto di un fine di lucro. (Mauro Frigerio) (riproduzione riservata)

Il fatto che l’associazione abbia un solo cliente ed operi in un settore con poca o nessuna concorrenza è irrilevante, ben potendo un imprenditore operare in regime di oligopolio o di monopolio con un unico cliente o pochi clienti, senza per questo cessare di essere un imprenditore. (Mauro Frigerio) (riproduzione riservata)
Tribunale Genova, 18 Luglio 2013.


Fallimento e procedure concorsuali - Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali - Introduzione da parte del legislatore delegato di una disposizione che esclude la possibilità della dichiarazione d'ufficio del fallimento - Asserito contrasto col tenore letterale e logico della legge di delega, in cui mancherebbero corrispondenti principi e criteri direttivi - Asserita esorbitanza dai limiti imposti al legislatore delegato dalla legge di delega - Insussistenza - Adeguamento, in base al principio espresso del "necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti", al tendenziale principio del ne procedat iudex ex officio dell'ordinamento processuale civile - Non fondatezza della questione..
Il nostro ordinamento processuale civile è, sia pure in linea tendenziale e non senza qualche eccezione, ispirato dal principio ne procedat judex ex officio (sentenza n. 123 del 1970), così da escludere che in capo all’organo giudicante siano allocati anche significativi poteri di impulso processuale. Sebbene più volte la Corte abbia chiarito che, in particolari e transitorie ipotesi, siffatta allocazione non può considerarsi di per sé violativa di parametri costituzionali (sentenze n. 148 del 1996 e n. 46 del 1995), non può, tuttavia, disconoscersi che, nonostante ciò non costituisca una necessità finalizzata ad assicurarne la congruità costituzionale, risponde ad un criterio di coerenza interno al sistema rimuovere le ipotesi normative che si contrappongano al ricordato principio tendenziale. In questo modo, infatti, ha operato il legislatore delegato in materia di procedure concorsuali, provvedendo sia a modificare l’art. 6 legge fall., rimuovendo la possibilità che il fallimento fosse dichiarato d’ufficio, sia, in occasione dell’adozione dei successivi decreti correttivi, ad espungere dal testo della legge fallimentare le residue fattispecie nelle quali la dichiarazione di fallimento interveniva in assenza di un’istanza proveniente da soggetto diverso dall’organo decidente. In particolare, ci si riferisce al decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169 (Disposizioni integrative e correttive al regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, nonché al decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5, in materia di disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa, ai sensi dell’articolo 1, commi 5, 5-bis e 6, della legge 14 maggio 2005, n. 80). 3.4. Non vi è dubbio che, così operando, il legislatore delegato, lungi dal violare la delega a lui conferita, ha, viceversa, dato attuazione al precetto affidatogli di procedere al coordinamento della disciplina delle procedure concorsuali con uno dei principi del nostro sistema processuale. E’, pertanto, non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 (Riforma organica della disciplina delle procedure concorsuali a norma dell’articolo 1, comma 5, della legge 14 maggio 2005, n. 80), sollevata, in riferimento agli artt. 76 e 77 della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Milano, sezione fallimentare, con ordinanza in data 31 maggio 2012. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Corte Costituzionale, 09 Luglio 2013, n. 184.


Procedure concorsuali - Assoggettabilità di un ente ecclesiastico - Svolgimento di attività commerciale organizzata in forma di impresa sul territorio italiano..
Ciò che rileva allo scopo di ritenere l'assoggettabilità di un ente ecclesiastico ad una procedura concorsuale disciplinata dalla legge italiana è il reale ed effettivo svolgimento di attività commerciale organizzata in forma di impresa sul territorio italiano e, dunque, l'instaurazione di rapporti a contenuto patrimoniale con altri soggetti la cui disciplina è regolata dal diritto italiano, posto che ogni debitore che svolge attività imprenditoriale sul territorio italiano è soggetto all'accertamento dello stato di insolvenza, salvo che sussistano specifiche ipotesi di immunità dalla giurisdizione italiana. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 30 Maggio 2013.


Dichiarazione di fallimento – Presupposti – Accertamento – Valori di bilancio – Valore delle immobilizzazioni materiali – Criterio del costo storico – Valore di mercato – Esclusione..
Nell'ambito del procedimento per dichiarazione di fallimento, al fine di verificare l'esistenza dei presupposti per la dichiarazione dif allimento, il valore delle immobilizzazioni materiali da prendere in considerazione deve essere quello determinato secondo il criterio di cui all'articolo 2426, comma 1, n. 1 c.c. del costo di acquisto o di produzione e non quello del valore di mercato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Benevento, 08 Aprile 2013.


Holding personale costituente impresa commerciale attraverso l'organizzazione e coordinamento di gruppo di imprese - Configurabilità..
E’ configurabile una holding di tipo personale costituente impresa commerciale suscettibile di fallimento, quando questa agisca in nome proprio per il perseguimento di un risultato economico  ottenuto attraverso l’attività svolta, professionalmente, con l’organizzazione e il coordinamento dei fattori produttivi relativi al proprio gruppo di imprese. (Francesco Fimmanò) (riproduzione riservata) Tribunale Torre Annunziata, 18 Marzo 2013.


Istruttorie prefallimentare - Analisi della contabilità aziendale - Superamento di parametri sulla base di dati errati - Irrilevanza..
Nell'ipotesi in cui nella contabilità aziendale appaia superato il parametro previsto dall'art. 1 della legge fallimentare in relazione all'ammontare dell'attivo patrimoniale, ma questo sia il frutto di un'erronea contabilizzazione degli importi relativi alla voce "titolare c/prelievi", il ricorso per dichiarazione di fallimento deve essere respinto in quanto ciò che rileva sono le risultanze sostanziali della contabilità. (Francesco Gabassi) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 30 Novembre 2012.


Dichiarazione di fallimento - Soglie dimensionali - Imprese soggette all'obbligo di deposito del bilancio di esercizio - Individuazione dell'attivo patrimoniale - Riferimento alle voci di cui agli articoli 2424 e 2426 c.c...
Per quanto riguarda gli imprenditori collettivi obbligati a redigere e depositare il bilancio di esercizio, l'attivo di cui alla lettera a) dell'articolo 1, comma 2, legge fallimentare, è quello delle voci di cui all'articolo 2424, lettere a), b), c) e d), appostate in conformità ai criteri di valutazione previsti dal successivo articolo 2426 c.c. Ai fini del raggiungimento della soglia dimensionale in questione, rilevano, quindi, le immobilizzazioni materiali, immateriali e finanziarie (articolo 2424 c.c., sezione attivo, voci di BI, BII e BIII); i beni acquisiti con leasing traslativo (i cui valori sono ricavabili dai conti d'ordine); l'attivo circolante, al netto delle imposte rettificative (rimanenze, crediti, attività finanziarie non costituenti immobilizzazioni, escluse le azioni proprie); le disponibilità liquide. Per la valutazione delle voci sopra indicate appare corretto far riferimento a criteri di funzionamento e non a criteri di liquidazione. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 03 Novembre 2012.


Dichiarazione di fallimento - Soglie dimensionali - Imprese soggette all'obbligo di deposito del bilancio di esercizio - Individuazione dei ricavi - Riferimento alla disciplina codicistica di bilancio - Articolo 2425 c.c...
Per individuare i ricavi di cui alla lettera b) dell'articolo 1, comma 2, legge fallimentare, rilevanti ai fini della dichiarazione di fallimento, occorre fare riferimento, come per l'attivo, alle corrispondenti indicazioni fornite dalla disciplina codicistica di bilancio e in particolare alle voci dell'articolo 2425 c.c. A1, 2, 3 e 5 (con l'avvertenza che i valori delle voci 2 e 3, se negativi, vanno detratti); C15 e C16; E20 (plusvalenze da alienazione di immobilizzazioni). Devono invece escludersi dal computo le voci A4 (incrementi delle immobilizzazioni per lavori interni) e D18 (rivalutazioni). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 03 Novembre 2012.


Dichiarazione di fallimento - Soglie dimensionali - Imprese soggette all'obbligo di deposito del bilancio di esercizio - Ammontare dei debiti - Esposizione complessiva dell'imprenditore - Debiti condizionati - Debiti derivati dalla prestazione di garanzie che presuppongono la preventiva escussione del debitore..
Per determinare l'ammontare dei debiti, rilevante ai fini della dichiarazione di fallimento, occorre prendere in considerazione l'esposizione complessiva dell'imprenditore ed avere, quindi, riguardo anche ai debiti non scaduti, trattandosi di requisito assunto dal legislatore quale indice dimensionale dell'impresa, nonché i debiti condizionati, quali ad esempio quelli derivati dalla prestazione di garanzie, che presuppongono la preventiva escussione del debitore (Cass. 4 maggio 2011, n. 9760). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 03 Novembre 2012.


Dichiarazione di fallimento - Requisiti - Interpretazione della locuzione "i tre esercizi precedenti" - Riferimento agli esercizi conclusi..
I tre esercizi precedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento di cui all'articolo 1, legge fallimentare, sono quelli “chiusi”, cioè “conclusi” a detta data. A tale conclusione si perviene per coerenza con quanto disposto dall'articolo 14, legge fallimentare, il quale prescrive il deposito delle scritture contabili e fiscali obbligatorie per tre esercizi (chiusi) precedenti, nonché per intuitive esigenze di semplificazione, dovendosi altrimenti riclassificare i dati contabili per ricostruire un triennio che non coincide necessariamente con gli esercizi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 03 Novembre 2012.


Attività agricola – Affitto di fondi ed attrezzature – Mutamento di attività in commerciale – Esclusione..
La cessazione, da parte di una società, dell’attività agricola e la concessione in affitto di tutti i terreni, unitamente alle attrezzature ed ai fabbricati agricoli, non è di per sè sufficiente per affermare il mutamento dell’attività agricola in commerciale, in quanto l’affitto potrebbe comunque essere finalizzato al raggiungimento dello scopo sociale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 21 Settembre 2012.


Contemporanea pendenza dei procedimenti per dichiarazione di fallimento e per concordato preventivo - Rapporti e interferenze - Preferenza della procedura concordataria - Condizioni - Limiti - Criteri..
In tema di rapporti e interferenze tra procedimento per dichiarazione di fallimento e domanda di ammissione a concordato preventivo, sulla scorta della più recente elaborazione giurisprudenziale, sembra doversi affermare che il tribunale possa precludere al debitore la facoltà (ampiamente riconosciuta ed oggi anzi incentivata dall’ordinamento) di coltivare la prospettiva concordataria, dando invece la precedenza all’istanza di fallimento proposta dal creditore (o dal p.m.), solo laddove la domanda di ammissione a concordato preventivo: a) non sia rituale e completa, ai sensi degli artt. 160 e 161, legge fallimentare; b) ovvero configuri una evidente forma di abuso dello strumento concordatario, anche attraverso condotte penalmente sanzionabili (ad es. bancarotta fraudolenta per distrazione, ex art. 216 n. 1, legge fallimentare, ovvero bancarotta semplice ex art. 217 nn. 3 e 4, legge fallimentare, per aver compiuto operazioni di grave imprudenza per ritardare il fallimento, ovvero aggravato il proprio dissesto astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento); c) ovvero pregiudichi definitivamente, e in concreto, una più proficua liquidazione fallimentare, in danno della massa dei creditori (ad es., per il consolidamento di un’ipoteca, o la prescrizione di possibili azioni di massa esperibili dal curatore, che venissero medio tempore a maturare). Non pare, invece, che il dato processuale della contemporanea pendenza dei due procedimenti consenta una dilatazione degli ordinari poteri di controllo del tribunale, in particolare quanto a fattibilità della proposta concordataria, né, tantomeno, una riesumazione dei poteri giudiziali di vaglio della meritevolezza e convenienza del concordato, secondo la originaria formulazione dell’art. 162, legge fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Terni, 18 Luglio 2012.


Trust e fallimento - Effetti del fallimento del disponente sul trust - Causa sopravvenuta di invalidità dell'atto istitutivo - Esclusione.

Trust - Gestione dell'insolvenza mediante cessio bonorum - Esplicazione dell'autonomia contrattuale - Natura inderogabile della disciplina dettata dalla legge fallimentare - Esclusione - Inapplicabilità al trust istituito per la gestione dell'insolvenza dell'articolo 15 della Convenzione de L'Aja.

Fallimento - Trust liquidatorio - Acquisizione da parte del curatore fallimentare degli assets del trust - Ricorso alla legge regolatrice del trust - Diritto del beneficiario di ottenere la cessazione anticipata del trust.
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Nei rapporti fra trust e fallimento, occorre considerare che il fallimento del disponente (originariamente in bonis al momento dell’istituzione) non può incidere sull’atto di trust che ha già definitivamente spiegato ed esaurito i suoi effetti. Nel diritto dei trust, infatti, il disponente “esce di scena” e una vicenda successiva, attinente al settlor, non può determinare effetti sulla “vita” del trust, tantomeno assurgendo a causa sopravvenuta di invalidità dell’atto istitutivo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La circostanza che un imprenditore insolvente possa gestire la crisi attraverso la cessio bonorum prevista dagli articoli 1977 seguenti c.c., e quindi attraverso un contratto tipico previsto dall’ordinamento, il quale altro non è che mera esplicazione dell'autonomia contrattuale, consente di escludere che la disciplina dell’insolvenza dettata dalla legge fallimentare debba considerarsi inderogabile. Da ciò consegue l'inapplicabilità al trust istituito per la gestione dell'insolvenza dell'articolo 15 della Convenzione de L'Aja. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

La finalità di far pervenire al curatore fallimentare gli assets del trust liquidatorio può essere agevolmente e legittimamente perseguita mediante il ricorso alla legge regolatrice del trust (oltre che all’azione revocatoria, fallimentare od ordinaria): nel diritto dei trust, infatti, il beneficiario vested ha il diritto di ottenere la cessazione anticipata del trust e tale prerogativa ben potrebbe essere esercitata dal curatore, il quale assomma in sé tutte le posizioni beneficiarie del trust liquidatorio che veda creditori quali beneficiari. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Reggio Emilia, 02 Maggio 2012.


Fallimento – Parametri dimensionali di cui all’art. 1 l.f. – Superamento anche minimo – Fallibilità..
I parametri dimensionali di cui all’art. 1, comma 2, l.f. sono esattamente determinati e non presentano margini di opinabilità, onde il loro superamento – anche minimo – determina la fallibilità dell’impresa. (Matteo Gasparin) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 09 Marzo 2012.


Dichiarazione di fallimento - Presupposti - Attivo patrimoniale degli ultimi tre anni precedenti la richiesta di fallimento - Verifica dell'effettivo attivo patrimoniale..
Ai fini della valutazione della sussistenza dei presupposti soggettivi per la dichiarazione di fallimento, tra cui quello relativo all'ammontare dell'attivo patrimoniale degli ultimi tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento, appare conforme alla "ratio" della legge, che li ha introdotti in funzione di una valutazione della dimensione dell'impresa, operare una verifica che tenga conto dell'effettivo "attivo patrimoniale" quale espressione della reale dimensione dell'impresa stessa; tale accertamento pertanto, per rispecchiare la realtà di un'impresa, deve poter prescindere dalla formale applicazione dei principi contabili e della normativa in tema di redazione di bilanci ogni qual volta la loro rigorosa applicazione possa comportare una divergenza tra il dato "formale" contabile, e la realtà economica dell'impresa. (Francesco Gabassi) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 13 Gennaio 2012.


Dichiarazione di fallimento - Presupposti - Attivo patrimoniale - Appostazione di credito separatamente dal debito nei confronti del medesimo soggetto - Riduzione - Rilevanza..
In relazione al requisito dell'attivo patrimoniale, che deve essere di ammontare superiore ad euro 300.000,00, ed in particolare per la posta relativa ai "crediti", deve ritenersi rilevante la circostanza che un credito, appostato separatamente dal debito nei confronti del medesimo soggetto nel rispetto del principio di cui all'art. 2423 ter cc, ossia del divieto di operare compensazioni tra partite -che debbono essere rilevate distintamente in sezioni opposte per lo stato patrimoniale (voci dell'attivo e del passivo) e in poste distinte per il Conto economico - risulti poi inesistente e/o estinto per effetto di un accertamento giudiziale che in parte ne ha ridotto l'ammontare e in parte lo ha compensato con un debito di maggior importo verso il medesimo soggetto. (Francesco Gabassi) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 13 Gennaio 2012.


Fallimento - Stato d'insolvenza - In genere - Requisito dell'indebitamento ex art. 1, secondo comma, lett. c) legge fall. - Verifica - Esame delle scritture contabili - Priorità - Sussistenza di debiti ulteriori - Inclusione - Contestazione degli stessi - Rilevanza - Esclusione - Fondamento - Conseguenze.
Nel verificare la sussistenza del requisito della fallibilità posto dall'art.1, secondo comma, lett. c), legge fall., è prioritario il dato ricavabile dalle scritture contabili; tuttavia, devono tenersi in considerazione pure altri elementi dai quali risulti l'esistenza di debiti ulteriori, anche qualora essi siano in parte contestati, essendo comunque rilevanti quale dato dimensionale dell'impresa; la contestazione, infatti, non ne impedisce l'inclusione nel computo dell'indebitamento complessivo e non si sottrae alla valutazione del giudice chiamato a decidere sull'apertura della procedura concorsuale, anche se la relativa pronuncia non pregiudica l'esito della controversia volta all'accertamento di quel debito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 02 Dicembre 2011.


Fallimento - Fondazioni senza scopo di lucro - Lucro oggettivo - Idoneità dell'impresa a dare profitto - Rilevanza - Scopo di lucro - Irrilevanza..
Perché una determinata impresa possa definirsi "commerciale" assume rilievo il requisito del cosiddetto "lucro oggettivo" e cioè la idoneità in sé dell'impresa a dare profitto, mentre è irrilevante lo scopo di lucro o "lucro soggettivo" concretamente perseguito. Alla luce di tale principio, può qualificarsi come imprenditore commerciale - e come tale assoggettabile a fallimento - la fondazione che eserciti attività volta alla produzione o allo scambio di beni o servizi, gestita con modalità idonee a reintegrare i costi attraverso i ricavi nel lungo periodo e che tenda al pareggio di bilancio. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Gorizia, 18 Novembre 2011.


Fallimento - Dichiarazione - Presupposti - Imprenditore agricolo - Cessazione dell'attività - Svolgimento di impresa commerciale - Requisito dell'organizzazione professionale finalizzata all'attività di impresa - Esclusione..
L'accertamento, ai fini della dichiarazione di fallimento, dello svolgimento di un'attività commerciale presuppone la verifica dell'esistenza di un'attività organizzata professionalmente, proposto, questo, non ravvisabile nel fatto che un imprenditore agricolo abbia semplicemente cessato l'attività di coltivazione ed intrapreso la costruzione di un immobile utilizzabile per l'attività di agriturismo. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 27 Ottobre 2011.


Fallimento - Dimostrazione dello stato di insolvenza - Valorizzazione di un rapporto di locazione finanziaria - Fattispecie - Onere della prova..
Al fine di valutare se sia o meno sussistente lo stato di insolvenza per la dichiarazione di fallimento, è irrilevante l'esistenza di un contratto di locazione finanziaria nel quale il pagamento del prezzo di riscatto del bene consenta l'acquisizione all'attivo di un cespite di valore tale da consentire il pagamento di tutte le passività qualora l'adempimento del contratto comporti il pagamento di importi consistenti ed il debitore non dia dimostrazione della sufficienza dell'eventuale ricavato al pagamento dei debiti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Venezia, 27 Ottobre 2011.


Fallimento - Dichiarazione - Requisiti di fallibilità - Onere della prova - Produzione dei libri contabili obbligatori - Imprese individuali e società di persone non tenute alla redazione del bilancio - Produzione di documentazione equivalente - Omissione - Conseguenze..
L'onere della prova in ordine alla sussistenza o meno dei requisiti di fallibilità di cui all'articolo 1, comma 2, legge fallimentare deve essere assolto mediante la produzione dei libri contabili che l'imprenditore commerciale è obbligato a tenere secondo quanto prescritto dagli articoli 2214 e seguenti c.c., ai quali soltanto la legge attribuisce un particolare valore probatorio, autorizzando il giudice a trarre da essi elementi di prova anche a favore dell'imprenditore. Per quanto riguarda le imprese individuali e la società di persone non tenute al deposito dei bilanci, esse saranno, tuttavia, tenute ad assolvere all'onere probatorio in questione mediante documenti che nella sostanza tengano luogo di veri e propri bilanci redatti in modo da consentire l'accesso a una chiara, trasparente, completa e intellegibile rappresentazione della situazione economica, finanziaria e contabile dell'impresa; in mancanza di detti documenti il giudice potrà liberamente valutare la affidabilità della documentazione prodotta e la sua congruità alla luce di tutte le circostanze del caso. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Novara, 23 Giugno 2011.


Società di capitali - Società con partecipazione pubblica - Natura di soggetto di diritto privato - Indici di valutazione della natura pubblica o privata del soggetto partecipato..
La società per azioni con partecipazione pubblica non muta la sua natura di soggetto di diritto privato per il solo fatto che l'ente pubblico ne possegga in tutto o in parte le azioni. Pertanto, se la società partecipata dalla mano pubblica si avvale degli strumenti previsti dal diritto societario, essa non può che essere ritenuta un soggetto di natura privata. Le forme privatistiche di esercizio di impresa commerciale potranno eventualmente porre questioni attinenti alla natura pubblica o privata del soggetto partecipato da enti pubblici solo qualora l'aspetto gestionale e di attività di detti enti risultasse completamente avulso dalle regole e dagli schemi del diritto commerciale, così da rappresentare la società un mero organo, un’articolazione che si immedesima nel soggetto pubblico che la partecipa. Su questo tema la giurisprudenza ha affermato che gli indici di valutazione riguardanti sia l'aspetto gestionale che l'attività della società che gestisce il servizio pubblico in favore dell'ente locale che interamente la partecipa attengono in sintesi alla concorrenza dei seguenti dati: a) il soggetto affidatario deve svolgere la maggior parte della propria attività in favore dell'ente pubblico; b) l'impresa non deve aver acquisito una vocazione commerciale che rende precario il controllo dell'ente pubblico e che può risultare, tra l'altro, dall'ampliamento del soggetto sociale, dall'apertura obbligatoria della società ad altri capitali, dall'espansione territoriale dell’attività della società a tutto il territorio nazionale ed all'estero; c) il consiglio di amministrazione della società non deve avere poteri gestionali di rilievo e l'ente pubblico esercita poteri maggiori rispetto a quelli che il diritto societario riconosce alla maggioranza sociale; d) le decisioni di maggior rilievo devono essere sottoposte al vaglio preventivo dell'ente affidante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 24 Maggio 2011.


Fallimento - Soglie di fallibilità - Ricavi lordi - Rilevanza degli accertamenti induttivi, anche se non definitivi - Rilevanza dei dati extracontabili desumibili dalle indagini effettuate dalla Guardia di Finanza..
I ricavi lordi possono risultare, oltre che dai documenti e dalle registrazioni contabili, fiscali e di bilancio (ove presenti) dell'impresa, anche da altri elementi rappresentati dagli accertamenti induttivi condotti dall'amministrazione finanziaria, anche se non definitivi, o dai dati extracontabili desumibili dalle indagini effettuate dalla Guardia di Finanza, pure se non ancora tradottesi in accertamenti definitivi dell'Agenzia delle Entrate. (Francesco Gabassi) (riproduzione riservata) Tribunale Udine, 19 Maggio 2011.


Dichiarazione di fallimento - Superamento delle soglie di fallibilità - Onere della prova - Mancato deposito del bilancio - Conseguenze - Elementi di prova deducibili da altre circostanze..
Qualora le ridotte dimensioni dell’impresa risultino da altre circostanze, l’omesso deposito del bilancio (rilevante sotto altri profili) non comporta di per sé il mancato assolvimento da parte dell’imprenditore dell’onere di provare di essere al di sotto delle soglie di fallibilità di cui all'articolo 1, legge fallimentare. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Torino, 09 Maggio 2011.


Imprenditore – Imprenditore commerciale – Soggetto non iscritto nel Registro delle imprese – Irrilevanza – Impresa di fatto – Elementi probatori..
Nessun rilievo ha il dato formale puro e semplice della attuale insussistenza dell’iscrizione come imprenditore individuale nel Registro delle imprese, giacché la qualità imprenditoriale si assume con l’esercizio effettuale di un’attività impresa, e la relativa sussistenza può essere provata con ogni mezzo, comprese le presunzioni (art. 2727, 2729 c.c.), come nel caso di qualunque quaestio facti il cui accertamento è rimesso al solo apprezzamento del giudice di merito e resta insindacabile in sede di legittimità. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 11 Aprile 2011.


Imprenditore commerciale – Intermediazione “artistica” – Commercialità – Agenzia..
Le attività di intermediazione tra parti diverse, di promozione pubblicitaria come agente, di commercializzazione dell’immagine artistica, di organizzazione di eventi funzionali alla relativa diffusione, di gestione di tale immagine e dei relativi contratti ad essa riferibili, sono attività commerciali essendo rivolte alla produzione o allo scambio di servizi, in cui si rinvengono i caratteri propri dell’agenzia, svolta con svolta con carattere stabile e professionale, ricevendone poi utili e perdite. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Milano, 11 Aprile 2011.


Oggetto: Fallimento e procedure concorsuali - Assoggettabilità a fallimento - Esclusione dell'imprenditore individuale la cui impresa sia stata oggetto di misura di prevenzione patrimoniale ex art. 2-ter e seguenti della legge n. 575 del 1965 (legislazione antimafia) - Omessa previsione - Ingiustificata estensione all'imprenditore solo formale delle conseguenze previste per l'imprenditore che si trovi nel pieno e libero esercizio della propria attività economica.
Dispositivo: manifesta inammissibilità.
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E' manifestamente inammissibilite la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 1, primo comma, legge fallimentare, nel testo sostituito dall’articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 9 gennaio 2006, n. 5 e dall’articolo 1, comma 1, del decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169, sollevata in riferimento agli articoli 3, 24 e 41 della Costituzione, ove non esclude dal fallimento l'imprenditore individuale assoggettato a misura di prevenzione patrimoniale ex art. 2 ter e segg. della legge  31 maggio 1965, n. 575. Corte Costituzionale, 24 Marzo 2011, n. 102.


Fallimento - Procedimento per dichiarazione - Mancato raggiungimento delle soglie dimensionali - Onere incombente sull'imprenditore del quale viene chiesto il fallimento..
Nel procedimento per dichiarazione di fallimento grava sull'imprenditore del quale il fallimento viene chiesto l'onere di mostrare il mancato raggiungimento delle soglie dimensionali di cui all'articolo 1, legge fallimentare, senza che alcun contrario onere, anche di sola allegazione (peraltro assolto con la stessa presentazione dell'istanza di fallimento), possa ritenersi gravante sul creditore istante. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Catanzaro, 01 Marzo 2011.


Dichiarazione di fallimento - Presupposti - Parametri dimensionali - Onere della prova..
È onere dell’imprenditore commerciale dimostrare il possesso congiunto dei parametri di cui all’art. 1, co. 2, lett. a), b) e c) l.fall. per la non assoggettabilità a fallimento, fermo restando che il superamento anche di uno solo dei predetti parametri è idoneo a realizzare il requisito soggettivo per l’assoggettabilità alla procedura concorsuale. (Marco De Cristofaro) (riproduzione riservata) Tribunale Padova, 08 Febbraio 2011.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - In genere - Nozione di impresa agricola ex art. 2135 cod. civ. novellato - Collegamento potenziale tra attività imprenditoriale e fondo - Sufficienza - Maggiore ampiezza della nozione - Conseguenze ai fini della fallibilità - Fattispecie. .
In tema di presupposti soggettivi della fallibilità, la nozione d'imprenditore agricolo, contenuta nell'art. 2135 cod. civ.,nel testo conseguente la modifica introdotta con il d.lgs n. 228 del 2001, ha determinato un notevole ampliamento delle ipotesi rientranti nello statuto agrario, avendo introdotto mediante il richiamo alle attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico, anche attività che non richiedono una connessione necessaria tra produzione e utilizzazione del fondo, essendo sufficiente a tale scopo il semplice collegamento potenziale o strumentale con il terreno invece che reale come richiesto nella nozione giuridica antevigente. Ne consegue che ai fini dell'assoggettamento a procedura concorsuale, tenuto altresì conto che l'art.2135 cod. civ. non è stato inciso da alcuna delle riforme delle procedure concorsuali, l'accertamento della qualità d'impresa commerciale non può essere tratto esclusivamente da parametri di natura quantitativa, non più compatibili con la nuova formulazione della norma. (Nella fattispecie, la Corte ha cassato la pronuncia di secondo grado che aveva ritenuto sussistente la qualità d'impresa commerciale e la conseguente fallibilità di un'azienda agricola sulla base della dimensione dell'impresa, della complessità dell'organizzazione, della consistenza degli investimenti e dell'ampiezza del volume d'affari). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 10 Dicembre 2010, n. 24995.


Fonti del diritto - Interpretazione degli atti normativi - Letterale - Non esaustività - Ricorso al criterio sussidiario dell'interpretazione storica e logica - Ammissibilità - Condizioni - Fattispecie in tema di presupposti soggettivi di fallibilità.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Piccolo imprenditore - Requisiti - Ricavi degli ultimi tre anni - Portata dell'art.1, comma 2, lett. b), legge fall. dopo la novella del d.lgs. n. 5 del 2006 - Criteri di valutazione - Riferimento agli esercizi - Obbligatorietà - Fondamento - Conseguenze.
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In tema di presupposti dimensionali per l'esonero dalla fallibilità del debitore, nel computo dei ricavi, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, il triennio cui si richiama il legislatore nell'art. 1, comma 2, lett. b), legge fall. (nel testo modificato dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis") va riferito agli ultimi tre esercizi, in cui la gestione economica è scadenzata, e non agli anni solari; a tale interpretazione si perviene, in assenza di un dato letterale della norma sufficientemente chiaro ed inequivoco che ne permetta la ricostruzione del significato e la connessa portata precettiva, mediante il ricorso al criterio ermeneutico sussidiario costituito dalla ricerca, nell'esame complessivo del testo, della "mens legis", con un'interpretazione sistematica delle norme ed il richiamo, tra esse, dell'art.14 legge fall., che, in tema di istanza di fallimento, impone al debitore, che chieda tale dichiarazione, di depositare le scritture contabili e fiscali degli ultimi tre anni, cioè degli ultimi tre esercizi, cui ha invero riguardo la documentazione funzionale all'accertamento delle sue condizioni di fallibilità, mentre la modifica letterale del citato art.1, intervenuta ad opera del d.lgs. n. 169 del 2007, pur non fungendo da fonte di interpretazione autentica, ha proprio voluto eliminare ogni incertezza sull'interpretazione effettiva della disposizione, nel senso sopra indicato. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 03 Dicembre 2010, n. 24630.


Fallimento - Dichiarazione - Presupposti - Parametri di fallibilità - Interpretazione della locuzione "tre esercizi antecedenti" - Esercizi già conclusi prima dell'anno di presentazione della domanda di fallimento..
La locuzione "tre esercizi antecedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento" che all'art. 1, legge fallimentare, ha sostituito l'espressione "ultimi tre anni" in forza del decreto correttivo numero 169 del 2007, deve essere interpretata nel senso che devono essere presi in considerazione i tre esercizi precedenti già conclusi prima dell'anno di presentazione dell'istanza di fallimento. Questa impostazione consente di prendere in esame esercizi chiusi ed evita di porre in essere una complessa attività istruttoria, in conformità con la volontà del legislatore di semplificare l'accertamento dei presupposti per la dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 18 Novembre 2010.


Fallimento - Dichiarazione - Cessione dell'azienda - Società regolarmente iscritta nel registro delle imprese - Cessazione dell'attività d'impresa - Esclusione..
In ipotesi di società regolarmente iscritta nel registro delle imprese, la cessione dell'azienda non può in alcun modo essere equiparata alla cancellazione dell'impresa, in quanto quest'ultima rappresenta un dato formale certo cui il legislatore ha inteso ricollegare determinati effetti. In proposito, è opportuno osservare che la giurisprudenza ha dato rilievo alla cessione dell'azienda per dedurne la cessazione dell'attività dell'impresa solo in presenza di società irregolari non iscritte nel registro delle imprese e ciò al fine di porre in essere il necessario bilanciamento tra le opposte esigenze di tutela dei creditori e di certezza delle situazioni giuridiche, individuando il momento in cui la cessazione dell'attività sia stata portata a conoscenza dei terzi con mezzi idonei o comunque sia stata dagli stessi conosciuta. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 18 Novembre 2010.


Procedimento per dichiarazione di fallimento - Sussistenza dei parametri di fallibilità - Onere della prova gravante sul debitore - Produzione dei bilanci relativi agli ultimi tre esercizi - Necessità..
Non potendo il tribunale fondare il proprio giudizio su dati fiscali non ufficiali, in quanto non prodotti ai competenti uffici tributari, si deve ritenere che i bilanci relativi agli ultimi tre esercizi costituiscano la base documentale imprescindibile per la dimostrazione che il debitore ha l'onere di fornire al fine di sottrarsi alla dichiarazione di fallimento, sicchè la loro mancata produzione non può che risolversi in danno del debitore stesso, a meno che la prova dell'inammissibilità del fallimento non possa desumersi da documenti altrettanto significativi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 11 Novembre 2010.


Dichiarazione di fallimento - Sopravvenuta carenza dei presupposti risultanti dal bilancio dell'esercizio precedente - Irrilevanza..
La sopravvenuta carenza dei presupposti di fallibilità non impedisce la dichiarazione di fallimento qualora i presupposti in questione risultino dalla dichiarazione fiscale ufficiale relativa all'esercizio immediatamente precedente. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Sulmona, 11 Novembre 2010.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - In genere - Debitore non costituito avanti al tribunale - Dichiarazione di fallimento disciplinata dal d.lgs. n. 169 del 2007 - Impugnazione avanti alla corte d'appello - Effetti devolutivi del reclamo - Configurabiltà - Conseguenze - Nuove prove - Ammissibilità..
Nel giudizio di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto ai procedimenti in cui trova applicazione la riforma di cui al d.lgs. n. 169 del 2007, che ha modificato l'art. 18 legge fall., ridenominando tale mezzo come "reclamo" in luogo del precedente "appello", l'istituto, adeguato alla natura camerale dell'intero procedimento, è caratterizzato, per la sua specialità, da un effetto devolutivo pieno, cui non si applicano i limiti previsti, in tema di appello, dagli artt. 342 e 345 cod. proc. civ., pur attenendo il reclamo ad un provvedimento decisorio, emesso all'esito di un procedimento contenzioso svoltosi in contraddittorio e suscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata; ne consegue che il debitore, benchè non costituito avanti al tribunale, può indicare anche per la prima volta, in sede di reclamo, i mezzi di prova di cui intende avvalersi, ai fine di dimostrare la sussistenza dei limiti dimensionali di cui all'art.1, comma 2, legge fall., tenuto conto che, sul punto e come ribadito da Corte cost. 1 luglio 2009, n. 198 - in tema di dichiarazione di fallimento ed onere della prova nel procedimento dichiarativo -, permane un ampio potere di indagine officioso in capo allo stesso organo giudicante. (Affermando detto principio, la S.C. ha cassato la sentenza con la quale il giudice d'appello, confermando la sentenza di fallimento, aveva negato di poter valutare la prova documentale, sui requisiti di fallibilità, introdotta per la prima volta dal debitore con il reclamo). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Novembre 2010, n. 22546.


Fallimento - Presupposti per la dichiarazione - Parametri dimensionali dell'impresa - Ricavi lordi di ammontare complessivo superiore ad euro 200.000 - Durata dell'esercizio inferiore all'anno - Dato di flusso - Ragguaglio alla durata dell'esercizio - Necessità..
Il parametro previsto dall'articolo 1, legge fallimentare, dei ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo superiore ad euro duecentomila costituisce un dato di flusso assunto dal legislatore con riferimento al periodo annuale normalmente pari alla durata dell'esercizio sociale, per cui, ove l'esercizio abbia avuto durata inferiore i ricavi conseguiti in detto periodo dovranno essere ragguagliati all’anno. (Nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto la sussistenza del requisito in questione in presenza di ricavi lordi per euro 185.297,00 conseguiti in un periodo di 11 mesi). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Pordenone, 04 Novembre 2010.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Piccolo imprenditore - Requisiti - Capitale investito - Nozione ai sensi dell'art.1, comma 2, lett. a), legge fall., novellato dal d.lgs. n. 5 del 2006 - Attivo dello stato patrimoniale - Configurabilità - Ragione - Fattispecie relativa ai crediti. .
La nozione di "capitale investito", ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, all'esclusivo fine di integrare il parametro dimensionale ostativo all'assoggettabilità al fallimento, se non superiore a trecentomila euro, si ricava dai principi contabili, cui si richiama l'art. 1, secondo comma, lett. a), della legge fall., nel testo introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis" e poi modificato, con mera precisazione, con il d.lgs. n. 169 del 2007, e consiste in tutto l'attivo che fa parte dello stato patrimoniale da indicare nel bilancio, ai sensi dell'art. 2424 cod. civ. e cioè nella nozione, applicabile tanto all'imprenditore individuale che a quello collettivo, di patrimonio, trasformato o meno in strumenti per la produzione ovvero ancora in attesa di allocazione, a disposizione dell'imprenditore, e dunque ricomprendente anche i crediti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2010, n. 22150.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Imprese soggette - Piccolo imprenditore - Requisiti - Capitale investito nell'azienda - Portata dell'art.1, comma 2, lett. a), legge fall. dopo la novella del d.lgs. n. 5 del 2006 - Criteri di valutazione - Riferimento ai parametri contabili validi per la formazione del bilancio - Obbligatorietà - Fondamento - Conseguenze - Fattispecie relativa alle immobilizzazioni materiali. .
In tema di presupposti dimensionali per l'esonero dalla fallibilità dell'imprenditore commerciale, nella valutazione del capitale investito, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, trovano applicazione i principi contabili, cui si richiama il legislatore nell'art. 1, comma 2, lett. a), legge fall. (nel testo modificato dal d.lgs. n. 5 del 2006, applicabile "ratione temporis", ed anche successivamente in quello sostituito dal d.lgs. n. 169 del 2007) e di cui è espressione l'art. 2424 cod. civ., con la conseguenza che, con riferimento agli immobili, iscritti tra le poste attive dello stato patrimoniale, opera - al pari che per ogni altra immobilizzazione materiale - il criterio di apprezzamento del loro costo storico al netto degli ammortamenti, quale risultante dal bilancio di esercizio, ai sensi dell'art. 2426, numeri 1 e 2, cod. civ., e non il criterio del valore di mercato al momento del giudizio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Ottobre 2010, n. 22146.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - In genere - Giudizio di impugnazione promosso con reclamo nel regime conseguente al d.lgs. n. 169 del 2007 - Effetto devolutivo - Limiti - Fondamento - Revoca della sentenza di fallimento per ragioni ed in base a circostanze di fatto diverse da quelle oggetto del reclamo - Ammissibilità - Esclusione - Fattispecie. .
Nel giudizio di impugnazione avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, quanto ai procedimenti in cui trova applicazione la riforma di cui al d.lgs. n. 169 del 2007, che ha modificato l'art. 18 legge fall., ridenominando tale mezzo come "reclamo" in luogo del precedente "appello", tale istituto, per quanto adeguato alla natura camerale dell'intero procedimento, non è del tutto incompatibile con i limiti dell'effetto devolutivo normalmente inerenti al meccanismo dell'impugnazione, attenendo comunque ad un provvedimento decisorio emesso all'esito di un procedimento contenzioso svoltosi in contraddittorio tanto è vero che il comma 2, n. 3 della cit. norma prescrive che il reclamo deve contenere l'esposizione dei fatti e degli elementi di diritto su cui si basa l'impugnazione, con le relative conclusioni, e dunque solo entro tali limiti la corte d'appello può riesaminare la decisione del tribunale, non potendo essere messi in discussione i punti di detta sentenza (ed i fatti già accertati in primo grado) sui quali il reclamante non abbia sollevato censure di sorta. (Affermando detto principio, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza impugnata che aveva revocato il fallimento dando rilievo, ai fini dei requisiti dimensionali di cui all'art.1, comma 2, legge fall., ma al di fuori della prospettazione del reclamante, al mancato svolgimento di attività del debitore nei tre anni anteriori alla istanza di fallimento, quale periodo da considerare per il riscontro delle soglie dell'attivo e dei ricavi, e non agli ultimi tre anni di attività effettiva, invece valutati dal tribunale). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Ottobre 2010, n. 22110.


Fallimento – Imprese soggette – In genere – Requisiti dimensionali dell’imprenditore – Onere della prova – Qualità di piccolo imprenditore ex art. 2083 Cod. Civ. – Irrilevanza.

Dichiarazione di fallimento – Superamento delle soglie di fallibilità – Onere della prova – Mancato deposito del bilancio – Imprenditore in regime di contabilità semplificata ex art. 18, D.P.R. 1973, n. 600 – Conseguenze – Irrilevanza.

Dichiarazione di fallimento – Imprenditore individuale – Debiti personali – Confusione in un unico patrimonio dei rapporti giuridici inerenti l'esercizio dell'impresa e di quelli personali del medesimo  – Conseguenze - Rilevanza.
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I requisiti di fallibilità sono fissati dall'art. 1, legge fallimentare, il quale dispone in via di principio la fallibilità dell'imprenditore commerciale (comma 1), salva la prova dei fatti impeditivi di cui al II comma, rimessi all'onere probatorio del diretto interessato, "escludendo quindi la possibilità di ricorrere al criterio sancito dalla norma sostanziale dell'art. 2083, c.c." (Cass. Civ., Sez. I, 28 maggio 2010, n. 13086). (Mario Magliano, Marina De Cesare) (riproduzione riservata)

L'opzione per la contabilità semplificata - effettuata dall'imprenditore a proprio rischio, posto che costituisce una conclamata eccezione al principio generale valido sul piano civilistico e tributario dell'obbligatorietà delle scritture contabili - ha sicuramente efficacia sul piano tributario, ma è del tutto irrilevante su quello civilistico. Pertanto, l'impossibilità per l'imprenditore di assolvere all'onere di provare i fatti impeditivi di cui all'art. 1, legge fallimentare sulla base delle scritture contabili obbligatorie deriva da una sua scelta insindacabile. (Mario Magliano, Marina De Cesare) (riproduzione riservata)

Lo svolgimento dell'attività imprenditoriale nella forma dell'impresa individuale comporta la confusione in un unico patrimonio dei rapporti giuridici inerenti l'esercizio dell'impresa e di quelli personali dell'imprenditore, con l'effetto per cui l'imprenditore diviene fallibile anche in ragione di debiti personali, atteso che tutti i crediti e debiti fanno unitariamente ed inscindibilmente capo all'unico debitore, il quale risponde di essi con tutto il suo patrimonio ex art. 2740, c.c., senza alcuna differenza in ordine alla natura dei debiti stessi (Nella specie, la Corte d'Appello di Torino ha dichiarato infondata la censura di parte appellante, secondo cui quello verso la Banca era debito personale, quale fideiussore di una società di capitali, di cui il reclamante fu il legale rappresentante e liquidatore, e, pertanto, non inerente all'attività imprenditoriale attuale). (Mario Magliano, Marina De Cesare) (riproduzione riservata)
Appello Torino, 07 Ottobre 2010.


Fallimento – Iniziativa del debitore – Onere della prova – Dimostrazione dello stato di insolvenza – Necessità – Esenzione di cui alle soglie di fallibilità – Rovesciamento dell'onere della prova. (12/10/2010).
Il soggetto che richiede al tribunale la propria dichiarazione di fallimento è tenuto a provare di trovarsi in stato di insolvenza (l'istanza di per sè non ha alcun valore confessorio, in quanto il fallimento riguarda i diritti indisponibili) ed altresì di non rientrare nelle ipotesi di esenzione previste dall'articolo 1, legge fallimentare. Con riferimento, infatti, a questo secondo profilo, il meccanismo probatorio previsto dal citato articolo subisce un vero e proprio rovesciamento, onerando la parte che richiede il proprio fallimento della dimostrazione di essere impresa soggetta alle regole della liquidazione concorsuale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Monza, 24 Settembre 2010.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Apertura (dichiarazione) di fallimento - Procedimento - In genere - Istruzione probatoria - Poteri d'indagine officiosa spettanti al tribunale - Discrezionalità - Oggetto - Limitazione ai fatti dedotti dalle parti quali allegazioni difensive - Necessità - Fondamento - Condizioni - Fattispecie regolata dal d.lgs. n. 169 del 2007..
In tema di procedimento per la dichiarazione di fallimento, l'art. 1, secondo comma, legge fall., nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento, così gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri ivi prescritti, mentre il potere di indagine officiosa è residuato in capo al tribunale, pur dopo l'abrogazione dell'iniziativa d'ufficio e tenuto conto dell'esigenza di evitare la pronuncia di fallimenti ingiustificati, potendo il giudice tuttora assumere informazioni urgenti, ex art. 15, quarto comma, legge fall., utilizzare i dati dei ricavi lordi in qualunque modo essi risultino e dunque a prescindere dalle allegazioni del debitore, ex art. 1, secondo comma, lettera b), legge fall., assumere mezzi di prova officiosi ritenuti necessari nel giudizio di impugnazione ex art. 18 legge fall.; tale ruolo di supplenza, volgendo a colmare le lacune delle parti, è però necessariamente limitato ai fatti da esse dedotti quali allegazioni difensive ma non è rimesso a presupposti vincolanti, richiedendo una valutazione del giudice di merito competente circa l'incompletezza del materiale probatorio, l'individuazione di quello utile alla definizione del procedimento, nonchè la sua concreta acquisibilità e rilevanza decisoria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Luglio 2010, n. 17281.


Appello – Vizio di motivazione della sentenza di primo grado – Casi di rimessione al primo giudice – Tassatività – Sentenza di fallimento – Motivazione concisa rispondente al modello indicato dal legislatore – Disamina di tutti presupposti necessari alla dichiarazione di fallimento. (07/09/2010).
Premesso che ove il giudice dell'appello rilevi un vizio di motivazione della sentenza di primo grado deve decidere la causa nel merito è non può rimetterla al primo giudice - essendo le ipotesi di rimessione tassativamente previste dall'articolo 354, codice di procedura civile riferite solo ai casi di vizio nell'instaurazione del contraddittorio o di inesistenza della sentenza per mancata sottoscrizione del giudice - non può ritenersi carente di motivazione la sentenza che, sia pure con quell'esposizione concisa che costituisce il modello cui si ispirano i più recenti interventi del legislatore in tema di processo civile, abbia adeguatamente chiarito sotto quali profili andava riconosciuta la sussistenza dei presupposti tutti, oggettivi e soggettivi, per la dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Brescia, 09 Luglio 2010, n. 0.


Fallimento – Parametri dimensionali – Onere della prova – Produzione delle scritture contabili – Necessità. (12/07/2010).
La insussistenza dei parametri dimensionali previsti dall'art. 1 della legge fallimentare costituisce un elemento impeditivo della fattispecie di fallibilità, la cui dimostrazione è posta dalla legge a carico del debitore convenuto, il quale vi dovrà provvedere mediante produzione in giudizio delle scritture contabili obbligatorie di cui agli artt. 2214 e seguenti del codice civile. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Torino, 15 Giugno 2010, n. 0.


Fallimento – Soglie di fallibilità – Ricavi lordi – Rilevanza di ogni ricavo di impresa anche non imponibile ai fini Iva – Ratio. (12/07/2010).
Ai fini della valutazione della sussistenza del parametro di cui all'art. 1, lett. b), legge fallimentare (“ricavi lordi di ammontare complessivo, in qualsiasi modo risultanti”) assume rilievo ogni genere di ricavo di impresa, anche se non direttamente imponibile ai fini Iva, purchè riconducibile all'attività esercitata; depongono a favore di una tale interpretazione il citato dato letterale (“ricavi …, in qualsiasi modo risultanti”), nonché la ratio di esentare dal fallimento soltanto le imprese effettivamente contraddistinte, nell'ambito di una valutazione unitaria e globale di tutti i parametri produttivi e dimensionali, da una entità economica e patrimoniale di livello medio-basso. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Torino, 15 Giugno 2010, n. 0.


Fallimento – Parametri dimensionali – Ricavi lordi – Rilevanza dei ricavi di ciascun anno – Media dei ricavi – Esclusione – Ratio. (12/07/2010).
La soglia dimensionale di euro 200.000 prevista dall'art. 1, lett. b), legge fallimentare, si riferisce ai ricavi lordi partitamente conseguiti in ciascun anno e non alla media dei ricavi dell'ultimo triennio di esercizio. Depongono a favore di questa interpretazione il richiamo legislativo ai “tre esercizi antecedenti” nonché l'esigenza di rendere quanto più possibile oggettiva ed adeguata alla realtà dell'ultimo periodo la valutazione dimensionale dell'impresa, ad evitare che la media dei ricavi venga fittiziamente contenuta mediante operazioni puramente strumentali per eludere il fallimento e comunque non rispecchianti l'effettiva entità dimensionale in ciascuno dei periodi gestionali (“esercizi”) presi a riferimento dal legislatore; significativa in tal senso è, altresì, la modificazione apportata alla disposizione in esame dal cd. decreto correttivo numero 169/2007, il quale ha espunto il precedente richiamo alla “media degli ultimi tre anni”. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Torino, 15 Giugno 2010, n. 0.


Fallimento – Imprese soggette – In genere – Requisiti dimensionali dell’imprenditore – Onere della prova – Qualità di piccolo imprenditore ex art. 2083 Cod. Civ. – Irrilevanza. (05/10/2010).
La Corte ha precisato che, secondo il principio di c.d. prossimità della prova, è onere del debitore provare di essere esente dal fallimento e che oggi la figura dell’imprenditore fallibile è affidata a parametri soggettivi, restando indifferente la qualifica di piccolo imprenditore di cui all’art. 2083 cod. civ. Inoltre, ha evidenziato che ciò non esclude, ai sensi dell’art. 15, comma 6, legge fall., la verifica officiosa dei requisiti da parte del tribunale fallimentare, il quale può assumere informazioni, utili al completamento del bagaglio istruttorio. (massima ufficiale) Cassazione civile, 28 Maggio 2010, n. 13086.


Dichiarazione di fallimento - Imprese soggette - Requisiti dimensionali indicati nell'art. 1 r.d. n. 267 del 1942, nel testo modificato dal d.lgs. n. 169 del 2007 - Onere della prova - A carico del debitore - Sussistenza - Qualità di piccolo imprenditore ai sensi dell'art. 2083 cod. civ. - Irrilevanza - Fondamento.
L'art. 1, secondo comma, del r.d. 16 marzo 1942, n. 267, nel testo modificato dal d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, aderendo al principio di "prossimità della prova", pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri dimensionali ivi prescritti, ed escludendo quindi la possibilità di ricorrere al criterio sancito nella norma sostanziale contenuta nell'art. 2083 cod. civ., il cui richiamo da parte dell'art. 2221 cod. civ. (che consacra l'immanenza dello statuto dell'imprenditore commerciale al sistema dell'insolvenza, salve le esenzioni ivi previste), non spiega alcuna rilevanza; il regime concorsuale riformato ha infatti tratteggiato la figura dell'"imprenditore fallibile" affidandola in via esclusiva a parametri soggettivi di tipo quantitativo, i quali prescindono del tutto da quello, canonizzato nel regime civilistico, della prevalenza del lavoro personale rispetto all'organizzazione aziendale fondata sul capitale e sull'altrui lavoro. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Maggio 2010.


Fallimento – Istanza del creditore – Requisiti di fallibilità – Onere della prova – Soddisfazione. (28/09/2010).
Ai fini dell’assolvimento dell’onere della prova in tema di dichiarazione di fallimento è sufficiente che il creditore istante alleghi e dimostri che il resistente sia un imprenditore commerciale e che il debito scaduto superi la soglia di Euro  30.000,00. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 21 Aprile 2010, n. 0.


Fallimento – Requisiti quantitativi ex art. 1, comma 2 l.fall. – Accertamento – Dichiarazioni dei redditi e modelli unici IVA – Utilizzabilità in giudizio. (28/09/2010).
Ai fini dell’accertamento dei requisiti quantitativi di cui al comma 2 dell’art. 1 l.fall., sono pienamente utilizzabili le dichiarazioni dei redditi fiscali e più precisamente i Modelli Unici IVA – Redditi. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 21 Aprile 2010, n. 0.


Fallimento – Requisiti quantitativi ex art. 1, comma 2 l.fall. – Applicabilità all’imprenditore persona fisica. (28/09/2010).
Per l’imprenditore persona fisica, i dati cui fanno riferimento le lett. a) e c) del comma 2 dell’art. 1 l. fall. (come si evince sia dal riferimento all’imprenditore e non all’impresa contenuto nella prima parte dell’art. 1, comma 2, l. fall. sia dall’aggettivo complessivo contenuto nella lett. a) dello stesso comma 2 dell’art. 1 l. fall.) comprendono però tutti i rapporti (anche estranei all’impresa) che all’imprenditore fanno capo: quindi il riferimento a questi due requisiti dovrà essere costituito dal risultato complessivo del “bilancio” dell’imprenditore individuale. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 21 Aprile 2010, n. 0.


Fallimento – Imprenditore persona fisica – Possesso congiunto dei requisiti di cui all’art. 1, comma 2, l.fall. – Onere della prova – Mancato assolvimento dell’onere della prova. (28/09/2010)

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Non adempie all’onere della prova del possesso congiunto dei requisiti di cui all’art. 1, comma II  l.fall., il resistente imprenditore persona fisica il quale si limiti a produrre documentazione strettamente relativa all’esercizio dell’impresa senza preoccuparsi di depositare le visure da catasto, conservatoria immobiliare e registro PRA (documenti questi utili al fine, tra l’altro, di ottenere dati inerenti alle immobilizzazione materiali). (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 21 Aprile 2010, n. 0.


Concordato preventivo – Imprese soggette alla amministrazione straordinaria ed al fallimento – Ammissibilità. (22/06/2010).
La procedura di concordato preventivo è alternativa non solo al fallimento, ma anche all’amministrazione straordinaria; ne consegue che possono accedere alla procedura di concordato preventivo le imprese soggette alle disposizioni sul fallimento che possiedono anche i requisiti di cui all’art. 2, d.lgs. 8 luglio 1999, n. 270 per essere ammesse alla amministrazione straordinaria. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 20 Aprile 2010, n. 0.


Ente pubblico – Società per azioni esercente la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani – Partecipazione esclusiva di enti pubblici con poteri di imposizione e riscossione – Disciplina del fallimento del concordato preventivo – Esclusione. .
E’ qualificabile quale ente pubblico non assoggettabile alle disposizioni  sul fallimento e sul concordato preventivo, ai sensi dell’art. 1, legge fallimentare, la società per azioni esercente il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani partecipata esclusivamente da enti pubblici dotata di poteri di imposizione e di riscossione tipicamente pubblicistici. (Laura De Simone) (riproduzione riservata) Tribunale Catania, 26 Marzo 2010, n. 0.


Società per azioni in mano pubblica – Raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani quali attività necessaria all'ente territoriale – Soddisfacimento di bisogni collettivi – Disciplina del fallimento e del concordato preventivo – Esclusione. .
E’ qualificabile quale ente pubblico non assoggettabile alle disposizioni  sul fallimento e sul concordato preventivo, ai sensi dell’art. 1, legge fallimentare, la società per azioni in mano pubblica esercente il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani “necessaria” all’ente territoriale, in quanto inerente allo svolgimento di servizi pubblici essenziali destinati al soddisfacimento di bisogni collettivi. (Laura De Simone) (riproduzione riservata) Tribunale Catania, 26 Marzo 2010, n. 0.


ONLUS – Organizzazione non lucrativa – Oggetto dell’attività – Attività commerciale o industriale – Esclusione – Disciplina della concorrenza – Applicabilità – Esclusione – Fattispecie..
La disciplina della concorrenza non è applicabile all’attività svolta in via principale da una ONLUS, la quale non può avere come oggetto principale lo svolgimento di attività commerciale o industriale; nei confronti di tale tipo di enti non è pertanto applicabile la disciplina in tema di concorrenza sleale se non con riferimento ad attività connesse ed aventi carattere secondario ed accessorio allo scopo non lucrativo che le caratterizza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Treviso, 08 Marzo 2010.


Concordato preventivo – Società per azioni a totale partecipazione pubblica – Raccolta e trasporto di rifiuti solidi urbani – Ammissibilità – Attività inquadrabile nel modello privati stitico – Assenza di poteri di ingerenza dell’ente pubblico – Attività a favore di terzi. (09/04/2010).
E’ assoggettabile a procedura concorsuale - e può quindi essere ammessa al concordato preventivo - la società per azioni interamente partecipata da capitale pubblico e che utilizzi risorse pubbliche per lo svolgimento della propria attività qualora la sua sfera d’azione sia riconducibile al diritto privato secondo uno schema comunque inquadrabile nel modello previsto dal codice civile. (Nella specie, il potere di indirizzo riconosciuto all’ente pubblico è limitato all’espletamento del servizio nel territorio di riferimento, gli enti locali non hanno alcun potere di ingerenza nella gestione complessiva della società e di verifica del bilancio e non esercitano comunque un potere analogo a quello esercitato dall’ente pubblico sui propri servizi; l’oggetto sociale ammette infine l’espletamento dell’attività a favore di terzi). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Velletri, 08 Marzo 2010.


Fallimento e procedure concorsuali – Consorzi – Assoggettabilità – Requisiti – Prevalenza della sostanza sulla forma – Rilevanza del modulo organizzativo – Autonomia gestionale e patrimoniale – Assenza di poteri autoritativi degli enti pubblici partecipanti – Rilevo dell’attività concretamente svolta – Rilevanza di eventuali interessi pubblici protetti. .
La qualificazione di un soggetto come pubblico o privato, al fine di stabilire se lo stesso sia o meno assoggettabile a procedura concorsuale, impone una valutazione di prevalenza della sostanza rispetto alla forma giuridica esteriore. In quest’ottica, è irrilevante la circostanza della partecipazione all’ente – nella specie un consorzio – di enti pubblici locali, dovendosi invece avere riguardo al modulo organizzativo e di funzionamento adottato e ritenere prevalente la natura privatistica qualora l’ente utilizzi la struttura di una persona giuridica privata, con gestione ispirata a criteri di economicità, con autonomia negoziale, gestionale, contabile, finanziaria e patrimoniale e senza che l’ente pubblico possa incidere sull’attività della società con poteri autoritativi o discrezionali. Nel condurre la valutazione in questione, assume poi rilievo determinante l’attività concretamente svolta ove sia interamente indirizzata al libero mercato e, nell’ottica di un approccio che dia rilievo all’aspetto funzionale piuttosto che a quello tipologico, alla natura degli interessi protetti che la cui rilevanza pubblica, potrebbe giustificare la deroga alla disciplina privatistica. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Torino, 15 Febbraio 2010.


Fallimento – Stato di insolvenza – Trust – Tutela dei creditori – Omesso perseguimento dello scopo del trust. (01/03/2010).
Non vale ad escludere lo stato di insolvenza ex art. 5 legge fallimentare, e deve pertanto essere confermata la sentenza dichiarativa di fallimento della società disponente che, prima dell’apertura del concorso, abbia costituito un trust avente ad oggetto l’intero patrimonio societario, quando tale operazione si sia rivelata solo formalmente finalizzata a tutelare i creditori, ed abbia piuttosto dato luogo ad una liquidazione atipica diretta in realtà alla sottrazione-distrazione dei beni sociali rispetto al loro impiego e finalità di regolazione dei debiti (nella specie, il trustee, fallito in proprio e coincidente con il legale rappresentante della società disponente pure dichiarata fallita, a due anni di distanza dall’istituzione del trust non aveva presentato alcun serio programma di liquidazione, né aveva effettuato alcun pagamento a favore dei creditori sociali, verso i quali erano mancate adeguate forme di comunicazione e di fattivo coinvolgimento). (Francesco Dimundo) (riproduzione riservata) Appello Milano, 29 Ottobre 2009.


Imprenditore – Piccolo – Requisiti – Capitale investito – Valutazione – Rimanenze di magazzino – Computabilità – Fondamento. .
Nella valutazione del capitale investito, ai fini del riconoscimento della qualifica di piccolo imprenditore, trovano applicazione i principi di logica contabile, cui si richiama l'art. 1, secondo comma, lett. a), della legge fall. (nel testo modificato dall'art. 1 del d.lgs. 12 settembre 2007, n. 169) e di cui è espressione lo stesso art. 2424 cod. civ., con la conseguenza che, pur non essendo il piccolo imprenditore tenuto alla redazione di un bilancio come quello previsto per le società di capitali, tra le poste attive della situazione patrimoniale vanno incluse anche le rimanenze di magazzino, mentre nel passivo devono essere computati i debiti contratti per l'acquisto degli stessi beni. (fonte CED – Corte di Cassazione) Cassazione civile, sez. I, 29 Luglio 2009, n. 17553.


Società – Società per azioni – Partecipazione in tutto o in parte pubblica – Natura pubblica o privata – Assoggettabilità a fallimento – Criteri di valutazione – Indici sintomatici della natura pubblica – Fattispecie in tema di trasporto pubblico..
Posto che la mera titolarità in capo ad un soggetto pubblico delle partecipazioni ad una società per azioni non consente di concludere tout court per la natura pubblica della partecipata, al fine di stabilire la assoggettabilità o meno a procedura concorsuale della medesima, si dovrà in concreto e caso per caso valutarne la gestione e l’attività svolta. Si potrà, pertanto, ritenere sussistente la natura pubblica qualora i) la società affidataria di un determinato servizio svolga la maggior parte della propria attività a favore dell’ente pubblico; ii) l’impresa non abbia acquisito una vocazione commerciale che renda precario il controllo dell’ente pubblico e che può risultare, tra l’altro, dall’ampliamento dell’oggetto sociale, dall’apertura obbligatoria della società ad altri capitali, dall’espansione territoriale a tutto il territorio nazionale e all’estero; iii) il consiglio di amministrazione della società non abbia poteri gestionali di rilievo e l’ente pubblico eserciti poteri maggiori e più incisivi di quelli che il diritto societario riconosce alla maggioranza sociale; iiii) le decisioni di maggior rilievo debbano essere sottoposte al vaglio preventivo dell’ente affidante. Non ha pertanto natura pubblica la società per azioni che pur essendo partecipata in tutto o in parte da un ente pubblico, sia caratterizzata da una gestione interamente riferibile al diritto privato e peculiare dell’impresa commerciale, le cui decisioni siano adottate con i meccanismi previsti dal diritto privato e non siano sottoposte al vaglio preventivo dell’ente pubblico. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Santa Maria Capua Vetere, 22 Luglio 2009.


Fallimento – Requisiti dimensionali – Onere della prova a carico del debitore – Questione di incostituzionalità – Inammissibilità.

Fallimento – Requisiti dimensionali – Limitazione delle esclusioni apportate dal d.lgs. 169/2007 – Questione di incostituzionalità – Manifesta infondatezza.
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E’ inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell'art. 1, comma secondo, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, come modificato dal decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169, sollevata in riferimento all'art. 3 della Costituzione, nella parte in cui onera il debitore della prova dell’assenza dei requisiti dimensionali richiesti dal citato art. 1 per la dichiarazione di fallimento. (massima non ufficiale)

Non è fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma secondo, del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, come modificato dal decreto legislativo 12 settembre 2007, n. 169, sollevata, in riferimento all'art. 76 della Costituzione, essendo la fissazione dei presupposti  quantitativi finalizzati a limitare la cerchia dei soggetti estranei al fallimento conforme al criterio dettato dall’art. 1, sesto comma, lett. a), n. 1 della legge delega n. 80/2005. (massima non ufficiale)
Corte Costituzionale, 01 Luglio 2009, n. 198.


Fallimento – Fondazione – Ricostruzione del patrimonio – Attività d’impresa – Assoggettabilità a fallimento. .
E’ assoggettabile a fallimento la fondazione che eserciti in forma mediata un’attività tipicamente commerciale di prestazione di servizi verso corrispettivo ed il cui patrimonio, anziché essere destinato ad uno scopo, venga gravato da un pesante indebitamento per creare una struttura finalizzata a procurare proventi da utilizzarsi per la ricostruzione del patrimonio dell’ente. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Alba, 25 Marzo 2009.


Società per azioni a totale partecipazione pubblica – Osservanza delle disposizioni di cui al D. Lgs. n. 22/97 – Utilizzo di risorse pubbliche – Soggezione alle norme sull'evidenza pubblica – Disciplina del fallimento – Applicazione – Esclusione. (31/08/2010).
E’ qualificabile ente pubblico non assoggettabile alle disposizioni  sul fallimento e sul concordato preventivo, ai sensi dell’art. 1, legge fallimentare, la società per azioni esercente il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani partecipata esclusivamente da enti pubblici, e ciò non già su base volontaristica, ma in ossequio alle disposizioni di cui al D. Lgs. n. 22/97, che per di più utilizzi risorse pubbliche e sia soggetta alle norme sull’evidenza pubblica. (Laura De Simone) (riproduzione riservata) Tribunale Patti, 06 Marzo 2009.


Fallimento – Legge antiusura – Dichiarazione di fallimento – Sospensione dei termini relativi a processi esecutivi – Inapplicabilità (art. 20 l. 23 febbraio 1999 n. 44)..
La sospensione dei termini prevista dall’art. 20 l. n. 44/1999 non riguarda genericamente le procedure (siano esse esecutive o fallimentari), ma specificamente i “termini relativi a processi esecutivi”, ovvero i termini di pagamento dei ratei dei mutui bancari e ipotecari o l’efficacia degli atti esecutivi, ragion per cui la norma non può determinare la dilazione della dichiarazione di fallimento, ove i crediti per i quali si procede siano già scaduti da oltre trecento giorni o siano diversi da quelli specificamente indicati. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 30 Ottobre 2008.


Fallimento – Promotore finanziario – Organizzazione di mezzi e fine di lucro – Investimento a nome proprio di denaro dei clienti – Assoggettabilità a fallimento..
E’ soggetto al fallimento il promotore finanziario che investa a nome proprio ed a fini di lucro il denaro ricevuto dai clienti mediante organizzazione di mezzi, sia pur di non rilevanti dimensioni, ed assumendo il rischio dell’iniziativa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Brescia, 04 Ottobre 2008.


Dichiarazione di fallimento – Requisiti dimensionali – Superamento dei parametri in periodo anteriore agli ultimi tre esercizi – Irrilevanza. .
Con riferimento ai requisiti dimensionali di cui ai punti a) e b) dell’art. 1 legge fall., è irrilevante il loro superamento avvenuto in periodo anteriore gli ultimi tre esercizi precedenti la data del deposito del ricorso per fallimento, posto che il legislatore ha ritenuto, ai fini della valutazione dell’insolvenza, che il dato precedente tale periodo non fosse più idoneo a rispecchiare l’elemento dimensionale dell’impresa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Roma, 18 Giugno 2008.


Impresa soggetta a misura preventiva penale – Dichiarazione di fallimento – Ammissibilità. (28/04/2010).
La circostanza che le quote di una società ed il suo patrimonio siano stati assoggettati a sequestro preventivo ai sensi dell’art. 2-bis l. 575/1965 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso) non impedisce che di detta società, sussistendone i presupposti, venga dichiarato il fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Bologna, 27 Maggio 2008.


Fallimento – Dichiarazione – Presupposti – Requisiti dimensionali – Onere della prova – Questione di costituzionalità..
E rilevante e non manifestamente infondata la questione di costituzionalità, per contrasto con l’art. 3 della Costituzione, della disposizione di cui al secondo comma dell’art. 1 R.D. n. 267/42, come modificato dal D.Lgs. n. 169/2007, nella parte in cui addossa al debitore l’onere di provare la propria non assoggettabilità a fallimento o, se si preferisce, nella parte in cui prevede il fallimento dell’imprenditore commerciale insolvente che non abbia dimostrato di non essere compreso nell’area della non fallibilità definita dalle lett. a), b) e c) del medesimo comma. Tribunale Napoli, 23 Aprile 2008.


Fallimento – Limiti dimensionali dell’impresa fissati nell'art. 1 l. fall. – Presunzione di superamento – Applicabilità ai piccoli imprenditori – Esclusione..
L’attuale formulazione dell’art. 1 della legge fallimentare esclude che per la individuazione delle imprese fallibili sia necessario raccordarsi anche con la disposizione di cui all’art. 2083 cod. civ., essendo sufficiente il superamento di uno dei requisiti dimensionali previsti dal secondo comma. Non si può tuttavia dimenticare che il legislatore delegante aveva autorizzato soltanto l'estensione delle aree di esenzione del fallimento (e non la loro soppressione) sicchè il giudice deve sempre verificare in concreto che l'imprenditore non sia nè un ente pubblico né un piccolo imprenditore. Conseguentemente coloro che appartengono ad una delle categorie civilistiche descritte dall'art. 2083 c.c. sono sottratti al regime delle presunzioni, e possono quindi essere dichiarati falliti solo se, in concreto, si sia acquisita nei loro confronti la prova di una dimensione superiore ai parametri di cui al secondo comma della legge fallimentare. (Giorgio Jachia) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno, 07 Aprile 2008.


Fallimento – Limiti dimensionali dell’impresa fissati nell'art. 1 l. fall. – Presunzione di non superamento per i piccoli imprenditori..
Le norme sul presupposto soggettivo affermano due regole generali: la fallibilità delle medie e grandi imprese (con esclusione di quelle soggette alla sola liquidazione coatta amministrativa o alla procedura di amministrazione straordinaria) e la non fallibilità delle piccole imprese. Il secondo comma dell’art. 1 l. fall., rispetto alla prima regola introduce una deroga, rispetto alla seconda regola circoscrive ulteriormente la nozione di piccolo imprenditore non fallibile, escludendo dalla sfera di inoperatività della legge fallimentare quelle imprese che, pur lavorando in via esclusiva o principale con il lavoro proprio del titolare e dei familiari, abbiano tuttavia raggiunto determinati livelli di patrimonio, ricavi o indebitamento. Posta la regola generale di non fallibilità della piccola impresa, la delimitazione del suo ambito operata dalla legge speciale non può essere concepita, come per le medie imprese, alla stregua di fatto impeditivo (di natura meramente processuale, o sostanziale se si ritiene che la nuova disciplina fallimentare abbia attribuito al creditore un diritto soggettivo al fallimento del proprio debitore - imprenditore insolvente), che spetta al debitore dimostrare per paralizzare l’azione del creditore. Al contrario, per le imprese non aventi le caratteristiche indicate dall’art. 2083 c.c., la regola generale di fallibilità impone al resistente, che contesti il superamento delle soglie, l’onere non solo di allegazione ma anche di prova del possesso in capo al resistente congiunto dei requisiti. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Salerno, 07 Aprile 2008.


Procedura concorsuale aperta in Ucraina – Contemporanea pendenza di procedura esecutiva in Italia – Improcedibilità – Esclusione – Applicazione degli artt. 51, 168 e 188 l fall. – Esclusione – Principio di territorialità del fallimento – Applicabilità..
In mancanza di apposite convenzioni internazionali in materia, la procedura concorsuale aperta in Ucraina non comporta nè l’improcedibilità del processo esecutivo individuale pendente in Italia, non essendo applicabili gli artt. 51, 168, 188 della legge fallimentare italiana, nè la sospensione dello stesso, sulla scorta della normativa ucraina, essendo operante il principio cd. di "territorialità" del fallimento, per cui la sentenza straniera – laddove riconosciuta – non può produrre in Italia quegli effetti necessariamente vincolati al presupposto che la dichiarazione di fallimento sia stata pronunciata dall’autorità giudiziaria italiana e che la procedura fallimentare si svolga ed operi sotto il controllo della medesima (ferma restando l’operatività della statuizione relativa allo stato di insolvenza e degli altri effetti). (Trib. Napoli 10.1.2008). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Tribunale Napoli, 10 Gennaio 2008.


Imprenditore agricolo – Requisiti – Società commerciale – Oggetto dell’attività – Rilevanza.

Impresa agricola – Commercio di bovini e integratori alimentari – Attività connessa – Natura di attività agricola principale – Prova – Necessità.

Dichiarazione di fallimento di società commerciale – Requisiti dimensionali – Investimenti – Criterio temporale – Applicazione analogica – Ammissibilità.
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Anche gli enti costituiti in forma di società commerciale (nel caso di specie s.a.s.) possono assumere la veste di imprenditore agricolo ex art. 2135 c.c. dovendosi avere riguardo unicamente alla natura dell’attività esercitata, quale che sia la complessità organizzativa assunta dall’azienda. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

L’attività di commercio di bovini, di mangimi e loro integratori per uso zootecnico nonché di prodotti agricoli in genere non può considerarsi connessa ai sensi dell’art. 2135 I e III co. c.c. ove difetti la prova che essa derivi, in via prevalente, dall’esercizio delle attività c.d. agricole principali (di quelle cioè elencate al primo comma della norma in esame). (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

In difetto di specifica indicazione normativa dell’arco temporale rilevante ai fini della verifica della sussistenza del requisito degli investimenti previsto dall’art. 1 l.f. nel testo novellato dal d. lgs.5/06, debbono prendersi in considerazione, nel caso di società commerciale, gli ultimi tre esercizi dovendosi fare ricorso, in via analogica, al criterio stabilito nella medesima norma a proposito dei ricavi e fissato altresì nell’art. 14 l.f., avendo riguardo alla data di deposito del ricorso di fallimento. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova, 30 Agosto 2007.


Fallimento - Società consortile - Consorzio con attività esterna - Assoggettabilità alle norme della legge fallimentare - Ammissibilità..
Anche al di là delle previsioni statutarie, è fallibile il consorzio con attività esterna, qualora abbia svolto in concreto attività imprenditoriale. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 01 Luglio 2007.


Fallimento - Società Consortile - Disciplina applicabile - Riferimento al tipo societario utilizzato..
Per le società consortili valgono le regole generali secondo cui il fallimento segue la disciplina dettata dalla legge fallimentare per il tipo di società utilizzato. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 01 Luglio 2007.


Fallimento - Cooperativa - Assoggettabilità a fallimento - Indici di ammissibilità..
Per stabilire se una cooperativa sia o meno assoggettabile a fallimento, al di là della enunciazione astratta di uno scopo mutualistico nello statuto, deve verificarsi se la stessa abbia effettivamente svolto in concreto ed in modo sistematico un’attività commerciale, indipendentemente dal fatto che tale attività sia compresa o meno nell’oggetto sociale. (Giovanni Carmellino) (riproduzione riservata) Tribunale Prato, 01 Luglio 2007.


Fallimento – Parametri dimensionali – Eccezione in senso stretto – Onere della prova..
Nel sistema della legge fallimentare l’imprenditore commerciale è soggetto in linea generale ad essere dichiarato fallito come si evince dalla formulazione letterale della prima parte dell’art. 1, comma 1, l.f. e la sottrazione a tale principio viene a configurarsi come eccezione in senso tecnico da formularsi da parte del debitore interessato il quale pertanto è tenuto a provare gli elementi fondativi della situazione esimente fatta valere, con la conseguenza che l’attività di indagine del giudice non può prestarsi a supplire l’onere gravante sull’interessato. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Appello Milano, 29 Giugno 2007.


Fallimento – Fallibilità – Piccolo Imprenditore – Dimensioni impresa – Onere della prova – Grava sul debitore..
Nella fase prefallimentare il debitore ha l’onere di fornire la prova delle dimensioni dell’impresa e su di lui ricadono le conseguenze del mancato assolvimento. (Giuseppe Limitone) (riproduzione riservata) Tribunale Vicenza, 10 Maggio 2007.


Fallimento - Art. 1 l.f. - Attività imprenditoriale di durata inferiore al triennio - Ricavi lordi - Ambito temporale di riferimento - Computo della fase di liquidazione - Esclusione..
Ove l’attività imprenditoriale abbia avuto durata inferiore al triennio, al fine di stabilire se siano stati superati i parametri stabiliti dall’art. 1 l.f. si deve avere riguardo ai ricavi lordi realizzati dall’inizio dell’attività e cioè a quelli maturati dall’impresa nel corso del suo effettivo e normale esercizio stante il collegamento posto dalla norma fra la durata e l’attività mentre non si può tener conto del successivo periodo in cui la società è stata posta in liquidazione stante la diversa natura di tale fase di esistenza dell’impresa cui non può attribuirsi valore indicativo delle sue reali dimensioni. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Tribunale Mantova, 08 Maggio 2007.


Dichiarazione di fallimento – Parametri dimensionali dell’impresa – Capitale investito – Nozione..
Ai fini dell’accertamento del requisito di cui all’art. 1, lett. a) legge fall., per capitale investito deve intendersi ogni investimento effettuato con riferimento al tempo del suo impiego e non solo a quella parte residua esistente al momento della conclamata insolvenza. Per l’individuazione del capitale investito si deve fare riferimento all’attivo di bilancio, costituito dalla sommatoria delle attività correnti (capitale circolante) e cioè da rimanenze, crediti, liquidità ed attività fisse (il c.d. capitale fisso, composto a sua volta da immobilizzazioni materiali ed immateriali. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata) Appello Brescia, 21 Febbraio 2007.


Fallimento – Limiti dimensionali dell’impresa – Definizione di piccolo imprenditore – Richiamo all’art. 2083 cod. civ. – Esclusione.

Dichiarazione di fallimento – Presupposti soggettivi ed oggettivi – Disponibilità delle parti – Esclusione.

Dichiarazione di fallimento – Presupposti – Normativa di interesse pubblico – Deroga al sistema probatorio – Onere della prova a carico del debitore in mancanza di allegazione del ricorrente – Esclusione.
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L’attuale formulazione “in negativo” dell’art. 1 della legge fallimentare esclude che per la definizione di piccolo imprenditore sia necessario raccordarsi anche con la disposizione di cui all’art. 2083 cod. civ.. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

I presupposti oggettivi e soggettivi del fallimento non rientrano tra le situazioni giuridiche rimesse alla volontà negoziale delle parti interessate. I creditori potrebbero "rimettere" le obbligazioni nei loro confronti di un certo imprenditore, oppure stipulare un pactum de non petendo pluridecennale – così da "sterilizzare" gli impegni che altrimenti l’altro non sarebbe "più in grado di soddisfare regolarmente", come recita l’immutato art. 5 co. II L.F. – ma né essi né il debitore possono prescindere dall’insolvenza in senso tecnico, onde giungere al fallimento od invece evitarlo. L’imprenditore fallisce quando è "insolvente" e "non piccolo", ma ove anche dichiarasse contra se di essere tale, non per questo il giudizio dovrebbe senz’altro fondarsi su quella sua "ammissione"; anzi, il Tribunale sarebbe pacificamente tenuto a rigettare l’istanza di fallimento – anche "in proprio" – una volta riconosciuto che le relative affermazioni fossero difformi dalla realtà dei fatti e lo stesso principio vale per tutte le altre "condizioni" di fallibilità a cominciare dall’avvenuta scadenza del termine di cessazione dell’esercizio d’impresa. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)

Le regole dettate in tema di presupposti per la dichiarazione di fallimento ineriscono a materie "di interesse pubblico" che non tollerano deroghe al regime probatorio in tema di circostanze "costitutive" ed "impeditive" della fattispecie. Sono pertanto inammissibili – se non come descrizione di una modalità formativa del "libero convincimento" del Giudice – le ipotesi di regole che pretendano di far gravare sul debitore il rischio di una probatio semiplena, sanzionando altresì il suo "silenzio" anche in mancanza di ogni allegazione idonea dei richiesti il fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata)
Tribunale Bologna, 20 Febbraio 2007.


Dichiarazione di fallimento – Prova della effettiva cessazione dell’attività – Ammissibilità – Limiti.

Dichiarazione di fallimento – Mancato raggiungimento dei parameri dimensionali – Indagine sulla natura di piccolo imprenditore – Esclusione.
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La dimostrazione circa il diverso momento dell’effettiva cessazione dell’attività ex art. 10 l.f. può essere data solo con riguardo agli imprenditori individuali ed a quelli collettivi che siano stati cancellati d’ufficio mentre per le società che risultino ancora iscritte all’apposito registro il termine in questione comincia a decorrere dal momento della avvenuta cancellazione. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)

Il mancato raggiungimento dei parametri dimensionali previsti dall’art. 1 l.f. comporta la sottrazione dell’imprenditore al fallimento senza che occorra ulteriormente indagare se costui sia da considerare piccolo alla stregua dei criteri previsti dall’art. 2083 c.c.. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova, 01 Febbraio 2007.


Art. 1 legge fallimentare - Disciplina transitoria - Criteri dimensionali -  Criteri di individuazione - Onere della prova..
  Tribunale Piacenza, 22 Gennaio 2007.


Fallimento – Parametri dimensionali ex art. 1 l.f. come novellato dal d. lgs. 5/06..
Ai fini della determinazione del capitale investito ai sensi dell’art. 1 l.f. deve tenersi conto anche di quello immesso da terzi nonché dei crediti.
Il mancato superamento dei limiti dimensionali previsti dall’art. 1 l.f. costituisce condizione sufficiente affinché il debitore vada considerato come piccolo imprenditore. (Mauro Bernardi) (riproduzione riservata)
Tribunale Mantova, 19 Settembre 2006.


Difetto di giurisdizione del giudice italiano - Sussistenza - Illeciti commessi dalla predetta società, nella confederazione elvetica - Azione di risarcimento danni promossa dal curatore del fallimento dell'imprenditore italiano - Giurisdizione del giudice italiano - Esclusione - Limiti - Insinuazione da parte della società straniera, dei propri crediti nel fallimento - Difetto di giurisdizione - Sussistenza

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Con riguardo alla controversia, promossa dal curatore del fallimento di imprenditore italiano, nei confronti di società con Sede nella Confederazione elvetica, per conseguire declaratoria d'Invalidità od inefficacia di pagamenti di crediti verso il fallito, ottenuti dalla convenuta in esito a procedure esecutive su beni siti in detto stato estero , ed altresì per conseguire condanna al risarcimento del danno, in relazione ad illeciti assertivamente commessi in tale stato estero dalla convenuta medesima, deve essere dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice italiano, tenuto conto, quanto alla prima domanda, che la materia fallimentare si sottrae alla disciplina della convenzione italo-svizzera del 3 gennaio 1933 (resa esecutiva con legge 15 giugno 1933 n. 743), e che il curatore, il quale intenda acquisire il risultato utile della esecuzione individuale su beni del fallito situati all'estero, deve attivarsi davanti al giudice del "forum rei sitae", alla stregua dell'imprescindibile relazione fra ubicazione dei beni ed esecuzione forzata ad essi inerente, ed inoltre, con riguardo alla seconda domanda, che la giurisdizione italiana può essere riconosciuta, ai sensi dell'art. 4 n. 2 cod. proc. civ., solo se in Italia si sia verificato il fatto dannoso. Il suddetto difetto di giurisdizione non resta escluso, sotto il profilo della accettazione tacita della giurisdizione italiana a norma dell'art. 4 n. 1 cod. proc. civ., dalla circostanza che la società straniera abbia insinuato i propri crediti nel fallimento, in considerazione della non coincidenza dell'oggetto di tale domanda con quello della pretesa formulata dalla curatela. (massima ufficiale) Cassazione Sez. Un. Civili, 19 Dicembre 1990, n. 12031.


Fallimento - Società - Attribuzione della qualità di ente di gestione fiduciaria - Ex art. 45 del D.P.R. n. 449 del 1959 - Condizioni.

Fallimento - Banca o istituto di credito - Configurabilità - Condizioni.
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L'attribuzione ad una società di capitali della qualità di ente di gestione fiduciaria, secondo la previsione dell'art. 45 del d.P.R. 13 febbraio 1959 n. 449, ed anche al fine della sua sottrazione alla procedura fallimentare ed assoggettabilità a liquidazione coatta amministrativa, postula che detta società raccolga beni e risparmi di terzi, per effettuare investimenti produttivi di utili, e che inoltre tale attività sia stata autorizzata dal ministero dell'industria.

La qualità di banca o di istituto di credito, a norma della legge bancaria di cui al R.d.l. 12 marzo 1936 n. 375, (e successive modificazioni) ed anche al fine del suo assoggettamento a liquidazione amministrativa e non a fallimento, richiede, anche a prescindere dall'esigenza di un provvedimento autorizzativo della banca d'Italia, il congiunto svolgimento sia dell'attività di raccolta del risparmio tra il pubblico, in Forma indeterminata ed indiscriminata, sia di quella di Esercizio del credito mediante impiego del risparmio raccolto, attraverso le tipiche operazioni bancarie, e non può essere pertanto riconosciuta ad una società che si limiti a svolgere solo l'una o l'altra delle predette attività.
Cassazione Sez. Un. Civili, 10 Gennaio 1986, n. 62.


Giurisdizione civile - Regolamento di giurisdizione - Competenza delle sezioni unite della corte di cassazione - Fattispecie.

Credito - Istituti o enti di credito - Banche - In genere - Banca di fatto - Fallimento - Esclusione - Liquidazione coatta amministrativa.
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Il prefetto, che, avvalendosi dei poteri conferitigli dagli artt.41 e 368 cod. proc. civ., contesti la competenza giurisdizionale del giudice ordinario a dichiarare il fallimento di un'impresa che svolga attività bancaria a causa dei poteri attribuiti dalla legge bancaria alla pa (procedura di liquidazione coatta amministrativa), solleva una questione di difetto di giurisdizione del giudice ordinario nei confronti della pa (art. 37, comma primo, cod.proc.civ.), che, come tale, e sottoposta all'esame delle sezioni unite della corte suprema.

L'autorità giudiziaria ordinaria non ha competenza giurisdizionale a dichiarare il fallimento di una impresa che di fatto eserciti il credito e raccolga il risparmio senza le autorizzazioni prescritte dall'art. 28 del rdl n. 375 del 1936 (convertito nella legge n.141 del 1938), essendo ad essa applicabile la disciplina pubblicistica del credito, e, quindi, la procedura di liquidazione coatta amministrativa, di cui agli art. 57 e 67 del rdl 13 marzo 1936 n. 375 (convertito nella legge 7 marzo 1938 n. 141) (cd legge bancaria).
Cassazione Sez. Un. Civili, 13 Marzo 1965, n. 425.