Massimario Ragionato Fallimentare

a cura di Franco Benassi
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Articolo 120 ∙ (Effetti della chiusura)


Tutte le MassimeCassazione
Chiusura in pendenza di giudizi
Procedimento
Chiusura del fallimento e decadenza degli organi fallimentari
Chiusura del fallimento e deposito di somme a garanzia di futuri crediti di impostaChiusura del fallimento, decadenza degli organi fallimentari e cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore tornato in bonisQuestione di legittimità costituzionale

Effetti sostanziali della chiusura del fallimento
Domanda di condanna al pagamento di interessi post-fallimentari al debitore tornato in bonis
Interessi corrispettivi sui crediti ammessi al passivo della procedura di amministrazione straordinariaInteressi moratori sui crediti ammessi al concorso nella procedura di amministrazione straordinariaRiacquisto del libero esercizio delle azioni verso il debitore e debito previdenzialeChiusura del fallimento ed estinzione della societàEffetti sulla carica di amministratore del fallimento di una societàChiusura del fallimento di una società di capitali ed estinzione dell'enteChiusura del fallimento e compensazione di debiti e crediti con l'amministrazione finanziariaChiusura del fallimento e liberazione del fallito dalle obbligazioni non fatte valere o non soddisfatte nel corso della procedura fallimentareEfficacia extra fallimentare dell'ammissione al passivo di un credito per un importo inferiore a quello originario per effetto della compensazione dedotta dal creditoreChiusura del fallimento e abuso del diritto di creditoChiusura del fallimento e cessazione della materia del contendere in ordine all'azione revocatoria ordinariaChiusura del fallimento e azioni non fatte valere nel corso della proceduraChiusura del fallimento e revocatoria fallimentareChiusura del fallimento e azione revocatoria fallimentareChiusura del fallimento e azioni di responsabilità spettanti alla società ed ai creditori sociali

Effetti processuali della chiusura del fallimento
Chiusura del fallimento e riacquisto della capacità di agire
Perdita della capacità processuale del fallitoChiusura del fallimento e interruzione del processoChiusura del fallimento, nomina del difensore e domiciliazioneChiusura del fallimento capacità di stare in giudizio del curatoreRiacquisto da parte dei creditori del libero esercizio delle azioni verso il debitore e istanza di fallimentoProsecuzione del processo iniziato dal curatore fallimentare da parte dell'imprenditore tornato in bonisChiusura del fallimento e opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimentoChiusura del fallimento e opposizione allo stato passivoChiusura del fallimento e prosecuzione delle sole azioni che potevano essere promosse e che siano state avviate prima dell'apertura del fallimento

Altri casi
Revoca della dichiarazione di fallimento, mancata emissione del decreto di chiusura e istanza di fallimento
Omologa concordato fallimentare e decadenza degli organi del fallimentoConcordato fallimentare con assunzione, cessione delle azioni revocatorie, chiusura del fallimento e successione a titolo particolare dell'assuntore nel diritto controversoGaranzia prestata dal terzo assuntore del concordato e titolarità attiva del rapporto di garanziaFallimento riaperto in seguito alla risoluzione per inadempimento di concordato fallimentare e legittimazione ad agire in giudizio del curatoreLegittimazione del contribuente, tornato in bonis a richiedere all'amministrazione finanziaria il rimborso di un credito di IVA anteriore al fallimento



Fallimento soggetto alla disciplina del d.lgs. n. 5 del 2006 – Opposizione allo stato passivo – Revoca o chiusura del fallimento – Interruzione dei processi in cui sia parte il curatore – Riassunzione del giudizio nei confronti del debitore tornato "in bonis" – Esclusione – Improcedibilità della lite – Fondamento
Nel caso di fallimento sottoposto al regime introdotto dal d.lgs. n. 5 del 2006, la sopravvenuta revoca o chiusura della procedura concorsuale rende improcedibile il giudizio di opposizione allo stato passivo per la sua natura endofallimentare, restando esclusa ai sensi dell’art. 120 l.fall. l’efficacia ultrafallimentare del provvedimento con il quale il credito è stato ammesso al concorso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 09 Agosto 2017, n. 19752.


Concordato fallimentare - Adempimento - Sorveglianza degli organi della procedura
Ai sensi dell'art. 136 l.fall., una volta omologato il concordato fallimentare, al curatore spetta esclusivamente - di concerto con gli altri organi della procedura di sorvegliarne l'adempimento, essendo peraltro prevista espressamente oggi, con la novella introdotta dal d.lgs. n. 5 del 2006, anche la necessità, dopo l'approvazione del rendiconto finale del curatore, di un formale provvedimento di chiusura del fallimento (art. 130, comma 2, l.fall.), con conseguente "decadenza" degli organi del fallimento (art. 120, comma 1, l.fall.). (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 03 Novembre 2016.


Fallimento - Cessazione - Concordato Fallimentare - Riapertura del Fallimento - Effetti - Garanzia prestata dal terzo - Conservazione - Escussione - Legittimazione del curatore - Esclusione - Fondamento
In ipotesi di fallimento riaperto in seguito alla risoluzione di un concordato fallimentare per inadempimento agli obblighi assunti con la proposta di concordato, la legittimazione ad agire in giudizio, per far valere la garanzia prestata da un terzo per l'esecuzione del concordato poi risolto, non spetta al curatore del fallimento, bensì ai singoli creditori ammessi al passivo prima del concordato, atteso che sono questi ultimi a conservare, nel caso di riapertura del fallimento, ai sensi dell'art. 140, comma 3, l.fall., il diritto di garanzia verso il terzo, nonostante la risoluzione del concordato; pertanto, in mancanza di una espressa previsione normativa, non ricorre un’ipotesi di sostituzione processuale ai sensi dell'art. 81 c.p.c.

Va soggiunto che la garanzia prestata dal terzo assuntore del concordato, benché corrisponda anche all'interesse del debitore che formula la proposta di concordato cui essa serve da supporto, è ovviamente prestata a beneficio esclusivo dei creditori. La titolarità attiva del rapporto di garanzia non è dunque certamente in capo al fallito; e tanto basta a escludere che la pretesa legittimazione del curatore a escuterla possa trovare fondamento nella previsione dell'art. 43 l.fall., giacché tale norma attribuisce al curatore la legittimazione a far valere in giudizio i diritti esistenti nel patrimonio del fallito, ma non quelli facenti capo a terzi. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 03 Novembre 2016.


Esdebitazione - Esclusione dalla esdebitazione - Recupero della contribuzione obbligatoria - Infondatezza
L'interpretazione secondo la quale l'esdebitazione non può trovare applicazione per il recupero della contribuzione obbligatoria, avente natura pubblicistica, è manifestamente infondata, atteso che l'art. 120 legge fall., nel prevedere, al comma 3, che con la chiusura del fallimento i creditori riacquistano il libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti, fa espressamente salvi gli articoli 142 e ss., ove l'art. 142, al penultimo comma, nel disporre l'esclusione dall'esdebitazione, non menziona il debito previdenziale. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2016.


Fallimento - Esdebitazione - Debito verso gli enti previdenziali - Rapporti estranei all'esercizio dell'impresa - Infondatezza
E' infondata la tesi secondo cui il debito verso gli enti previdenziali rientrerebbe nei "rapporti estranei all'esercizio dell'impresa", ex art. 142, comma 3, ex lett. a), legge fall., atteso che il rapporto previdenziale sorge "in occasione" del rapporto di lavoro ed è estraneo ad ogni scelta imprenditoriale e comunque volontaristica del datore di lavoro. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2016.


Esdebitazione - Debiti esclusi - Debiti personali non assunti per l'esercizio dell'impresa - Applicazione ai debiti previdenziali - Esclusione
La modifica all'art. 142, comma 3, lett. a), legge fall., introdotta dal decreto correttivo (che dispone l'esclusione dall'esdebitazione per "gli obblighi di mantenimento ed alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all'esercizio dell'impresa") va nel senso di individuare l'area oggettiva dell'esclusione come relativa ai debiti personali non assunti per l'esercizio dell'impresa, ed anzi la formula adottata della "estraneità" priva di significato ogni tentativo di ricomprendere nell'ambito dell'esclusione i cd. debiti involontari; mentre i debiti previdenziali sono strettamente collegati all'esercizio dell'impresa e della stessa costituiscono necessaria conseguenza. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Marzo 2016.


Fallimento - Apertura (Dichiarazione) di fallimento - Sentenza dichiarativa - Opposizione - Chiusura del fallimento - Rilevanza - Esclusione - Contraddittorio con il curatore - Necessità
La chiusura del fallimento non rende improcedibile l'opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento ed il relativo giudizio continua in contraddittorio anche del curatore, la cui legittimazione non viene meno, in quanto in tale giudizio si discute se il debitore doveva essere dichiarato fallito, o meno, e, perciò, se lo stesso curatore doveva essere nominato al suo ufficio. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Febbraio 2016.


Chiusura del fallimento - Provvedimento emesso dagli organi fallimentari dopo la chiusura del fallimento - Inesistenza - Fondamento - "Querela nullitatis" - Legittimati passivi - Individuazione
La chiusura del fallimento comporta la decadenza degli organi fallimentari e la cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore, sicché il provvedimento emesso dagli organi fallimentari dopo la chiusura del fallimento è giuridicamente inesistente per assoluta carenza di potere e ogni interessato può farne valere l'inesistenza senza limiti di tempo, sia in via di eccezione, che con azione di accertamento, in quest'ultimo caso convenendo in giudizio, non gli autori dell'atto, ma i soggetti nella cui sfera giuridica esso ha prodotto i suoi effetti. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 14 Dicembre 2015, n. 25135.


Fallimento - Cessazione - Concordato fallimentare - Assuntore - Cessione delle azioni revocatorie - Successione a titolo particolare nel diritto controverso da parte dell'assuntore - Chiusura del fallimento - Legittimazione dell'assuntore a rinunciare al ricorso per cassazione proposto dalla curatela - Esclusione
Qualora il concordato fallimentare con assunzione preveda la cessione delle azioni revocatorie, la chiusura del fallimento conseguente alla definitività del provvedimento di omologazione determina una successione a titolo particolare dell'assuntore nel diritto controverso regolata dall'art. 111 c.p.c., sicché quest'ultimo, pur potendo intervenire nel giudizio pendente dinanzi alla Corte di cassazione, ma non come parte necessaria né in sostituzione del curatore fallimentare, non è tuttavia legittimato a rinunciare al ricorso già proposto dalla curatela. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 31 Agosto 2015, n. 17339.


Fallimento - Chiusura della procedura - Riacquisto del libero esercizio delle azioni verso il debitore - Istanza di fallimento - Qualificazione come domanda giudiziale - Esclusione - Contenuto meramente processuale
L'articolo 120, comma 3, L.F., nella parte in cui subordina il riacquisto da parte dei creditori del libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti, si riferisce alle azioni individuali, tra le quali non rientra l'istanza di fallimento, la quale non può parificarsi ad una domanda giudiziale in senso proprio, per la specifica finalità dell'istanza ed i limiti della cognizione giudiziale, dai quali è escluso l'accertamento sul credito e che si sostanzia nel suo contenuto proprio di azione a contenuto meramente processuale, intesa a pervenire alla dichiarazione di fallimento. (Franco Benassi) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Febbraio 2015.


Fallimento - Presentazione di successiva istanza di fallimento prima della chiusura di precedente fallimento - Sindacato del tribunale
Nel caso in cui, revocata la dichiarazione di fallimento non sia stato emesso il decreto di chiusura di cui all'articolo 119 L.F., la presentazione della successiva istanza di fallimento, basata su una prospettazione di fatti intervenuti rivelatori di insolvenza del debitore, non è di per sé preclusa, spettando al tribunale, in sede di decisione, verificare se sia stato medio tempore emesso il decreto di chiusura del primo fallimento, al fine di ritenere esaminabile nel merito la ricorrenza degli elementi costitutivi della pronuncia di fallimento. (Redazione IL CASO.it) (riproduzione riservata) Cassazione civile, sez. I, 11 Febbraio 2015.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Azione revocatoria fallimentare - Giudizio pendente - Decreto di chiusura del fallimento - Conseguenze - Cessazione della materia del contendere - Fondamento
La pendenza della procedura concorsuale si configura come condizione di proseguibilità dell'azione revocatoria fallimentare, in quanto la declaratoria di inefficacia relativa dell'atto impugnato, cui essa è preordinata, ha come termini soggettivi, da un lato, le parti dell'atto, e, dall'altro, i creditori concorsuali costituiti in massa, sicchè, ove la procedura si chiuda senza necessità di liquidare il bene oggetto dell'atto di disposizione, viene meno l'interesse ad ottenere la declaratoria, con la conseguente cessazione della materia del contendere. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Agosto 2014, n. 17709.


Chiusura del fallimento - Effetti - Imposte sui redditi - Riscossione - Contribuente tornato "in bonis" - Potere dell'amministrazione finanziaria di esercitare la pretesa tributaria nei suoi confronti - Sussistenza - Previa insinuazione del credito nel passivo fallimentare - Necessità - Esclusione - Fondamento
Tra gli effetti della chiusura del fallimento non è compresa la liberazione del fallito dalle obbligazioni non fatte valere o non soddisfatte nel corso della procedura fallimentare e, pertanto, ai sensi dell'art. 120 della legge fall., nel testo anteriore alla riforma apportatagli con il d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, i creditori riacquistano il libero esercizio delle azioni verso il debitore tornato "in bonis" per la parte non soddisfatta dei loro crediti, sia per capitale che per interessi. Ne consegue che l'amministrazione finanziaria può azionare il proprio credito tributario nei confronti del contribuente tornato "in bonis" (salvo che non ne sia decaduta ex art. 94 legge fall.), senza che - di per sé - la presentazione della dichiarazione dei redditi da parte del curatore (e del fallito) possa aver comportato l'onere per l'amministrazione di insinuarsi nel passivo del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 20 Marzo 2014, n. 6473.


Fallimento - Effetti - Per i creditori - Debiti pecuniari - Compensazione - Certalex - Credito dell'Erario verso società poi fallita - Debito dell'Amministrazione finanziaria verso la "massa dei creditori" - Compensabilità - Esclusione - Fondamento
A seguito della presentazione della dichiarazione finale dei redditi da parte del curatore , il credito vantato dall'Amministrazione finanziaria nei confronti di un imprenditore fallito, che con la chiusura della procedura ritorna "in bonis", non può essere opposto in compensazione con un debito della stessa Amministrazione verso la "massa dei creditori", sia perché diversi sono i soggetti delle opposte ragioni di dare ed avere, in quanto il credito opposto dall'Erario ha come soggetto passivo l'imprenditore fallito mentre quello fatto valere dal fallimento con la dichiarazione finale è un credito della massa, sia perché - compensando tali opposte ragioni di dare e avere - verrebbero pregiudicati illegittimamente i creditori concorsuali, per la violazione del principio di parità di trattamento. (Principio affermato ai sensi dell'art. 360 bis, primo comma, n. 1, cod. proc. civ.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 20 Marzo 2014, n. 6478.


Chiusura del fallimento - Effetti - Azione di responsabilità nei confronti degli amministratori della società fallita - Prosecuzione - Sussistenza - Fondamento
La sopravvenuta chiusura del fallimento non determina l'improseguibilità delle azioni esercitate dal curatore che, come quelle di responsabilità spettanti alla società ed ai creditori sociali , sussistono anche al di fuori della procedura e non la presuppongono. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Marzo 2014, n. 6029.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza

Procedimento civile - Interruzione del processo - In genere - Chiusura del fallimento - Effetti processuali - Procedimenti pendenti - Subentro del fallito tornato "in bonis" - Configurabilità - Giudizio di cassazione - Applicabilità del principio - Sussistenza

Nel giudizio di cassazione, così come è consentito al successore a titolo universale di una delle parti già costituite di proseguire il procedimento (atteso che l'applicazione della disciplina di cui all'art. 110 cod. proc. civ. non è espressamente esclusa per il processo di legittimità, né appare incompatibile con le forme proprie dello stesso), a maggior ragione deve ritenersi possibile la prosecuzione del processo iniziato dal curatore fallimentare da parte dell'imprenditore tornato "in bonis", visto che la chiusura del fallimento, pur privando il curatore della capacità di stare in giudizio, non comporta una successione nel processo, bensì il mero riacquisto della capacità processuale in capo al soggetto già dichiarato fallito. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 23 Settembre 2013, n. 21729.


Chiusura del fallimento - In genere - Contenzioso tributario - Sentenza pronunciata dopo detta chiusura - Legittimazione passiva al ricorso per cassazione - Spettanza - Al fallito tornato "in bonis" - Notifica al curatore - Responsabilità aggravata dell'Amministrazione ex art. 96 cod. proc. civ. - Esclusione - Ragioni - Fattispecie
La chiusura del fallimento di una società priva il curatore della capacità di stare in giudizio, sicché la legittimazione passiva, rispetto al ricorso per cassazione avverso la sentenza pronunciata dopo tale evento, spetta alla società tornata "in bonis". (Nella specie, la S.C. ha escluso la responsabilità aggravata dell'Amministrazione, ai sensi dell'art. 96 cod. proc. civ., invocata dall'ex curatore fallimentare erroneamente evocato nel giudizio di legittimità, e che tuttavia aveva a suo tempo impugnato l'avviso di accertamento tributario notificatogli ad oggetto di causa, cui era seguita definizione del relativo giudizio con il non luogo a procedere per chiusura del fallimento). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. VI, 09 Luglio 2013, n. 17008.


Chiusura del fallimento - Effetti - Giudizio per revocatoria fallimentare pendente avanti alla Corte di cassazione - Chiusura della procedura concorsuale - Conseguenze - Cessazione della materia del contendere - Fondamento
La chiusura del fallimento intervenuta nel corso del giudizio di revocatoria fallimentare pendente avanti alla Corte di cassazione determina la improseguibilità del giudizio e la cessazione della materia del contendere tra il terzo convenuto in revocatoria e l'amministrazione fallimentare, in quanto la pendenza della procedura si configura quale condizione di proseguibilità dell'azione, poichè la declaratoria di inefficacia relativa dell'atto impugnato, in cui essa consiste, ha come termini soggettivi le parti dell'atto e, dall'altro lato, i creditori concorrenti riuniti in massa; inoltre, con la chiusura della procedura senza la necessità di liquidare il bene già oggetto dell'atto di disposizione, viene meno anche l'interesse alla predetta pronuncia di inefficacia. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 27 Aprile 2011, n. 9386.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - In genere - Società - Chiusura del fallimento - Effetti - Estinzione - Esclusione - Conseguenze - Accantonamento per pendenza di insinuazione tardiva - Restituzione alla società - Fondamento.

Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Passività fallimentari (accertamento del passivo) - Ammissione al passivo - Dichiarazioni tardive - Società - Chiusura del fallimento - Effetti - Estinzione - Esclusione - Conseguenze - Accantonamento per pendenza di insinuazione tardiva - Restituzione alla società - Fondamento.

La chiusura del fallimento di una società per ripartizione finale dell'attivo od insufficienza tale da impedire l'utile continuazione della procedura, disposta ai sensi dell'art. 118 legge fallimentare previgente, applicabile "ratione temporis", non ne determina l'estinzione, sia perché con essa non si produce indefettibilmente la definizione di tutti i rapporti che fanno capo alla società, sia perchè si verifica, con la fine dello "spossessamento", il riacquisto della libera disponibilità dei propri beni da parte del fallito. Ne consegue che quando la chiusura del fallimento sia avvenuta prima del passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio di insinuazione tardiva di un credito, l'accantonamento a tal fine disposto costituisce un residuo attivo del patrimonio sociale, da restituire alla società. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 23 Aprile 2010, n. 9723.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Fallimento di una società e dei suoi amministratori - Permanenza in carica dei medesimi - Conseguenze - Chiusura del fallimento - Recupero del potere di rappresentanza degli organi sociali - Sussistenza.
Il fallimento di una società e dei suoi amministratori non determina il venir meno di questi ultimi, perché la società rimane in vita ed essi restano in carica, salva la loro sostituzione; ne consegue che, ove detta società ritorni "in bonis" a seguito della chiusura del fallimento, essa riacquista la propria ordinaria capacità, con tutti i conseguenti poteri di rappresentanza degli organi sociali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 30 Settembre 2009, n. 20947.


Chiusura del fallimento - In genere - Giudizio vertente sull'esecuzione di un contratto - Sentenza d'appello pronunciata nei confronti della curatela - Ricorso per cassazione proposto dal curatore per violazione della regola dello scioglimento ex art. 72 legge fall. - Chiusura del fallimento - Conseguenze - Inammissibilità sopravvenuta del ricorso della curatela - Prosecuzione dell'impugnazione da parte della impresa tornata "in bonis" - Ammissibilità - Limiti - Fondamento - Fattispecie relativa a giudizio per l'esecuzione dell'obbligo di concludere un contratto di vendita


La chiusura del fallimento ed il conseguente ritorno "in bonis" dell'impresa già dichiarata fallita consentono a quest'ultima la prosecuzione delle sole azioni che potevano essere promosse e che siano state avviate prima dell'apertura del fallimento , restando improcedibili tutti i giudizi che presuppongono in atto la procedura, che esprimono posizioni di interesse riferibili alla massa dei creditori e non al soggetto fallito e che possono essere riassunti (ove siano stati dichiarati interrotti) da chi vi abbia interesse, solo ai fini dell'emanazione di una pronuncia circa la loro improcedibilità e, in ogni caso, per provvedere alle spese processuali; ne consegue la sopravvenuta inammissibilità, per difetto di interesse, del ricorso per cassazione già interposto dalla curatela avverso la sentenza d'appello (pronunciata, nella specie, in relazione a domanda di esecuzione specifica dell'obbligo di concludere un contratto di vendita) con riguardo alla denunciata violazione della regola dello scioglimento del contratto ai sensi dell'art. 72 legge fall., trattandosi di norma eccezionale posta ad esclusiva tutela della massa dei creditori, terzi rispetto al contratto, e della realizzazione della "par condicio creditorum". (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 29 Febbraio 2008, n. 5438.


Concordato fallimentare - Assuntore - Cessione delle azioni revocatorie - Successione a titolo particolare nel diritto controverso - Conseguenze - Omologazione del concordato - Chiusura del fallimento - Improcedibilità delle azioni revocatorie - Esclusione - Prosecuzione del giudizio tra le parti originarie - Esclusione - Interruzione del giudizio - Condizioni - Trasferimento subordinato all'esecuzione del concordato - Decreto di accertamento - Necessità
In tema di concordato fallimentare con assunzione, qualora la relativa proposta contempli la cessione delle azioni revocatorie, la chiusura del fallimento, conseguente al passaggio in giudicato della sentenza di omologazione, non determina l'improcedibilità delle predette azioni, verificandosi una successione a titolo particolare dell'assuntore nel diritto controverso ; in tal caso, tuttavia, non è consentita la prosecuzione del processo tra le parti originarie, ai sensi dell'art. 111, primo comma, cod. proc. civ., in quanto la chiusura della procedura, comportando il venir meno della legittimazione processuale del curatore, impone di far luogo all'interruzione del processo. Peraltro, nel caso in cui il trasferimento sia subordinato alla completa esecuzione del concordato, producendosi l'effetto traslativo soltanto a seguito del decreto con cui il giudice delegato, ai sensi dell'art. 136 della legge fall., procede al relativo accertamento, è a tale provvedimento che dev'essere ricollegata la perdita della legittimazione processuale del curatore, restando fino ad allora vincolate tutte le attività all'interesse dei creditori, e permanendo in carica gli organi del fallimento ai fini della sorveglianza sull'adempimento del concordato. In ogni caso, perché abbia luogo l'interruzione, è necessario che l'evento sia dichiarato dal procuratore costituito o risulti negli altri modi previsti dall'art. 300 cod. proc. civ., proseguendo altrimenti il processo legittimamente nei confronti del curatore. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Febbraio 2007, n. 4766.


Chiusura del fallimento - Riapertura del fallimento - In genere - Previa comparizione del debitore - Necessità - Notificazione della convocazione in camera di consiglio - Presso domicilio eletto in sede di istruttoria prefallimentare - Esclusione - Fondamento
Il decreto di chiusura del fallimento produce le conseguenze previste dall'art. 120 legge fall., e cioè la cessazione degli effetti dinamici del procedimento concorsuale, collegati in modo diretto alla sua pendenza, oltre a quelli strumentali. La nomina del difensore e la domiciliazione presso di esso effettuate in sede di istruttoria prefallimentare dall'imprenditore poi fallito e successivamente ritornato "in bonis " a seguito di chiusura della procedura hanno una valenza endoconcorsuale e non possono estendersi al caso, meramente ipotetico, di riapertura del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 13 Dicembre 2006, n. 26688.


Azione revocatoria ordinaria - Sopravvenuta chiusura del fallimento - Cessazione della materia del contendere - Sussistenza - Fondamento
La sopravvenuta chiusura del fallimento comporta la cessazione della materia del contendere in ordine all'azione revocatoria ordinaria , esperita dal curatore ai sensi dell'art. 66 legge fall., la quale, non diversamente dalla revocatoria fallimentare, è destinata a produrre effetti non già solo a beneficio di singoli creditori, bensì indistintamente a vantaggio di tutti i creditori ammessi al concorso, con il corollario che il bene del quale il debitore si sia disfatto con l'atto oggetto di revoca è destinato ad essere appreso dalla curatela per poter essere poi sottoposto a vendita forzata nell'interesse della massa; il che non può accadere una volta che la procedura concorsuale si sia definitivamente conclusa (non rilevando, ovviamente, l'eventualità del tutto ipotetica di una successiva riapertura in presenza di una delle condizioni prevedute dall'art. 121 legge fall.), atteso che la chiusura del fallimento comporta la decadenza del curatore dalla sua funzione (art. 120, comma primo, legge fall.) e quindi non solo ne mina alla radice la legittimazione a stare in giudizio nell'interesse dei creditori del fallito (i quali riacquistano il libero esercizio delle azioni individualmente loro spettanti: art. 120 cit., comma secondo), ma impedisce anche ogni prospettiva di apprensione e di messa in vendita, da parte del medesimo curatore, del bene oggetto dell'azione revocatoria. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 06 Ottobre 2005, n. 19443.


Abuso del diritto di credito - Responsabilità - Presupposti - Iscrizione ipotecaria dopo il deposito di domanda di concordato preventivo da parte del debitore - Sussistenza della responsabilità - Esclusione
La responsabilità risarcitoria per abuso del diritto di credito , anche in relazione all'inosservanza dei generali doveri di lealtà e correttezza posti dall'art. 1175 cod. civ., postula un comportamento lesivo dell'interesse del debitore che esorbiti dal limite della ragionevole tutela dell'interesse del creditore, secondo una valutazione da effettuarsi al momento in cui il comportamento stesso è tenuto. Tale abuso non è configurabile nell'iscrizione di garanzia ipotecaria, per il solo fatto che segua la data della presentazione da parte dell'obbligato di domanda di ammissione al concordato preventivo, e che quindi, a norma dell'art. 168 legge fallim., non autorizzi il promuovimento o la prosecuzione di azioni esecutive sul patrimonio del debitore e non attribuisca prelazione nel rapporto con gli altri creditori concorrenti: l'ipotecante, infatti, mantiene prelazione rispetto ai crediti eventualmente insorti dopo l'indicata data, ed inoltre, si riappropria di tutte le sue facoltà, anche nei confronti del debitore, ove il concordato non vada a buon fine ed il successivo fallimento si chiuda senza il soddisfacimento (in tutto o in parte) delle sue ragioni (art. 120 legge fallim.). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 28 Agosto 2004, n. 17205.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Debitore tornato "in bonis" - Riacquisto del potere di amministrare il proprio patrimonio e di esercitare i relativi diritti - Configurabilità - Riapertura del fallimento - Necessità - Esclusione - Conseguenze - IVA - Credito d'imposta anteriore al fallimento - Istanza di rimborso da parte dell'ex fallito - Legittimità

Tributi erariali indiretti (riforma tributaria del 1972) - Imposta sul valore aggiunto (I.V.A.) - Obblighi dei contribuenti - Pagamento dell'imposta - Rimborsi - Fallimento del contribuente - Chiusura - Effetti - Riacquisto del potere di amministrare il proprio patrimonio e di esercitare i relativi diritti - Configurabilità - Riapertura del fallimento - Necessità - Esclusione - Conseguenze - Credito d'imposta anteriore al fallimento - Istanza di rimborso da parte dell'ex fallito - Legittimità

Dopo la chiusura del fallimento per i motivi di cui ai numeri 3 e 4 dell'art. 118 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267, il debitore tornato "in bonis" riacquista comunque il potere di disporre del proprio patrimonio e di esercitare le azioni relative (anche se concernenti rapporti verso terzi anteriori all'apertura del fallimento), ove non sia stata disposta, per qualsiasi ragione, la riapertura del fallimento; ciò in quanto, nel caso di non integrale soddisfacimento dei creditori in sede concorsuale, l'art. 121 della legge fallimentare non condiziona il detto esercizio, in riferimento ai rapporti giuridici preesistenti al fallimento e comunque residuati alla chiusura, alla previa riapertura del fallimento. Ne consegue che il contribuente, tornato "in bonis", è direttamente legittimato a richiedere all'amministrazione finanziaria il rimborso di un credito di IVA anteriore al fallimento ed in esso ricompreso. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 26 Febbraio 2004, n. 3903.


Dichiarazione dei redditi finale da parte del curatore ex art. 10 d.p.R. n. 600 del 1973 - Credito del fallimento per indebita ritenuta sugli interessi - Maturati su deposito bancario intestato al fallimento - Controcredito dell'Amministrazione finanziaria verso l'imprenditore fallito - Compensazione - Esclusione - Ragioni
A seguito della presentazione della dichiarazione finale dei redditi da parte del curatore, il credito vantato dall'Amministrazione finanziaria nei confronti di un imprenditore fallito, che con la chiusura della procedura ritorna "in bonis", non può essere opposto in compensazione con un debito della stessa Amministrazione verso la "massa dei creditori", sia perché diversi sono i soggetti delle opposte ragioni di dare ed avere, in quanto il credito opposto dall'Erario ha come soggetto passivo l'imprenditore fallito mentre quello fatto valere dal fallimento con la dichiarazione finale è un credito della massa, sia perché - compensando tali opposte ragioni di dare e avere - verrebbero pregiudicati illegittimamente i creditori concorsuali, per la violazione del principio di parità di trattamento (Nella specie la Corte ha negato la possibilità di compensare un credito del Fisco verso l'imprenditore fallito con quello relativo alle ritenute, indebitamente operate dalla banca, sugli interessi maturati sul deposito bancario intestato alla procedura). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 01 Luglio 2003.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Incapacità - Chiusura della procedura - Perdita della capacità processuale del curatore e riacquisto della stessa da parte del fallito - Dichiarazione del procuratore costituito - Mancanza - Interruzione del processo - Esclusione
Il riacquisto della capacità processuale, allo stesso modo della perdita della medesima capacità, determina l'interruzione del processo soltanto a seguito di dichiarazione del procuratore costituito, in difetto della quale il giudizio prosegue tra le parti originarie, fino a quando non si verifichi la costituzione del soggetto legittimato. Pertanto, nel procedimento in cui sia parte il fallimento, in persona del curatore, costituito a mezzo di procuratore, la sopravvenuta chiusura della procedura concorsuale nel corso di un grado del giudizio, implicando la cessazione dalla carica del curatore ed il conseguente venir meno della sua capacità processuale, con riacquisto della capacità processuale da parte del fallito, configura evento interruttivo regolato dal disposto dell'art. 300 cod. proc. civ. ed è irrilevante ai fini della prosecuzione del giudizio nei confronti del curatore ove sia mancata la dichiarazione suddetta. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. III, 26 Maggio 2003, n. 8327.


Chiusura del fallimento - Effetti - Libero esercizio delle azioni verso il debitore - Conseguenze - Potere dell'amministrazione finanziaria di esercitare la pretesa tributaria nei confronti del contribuente tornato "in bonis" - Sussistenza - Previa insinuazione del credito tributario nel passivo fallimentare - Necessità - Esclusione
Tra gli effetti della chiusura del fallimento non è compresa la liberazione del fallito dalle obbligazioni non fatte valere o non soddisfatte nel corso della procedura fallimentare e, pertanto, ai sensi dell'art. 120 della legge fallimentare, i creditori riacquistano il libero esercizio delle azioni verso il debitore tornato "in bonis" per la parte non soddisfatta dei loro crediti, sia per capitale che per interessi. Ne consegue che l'amministrazione finanziaria può azionare il proprio credito tributario nei confronti del contribuente tornato "in bonis" (salvo che non ne sia decaduta ex art. 94 legge fall.), senza che - di per sè - la presentazione della dichiarazione dei redditi da parte del curatore (e del fallito) possa aver comportato l'onere per l'amministrazione di insinuarsi nel passivo del fallimento. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. V, tributaria, 15 Maggio 2003.


Fallimento - Effetti - Per il fallito - Rapporti processuali - Perdita della capacità di stare in giudizio - Limiti - Condizioni - Azioni in giudizio nei confronti del fallimento e del fallito - Inammissibilità della domanda nei confronti del fallito - Sussistenza - Fondamento - Chiusura del fallimento - Libero esercizio nei confronti del debitore per le obbligazioni insoddisfatte - Sussistenza
La perdita della capacità processuale del fallito (dalla dichiarazione di fallimento alla chiusura della procedura) non è assoluta, ma relativa, onde è ancora possibile ottenere la condanna del fallito, sempre che, però, essa sia fondata su di un rapporto di cui gli organi fallimentari si siano disinteressati, e purché il creditore procedente si sia mantenuto estraneo alla procedura concorsuale, optando esclusivamente per la tutela post - fallimentare; la temporanea perdita di capacità processuale del fallito è invece incontestabile nell'ipotesi in cui il creditore abbia citato in giudizio sia il fallito che il suo fallimento, atteso, tra l'altro, che il creditore non avrebbe alcun interesse a munirsi di un titolo anche nei confronti del fallito, giacché la chiusura del fallimento non implica la liberazione di quest'ultimo dalle obbligazioni non soddisfatte nel corso della procedura concorsuale, onde, dopo la chiusura del fallimento, i creditori possono sempre agire per ottenere dal fallito tornato in BONIS il pagamento dei crediti che, accertati nei confronti del fallimento, non abbiano trovato (completa) soddisfazione nel corso della procedura. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 05 Marzo 2003, n. 3245.


Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Art. 120, secondo comma, L.F. - Libero esercizio delle azioni verso il debitore - Società di capitali fallite - Esclusione - Dubbio di illegittimità costituzionale per contrasto con l'art. 3 Cost. - Manifesta infondatezza
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 120, secondo comma, legge fall., nella parte in cui prevede che i creditori riacquistano il libero esercizio delle azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti per capitale ed interessi, sotto il profilo di una pretesa disparità di trattamento che detta disposizione determinerebbe, in violazione dell'art. 3 Cost., tra i soci di società di capitali, preservati dal fallimento per effetto della autonomia patrimoniale perfetta, e quelli di società di persone illimitatamente responsabili o gli imprenditori commerciali, la cui situazione sarebbe aggravata dal riacquistato esercizio del proprio diritto da parte dei creditori. Non ricorre, infatti, la omogeneità di situazioni postulata dal parametro invocato, avuto riguardo alla diversità di struttura ed alle caratteristiche peculiari delle società di capitali, rispetto alle società di persone con soci illimitatamente responsabili ovvero agli imprenditori commerciali individuali. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. IV, lavoro, 20 Novembre 2002, n. 16380.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Effetti - Sugli atti pregiudizievoli ai creditori - Azione revocatoria fallimentare - Atti a titolo oneroso, pagamenti e garanzie - In genere - Pagamento effettuato da una società di capitali dichiarata fallita - Estinzione della società a seguito della chiusura del fallimento - Revoca del pagamento conseguente all'esercizio dell'azione revocatoria da parte del curatore - Effetti.
La chiusura del fallimento di una società di capitali, con la liquidazione di tutte le attività, determina l'Estinzione dell'ente, e, quindi, il venir meno dei poteri, anche rappresentativi, dei suoi organi, mentre non rileva al riguardo la circostanza che un pagamento eseguito dalla società medesima sia stato revocato, in esito ad Azione promossa dal curatore a norma dell'art. 67 secondo comma della legge fallimentare, dato che tale revocatoria implica inefficacia del pagamento nei confronti della massa, non costituisce ragioni creditorie in favore della fallita. (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 05 Aprile 1990, n. 2851.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Provvedimento del tribunale - Ordine di deposito di somme di denaro a garanzia di futuri crediti di imposta - Inesistenza giuridica - Idoneità al passaggio in giudicato - Esclusione
Va considerato giuridicamente inesistente per assoluta carenza di potere (ed è perciò insuscettibile di passare in giudicato) il provvedimento del tribunale fallimentare che, all'atto della chiusura del fallimento, disponga il deposito di somme a garanzia di futuri crediti di imposta, in quanto la chiusura del fallimento comporta la decadenza degli organi fallimentari e la cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore tornato in bonis. ( Conf 1984/85, mass n 439896). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 08 Settembre 1986, n. 5476.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Effetti - Cessazione del fallimento di una società - Riacquisto della capacità di agire di quest'ultima - Conseguenze - Rappresentanza degli amministratori - Sussistenza
Nell'ipotesi di chiusura del fallimento di una società (nella specie R.l.) per l'integrale pagamento dei creditori e delle spese della procedura fallimentare, la società riacquista la propria capacità di agire per il periodo successivo alla chiusura del fallimento e sino all'eventuale nomina di uno o più liquidatori, con la conseguenza che in tale periodo la rappresentanza della società spetta ai suoi amministratori i quali sono reintegrati nei loro poteri. ( V 5925/79, mass n 402601; ( V 4296/79, mass n 400812; ( V 2786/67, mass n 300343; ( V 1191/66, mass n 322380; ( Conf 1688/84, mass n 433755; ( Conf 2010/78, mass n 391370; ( Conf 5333/77, mass n 388994; ( Conf 1991/75, mass n 375697). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. II, 26 Marzo 1986, n. 2161.


Fallimento ed altre procedure concorsuali - Fallimento - Cessazione - Chiusura del fallimento - Decreto di chiusura - In genere - Provvedimento del tribunale - Ordine di depositare somme di denaro a garanzia di futuri crediti d'imposta - Inesistenza giuridica - Impugnabilità con ricorso ex art. 111 cost. - Esclusione

Impugnazioni civili - Cassazione (ricorso per) - Provvedimenti dei giudici ordinari (impugnabilità) - Provvedimenti in materia fallimentare

Il provvedimento con il quale il tribunale fallimentare dispone, all'atto della chiusura del fallimento (nella specie: per avvenuto totale pagamento dei debiti) il deposito di somme di danaro a garanzia di futuri crediti di imposta, va considerato giuridicamente inesistente per assoluta carenza di potere, comportando la chiusura del fallimento la decadenza degli organi fallimentari e la cessazione degli effetti della procedura sul patrimonio del debitore tornato in bonis, che, pertanto, non può essere assoggettato a vincoli a favore di creditori non insinuati. L'anzidetto provvedimento, in quanto estraneo alla tipologia degli Atti processuali ed insuscettibile di passare in giudicato, sfugge alla regola della conversione dei motivi di nullità in motivi di gravame, e così non è impugnabile con ricorso ex art. 111 cost., potendo l'inesistenza giuridica esser fatta valere senza limiti di tempo sia in via di Azione di accertamento, sia in via di eccezione nel corso delle procedure all'uopo previsto dall'ordinamento (d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602 e successive modificazioni). ( V 2270/84, mass n 434321; ( V 2259/84, mass n 434295; ( V 2258/84, mass n 434294; ( V 3078/79, mass n 399435). (massima ufficiale) Cassazione civile, sez. I, 14 Marzo 1985, n. 1984.